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Memoria

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Dal rosa al giallo / Una cartografia in noir

Sentito mai parlare dei francesi Borde e Chaumeton? Per la cronaca, sono coloro che hanno “battezzato” con il termine noir quel filone di film americani degli anni quaranta-cinquanta a cui appartengono pellicole come Il mistero del falco di John Huston, Io ti salverò di Alfred Hitchcock, Un bacio e una pistola di Robert Aldrich. Film che senza Borde e Chaumeton gli anglosassoni avrebbero continuato a chiamare “thriller”, noi italiani “gialli”, e gli stessi francesi “polar”. È con questo semplice lemma (suggerito dai romanzi della Série noire pubblicati a partire dal 1945 dall’editore Gallimard) che i due sono assurti a numi tutelari e oracoli del cinema noir americano, celebratissimi, citatissimi, evocatissimi. Dopo di loro sembrerebbe che a chi si occupa di quel cinema non rimanga che la parafrasi della celebre battuta di Peppino de Filippo nel film Totò, Peppino e la... Malafemmina: «...e hanno detto tutto!». Ma così non è.  «Per molto tempo, in Italia, si è parlato pochissimo di film noir americano», spiega il critico Renato Venturelli che a quel cinema ha dedicato studi capillari e ben due rigorosi volumi: L’età del noir, seguito dal recentissimo Cinema noir americano,...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (4) / Nella grande fabbrica

Mette paura la grande fabbrica. Disorienta. Soffoca. “Come sono entrata in fabbrica – ricorda Marisa B., negli anni cinquanta una giovane operaia – mi sembrava di soffocare… il chiuso dell’ambiente caldo e umido e il fatto di entrare la mattina e fare di filato otto ore, mi pareva come se andassi dentro per farmi cuocere”. “Non di una fabbrica si trattava, ma di una fabbrica-caserma”, è la prima impressione di Bonaventura Alfano. Viene dalla Lucania. Arriva a Mirafiori a metà degli anni sessanta. Diventerà poi un importante dirigente della FIOM.   E questa è l’immagine restituita dall’operaio Pietro Baldini: “Mi fece un effetto triste, sembrava più che altro una prigione”. Alla fine del 1952, Baldini entra nel reparto Fiat di corso Peschiera 299, un luogo appartato, se non nascosto, all’estrema periferia della mappa aziendale. “Officina Stella Rossa” è il nome più corrente di quel reparto, noto anche come “Fiat confino”, perché lì venivano raggruppati gli operai che avevano turbato l’ordine delle linee di montaggio, rivendicando diritti non ancora garantiti. Vengono messi tutti insieme, ma isolati dalla massa degli altri operai per impedire la diffusione dell’infezione...

David Campany / Sulle fotografie: immagini indisciplinate

Quando era un giovane studente David Campany, oggi critico, scrittore, artista e docente, ebbe la ventura di trascorrere un pomeriggio con Susan Sontag. Durante la conversazione l’autrice del celebrato volume Sulla fotografia apparso negli anni Settanta gli chiese a bruciapelo: “Che cos’è che ti preoccupa dei miei scritti sulla fotografia?”. Campany le rispose che a suo avviso il libro non parla a sufficienza di nessuna immagine in particolare. Al che la scrittrice americana gli replicò: “È vero. Il mio libro riguarda più la fotografia come fenomeno artistico e sociale”. Poi con quel sorriso, che le era tipico, aggiunse: “Forse un giorno sarai tu a scrivere un libro intitolato Sulle fotografie”. L’aneddoto è raccontato da Campany alla fine della prefazione al suo volume che reca il titolo preconizzato dalla Sontag (Einaudi, pp. 264, € 38). Si tratta di un libro che presenta 120 fotografie: sulla pagina di destra l’immagine, e su quella di sinistra il commento, la ricostruzione dell’occasione in cui è stata scattata, oppure la storia del fotografo che l’ha realizzata, o altro ancora. Sulle fotografie non è esattamente una storia di questa attività umana, che sta per raggiungere i...

La riscoperta di un capolavoro / Il polittico Griffoni

Avrebbe dovuto aprire il 12 marzo 2020 la mostra dedicata alla ricostruzione del Polittico Griffoni, curata da Mauro Natale e Cecilia Cavalca, ospitata nelle sale di palazzo Fava a Bologna; ma solo a giugno i primi, timidi, visitatori si sono affacciati con mascherina e prenotazione obbligatoria, dopo che tutte le nostre abitudini, compresa quella di visitare un museo, erano state sconvolte dalla pandemia da Covid19 e dal lockdown.  Non è visitabile, ma possiamo sperare che lo diventerà, perché si tratta di un’occasione unica di ricomposizione dei pannelli superstiti del polittico, da tempo dispersi in nove musei in seguito a travagliate vicende collezionistiche. Eseguito fra il 1470 e il 1472 per la sesta cappella sulla navata di sinistra della basilica di San Petronio a Bologna, il polittico Griffoni è infatti un’opera fondamentale per capire come tra Bologna e Ferrara si fosse elaborato, alla fine del ‘400, un linguaggio pittorico in grado di comporre scienza prospettica, sapere antiquario, e modi naturalistici in una macchina narrativa come quella dell’altare a scomparti che, nel guscio ancora gotico della carpenteria lignea, persa nel 1725, quando il Polittico venne...

Quaderno 8 / Salutare le parole

Lo sguardo è ghiacciato non bruciarti stai sotto il mantello cucito per te dagli anziani  e mentre raschi il vetro raccogli tutto il peso dell’attenzione tra le scapole e poi lancia lanciale lontano le belle parole.   Non voglio parole che mi spieghino e nemmeno che sgroviglino né chiariscano. Non voglio parole che mi riempiano e nemmeno che mi facciano sentire sciocca e con poca scuola alle spalle. Non voglio parole che complichino senza un cuore al centro. Non voglio parole che si diano arie. Ho bisogno di parole leggere eppure capaci di sfamare e dissetare, parole che mi domandino tanto, tutta la testa da mozzare e un cuore ingenuo da allenare al passo delle bestie nella foresta, vigile e sempre a casa, eppure sempre in pericolo. Voglio parole disobbedienti ma anche candide. Parole capriole e parole solletico, parole lampi, fulmini e tuoni, parole aghi che cuciono e parole che strappano la stoffa del discorso.   Parole silenziosissime che non svegliano i bambini della notte. Parole che conoscono i ring e non sferrano mai colpi bassi. Ma toccano. Rintoccano. Fanno percepire la pelle e vibrare le ossa. Le ferite si acquietano sotto le parole di fuoco, si...

Flâneur / Gian Piero Piretto, Vagabondare a Berlino

Paul Valery disse un giorno che la sintassi è una facoltà dell’anima. Ma l’anima non ama soltanto costruire razionalmente in vista di un risultato, ama anche l’opposto, l’andare senza meta lasciandosi guidare da una miriade di sensazioni, di visioni, odori, rumori, da un pulviscolo di pulsioni conoscitive che spingono ad esplorare il dettaglio, l’apparenza minima, l’inosservato. La persona che incarna questo desiderio di dissipazione della razionalità strumentale, del faccio questa cosa per ottenere questo risultato, è il flâneur. Una figura che nasce laddove la letteratura incontra la metropoli dando voce anzitutto allo stupore per quel mondo frenetico e artificiale: masse di uomini e di donne in movimento, corse di treni sotterranei e di superfice, esibizioni ipertrofiche di merci nelle vetrine, nei passages, nei grandi mercati, tipi sociali i più variegati che convivono nello stesso spazio urbano, talvolta a pochi metri l’uno dall’altro. A questo mondo promiscuo in cui la marginalità incrocia di continuo il centro ha dato voce Baudelaire in Les fleurs du mal dando inizio a una nuova stagione della scrittura letteraria.   È lui che ha messo in scena per la prima volta il...

Adriano Favole / L’Europa d’Oltremare

Prendiamo in mano una banconota qualsiasi di euro, l’elemento più rappresentativo dell’Unione Europea e se facciamo bene attenzione, sul retro, accanto alla carta dell’Europa, si vedono rappresentate, sebbene in modo un po’ approssimativo, un pugno di isole difficilmente identificabili. Sono alcuni dei territori europei d’Oltremare, cioè quei Paesi, in gran parte insulari (ma non solo) che fanno parte di Stati europei, pur non coincidendo con il territorio dell’Europa. Una questione, questa, che fin dal principio impone una riflessione sul concetto di confine, che non è più ridotto solo alla linea tracciata tra due Paesi adiacenti, ma può trovare forme diverse. Prenderemmo per folle qualcuno che ci dicesse che la Francia confina con il Brasile, eppure avrebbe ragione. Non solo, ma quel confine con i suoi 740 chilometri che delimitano la Guyana francese è il più lungo confine della Francia.   L’idea che in Francia ci siano foreste pluviali, indigeni e giaguari ci spiazza non poco, ma questo è anche il frutto di una sorta di rimozione e di una visione del mondo, in questo caso, eurocentrica. È quello che ci spiega Adriano Favole, con questa raccolta di saggi sui territori...

Modi del sentire / La pazienza, virtù non eroica

Un sentimento che la condizione tragica della pandemia evoca, e incessantemente invoca, è certamente la compassione, cioè la prossimità al dolore dell’altro, il dialogo assiduo con quel dolore. Un altro sentimento su cui il tempo della pandemia invita a riflettere è la pazienza, sentimento-virtù che nell’etimo, e per un lungo tratto della sua storia, ha a che fare anch’esso con il patire, con il prendere su di sé le forme del patire.  Dicendo della pazienza, o della compassione o di altri sentimenti, è sempre necessaria una premessa: ogni descrizione delle forme che un sentimento assume si muove su linee generali, essendo i modi del sentire talmente radicati nella singolarità dell’individuo da rendere approssimativa e appunto soggettiva ogni loro rappresentazione.    Con il diffondersi planetario del virus, e con il modificarsi dei modi di vita, di incontro, di relazione, un nuovo tempo si è dischiuso: un tempo sospeso, un tempo amaramente sospeso tra un prima che appare più che mai chiuso nella sua lontananza, e un dopo che accentua e approfondisce quel che già gli è proprio, cioè l’indeterminatezza, l’imprevedibilità, l’incertezza. Da una parte il passato si fa...

Cultura visuale di Michele Cometa / Leggere le immagini

Mi ha colpito un’osservazione di Bredekamp, non ci avevo mai pensato: parlando della bandiera americana posta sul volto della statua abbattuta di Saddam Hussein, a un certo punto, scrive: «Celare il volto della statua equivaleva a metterle la fascia usata durante le esecuzioni capitali per coprire gli occhi del condannato: non per risparmiare a lui la vista, bensì per risparmiare ai tiratori la vista del suo sguardo. I soldati agirono secondo questo modello autoprotettivo» (Horst Bredekamp, Immagini che ci guardano. Teoria dell’atto iconico, trad. it. di Simone Buttazzi, Raffaello Cortina, Milano 2015). Pensavo che la fascia sugli occhi del condannato fosse appunto un gesto, per così dire, umanitario; si tratta invece di evitare lo sguardo dell’uomo che uccidi. Mi sembra questa una delle caratteristiche fondamentali della svolta iconica che caratterizza la nuova cultura visuale: si tratta di spostare il punto di vista, di vedere le cose con uno sguardo più acuto e penetrante, di accorgersi che il soggetto che guarda è, nello stesso tempo, guardato, dall’altro uomo, ma anche dalle cose, in particolare da quelle cose che chiamiamo immagini. Così ci guardano gli occhi, fissi e...

Simboli / Storia della svastica

Un’enorme svastica di pietra si innalza sulla cima di un grattacielo di New York: è una delle scene di The Man in the High Castle, una serie televisiva ispirata a un romanzo di Philip K. Dick (1962): la seconda guerra mondiale è finita, ma in un altro modo, e quelli che erano gli Stati Uniti sono occupati ora in parte dal Giappone, in parte dal Terzo Reich.       In quest’altra foto siamo ancora in America, ma non è più un film. È un raduno del German-American Bund nei pressi di New York, nel 1937. Anche la fotografia successiva non è fantasia: sono esponenti di questa formazione nazista nell’America degli anni Trenta.     In un caso e nell’altro – nella finzione e nella realtà – l’effetto è grande, perché "la svastica suscita sempre emozioni profonde". Lo sostiene Steven Heller nel suo Storia universale della svastica. Come un simbolo millenario è diventato emblema del male assoluto (DeA Planeta Libri). Heller non è il primo ad affrontare il tema: le ricerche sul motivo che in sanscrito era chiamato swastika erano iniziate già prima dell’avvento del Nazismo, per poi proseguire nei decenni successivi e anche in tempi recenti, come dimostra la...

Interazioni / Residenze teatrali digitali

Il momento di sospensione che la scena culturale italiana sta attraversando preclude la distribuzione e la produzione di spettacoli dal vivo, ma consente un momento di raccoglimento per studiare e progettare. Entro tale tempo sospeso, che è sia un periodo di recupero da uno choc che un seme per sviluppi futuri, una reazione propositiva è nata dal Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt), in collaborazione con molte realtà partner delle regioni Marche e Toscana. Si tratta del bando per la selezione di progetti di «residenze digitali», ossia di creazioni artistiche di taglio drammaturgico/performativo pensate appositamente per l’ambiente digitale. A seguito di oltre 400 domande, sono state selezionate più proposte di quelle effettivamente finanziabili sulla carta: sei invece di quattro, grazie al successivo intervento di enti finanziatori esterni al progetto. Va subito precisato che l’intento delle «residenze digitali» è la creazione di uno spazio che permetta agli artisti di sperimentare nuove forme. Ci si trova insomma di fronte a un’opportunità per condurre una ricerca di pratiche ignote o poco esplorate, che fornisce ai soggetti selezionati una base per...

Divi del calcio / Da Maradona a Rossi: la classe è classe

Paolo Rossi non era un Paolo Rossi qualunque. A dispetto del suo nome quasi comune, o forse anche per questo, era un idolo delle folle, il tipo del bravo ragazzo diventato eroe non per un giorno ma giù di lì. Venerato per le sue prodezze calcistiche, certo, ma anche per quel suo aplomb da persona qualsiasi, modesto eppure bravissimo, schivo ma straordinariamente amato dal popolo del calcio e dall’uomo qualunque. In un mondo in cui tutti provano con ogni mezzo ad apparire strani, originali, sopra le righe, speciali oltre misura, come certi personaggi coatti di Carlo Verdone, Paolo Rossi dimostrava che si può essere sagaci anche portando quel nome lì. In una società molliccia e appiccicosa, dove tutti provano ad atteggiarsi da divi sovraesponendo se stessi come in una perenne messinscena hollywoodiana, Pablito provava in tutti i modi a spegnere i riflettori verso se stesso.   Per un semplice motivo: non ne aveva bisogno. Paolo Rossi non era insomma un Maradona, in nessun senso e senza alcuna pretesa di esserlo. Laddove l’argentino voleva una vita spericolata, riuscendoci benissimo, l’italiano sembrava fregarsene della fama e della gloria, facendo furbamente di questa presa di...

Nagornyj Karabakh / L’Artsakh minacciato di genocidio culturale

Il 9 novembre, a seguito di una guerra di quarantatré giorni, l’Armenia e l’Azerbaigian hanno concluso, sotto l’egida della Russia, un accordo di cessate il fuoco che detta condizioni capestro alla parte armena. Dopo aver perso diverse migliaia di vittime militari e civili, la repubblica autoproclamata dell’Artsakh (Nagornyj Karabakh) ha dovuto rinunciare all’ottanta percento del suo territorio. Ben oltre cinquantamila persone sono costrette oggi ad abbandonare i loro paesi, chiese e monasteri. Con questo esilio forzato, essi non solo temono di non poter rivedere mai più le proprie case e i propri santuari, ma addirittura di condannarli alla distruzione e allo scempio. Quale sarà il destino del patrimonio plurimillenario armeno sotto il controllo dell’Azerbaigian?   Mentre l’Azerbaigian si prepara a occupare un territorio punteggiato da migliaia di monumenti medievali e tardo-antichi armeni, i dirigenti azerbaigiani, sostenuti dalla comunità academica del proprio paese, difendono pubblicamente due tesi revisioniste che mirano a negare agli armeni autoctoni il diritto di vivere sulle loro terre ancestrali, nonché a cancellarvi ogni segno visibile della memoria storica armena....

Un verso, la poesia su doppiozero / Emily Dickinson, Io abito la Possibilità

Il verso apre la poesia che ha il numero 657 nelle edizioni del corpus poetico di Emily Dickinson: una piccola tessera tra le 1775 di un mosaico che raffigura le stagioni di un animatissimo tempo interiore. Un tempo del vivere che è fatto lingua poetica: in quella lingua pensare è aver cura, teneramente, dell’immagine, desiderare è contemplare quel che non c’è, ma che si mostra nella forma di un possibile, insieme luminoso e negato. Un tempo dello sguardo che, di là dalla finestra, si posa su un visibile in stato di perenne metamorfosi: il giardino ha alberi-parole, fiori-sillabe, foglie-melodie. Questo movimento che appartiene alla lingua della Dickinson, non ha una poesia particolare in cui si mostra in modo intensivo, e tanto meno un verso per dir così esemplare, un verso che, come accade per molti altri poeti, sia in grado di segnalare, quasi in emblema, le forme di una poetica. Di fatto, dovunque ci si soffermi, in questa meravigliosa, estesissima, collana di versi, c’è una vibrazione della parola poetica che coinvolge il lettore in un’esperienza dei sensi dislocata fuori dalle convenzioni, portata in un tempo che con la sua luce dissipa quello spazio del vivere cui diamo il...

Un libro di Claudio Paolucci / Per interposta Persona

Quando il poeta statunitense Edward Estlin Cummings, nel ventinovesimo dei suoi Poems, varia sulla lingua inglese scrivendo “he danced his did” anziché “he did his dance”, non si sta solo concedendo una licenza poetica. E nemmeno, spiegano Deleuze e Guattari nel quinto capitolo di Mille Piani, l’atipicità di quest’espressione può dirsi il prodotto di una combinazione di forme linguistiche corrette. Essa, piuttosto, le modifica “strappandole al loro stato di costanti” (Deleuze & Guattari 1980). O, come amano dire i due autori, le “deterritorializza”, spingendo la lingua verso i suoi limiti. A cosa si assiste, infatti, nel verso di Cummings? A un’inversione del rapporto tra soggetto e predicato che produce una de-centralizzazione o de-localizzazione dell’intero senso della frase. Cummings non scrive “he did his dance” per dire “egli ballò” ma, appunto, “he danced his did”: proposizione difficilmente traducibile senza fare violenza alle nostre abitudini sintattico-semantiche. Si potrebbe renderla con “danzò il suo fatto”, “danzò il suo aver fatto” o, ancora, con “fece danzare quel fatto che è”. Ma, in tutti i casi, la linearità del senso si trova compromessa dalla caoticità dei...

Fincher senza polemiche / Citizen Mank

Più o meno a metà di Mank di David Fincher, Herman J. Mankiewicz (Gary Oldman) ascolta i commenti sulla sua prima stesura della sceneggiatura di quello che diventerà Quarto Potere (Citizen Kane), formulati dal co-produttore John Houseman (Sam Troughton), incaricato da Orson Welles di mantenere lo scrittore alcolizzato nei tempi previsti. Sebbene Houseman apprezzi ciò che ha letto, trova la sceneggiatura di Mankiewicz un po’ troppo contorta. «Non puoi catturare l'intera vita di un uomo in due ore, tutto quello che puoi sperare è lasciare l'impressione», risponde Mankiewicz, quasi mettendoci in guardia su ciò che non troveremo nel film di Fincher. In effetti, Mank è un’opera che rinuncia deliberatamente a essere un biopic strutturato, utilizzando un’architettura narrativa che omaggia, ovviamente, Citizen Kane, pennellando squarci della vita di Mankiewicz, disposti in modo disordinato, senza mai essere compilativo o didascalico e restituendoci, appunto, soltanto un’impressione di chi fosse realmente lo scrittore di origini polacche. Non un difetto, però, come sostiene Paul Schrader («The film fails the first obligation of telling the story of a flawed protagonist, to convince the...

Lo schermo della psiche / Al cinema con lo psicanalista

Cinema e psicoanalisi, come ci ricorda Vittorio Lingiardi nel suo Al cinema con lo psicoanalista (Cortina editore, 2020, pp. 203, euro 15) nascono insieme: “nel 1895, mentre i fratelli Lumière proiettano al pubblico del Gran Café del Boulevard des Capucines le loro scena di vita quotidiana, Sigmund Freud pubblica gli Studi sull’isteria e Il progetto di una psicologia”.   E sebbene all’inizio sia Freud a restare “completamente ammaliato” dal flusso di immagini che usciva da quella che allora, come tutti, chiamava la “lanterna magica”, con il passare del tempo, fu piuttosto il cinema a subire il fascino della psicoanalisi, specie di quella junghiana benché nella vastissima produzione di Jung, a quanto mi risulta, non si trovi mai alcun esplicito riferimento alla settima arte. Tuttavia il suo approccio al linguaggio dei sogni, più simbolico e meno semiotico rispetto a quello di Freud, è stato considerato da molti registi cinematografici più adatto a rendere l’essenza del cinema, non a caso definito a lungo “la fabbrica dei sogni”. La ragione, secondo Federico Fellini, è che “Freud vuole spiegare ciò che siamo, mentre Jung è un compagno di viaggio, uno scienziato veggente (…) ci...

Fondation Louis Vuitton di Parigi / Cindy Sherman. Una, nessuna, centomila

La grande retrospettiva dedicata all’opera di Cindy Sherman (1954) alla Fondation Louis Vuitton di Parigi non è al momento visibile. L’ho visitata poco prima del secondo lockdown; era periodo di vacanze scolastiche e le sale del museo erano piene: a malapena si riusciva a seguire il percorso obbligato, pensato per visitare la mostra senza rischi di contagio, ma che produceva al contrario piccoli assembramenti davanti alle opere più note. Gruppi di bambini immaginavano, con l’aiuto di una mediatrice, le mille possibili vite di Cindy, il personaggio di volta in volta messo in scena. Noi adulti con il volto coperto per metà, dissimulato dalle mascherine, vagavamo per le sale, colorate secondo la palette del make-up dell’artista, immersi nella bellissima scenografia che, per opera di Marco Palmieri, alternava colori, specchi e fotografie; un invito a partecipare alla mascarade, mettendoci ad ogni passo davanti alla nostra figura riflessa. Lo stratagemma, senza mascherine, avrebbe funzionato benissimo: i nostri volti di visitatori si sarebbero mescolati a quelli delle tante Cindy in mostra, come a sottolineare la performatività tanto dei suoi personaggi quanto di noi stessi, delle...

Un poeta inglese / Philippe Morre: istantanea di ippopotamo con banane

Esistono solo due raccolte di poesie di Philippe Morre: la prima solo in inglese, The Sadness of Animals (San Marco Press, 2012), la seconda invece in italiano e inglese Istantanea di ippopotamo con banane (Interno Poesia, 2019). Nonostante le nove pagine che Poesia gli ha dedicato in febbraio di quest’anno, di Philip Morre resta purtroppo piuttosto difficile reperire i libri sia in Italia che in Inghilterra. Patrick McGuinness, nel saggio pubblicato da Poesia, parla di lui come di un poeta che è la quintessenza dell’inglese. Ci sono naturalmente anche molti altri autori che hanno formato Philip Morre: Montale, Callimaco, Caproni, Bonnefoy. Forse è appunto questa la quintessenza dell’essere inglese, fin da Chaucer e Shakespeare: una capacità di nutrirsi di altri idiomi e modi di pensare. In parte accade all’inglese quello che è accaduto al greco nel mondo antico: l’inglese è progressivamente diventata una lingua diffusa nel mondo per la sua grande capacità di assorbire.   Non solo non ha un’Academie o una Crusca, ma nel lessico e nella sintassi, e soprattutto in una voracità intellettuale che l’ha trasformata nella lingua delle scienze e in un grande veicolo delle letterature...

Quaderno 7 / Corpo Celeste

Oggi ho letto Anna Maria Ortese, Corpo celeste. E adesso ricopio qui le sue parole perché non avrei parole così battenti e dirette per dire quello che preme.   “So questo. Che la Terra è un corpo celeste, che la vita che vi si espande da tempi immemorabili è prima dell’uomo, prima ancora della cultura, e chiede di continuare a essere, e a essere amata, come l’uomo chiede di continuare a essere, e a essere accettato, anche se non immediatamente capito e soprattutto non utile. Tutto è uomo. Io sono dalla parte di quanti credono nell’assoluta santità di un albero e di una bestia, nel diritto dell’albero, della bestia, di vivere serenamente, rispettati, tutto il loro tempo. Sono dalla parte della voce increata che si libera in ogni essere, e della dignità di ogni essere – al di là di tutte le barriere – e sono per il rispetto e l’amore che si deve loro.   C’è un mondo vecchio, fondato sullo sfruttamento della natura madre, sul disordine della natura umana, sulla certezza che di sacro non vi sia nulla. Io rispondo che tutto è divino e intoccabile: e più sacri di ogni cosa sono le sorgenti, le nubi, i boschi e i loro piccoli abitanti. E l’uomo non può trasformare questo...

Samp al Sotto18 Film Festival / Rezzamastrella: un killer contro le tradizioni

Tra ulivi, trulli, strade bianche di Ostuni, muretti a secco, scalinate di Gravina di Puglia, linee ferroviarie deserte, la piazza di Galatina dove non si può che ballare una ossessiva, folkloristica pizzica. Un killer attraversa questo Puglia Dreaming: boccoli lunghi agitati dal vento o dalla corsa, simile a un Cristo pasoliniano su un campo di grano tagliato, con baffo, pizzetto e volto sghimbescio, giacca rosa su corpo magro, lisergica, nervosa reincarnazione di Frank Zappa in cerca di tradizioni da uccidere, da killerare.  Samp è un assassino professionista. Inizia sparando alla madre tra le linee nette, candide, all’interno di un trullo, per poi partire a prendere ordini da un Boss di paese, non senza essersi ristorato con un cappuccino con tazzulella ‘e cafè e succhiatina alle prosperose mammelle di una diversa figura materna. Il Boss gli ordinerà vari omicidi di “gente legata alle tradizioni, che pensa e agisce in modo naturale”, antiquari, vecchie comari di piazzetta, collezionatori di cartoline del bel tempo andato, bambini che aspettano un futuro che continui il passato e perfino Riccardo, l’amico del cuore di Samp, uno che “porta avanti l’amicizia, che non è...

Saggio sul capitalismo artistico / Lavoro reputazionale: i proletari dell’immagine post-digitale

  “In questo testo non si farà un’avvocatura del lavoro dell’arte, né si parlerà dei modi in cui l’arte sia, in maniera quasi generalizzata, un settore di sfruttamento e precarietà. Piuttosto si guarderà a come le entità instabili dell’arte anticipino tendenze di sfruttamento e auto-sfruttamento”. In Teoria del lavoro reputazionale. Saggio sul capitalismo artistico (Milieu, 2020), Vincenzo Estremo chiarisce subito il punto: partire dalle aporie del sistema dell’arte contemporanea per costruire una teoria del lavoro artistico.  Il libro si dipana attorno a tre nuclei tematici – tempo, media e immagine – con numerosi esempi tratti da un’ampia cultura del visuale, in particolare dei media e dell’immagine in movimento: fra i casi citati troviamo Harun Farocki, Hito Steyerl, Cao Fei, Ed Atkins, Liam Gillick, Superflex, Forensic Architecture, Alterazioni Video, Elisa Giardina Papa, ma anche Francois Truffaut, Ermanno Olmi e Pier Paolo Pasolini, Black Mirror e BoJack Horseman. Estremo analizza tanto la rappresentazione del lavoro quanto le logiche che presiedono al funzionamento degli apparati e dei protocolli che trasformano “la classe creativa in cognitariato”.   “La...

Gallerie d'Italia: "Ma noi ricostruiremo" / Milano bombardata

Nella notte tra il 7 e l'8 agosto 1943 l'aviazione alleata sgancia le sue bombe sulla città di Milano. Replicherà con altrettanta violenza nelle notti tra il 12 e 13 e tra il 14 e 15 agosto. La Stampa del 14 agosto, scrive: “Milano ha subito un nuovo violento bombardamento. Si può dire che nessun rione, nessuna zona, nessuna strada centrale o periferica di Milano sia stata esente dal suo doloroso e sanguinoso contributo. Il centro ha avuto deturpazioni che rimarranno a testimonianza dello scarso spirito di civiltà dei nostri nemici. La periferia e i sobborghi, dal canto loro, hanno sofferto mutilazioni tali da meritare agli anglosassoni l’appellativo di gente inumana.” Milano è stata per tutto il primo novecento una città cantiere. Per sua scelta ideologica, economica, artistica. È la città dell'Esposizione Universale del 1906, del Futurismo di Marinetti, Sant'Elia e Boccioni, dei nuovi quartieri operai affidati alle migliori menti dell'architettura razionalista, dei piani regolatori “fascistissimi” degli anni trenta. Demolire e ricostruire non la spaventava, sentendosi parte di un progetto di trasformazione talmente radicale da accettare la perdita – in una sorta di partita...

Hai sbagliato foresta? / Il furore dell'identità

Tornando sempre più indietro a passo di gambero (secondo l’ottima metafora di Umberto Eco), tocca riprendere temi e rispiegare concetti che sembravano assodati, condivisi, ovvi. La società e la cultura contemporanee fanno spesso economia, per usare un eufemismo, delle faticose conquiste intellettuali e politiche che hanno contraddistinto la modernità, accogliendo con malcelata ipocrisia pose e atteggiamenti, valori e diffidenze, violenze e contese che pensavamo passate, superate, risolte. Non so se si tratta di ritorno del rimosso, com’è probabile; è certo comunque che la rinascita dell’oscurantismo – etnocentrismi, razzismi, omofobie, discriminazioni di genere – va di pari passo con le rivendicazioni identitarie che, a più riprese e su più fronti, si agitano oggi per il mondo. Identità nazionali, regionali, territoriali, linguistiche, perfino gastronomiche sono sulla bocca di tutti, spesso a sproposito o, meglio, sovente in qualità di bandiere sventolate alla bisogna per rivendicare posizioni di potere, giustificare gerarchie sociali, naturalizzare ipotetiche differenze di razza, se non, addirittura, rendere accettabili al pubblico variopinto dei media generalisti pulizie etniche...