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Victor Stoichita, l’Europa in cornice

Victor Stoichita. Homo Europæus dalla cima dei capelli alla punta delle scarpe, anche fisicamente Victor Ieronim Stoichita pare provenire da un altro tempo. Impeccabilmente, invidiabilmente parlante tutte le lingue del Continente (il suo italiano è stupefacente), è oggi fra i maestri assoluti di una disciplina, la storia dell’arte, che per sua natura abbraccia uno spazio al di là di tutte le lingue e tutte le frontiere. L’Europa in cui è nato (nel 1949 a Bucarest), quella in cui ha scritto (principalmente in francese) e insegnato (dal 1991 all’Università di Friburgo, in Svizzera) sono state, nel tempo della sua formazione e della sua maturità, per antonomasia il luogo dell’apertura e del dialogo. Lo ricorda lui stesso, in abbrivo alla bellissima conferenza (colla quale ha inaugurato nel 2018 il corso di Cultura Europea che è stato invitato a tenere al Collège de France) su Les Fileuses de Velázquez. Textes, textures, images (Fayard, pp. 52, € 12): l’etimologia di «Europa» viene da due parole greche, eurýs («largo, esteso in lontananza») e óps («sguardo, occhio»), sicché rinvia a uno sguardo esteso. L’Europa ha occhi vasti e profondi: proprio come quelli – abbaglianti di celeste...

La Dottrina del Duplice Effetto e il Covid-19 / Quale etica per l'emergenza

Due modeste proposte: tra intenzione e previsione   Per risolvere della sovrappopolazione nella cattolica Irlanda lo scrittore satirico Jonathan Swift, in un opuscolo del 1729 dal titolo Una modesta proposta, propose di trasformare il problema nella sua soluzione: ingrassare i bambini poveri e venderli come cibo ai proprietari terrieri. In un recente romanzo altrettanto satirico e pure distopico (Rossa, La nave di Teseo 2019) la scrittrice e illustratrice Chiara Rapaccini espone la soluzione immaginata dagli anziani di un paese in cui si è verificata una catastrofe atomica: succhiare il sangue dei bambini per garantire la propria sopravvivenza. Ora, non stiamo uccidendo intenzionalmente bambini per guadagnarci su e nemmeno per garantire la sopravvivenza degli anziani; stiamo però sia pregiudicando il presente sia ipotecando il futuro delle giovani generazioni, questo sì, con il lasciar loro in eredità indebitamento e disoccupazione. Che è un male, ci raccontiamo, ma aggiungiamo, per consolarci e giustificarci, un male minore.   Lo spirito delle decisioni e la disputa filosofica   «È così. È necessario che sia così. È giusto che sia così. Non può essere che così. »...

Disabilità / Gli ultimi degli ultimi

Il 22 aprile 2020 Maria Novella De Luca firmava su Repubblica un pezzo di denuncia della grave situazione di abbandono in cui si trovano 260.000 studenti con disabilità, non previsti né inseriti in alcun piano di scuola a distanza ai tempi della pandemia da Covid19. Ci si aspettava che nella task force di specialisti per la cosiddetta fase2, il cui lavoro rimane a tutti noi oscuro, ci fosse almeno una voce che si occupasse di questo tema. Invece, nel discorso tenuto la sera del 26 aprile dal premier Conte, non vi è proprio alcuna traccia della scuola, che spunta solo perché sollecitata dalla domanda di un giornalista e ottiene in risposta la paternalistica rassicurazione che “nonostante sia molto complicato faremo di tutto per riaprire le scuole a settembre”, figuriamoci se vi è traccia della questione disabilità.   Quei 260.000 studenti e le loro famiglie dovranno arrangiarsi, patire l’isolamento il doppio degli agli altri e regredire rispetto alle difficili conquiste che chi parte svantaggiato lotta per ottenere. Molti di questi ragazzi non riescono a interagire con le lezioni a distanza, per molti altri sono inadeguate e insufficienti. Si potrebbe parlare di violazione del...

Case / Ripensare l'abitare

In queste ultime settimane (ormai siamo entrati nella sesta) si sono moltiplicate sui giornali e nell’infinita giungla dei social, le immagini, le parole, i suoni e le testimonianze provenienti dall’universo domestico in cui più di metà dell’umanità vivente è reclusa. Si tratta di un fenomeno planetario come mai era avvenuto nella nostra Storia: quattro miliardi di persone, distribuite lungo i cinque continenti, totalmente connesse, chiuse in casa. È un’esperienza di cui coglieremo la potenza simbolica ed emotiva solo nei prossimi tempi, quando ricominceremo a uscire per strada. Solo allora i risultati di questo trauma individuale e collettivo globale emergeranno, decretando un cambiamento d’uso e percezione dei luoghi che sarà tutto da comprendere, decifrare ed elaborare.   Per il momento la casa è una prigione dorata per tutti quelli che dichiarano che stanno benissimo isolati e che non uscirebbero più; un buon ritiro per i fortunati che hanno deciso di rifugiarsi in campagna in attesa che l’epidemia finisca (una memoria nobiliare e contadina evidentemente appena assopita); un denso recinto familiare in cui si sono costruite lentamente complesse relazioni territoriali ed...

Presuntuosi e impreparati / Allarmi inascoltati

Nella conferenza scientifica “Ambiente e virus a mutazione genetica” che si tenne a Long Island a metà degli anni ‘80, Edwin Kilbourne – uno dei più importanti virologi americani, morto nel 2011 – propose un contributo inusuale. Kilbourne immaginava la possibilità che un nuovo pericolosissimo virus emergesse nel mondo, un virus più contagioso, letale e difficile da controllare di tutti i virus allora conosciuti. Kilbourne lo chiamò MMMV (Maximally Malignant Mutant Virus) e ne descrisse le immaginarie caratteristiche. MMMV aveva la stabilità nell’ambiente dei poliovirus, l’alto tasso di mutazione dei virus dell’influenza, la capacità di spillover del virus della rabbia e la lunga potenzialità di latenza dell’herpes virus. Ancora, si sarebbe trasmesso attraverso l’aria e replicato nelle basse vie del tratto respiratorio, come l’influenza, e avrebbe potuto inserire i propri geni direttamente nel nucleo delle cellule ospiti, come l’HIV.    Ora, SARS-COV-2 non è naturalmente il mostruoso virus immaginato da Kilbourne quarant’anni fa, ma diciamo che ci si avvicina: viaggia nell’aria con le goccioline di salive (droplet), rimane attivo a lungo sulle superfici e si moltiplica...

Mondi scomparsi / Judith Schalansky, Inventari, perdite e scoperte

Sono giorni di perdite. Di perdite così grandi, che si accumulano come macerie alle nostre spalle, e come macerie ingombrano anche il nostro sguardo sul futuro, tanto che ci sembra di non poter vedere o pensare nient’altro. Ciascuno è impegnato a contare le proprie e quelle dei propri cari, della propria comunità, e solo con difficoltà riesce ad alzare lo sguardo, a pensare a orizzonti più ampi, e quasi solo con spavento. Eppure dovremmo essere abituati alla perdita. Viviamo da sempre di cose perdute, di quelle che sono state nostre o ci hanno solo sfiorato, e di quelle che nemmeno immaginiamo che siano andate perse. Ancora macerie. Montagne di macerie, e di storie. Interi continenti che galleggiano come isole in oceani sconosciuti.  In giorni come quelli che stiamo vivendo ne ritornano a ondate, a volte con strazio o nostalgia, altre, poche, con un sorriso. Molte sono cose e momenti che avevamo cancellato come di poco conto, niente su cui valesse la pena soffermarsi, anche solo fantasie, progetti istantanei caduti immediatamente e che ora, taglienti, ne trascinano con sé altri nel varco aperto, a seguirli, tanti, e di tutt’altra natura. E poi si pensa anche ai luoghi dove...

Fritillaria meleagris

Non invidio molto agli inglesi. Ma per un prato di fritillarie (Fritillaria meleagris) sarei disposta a vendere l’anima. La prima volta fu lungo la ripa di un fosso del Magdalene College di Oxford: me ne innamorai perdutamente. Poi, quasi svenni alla primaverile visione degli ampi campi di Kew Gardens punteggiati di vinaccia. Dev’essere il mio gusto floreale, il quid di campestre che ancora alberga in me a farmi illanguidire di fronte a questa umile liliacea così rara da noi (la si trova solo nelle Alpi occidentali) e così generosa con Albione da parere comune e persino trascurabile agli occhi dei suoi abitanti.  Le fritillarie – badate bene: le meleagris e non le imperialis, varietà sontuosa assurta agli onori persino di un dipinto di Van Gogh – sono per me altrettanto desiderabili delle allegre blue bells (Hyacinthoides non scripta) che, con quelle, oltre Manica fioriscono in contemporanea e ammantano d’azzurro il sottobosco con la medesima prestanza propagatrice.    Dopo qualche fallimento e con molta tenacia, sono riuscita a trovare un angolo fresco del giardino dove una sparuta pattuglia di queste insolite campanule pare cavarsela discretamente. Nulla al...

Una pedagogia politica per la scuola senza classe / Una scuola per l’emancipazione

Il sistema scolastico è scomparso dalla discussione pubblica. Il dibattito si concentra sulle filiere produttive non sugli studenti. Su bambini e adolescenti è calato un gelido silenzio come ha rilevato acutamente Chiara Saraceno. Dopo una prima fase segnata da una forte e comprensibile emotività caratterizzata da sovrabbondanza comunicativa in merito all’attivazione della didattica a distanza (Dad), istruzione e formazione si sono eclissate tra gli addetti ai lavori. Altre sono le priorità.  Le ragioni sono molteplici. Pesa la distribuzione demografica della popolazione italiana, così come una storica debolezza delle politiche educative in questo paese; ma anche una risposta ministeriale che, pur nelle comprensibili difficoltà, non è sembrata all’altezza. Si è già discusso in questa sede della nota ministeriale 388 che ha generato una vivace discussione per le implicazioni esplicite e implicite che conteneva.   Il recente decreto 22 ha introdotto l’obbligo per il personale docente di assicurare «comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza» per garantire – come recita la relazione tecnica di accompagnamento del decreto – «per il tempo dell’emergenza...

Pensatori acrobatici e funamboli / Il virus che sfugge alla presa dei saperi

L’antropologo Clifford Geertz parla dell’uomo come di “un animale sospeso a ragnatele di significato che lui stesso ha filato”. Che cosa accade quando la trama di queste ragnatele viene lacerata? Non è difficile immaginarlo, è già accaduto, e non smette di accadere: l’animale-uomo precipita, con le sue costruzioni e i suoi azzardi mentali, nell’abisso che da sempre è aperto sotto i suoi piedi.  Augusto Placanica, storico e filosofo delle catastrofi, parla di un’onda lunga dei terremoti, un effetto a distanza, una crepa invisibile nel tessuto del pensiero, che spinge a riconsiderare il suo ambito d’azione e le sue stesse possibilità. Prendiamo il terremoto di Lisbona del 1755, di cui ha recentemente parlato anche Gabriele Pedullà su “L’espresso” del 19 aprile. Nel 1751, inizia la grande fioritura dell’Illuminismo, con il monumentale disegno dell’Encyclopédie diretta da Diderot e d’Alembert. La luce dei Lumi comincia a diffondersi fino al momento in cui, nella città di Lisbona, alle 9.30 del 1 novembre, la terra trema, torna l’oscurità, e la Storia pare scivolare all’indietro. L’orizzonte si fa buio: “Che può lo spirito vedere all’orizzonte? Nulla: il libro del Destino si...

Memoria e immaginazione / I tanti 25 aprile di Italo Calvino, partigiano

Ettore si reca insieme ai suoi compagni Bianco e Palmo a Valdivilla dove quel giorno scoprono un cippo dedicato ai partigiani caduti nello scontro nella località delle Langhe. In quel luogo hanno combattuto tutti e tre. Adesso, rientrati nella vita quotidiana dopo i venti mesi sulle colline a sparare a fascisti e tedeschi, non si sono trovati un lavoro normale come tutti gli altri; si sono messi invece a campare di traffici e estorsioni a ex fascisti. Bianco e Palmo appaiono emozionati e si muovono con scatti infantili, puntano il dito dappertutto e hanno “gli occhi piccoli e lustri”. Nei loro sguardi Ettore legge “il barbaro sentimento che quelli erano stati tempi felici e che il destino sarebbe stato ingiusto se non gliene riservava un altro pezzo prima di morire”.  Così comincia l’ottavo capitolo di La paga del sabato, il romanzo breve di Beppe Fenoglio pubblicato postumo nel 1969, scritto negli anni Cinquanta, dove si racconta il difficile dopoguerra di un ex partigiano, Ettore. Vent’anni dopo Italo Calvino racconterà un episodio simile, non più però nella finzione romanzesca ma nella realtà quotidiana. L’articolo dello scrittore ligure appare su “il Corriere della Sera...

25 aprile / Piazzale Loreto. Immagini di una strage

La prima foto è stata scattata il 10 agosto del 1944 in Piazzale Loreto, a Milano. Si vedono degli uomini privi di vita, riversi sul marciapiede. Sono stati appena fucilati, qualcuno è caduto sul corpo dell'altro. Li circonda una folla di cittadini, qualcuno si sporge per vedere, altri distolgono lo sguardo. Chi erano? Quindici "comunisti e terroristi", fino a poche ore prima detenuti del carcere di San Vittore "senza alcuna imputazione di reati specifici", come precisa Silvio Bertoldi. Più semplicemente, degli antifascisti. Tra loro il più giovane è Renzo del Riccio, friulano di Udine, operaio di ventuno anni, e il più anziano è Salvatore Principato, siciliano di Piazza Armerina, maestro elementare, cinquantaduenne.      La fucilazione, eseguita da un plotone della brigata Muti e comandata dal capitano Pasquale Cardella, è una rappresaglia, un atto dimostrativo deciso dal comando nazista nelle persone del maggiore Rauff e del capitano Theodor Emil Saevecke, da allora chiamato il boia di Piazzale Loreto. È lui, negli uffici della Gestapo, a compilare la lista dei prigionieri che saranno prelevati dal carcere all'alba, trucidati in pubblica piazza e lì abbandonati...

Calpestare lo spazio pubblico / Controcanto per la città in attesa

Scrivo dalla città di Lorenzo Da Ponte, la mia, Vittorio Veneto.  Anche qui è ammutolente, biblica e fulminea questa transizione dalla febbre del nomadismo urbano a quella statuaria del coronavirus, e il paventato nesso causale tra inquinamento dell’aria e diffusione della pandemia mi inquieta. Siamo tutti bloccati sulla soglia di casa, o alla finestra sulla città. Negli occhi le immagini che da bambini fissavamo per ore sopra lo schienale del treno, quando ancora la fantasia superava la realtà e quegli scatti puliti di luoghi svuotati (non vuoti) sembravano figli della sola estetica fotografica. Quello era per noi un viaggio nel viaggio, sovrapposti com’eravamo tra la città di partenza, le tante “città del treno”, la città in transito fuori dal finestrino e la città di arrivo.    In questi giorni è facile giocare con la macchina del tempo, tornare a quelle immagini e interrogarsi se sia il nostro stesso modello urbano a colpire; se sia sufficiente condannare i decenni passati (non noi …) per aver prodotto città troppo fordiste e poco ambientaliste, troppo grigie e poco verdi, troppo ciniche e poco civiche. Il dubbio è legittimo, le battaglie ambientaliste e le...

Coltivare l'immaginario / Le humanities e il coronavirus

Un anno fa, di questi tempi, imperversavano le rievocazioni del primo sbarco sulla Luna. Cinquant’anni dall’impresa dell’Apollo 11: i tre cosmonauti Armstrong, Aldrin e Collins, la notte della diretta, Ruggero Orlando e Tito Stagno, un piccolo passo per un uomo un grande balzo per l’umanità, eccetera. Dal 2019 al 2020 è cambiato tutto. Lungi dal celebrare le conquiste spaziali, ci troviamo ora a fare i conti con la riscoperta della nostra natura terrestre. Non solo perché la nostra sopravvivenza è ovviamente legata a ciò che accade sull’intero pianeta, ma perché abbiamo dovuto prendere atto del carattere intrinsecamente simbiotico della nostra condizione. La sorte di ogni individuo dipende dalla sorte dei suoi consimili: il singolo è parte della specie. Di più: la specie umana interagisce di continuo, in infinite maniere, con le altre specie viventi. D’improvviso ci siamo accorti che la nostra salute può dipendere dall’estinzione di specie animali e vegetali di cui non ci siamo mai curati, dal dissesto di ecosistemi lontanissimi dal luogo dove abitiamo, dalla deforestazione e dalla distruzione di habitat remoti nei quali mai avremmo messo né mai metteremo piede.   Del resto,...

Interventi / Il teatro di domani

Ormai lo sguardo di tutti è volto alla ripresa. C’è voglia di bruciare la lunga pausa di questi giorni. L’ultimo settore a riaprire, è stato variamente annunciato, sarà quello dello spettacolo dal vivo, uno dei più sconquassati da questa crisi, non sappiamo se in grado di riprendersi. Lo diceva già Artaud: il teatro è il luogo del contagio. Lui pensava a qualcosa che ti prendeva nel profondo di tutti i sensi e di tutte le facoltà e cambiava la vita. Noi siamo stati abbastanza stravolti da questa nuova peste e non sappiamo come rimettere insieme i pezzi di un mondo la cui precarietà è balzata agli occhi perfino di chi non voleva vedere. Un’altra cosa è diventata sempre più evidente: in tutti i discorsi sul paese e sulla sua ripresa pochissimi sono quelli che si interrogano sul futuro dello spettacolo e della cultura e su quello di artisti, tecnici, organizzatori e dei professionisti che si muovono in questi campi… Per provare a guardare nella sfera di cristallo siamo partiti dalla suggestione di una lettera aperta di Oberdan Forlenza, già capo gabinetto del Ministero dei beni e delle attività culturali, ora presidente della Fondazione Teatro Due di Parma, intitolata Teatro domani....

Pensiero divergente / Svezia e Corea: due modelli

Cosa può insegnarci il modello Svedese? di Simone D'Alessandro   La spinta gentile contro la cultura dell’autoreclusione sorvegliata   Quando è scoppiata l’emergenza Covid-19 in occidente, le nazioni Europee hanno preso strade differenti, condizionate dai propri riferimenti etici, valoriali e culturali: paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia – successivamente Francia, Danimarca, Norvegia e Finlandia – hanno deciso di fare il cosiddetto lockdown, consistente nel chiudere gran parte delle attività economiche e isolare i focolai, invitando la popolazione a restare a casa, optando per un approccio morale deontologico universalista. Si è deciso di seguire la massima universale: tratta le altre persone come fini in sé e mai come mezzi per un fine, perché ogni vita è unica e merita di essere salvata. Nel fare questo le nazioni sono state evidentemente influenzate dal dettato costituzionale, derivato dal retaggio culturale cristiano e dalla teoria morale deontologica kantiana, consistente nella volontà di prendersi cura di tutti, prescindendo da età e condizioni di salute pregresse.     Al contrario il Regno Unito ha, inizialmente, optato per un modello basato...

Speciale Fellini / Luci del varietà: una giostra d’amoooooor

Cento anni fa, il 20 gennaio 1920, nasceva a Rimini Federico Fellini. Lontano dalle celebrazioni, su doppiozero vogliamo raccontare un regista-antropologo che ha saputo penetrare come pochi altri l’identità (politica, storica, sessuale) italiana. Uno sguardo critico e al tempo stesso curioso, da “osservatore partecipante”, che si affianca a quello di tanti altri intellettuali e artisti (da Leopardi a Gramsci, da Salvemini a Bollati) che negli ultimi due secoli hanno cercato di spiegare quello strano oggetto chiamato Italia.  Abbiamo voluto raccontare Fellini attraverso i personaggi e i luoghi dei suoi film: dallo Sceicco Bianco a Casanova, da Gelsomina a Cabiria, da Sordi a Mastroianni, dalla Roma antica a quella contemporanea, passando ovviamente per la provincia profonda durante il Ventennio fascista. Una sorta di “album delle figurine” per aprire nuovi sguardi su un cineasta forse più amato (e odiato) che realmente studiato.   La canzoncina la sentiamo intonare da fuori del teatro, dove si avanza nella notte, piegato in due, un vecchio che guarda i manifesti dello spettacolo: “Ho trovato il mio pappagallo, / bello bello, bello bello/ verde e giallo e col becco a rollo...

C’è vita tra gene e meme / Una tempesta perfetta

L’espressione “andrà tutto bene” è diventata ormai inopportuna, persino insopportabile.  Come può essere diversamente se l’esperienza nega una frase a lungo esibita come un mantra sulle vetrine, sui balconi, sui media, sui social.  Un’espressione diventata rapidamente virale... cos’altro è se non un meme? Nient’altro che un espediente contro l’oscurità che abbiamo intorno.   Bisognerebbe essere Jorge Borges per poter distillare in versi la paura del buio, lui destinato infine a diventare cieco, consapevole di essere di padre, nonno, bisnonno divenuti ciechi. “Questa penombra è lenta e non fa male; scorre per un mite pendio e somiglia all’eterno. Gli amici miei non hanno volto, le donne son quello che furono in anni lontani... non hanno lettere i fogli dei libri”. Una paura che il grande scrittore argentino ha distillato in versi come nelle sue ossessioni narrative: il tempo, lo specchio, i labirinti reali e quelli della metafisica con cui ha accompagnato i suoi racconti. Sono ossessioni diverse per la stessa paura, confuse e sovrapposte nelle forme dell’invisibile, dell’ignoto, dell’incomprensibile o delle sue deformazioni (lo specchio). Per chi Borges non è, resta...

Mostre virtuali / Raffaello in PDF

Ricomponendo le disiecta membra dell’arte classica Raffaello Sanzio fa rivivere l’antico nel presente, inaugurando la Maniera moderna. Ogni sguardo che il presente getta sul passato inevitabilmente lo ristruttura, lo ricompone, mentre il passato stesso illumina il presente e lo irradia da lontano. Raccontando a ritroso la vita dell’artista, la mostra Raffaello. 1520–1483 inverte la direzione del tempo disorientando, come la superficie del nastro di Möbius, che non ha un sotto e un sopra, un interno e un esterno, un inizio e una fine. Ad accogliere il visitatore all’inizio della mostra allestita alla Scuderie del Quirinale è infatti una fine: la riproduzione in scala 1:1 del monumento funebre dell’artista morto a 37 anni. A causa delle restrizioni imposte dalla pandemia la visita è solo virtuale: video-racconti, approfondimenti e incursioni nel backstage.    Fermo immagine tratto dal video Rematerialising the tomb of Raphael, in Raffaello oltre la mostra.   Fermo immagine tratto dal video Il backstage della mostra Raffaello 1520-1483, in Raffaello oltre la mostra. Il backstage della mostra RAFFAELLO 1520-1483 mostra il lavoro degli operai impegnati nel trasporto...

III / Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.   Romano Madera, psicoanalista   1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.   Intanto grazie a Doppiozero per avermi invitato a rispondere a queste domande che possono servire a inquadrare il famoso cigno nero. Vorrei però provare a guardarlo secondo una prospettiva anamorfica: un “cigno periodico trasformista”, che ogni tanto appare sotto le forme di virus, ogni tanto di guerra, ogni tanto di conti economici e finanziari che non tornano. Ogni sempre, invece, in catastrofi sociali e psichiche di parti consistenti degli umani.  La disuguaglianza sociale sta crescendo da decenni. Dalla crisi del 2008 non si è certo usciti invertendo la tendenza, sempre più evidente dagli anni Ottanta in poi. Basta uno sguardo alle tabelle del World Inequality Report del 2018. Se solo...

Dalla finestra / Lombardia zavorra?

14 aprile – Dopo una Pasqua a base di esibizioni muscolari della polizia (elicotteri, droni, posti di blocco, inseguimenti spettacolari, riprese dall'alto di terrazzi e balconi) e notizie di falsi esodi verso le seconde case pompate dalle fanfare della propaganda, sembra incrinarsi il patto di fiducia fra cittadini e Stato. Tu mi sospetti in maniera ingiustificata, mi controlli fin dal cielo, mi sanzioni per ogni scemenza, insomma non ti fidi di me, mai, e io dovrei continuare a fidarmi di te? Anche a fronte di notizie terribili sulla gestione confusa e scomposta, pericolosa fino a diventare mortale, di situazioni delicate, che continuano a uscire grazie, finalmente, alle inchieste? Non più. Cambiano un po' di cose. Davvero.   17 aprile – Si apre la pratica “Lombardia”. Si aprono le inchieste della magistratura, cominciano a uscire corpose inchieste giornalistiche, soprattutto sulla situazione case di riposo. Si discute del disastro Lombardia. C'è chi parla di superbia punita, di karma, di punizione divina per la troppa spocchia, di schadenfreude, c'è chi rinfaccia i discorsi odiosi sentiti troppe volte dal nord nei confronti del sud.   Il paese è spaccato. C'è una parte...

Un abbozzo di diario / L’università pubblica a distanza

Ho trascorso l’intera mattinata di sabato 28 marzo 2020 a smanettare su Microsoft Forms, un applicativo della suite di Office 365 alla quale è abbinata anche Microsoft Teams, la piattaforma sulla quale, dal 9 marzo scorso, si è di fatto trasferito l’ateneo di Palermo, nel quale lavoro: la didattica, certo (lezioni curriculari, lauree, seminari, ricevimento studenti…) ma anche l’attività cosiddetta gestionale (riunioni di commissione) e le adunanze degli organi collegiali (senato accademico, consiglio di amministrazione, consigli di dipartimento e di corso di studio). A suggerirmi l’utilizzo di questo programma era stato il mio amico di vecchia data Renato Lombardo, collega docente di Chimica fisica a Unipa, il quale si è prodigato a realizzare un tutorial e a diffonderlo sulle pagine social giusto quel sabato mattina (su Facebook, tra gli altri, proprio all’inizio della quarantena, è stato creato il gruppo “C’è vita (digitale e non) su Unipa”, che si è rapidamente popolato), venendo in soccorso a decine di colleghi comprensibilmente spaesati, malgrado il lavoro di assistenza, generoso e in molti casi davvero straordinario, offerto ai docenti dai tecnici dei dipartimenti.   Mi...

Il sorriso di Kanye West

Sappiamo dei limiti della nozione di contagio quando si esce dal dominio biologico, ma il virus raccontato è comunicativamente virale, perché come un gas nobile satura ogni spazio a disposizione, satura le nostre conversazioni, perché è l’hot topic, scioccante e divisivo. Perché ci riguarda tutti.  Se i social sembrano essere completamente monopolizzati dal virus (sappiamo che ognuno è immerso in una bolla comunicativa fatta a propria immagine e somiglianza, ma adesso tutte appaiono come collassate le une sulle altre), accendere la TV in questi giorni e dare uno sguardo al palinsesto d’intrattenimento è altrettanto straniante: a trasmissioni registrate prima della quarantena, e quindi equipaggiate del consueto pubblico in studio, si alternano talk show in cui il presentatore si trova solo in uno studio vuoto; a pubblicità che ci urtano – anche se magari non vogliamo ammetterlo – per come ignorano, incolpevoli, la contemporaneità (mostrando strade affollate e gente che viaggia, nessuna traccia della mascherina che è diventato il correlativo di queste settimane), ne seguono altre in cui il payoff del dato brand ammicca, un po’ come in una distopia alla The LEGO movie, ai vari #...

Strati / L'empatia, nel bene e nel male

Pochi giorni prima dell’infuriare del virus in Europa, e in Italia in particolare, avevo scritto un possibile inizio di questo articolo e ora non posso fare a meno di riportarlo come una sorta di testimonianza fattuale di un prima che oggi forse non c’è più. “Nell’aria – dicevo – c’è come un sentore di disgregazione, cresce un’allerta psicologica contro ciò che separa, divide e allontana. Viene da alzare la voce per lanciare un sincero ‘Teniamoci stretti!’ per affrontare una sensazione forte di smarrimento, per un incombere di paure generiche che si intersecano con quelle personali di ognuno di noi. Insomma: teniamoci stretti perché tutti abbiamo bisogno di tutti.  Per questo viene naturale riflettere sull’empatia, sulla qualità che, nel bene e nel male, ci tiene insieme.” Eravamo intorno alla fine di febbraio. E solo pochi giorni dopo l’esplosione dell’epidemia, Mariangela Gualtieri in Nove marzo duemilaventi ci ha detto, con grandezza: “ci dovevamo fermare. / Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti / ch’era troppo furioso / il nostro fare. Stare dentro le cose. / Tutti fuori di noi.”    Quello che ora stiamo vivendo, che forse sarà uno switch epocale, tocca anche Critica...

Hsieh Tehching, la reclusione come arte / Il tempo in gabbia

La gabbia di legno, tre metri per tre e ottanta, per due metri e mezzo d'altezza, delimita un angolo del piccolo appartamento. Dentro c'è soltanto una brandina, un lavandino e un secchio. Disteso sulla brandina, un giovane dai tratti asiatici vestito di bianco, con un nome e due numeri stampigliati sul petto: Sam 93078, Hsieh 92979. Si direbbe un prigioniero in carcere, ma quella non è una prigione e il giovane non è stato arrestato.     Siamo a New York, nel 1978. L'appartamento è al piano terra, nel vecchio quartiere industriale a sud di Canal Street che solo da qualche anno aveva cominciato a essere chiamato Tribeca e ad attirare artisti squattrinati. Anche il giovane sulla brandina è un artista, o meglio: un aspirante artista, molto squattrinato e molto emarginato. È un immigrato illegale, un taiwanese arrivato nella Grande Mela clandestinamente quattro anni prima. Per sopravvivere, senza documenti e senza nemmeno conoscere la lingua, aveva fatto lo sguattero dodici ore al giorno in un ristorante di Soho. E in quei quattro anni a lavare piatti e passare lo spazzolone sul pavimento, aveva continuato a rimuginare su come realizzare il sogno per cui era arrivato lì,...