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Scienze

(283 risultati)

Il costo della Terra / Abbiamo ancora un futuro?

Ogni giorno, da più parti, si levano voci autorevoli ad avvertire che siamo giunti a un momento cruciale e unico nella storia del nostro pianeta; il suo futuro è nelle nostre mani, perché l'attività umana può renderlo inabitabile o, nell'ipotesi migliore, desolato. Tutto dipenderà dalle scelte che l'umanità intera, soprattutto i Paesi più ricchi, faranno non domani, ma oggi. Il punto di non ritorno, quello in cui avremo messo in moto una macchina che non potremo più fermare è veramente alle soglie. Sapremo essere all'altezza di una simile responsabilità? Alexis de Tocqueville, parlando della fine delle società aristocratiche, sosteneva che la ragione fondamentale della loro caduta fosse stata il fatto che gli aristocratici non erano più degni di governare. In realtà pensava che questo fosse vero a un livello più generale e che il potere si perde quando non si è più degni – non semplicemente capaci – di esercitarlo. La sua osservazione mi pare molto appropriata a una riflessione sulla situazione odierna, infatti è molto probabile che l'umanità avrà un futuro solo se dimostrerà di meritarselo. Se non agiremo con saggezza, lungimiranza e responsabilità il nostro pianeta non potrà più...

Manipolatori della gravità / Per noi entusiasti del volo

Luci viste dallo spazio. Cittadini alle strette, impiegati malpagati, cuori palpitanti, fiduciosi del rosario, fidanzate insoddisfatte, rivoluzionari mancati (e chi non fosse in elenco pur sentendosi in diritto, abbia la pazienza di aggiungere in calce il proprio nome), voi tutti insomma, noi tutti per essere precisi, non disperiamo: l’ora del viver leggero si appresta. Imminente e radiosa. Plausibile ed elegante. Come non mai.  Si sa, nella vita ognuno contribuisce come può all’avverarsi dei propri desideri: letterine sotto il cuscino, speranze in soffitta, segreti nel cuore. Schiacciati dal peso del trantran quotidiano, del resto, non sembra ci resti molto altro da fare. Dalle nostre parti i giorni si presentano gravosi e opprimenti: non più l’agile elefante che la cosmologia zen vedeva in equilibrio su una zampa – mistico e leggerissimo – a reggere sereno i destini del mondo. No, nulla di tutto questo. Semmai l’opposto: un pachidermico rinoceronte di ritorno dall’era glaciale (o più probabilmente dal bancone surgelati del supermercato vicino casa) che si siede noncurante sulle nostre vite schiattandole sotto il peso di un interminabile elenco d’incombenze in scadenza (...

Cosa significa essere umani / Uno, nessuno, centomila

Ma non eravamo uno, unitario, stabile e immodificabile? No, pare che ci siamo moltiplicati? Ma dov’è, o meglio dove sono, allora? Ma chi, di cosa parli? Di me, di te, di cosa vuoi che parli. Beh! Te, me, non è poi così facile stabilire dove finisci tu e comincio io. E il contesto, poi dove lo metti? E dove metti quello che siamo e facciamo senza esserne coscienti? Mi confondi e non ti seguo, mi inquieti! Smettila! Vedi, basterebbe che ti chiedessi da dove viene la tua inquietudine: da te, da me che ti parlo di queste cose, dal tuo inconscio. E dov’è l’inconscio? Non è mai stato possibile localizzarlo o localizzarli, perché di questi tempi c’è chi dice che ne abbiamo più di uno. Eh! Ma questo è un problema. E poi di cosa è fatto o sono fatti? Niente di materiale, pare. Accidenti, sempre più difficile. Come si fa a parlare di qualcosa di invisibile? Ma è vicino, lontano, dentro noi, fuori? Troppe domande in una volta sola. Ne basterebbe una per creare confusione, figurarsi così. Eh, sì; già per noi esseri umani è difficile fare i conti con l’invisibile, con l’immateriale e con tutto quello che è lontano. Siamo evoluti come specie umana avendo dovuto vivere o sopravvivere con una...

Storia e scienza del dialogo interiore / Le voci dentro

Immaginate di essere seduti in metropolitana all'ora di punta, tra molte persone pigiate l'una contro l'altra. Qualcuno legge, qualcuno ascolta musica o parla al telefono; i più guardano da qualche parte senza fare niente di particolare, con gli occhi un po' vitrei di chi sta pensando ai fatti suoi. Improvvisamente vi mettete a ridere con una risata leggera, non troppo forte, ma sufficiente ad attirare gli sguardi dei vostri vicini per un momento. Nessuno si stupisce, anche se non c'è nulla attorno a voi che sembri giustificare il vostro atteggiamento. Come mai la vostra risata, solitaria e immotivata, non suscita meraviglia né altro? Perché le persone attorno a voi capiscono subito che dovete aver pensato a qualcosa di divertente e siccome si tratta di un'esperienza comune, tutti interpretano correttamente la vostra reazione.   Nel saggio Le voci dentro. Storia e scienza del dialogo interiore (Raffaello Cortina Editore), lo psicologo Charles Fernyhough, docente alla Durham University e direttore di un progetto di ricerca sulle voci interiori, comincia con questo esempio un'indagine sulla natura, l'origine e lo scopo di quell'attività universale che è il pensare. Partendo...

La mente fragile / Cosa (non) sappiamo di demenza e linguaggio

Maria è diventata una storia. E, attraverso di essa, nuovamente parla. In verità di parlare ancora non ha del tutto smesso, è dire a risultarle complesso: esprimersi è una parola. Spesso ha difficoltà a condire: pure il condimento è linguaggio, comunicazione, sapere di sapore. Dire ha significato dalla sua radice, dalla radice indoeuropea “dic”: “dire” vuole dire “mostrare, indicare”. Difatti quando Maria parla ma non dice, indica. Se sbaglia a condire, ci pensa il suo sposo a correggere: in principio non la riconosceva: ha imparato a riportare in pari la comunicazione che fa acqua, a riempire i vasi comunicanti dei nervi ora spezzati. Maria se non dice almeno parla perché “parlare” ci fa parabolani, persone che costruiscono un linguaggio di similitudini, di immagini. “Il linguaggio, prima di significare qualcosa, significa per qualcuno”: secondo Lacan la parola si realizza nell’incontro con l’altro. Maria ogni giorno rivede l’altro, l’altro da sé, lo sposo rimasto intatto che raccoglie i suoi pezzi e riaccorda, acconcia la parte rotta del pensiero. Quest’altro che le è rimasto accanto la sostiene senza fronzoli, soltanto restando: insieme è dirsi senza parlare.   «Le varie...

Lucrezio, Pascal, Ada Byron e Einstein / La scienza va a teatro

In questa raccolta di pièce teatrali, Giuseppe O. Longo si fa portavoce di un’eredità antica quanto il teatro, a partire dal Prometeo di Eschilo, nel quale per la prima volta la scienza varca le soglie del teatro, si impossessa del palco e vaticina all’uomo quello che sarà il suo futuro. Prometeo era l’amico dell’uomo. Era il progresso da sempre ricercato e inseguito, la ribellione al dominio divino. Prometeo portò agli uomini la sete di potere, la brama di un progresso al contempo dono e maledizione, che avrebbe accompagnato il genere umano attraverso i secoli, conducendolo dritto verso la propria probabile distruzione. Prometeo ci portò il fuoco, e con esso il nostro peccato originale. Il titolo stesso dell’opera, La scienza va a teatro (Trieste, EUT edizioni, 2017), implica una dicotomia, che Longo ha tutta l’intenzione di superare, tra quelle che sono due parti fondamentali dell’essere umano. Da che il teatro esiste ha sempre avuto come scopo quello di raccontare l’individuo, di estremizzarne l’esistenza dalle più grottesche facezie del comico ai più alti eroismi del tragico. E questa dicotomia appartiene al genere umano, e in essa inevitabilmente vive la propria tragedia....

Le regine dei decori / Bacche per Natale

Brillano di giallo citrino le corone di spighe florali, nettarine e profumate, della Mahonia “Charity”, si posano piene di grazia sul buio delle foglie le corolle delle camelie Sasanqua, e i boccioli delicati del ciliegio invernale (Prunus subhirtella “Autumnalis”) si schiudono intrepidi sui rami nudi. Non è del tutto addormentato il giardino d’inverno, e in dicembre non si abbiglia solo di rari fiori che sfidano il gelo ma anche di bacche multicolori, regine dei decori natalizi, che vanno tenute in considerazione nel progetto dello spazio verde.      Ci sono arbusti magici dalle foglie persistenti che nei mesi freddi portano insieme fiori e frutti come l’amabile corbezzolo (Arbutus unedo): dondola grappoli di campanelle di cera e commestibili bacche vermiglie; o il Viburnum tinum, il più schietto e generoso tra i molti esemplari della sua tribù. I suoi nuovi corimbi sono pronti ad approfittare del sole sparagnino del solstizio d’inverno per aprirsi in deliziose stelline bianche spruzzate di rosa; a fianco i più âgés si esibiscono in drupe di un superbo blu metallico da copiare per la mise del veglione di San Silvestro.   Ma se volete cogliere rami davvero...

Christopher Bollas / L’età dello smarrimento. Senso e malinconia

Ha già fatto parlare di sé questo libro di Christopher Bollas dedicato allo “smarrimento”, stato d’animo che caratterizzerebbe le tinte fenomenologiche del nostro presente. Non mancano commentatori e recensori entusiasti che hanno in proposito tentato di distillarne il contenuto e raccontane le tesi principali. Tuttavia, pur condividendo buona parte delle analisi contenute nel testo, non tutto in questo libro appare convincente. Dico questo anche per evitare di essere collocato, con una sorta di automatismo cognitivo, in una benevolenza che di solito appartiene, anche suo malgrado, al recensore di un’opera. Il giudizio di Bollas sulla nostra epoca non lascia infatti adito a confusioni: il nostro sarebbe il tempo in cui la soggettività perde ogni riferimento con il mondo e non riesce più a progettare e realizzare un progetto collettivo di umanizzazione. Posizione, questa, che segnala una giusta preoccupazione ma che al contempo reagisce ad essa con una dose eccessiva di nostalgia e rimpianto. È quindi opportuno provare ad affrontare questo testo (di piacevole ma non facile lettura) mettendo, da un lato, in risalto alcune delle sue innegabili qualità interpretative e, dall’altro,...

La fragilià della scienza / Le illusioni della certezza

Il nuovo saggio di Siri Hustvedt rilancia l’eterno dibattito mente-cervello, ricostruendo il percorso storico e culturale sulle errate certezze scientifiche, frutto di ostinate convinzioni.   Natura e cultura, mente e corpo, gene e ambiente: sono termini da unire completamente o distinguere nettamente? Se provassimo a estrarre l’intelligenza umana dal corpo, l’elemento immateriale, cosciente e generativo, potrebbe aver luogo in altre forme? Quando parliamo di aree del cervello specializzate in funzioni, stiamo dicendo il vero o mentiamo per semplificare la trasmissione della conoscenza nei confronti di un’opinione pubblica in cerca di verità dogmatiche, rischiando di produrre false convinzioni?  Ognuno di noi potrebbe stilare una lista di cruciali interrogativi dopo aver letto l’ultimo libro di Siri Hustvedt – scrittrice, ricercatrice ed esperta di neuroscienze – intitolato Le illusioni della certezza e pubblicato in Italia da Einaudi nel 2018.  Limitiamoci, per il momento, all’approfondimento esplorativo di questi primi tre quesiti, per darvi l’abbrivio alla lettura di un saggio che capovolge il modo consueto di considerare la scienza. Se avessimo il coraggio di...

Vegliare il tempo / Lune artificiali e gli insegnamenti della notte

Da bambini si ha terrore del buio; tra tutte le paure forse la più comune, certo la più istintiva e primordiale. Oggi è una paura più difficile da provare, tanto meno da vivere, confusa dentro una modernità che ci appare spesso sfavillante.   C’è peraltro qualcosa di innaturale nella moderna abitudine alla luce artificiale: occorre un evento imprevedibile come un’interruzione della rete elettrica per comprendere appieno questa assuefazione. Di colpo ci ritroviamo catapultati in una condizione dimenticata, da milioni di anni dalla nostra specie, da qualche anno o da qualche decina nella nostra vita personale. Del resto, aver bucato l’oscurità è stata una delle rivoluzioni, forse la più importante, nella nostra evoluzione culturale, l’addomesticamento del fuoco nel mito di Prometeo è lì a ricordarlo in un racconto trasfigurato ma che un giorno fu storia, anzi preistoria, circa un milione e duecentomila anni fa, sembra. Ce lo ricorda in alcune pagine Bruce Chatwin quando nel 1984, presso la grotta di Swartkrans in Sud Africa e affiancando per alcuni giorni gli scavi del paleontologo Bob Brain, è testimone della scoperta del primo focolare e con esso della “nascita” della...

Prima che sia troppo tardi / Come acqua nella sabbia

L’acqua mancherà. Come leggende portate da viaggiatori stanchi cominciamo a sentire che l’acqua sta mancando, ma sta mancando in posti così lontani che le nostre docce continuano a scorrere come fontane e i nostri prati in giardino sono lucenti e floridi. Queste leggende tristi e fantasiose raccontano di falde inquinate, di deserti che avanzano, e alcune storie assurde sembrano l’eco di distopie e complotti, in cui i prìncipi del profitto e gli oligarchi della notte si stanno accaparrando tutte le fonti della terra. Alcuni di loro starebbero costruendo delle dighe immense, che asciugano a valle le terre dei popoli poveri. Altri starebbero chiudendo come casseforti l’accesso a immensi laghi sotterranei, in attesa di aridità future, per spillare col contagocce e a caro prezzo l’elemento essenziale della vita. Ma non adesso, vero? Forse domani, o in un remoto dopodomani che non ci tocca. Invece sta accadendo adesso, e non c’è nemmeno bisogno di imbavagliare Cassandra, perché quasi tutto nel nostro presente ci ha educato alla Grande Ucronia. La macroeconomia, che un tempo ragionava in termini di decenni, si accontenta oggi di prevedere un trimestre, il consumismo neoliberista ci...

Scotano / L’albero della nebbia

«Hai mai visto il Carso in autunno, quando gli scotani sembrano prendere fuoco?», mi chiede Nicola, il giovane amico appassionato di piante e fiori. L’immagine innesca in entrambi un cortocircuito analogico: sarà mica stato uno scotano (Cotinus coggygria) il cespuglio di Mosè, che ardeva senza mai consumarsi?  In vero, l’angelo di Dio appare in un «roveto ardente» («et videbat quod rubus arderet et non conbureretur», Ex, 3, 2): ma, forse, tra la flora del monte Oreb è rubricato anche il nostro arbusto caducifoglio delle Anacardiaceae. Le sue radici tenaci son fatte per abbarbicarsi all’aspro delle rocce, insinuarsi in suoli magri e calcarei, anche in quelli desertici e subdesertici, dal bacino del Mediterraneo fino all’Asia centrale. Tant’è che un humus troppo ricco e irriguo ne favorisce lo sviluppo vegetativo inibendone la colorazione autunnale, uno dei pregi estetici che l’ha eletto a specie ornamentale di parchi e giardini.      Ma non fantastichiamo troppo. Lasciamo al passo biblico l’aura del miracolo che gli è propria.  Cespuglio dal portamento variabile – dal globoso all’espanso a seconda dell’esposizione e della qualità del terreno – il Cotinus...

Diagnosi / La malattia e i suoi nomi

Mia nonna materna è morta di cancro nella Jugoslavia degli anni sessanta del secolo scorso, ma il termine non era contemplato, né in pubblico né in privato. Nemmeno “brutto male” si diceva. Si moriva e basta, si alzavano gli occhi al cielo o si puntavano a terra, il perché della dipartita era un mistero che ai bambini appariva ancora più grande. Non ci si doveva pensare, l’uomo nuovo socialista non era previsto si ammalasse, fosse vulnerabile, perché questo ricordava la sua ineluttabile condizione umana dove la sorte collettiva si declina al singolare. Infatti, a Praga come a Dresda, tra tutti i libri vietati dell’epoca, proibitissimo era Riflessioni su Christa T. di Christa Wolf, la storia di una giovane donna malata, che tiene un diario e racconta la sua lotta con la leucemia.   Ogni periodo storico e ogni cultura si possono studiare, e forse un po’ capire, dalle modalità sempre diverse di dire e rappresentare, di chiamare la malattia, di definirla. Dunque, dalla sua diagnosi. L’annuncio dipende dai toni e dagli umori, dalla formazione e dalla postura del medico. Tra paziente e diagnosi si instaura un rapporto dialettico, ma non sempre il medico riesce ad essere farmaco....

Vegetale a chi?! / Metafisica delle piante

Conoscevo una persona che parlava con gli alberi. Passeggiando, talvolta, si fermava davanti a una quercia o a un ulivo, a una pianta qualsiasi, guardandola a lungo, con le mani unite dietro la schiena. Le toccava il tronco o le foglie, come accarezzandola, poi restava fermo, sorrideva, annuiva e riprendeva la sua passeggiata. Era convinto che gli alberi abbiano molto da dirci, se soltanto li sappiamo guardare e ascoltare. Anche se non parlano, suggeriscono pensieri e, a chi ha una mente sensibile, possono far intuire quale sia l'architettura del mondo di cui anche noi siamo parte. Lo credevo un romantico, adesso penso che fosse un filosofo, capace di osservare le cose meglio di quanto sapessi fare io, e che cercasse nella natura risposte ai suoi quesiti esistenziali. Un'attitudine che mi pare la stessa di Emanuele Coccia nel suo ultimo saggio, La vita delle piante. Metafisica della mescolanza (il Mulino), dove, partendo dall'osservazione delle piante, egli conduce un'interessante e suggestiva riflessione attorno alla vita e al legame che unisce ogni creatura vivente alle altre e all'Universo intero. La profonda unità di tutto ciò che esiste, afferma, invita a ripensare a una...

Dell'utile, dell'inutile, del vero e del falso / W la filosofia!

Ma veramente c'è chi pensa che la filosofia sia tossica? E che, se fino a Galileo qualcosa forse da dire lo aveva, dopo l'affermarsi della scienza basta, via, la filosofia si sbricioli come la crisalide, per far posto, tutto il posto, alla trionfante farfalla della scienza? La tesi si può leggere in La crisalide e la farfalla di Edoardo Boncinelli (Milano, Raffaello Cortina editore, 2018). Un neorobiologo all'attacco della filosofia e delle discipline umanistiche, con l'intento di rafforzare nelle scuole, quali materie regine, le scienze naturali, la matematica e l'informatica. Via la filosofia, magari anche il latino e il greco, residui dell'idealismo crociano e gentiliano, per fare posto unicamente alle scienze della verità e alla verità della scienza. Via il pensiero critico, l'immaginazione, la scrittura e la fantasia, il ricorso all'argomentazione e alla riflessione, che solleticano, sembrerebbe, la diffusa ignoranza e portano a negare l'efficienza dei vaccini nella prevenzione delle patologie e così via.   Orbene, è nota l'efficacia, in retorica, all'argomento del fantoccio di paglia sul quale caricare esageratamente tutte le negatività per poterlo poi legittimamente...

Odette de Crécy / Crisantemi

Parigi di fine Ottocento. Siamo in casa di Odette de Crécy. La voce narrante della Recherche ci introduce nel suo salotto preceduto da uno stretto vestibolo, alla cui parete, rivestita di un graticcio da giardino, ma dorato, era addossata per tutta la sua lunghezza una cassa rettangolare nella quale, come in una serra, fioriva un filare di quei grossi crisantemi ancora rari in quegli anni, sebbene non paragonabili alle qualità che gli orticoltori riuscirono ad ottenere in seguito. Swann era infastidito dalla moda di cui erano oggetto dall’anno precedente, ma questa volta lo aveva colpito piacevolmente vedere la penombra della stanza screziarsi di rosa, arancione e bianco grazie ai raggi odorosi di quegli effimeri astri che s’accendono nelle giornate grigie. Odette l’aveva ricevuto in vestaglia di seta rosa, con il collo e le braccia nudi. (vol. I, Du côté de chez Swann, trad. di G. Raboni, «I Meridiani» Mondadori)     Brescia. Fine anni Settanta del Novecento, un giorno prossimo al 2 novembre. La ragazzetta che ero, invasata dalla lettura estiva della Recherche di Proust, non si capacitava che a un fiore dal nome così splendente (fiore d’oro recita l’etimo greco)...

Essere umani / Da dove viene e dove va la mente senza il corpo?

Termitaio australiano e la Sagrada Familia, Gaudì [Dennett, , p. 456]. - Sono io l’artefice del mio essere. - Mi dispiace per te, ma staresti meglio se ti riconoscessi come una manifestazione provvisoria del divenire. - Parla per te, per quanto mi riguarda sono io che scelgo quello che voglio e cosa faccio. - Secondo te, quindi, tutto comincerebbe con te. - Certo, ci sono io che decido di relazionarmi a te se mi va, o di fare una cosa o un’altra. - E come lo faresti? - Che discorsi! Lo sanno tutti che siamo gli esseri razionali che sanno quello che fanno. - Eppure spesso facciamo cose delle quali poi ci pentiamo, accorgendoci di aver sbagliato. - Può succedere, ma è un caso. - Non direi, a me capita spesso. - E come te lo spieghi? - Mi pare che gli altri e le situazioni, la nostra storia e come siamo fatti vengano prima di ognuno di noi. - Come? Vuoi dirmi che vengono prima le relazioni e poi i soggetti? - Eh! Sì. Siamo figli di una relazione ed è difficile pensare a un “io” senza un “noi”. - E tutto quello che ognuno è capace di fare? Progetti, soluzioni? - Ogni progetto nasce da un processo, non da un progettista intelligente, che è quello che lo esprime. - E quest’ultimo...

Aldous Huxley / Rendersi unici. Psichedelia e visione

  È in corso una grande guerra spirituale. Questo libro ce la racconta, insegnandoci a combatterla fino in fondo. Proveremo a utilizzare gli scritti di Huxley sulla psichedelia per mostrare il senso di ciò che sta capitando, l’urgenza di questa guerra e la radice millenaria che la sostiene. Per farlo ci inoltreremo in radure fiammeggianti dove inciamperemo in pietre preziose, incontreremo persone sconvolgenti, arriveremo al punto aurorale in cui potremmo dire che sta iniziando qualcosa di nuovo. Non sarà una semplice passeggiata tra idee rassicuranti. Era un mattino di maggio del 1953 quando, all’età di cinquantanove anni, Aldous Huxley provò per la prima volta la mescalina, un alcaloide contenuto nel peyote, la pianta sacra del deserto messicano. Ne assunse quattro decimi di un grammo in mezzo bicchiere d’acqua ed era, ne siamo sicuri, una giornata luminosa. La mescalina gliela portò dal Canada il dottor Humphry Osmond, lo psichiatra inglese che inventò il termine «psichedelia», un uomo in tweed e occhiali, molto serio, educato e premuroso: si fece tremila chilometri per raggiungere la casa di Huxley, a Los Angeles, un viaggio che lui stesso definì improbabile. Osmond...

Carnet geoanarchico | 5 / Due Geoanarchici a piedi

Barranquilla, 1855. Un francese magro, dagli occhi chiarissimi, si reca al porto e cerca un’imbarcazione per Pueblo Viejo, un villaggio ai piedi della Sierra Nevada di Santa Marta, in quella che un tempo era chiamata Nuova Granada e che oggi è la Colombia. La linea blu delle montagne è il luogo che il giovane uomo ha scelto come patria. Dopo un soggiorno di qualche anno alla Nouvelle Orleans, nella piantagione di un connazionale, dopo aver accumulato stanchezza per il lavoro di precettore e disgusto per la schiavitù, ha deciso di cambiare vita, di tentare la fortuna in America Latina, nel desiderio di fondare una propria azienda agricola, senza schiavi, senza padroni. Non è ancora una delle comunità utopiche e libertarie che fioccheranno di lì a qualche anno verso la fine dell’Ottocento in Sud America. È solo il desiderio di andare lontano, di cercarsi un altrove in cui trovarsi.    L’imbarcazione è pronta. Banane, yucca, due rematori. Si parte. Dopo qualche ora di penosa navigazione arrivano al grande delta del fiume, una specie di mare costellato di isole alberate. Tutto sembra minuscolo e inavvicinabile. Ci vogliono ore per raggiungere un isolotto con una palma che...

Prospettiva cosmica / Astrofisica per tutti

Negli ultimi anni, con una frequenza sorprendente, si sono conseguite scoperte o conferme scientifiche attese e cercate senza sosta per decenni. Quasi ogni giorno si ha notizia di avvistamenti di esopianeti, di fusioni di stelle, di brillamenti solari, dell'esistenza di buchi neri dalle dimensioni inimmaginabili. Il comprensibile entusiasmo degli scienziati ha finito per contagiare un pubblico sempre più vasto, alla cui curiosità si sono offerti molti ottimi saggi divulgativi (di alcuni ci siamo occupati in diverse occasioni anche su Doppiozero). Ognuno, secondo le sue capacità e competenze, cerca di saperne qualcosa di più. Certo non è facile capire fenomeni tanto lontani dalle esperienze che ci permettono i nostri sensi e dai concetti che ne abbiamo ricavato. Ma, dicono gli stessi scienziati, per capire qualcosa della scienza contemporanea, o perlomeno per apprezzarne il fascino e intuirne la visionarietà, più delle conoscenze è importante avere una grande libertà mentale: quella capacità tipica dell'infanzia di non considerare niente impossibile, né immutabile, né definitivo. Einstein, Dirac, Heisenberg, Feynman, Hawking (per dirne solo alcuni) non sarebbero stati i grandi geni...

Le Alpi nel mondo antico. Da Ötzi al Medioevo

In un recente articolo intitolato How to change the course of human history (at least, the part that's already happened)*, l’antropologo David Graeber e l’archeologo David Wengraw prendono di mira, sforzandosi di decostruirla, l’interpretazione standard – identificata in alcuni lavori di Francis Fukuyama, Jared Diamond e altri – dei nostri ultimi 40.000 anni; la prospettiva minima, diceva il poeta Gary Snyder, per provare a capire qualcosa di ciò che siamo e di come si sia costruita la nostra esperienza del mondo. Il punto, sostengono, è che il modo con cui di solito si racconta lo svolgimento della storia umana – riassumibile in una sequenza limitata di fasi: un presunto stato di natura dei piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori, mobili e egalitari; una “rivoluzione” agricola che lo sostituirebbe; l’emergenza di un potere centralizzato nella formazione delle città... – è sbagliato non tanto e non solo per una mancanza di informazioni (in particolare per il periodo precedente al Paleolitico superiore), quanto per la difficoltà di assumere, nella formulazione di quelle che restano comunque ipotesi, le informazioni già esistenti per quanto ovviamente frammentarie, disperse e “...

Armi da guerra / Caccia e altre disarmonie

“Venatoriamente parlando, il 300 Winchester Magnum è una cartuccia da caccia grossa, adatta a tutti gli animali pesanti americani e africani, esclusi i big five, per motivi prudenziali”.   È sostanzialmente con questo che pochi giorni fa, durante una battuta al cinghiale in un bosco di Apricale in provincia di Imperia, un ragazzo di 19 anni ha perso la vita. Un ragazzo di 29 anni l’uccisore, ora indagato per omicidio colposo.  Quella sopra in corsivo è una delle tante descrizioni reperibili in rete, verità banale per gli amatori del genere. Dunque una munizione (e un’arma ad essa adeguata) da caccia grossa, quasi da guerra se l’abbattimento dei big five (in gergo venatorio bufalo, elefante, ippopotamo, leone e leopardo) è escluso per motivi solo prudenziali.    Eppure viene difficile parlare di “incidente” e di disgrazia quando il gioco (perché sostanzialmente di questo si tratta, da quando la caccia ha perso ogni legame con la sussistenza) si fa con armi e munizioni buone per la guerra. Se la caccia sia attività che possa essere ancora tollerata nelle società moderne è questione che si pone ormai da decenni, almeno da quando i profondi mutamenti...

Jane Eyre / L’albero delle castagne, amare

Sacramentano i milanesi, perché gli gibollano le carrozzerie: in questi giorni di primo autunno i frutti dell’ippocastano (Aesculus hippocastanum) vengon giù con botti fragorosi. Ma io sto dalla sua parte: girino alla larga e non lo molestino posteggiandogli sui piedi. È un tipo solido, forte di tronco, alto di palco, infonde sicurezza da ogni ramo, vigore da ogni gemma, grossa e protetta da perule vischiose. A maggio, pure le pannocchie florali, erette, impettite all’apice delle fronde, danno un’idea della personalità e del carattere di questo individuo arboreo arrivato a Vienna dall’Europa Orientale nel XVI secolo.     È poi a Parigi nel 1615, per merito di Bachelier, e nel 1633 in Inghilterra, dov’è tenuto in gran conto per le sue qualità paesaggistiche. In Italia lo introduce il medico e botanico Mattioli nel 1557, ma da noi mostra difficoltà a naturalizzarsi (non ci sono boschi di ippocastani) e si deve accontentare dei viali e dei parchi cittadini del centro-nord. Non proprio la situazione ideale per uno che ha bisogno di spazio per mostrare al meglio il suo portamento fiero e distendere la densa chioma piramidale. Così in città, quando non è attaccato dalla...

Le nuove isole d’utopia / The Garbage Island(s)

Uno spettro s’aggira per il mondo. È un’isola. Di plastica.  Sembrerà strano ma si tratta di un’isola d’utopia. Perché proprio come le isole utopiche e come i fantasmi marxiani è dovunque e in nessun luogo. È una ed è moltitudini. Terrorizza e (forse) dà la sveglia al mondo. La più inquietante si troverebbe nel Pacifico, e la sua grandezza si dice oscilli fra quella delle isole britanniche e dell’Australia. Una presenza talmente ingombrante e distruttiva, popolata da forme di vita più o meno inedite e aggressive che, scopro da Wikipedia, nel 2011 l’Unesco per provocazione artistica o sensibilizzazione umanitaria l’ha riconosciuta come Stato: The Garbage Patch State.  Ma se questo “Stato canaglia” esiste come fargli guerra? Come accerchiarlo, assediarlo, costringerlo alla resa? O quantomeno a una pace negoziata se non proprio a una nuova alleanza? The Garbage Patch State è infatti uno stato più atipico e transnazionale dello Stato islamico, benché come esso sia fatto da un frustrante gioco di consumismo e regressione, di perturbanti incroci fra riconoscimenti e rifiuti.   THE GARBAGE PATCH STATE, opera di Maria Cristina Finucci. Per affrontarlo dunque bisognerà...