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Tradizione

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Sacro e acrescita / Serge Latouche, Come reincantare il mondo

In quanti modi e da quante voci dobbiamo ancora sentirci dire che stiamo percorrendo una strada sbagliata che non porterà a niente di buono? I profeti, specie quelli che annunciano sventura se non si cambia rotta, hanno fatto tutti una brutta fine. È molto più piacevole seguire le sirene del buon umore che con i loro canti fascinosi e confortanti ci distraggono e ci trattengono ad ascoltarle, dimentichi della nave, del mare burrascoso, di dove volevamo andare. Cassandra non piace a nessuno, però dice la verità. Come i bambini, ottusi e ignavi, di cui si è detto "Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto" (Lc 7, 32), ascoltiamo scienziati, filosofi, papi che ci chiedono di aprire gli occhi, di cambiare mentalità, di fare scelte diverse da quelle che abbiamo fatto finora, più generose, innovative, audaci. Ma restiamo chiusi e fermi in un immobilismo inspiegabile e incosciente, per caparbia volontà di non cambiare o, forse più spesso, per rassegnazione. È curioso vedere quanto siamo creativi nell'inventare di tutto, e quanto invece sembra ci manchi la fantasia nel mettere in atto dei cambiamenti per un sistema che scricchiola...

La speranza di carta velina: la rinascita dopo il buio / Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza

Il 2019 si è chiuso con una nuova edizione di Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza uscito per La nave di Teseo a distanza di cinquanta anni dalla sua prima edizione, avvenuta nel 1969 per Garzanti, e nel frattempo nel 2003 per La Tartaruga edizioni. È di fatto il suo secondo romanzo, dopo Lettera aperta (vedi qui la nostra recensione) e avrebbe dovuto precedere un terzo volume per formare una trilogia, una sorta di autobiografia in fieri, in costante aggiornamento e rimpinguamento, “un’autobiografia delle contraddizioni”, come Goliarda stessa la chiamava. Il terzo volume non venne mai scritto, o si potrebbe affermare che venne scritto non in forma prevalentemente autobiografica ma in forma romanzata: sarà L’arte della gioia, uscito postumo nel 1998.   Come per molti, o forse tutti, gli scritti di questa autrice il tempo che passa non va a intaccare affatto i suoi testi, le sue idee, la sua scrittura, al contrario: più i decenni avanzano più la contemporaneità sembra il luogo migliore per rileggerla e riscoprila. Oggi più che mai Il filo di mezzogiorno è una profezia del quotidiano, una sorta di breviario della sopravvivenza alla caduta, anzi di più, citando un suo...

1932 - 1940 / Benjamin e Scholem: lettere di un'amicizia

“In tempi antichi tutte le strade portavano in qualche modo a Dio e al suo Nome. Noi non siam devoti. Restiamo nel profano E dov’era Dio ora c’è: Malinconia”   Sono i versi conclusivi di una poesia di Gershom Scholem che leggiamo in calce a una lettera a Benjamin. La data: 19 settembre 1933, l’anno della presa di potere di Hitler.  La malinconia di cui parla Scholem non è uno stato d’animo passeggero ma una condizione dello spirito, l’esito di un’intelligenza del mondo che ha perso la fede in Dio, la conseguenza fatale della Entzauberung der Welt, il disincantamento del mondo di cui aveva parlato Max Weber.  Scholem, lo studioso di mistica ebraica, figlio di un tipografo ebreo, cresciuto nella Berlino di inizio Novecento, militante sionista fin dagli anni giovanili, emigrato nel 1923 a Gerusalemme, osserva dalla distanza la svolta politica in Germania: la progressiva ‘perdita di Dio’ aveva generato un nuovo idolo, nuove ritualità collettive caratterizzate dall’odio verso gli avversari politici – i comunisti in primo luogo – e poi gli ebrei, l’eterno emblema del male, e in generale gli Untermenschen, la variegata moltitudine di coloro che non sono degni di vivere....

Tra corpo e psiche / Respirare

All’interno della grande esposizione sull’ambiente, intitolata Broken Nature alla Triennale di Milano nel 2019, un'installazione poteva passare inosservata. C’era una botte piena di terra con una superficie leggermente curva sabbiosa, un po’ spoglia e mentre lo spettatore si interrogava sul suo senso, il terreno cominciava a sollevarsi come in un sospiro profondo, poi si fermava, quindi si abbassava. Un attimo di riposo. Dopo di che riprendeva a gonfiarsi, come se vi abitasse un polmone immenso. Chi osservava si accorgeva di respirare insieme a questa superficie: inspiro ed espiro. E il ricordo di aver visto respirare la terra rimase impresso a lungo.  In molte grandi religioni il respiro è direttamente connesso alla divinità. Nell'Antico Testamento si legge: “Lì Dio, il Signore, formò l'uomo dalla terra polverosa, gli inspirò la vita nel naso. Così l'uomo divenne un essere vivente” (Gen. 2,7). La maggior parte delle traduzioni dall’ebraico predilige il termine “alitare” a soffiare. Alitare è un respiro più intimo, le labbra sono sciolte mentre l'impulso muscolare deriva dal diaframma. Non deve esserci sforzo fisico per alitare – Dio non si sforza – perché si possa formare...

Un mondo antico, Il mondo scintillante / Cordelli critico

Se per caso qualcuno volesse farsi un’idea precisa della figura del critico militante, e della sua presenza oggi, potrebbe comodamente darsi alla lettura dei due volumi editi da Theoria e firmati da Franco Cordelli. Si intitolano Un mondo antico, a cura di Domenico Pinto, e Il mondo scintillante, a cura di Enzo Sallustro. Sono, per ammissione dello stesso autore, due opere scaturite dalla necessità di «mettere ordine» nel proprio lavoro di lettore di professione, di tracciare una sorta di consuntivo dei primi venti anni di questo secolo. Il primo è composto da testi usciti per la maggior parte sul «Corriere della sera» e guarda esclusivamente all’Ottocento e, soprattutto, al Novecento, a quel mondo antico, appunto, ormai irrimediabilmente superato, quello di una civiltà letteraria che, scrive Pinto, si è inabissata «senza clamore». Il secondo, Il mondo scintillante, è invece consacrato all’universo del romanzo contemporaneo, giacché i testi che contiene trattano esclusivamente di romanzi usciti nel XXI secolo. La civiltà perduta era caratterizzata, per esempio, dalla presenza dei partiti letterari – a proposito, esistono ancora o sono stati definitivamente sostituiti dalle...

Il drago e la fenice / I cinque colori della Cina

Il numero cinque per i colori principali della cultura cinese ha origini antichissime, si radica nei miti cosmologici delle origini, compare nelle leggende dei draghi che, in base al loro diverso colore, rappresentano gli elementi della natura, e della fenice, l’uccello misterioso che appare di tutti i colori; i cinque colori hanno poi accompagnato per secoli l’apprendimento dei primi rudimenti della scrittura da parte dei bambini cinesi. Lo afferma Lia Luzzatto nel suo nuovo libro Cina: cronaca dei cinque colori, appena pubblicato da Franco Angeli. Luzzatto si occupa da lungo tempo del tema del colore a cui ha dedicato numerose pubblicazioni, alcune in collaborazione con Renata Pompas, tra cui Il significato dei colori nelle civiltà antiche (Bompiani 2010) e Colori e moda (Bompiani 2018). Il sito illustra l’attività didattica e la produzione teorica delle due studiose nell’ambito della storia del colore e nei campi della moda e del design.     Il libro sulla Cina si presenta come un testo divulgativo che tenta una sintesi, davvero molto difficile, del significato e della funzione simbolica dei cinque colori fondamentali nei vari ambiti della cultura, dalla...

Brevemente risplendiamo sulla terra / Ocean Vuong

Ocean Vuong è nato in Vietnam nel 1988. Se non lo conoscete, andate a leggere Cielo notturno con fori d’uscita, il suo primo libro di poesia, pubblicato dalla Nave di Teseo nel 2017: trentacinque poesie folgoranti che raccontano l’infanzia negli Stati Uniti, New York, l’omosessualità, la madre, la nonna, un padre assente. La copertina mostra un gruppo familiare seduto su una panca: due donne, una madre e una figlia, e un bambino piccolo che guarda fisso in camera. Si trovano in un campo profughi nelle Filippine, stanno aspettando di potersi trasferire negli Stati Uniti. Le autorità hanno scoperto che la madre è di sangue misto, figlia di un soldato americano e di una raccoglitrice di riso, e la famiglia è stata costretta ad abbandonare il paese. Si lasciano alle spalle un paesaggio di guerra, anche se non riusciranno a lasciarsela veramente indietro. Per la madre e la nonna la guerra non è mai finita, ed entrambe continuano a portarne il peso sulle spalle e nei gesti quotidiani: “Da ragazzina, dall’alto del boschetto di banani, hai visto l’edificio della tua scuola collassare dopo un raid americano al napalm. Avevi cinque anni, non hai mai rimesso piede in una scuola. La nostra...

Parliamo d’altro / Diplomazia animale

Chi è il diplomatico? cosa fa? che ne è di questa figura apparentemente demodé, polverosa, emblema un po’ vintage del tempo che fu? L’arte della diplomazia è quella del mediare, barcamenandosi con le mezze verità, proponendo brandelli di menzogna ma soprattutto abbassando i toni, smorzando le asperità, i risentimenti, le ostinazioni delle differenti parti in causa. Obiettivo del bravo diplomatico è quello di evitare i conflitti, negoziando, patteggiando, proponendo soluzioni tanto parziali quanto efficaci là dove gli altri vedono soltanto vicoli ciechi, destini ineluttabili. Per farlo, costui deve conoscere molte lingue e saper transitare con estrema disinvoltura dall’una all’altra, traducendo all’impazzata non solo parole e grammatiche, fonetiche e sintassi, ma anche assetti culturali, sistemi di valori, ideologie e affetti. Talleyrand portò con sé, al Congresso di Vienna, il grande pasticcere Antoine Carême, che preparò gustosissimi manicaretti per gli ambasciatori di tutta Europa, rabbonendone gli animi verso la Francia perdente. Così come Cavour, per assicurarsene l’alleanza contro l’Austria, mandò alcune simpatiche signore piemontesi a far visita a Napoleone III.   Del...

1920 - 2020 / Rodari. Gutenberg per la grammatica della fantasia

Tutto è nato perché Ernesto Ferrero, Nico Orengo e Carla Sacchi, che allora (1974) erano l’ufficio stampa dell’Einaudi, volevano fare festa alla Grammatica della fantasia, alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna. Mi hanno telefonato da Torino: Inventeresti qualcosa? Sì, ho detto, per Rodari e per quel libro bellissimo proprio sì. Mi è venuta l’idea di fare Gutenberg che va in visita alla Fiera del libro, una delle tante sue case, e incontra Rodari e i ragazzi.    Così abbiamo cominciato a costruire Gutenberg, dalle parti di piazza Maggiore. A darmi una mano (anzi due) c’era Stefano Stradiotto, col quale l’anno prima (1973) avevamo fatto Marco Cavallo a Trieste. Collaboratori fantastici sono stati gli studenti coi quali stavamo preparando Il Gorilla Quadrumàno al nuovissimo Dams dove da un anno mi avevano chiamato a insegnare drammaturgia. L’idea era quella di costruire un gigante costellato di lettere alfabetiche – con occhiali – che dopo 500 anni arriva nella dotta Bologna e se la gode a vedere tanti bei libri – e va alla Fiera per sfogliare e leggere parti di quella nuova grammatica fantastica. Un Gutenberg contento di aver inventato la stampa che voleva...

Intervista a Sybille Krämer / Per un nuovo ‘illuminismo digitale’: pensare i media oggi

Sybille Krämer è tra i più noti filosofi dei media e della conoscenza tedeschi. Dal 1989 al 2018 ha occupato la cattedra di Filosofia teoretica presso la Freie Universität di Berlino. Un elenco completo delle sue pubblicazioni e ulteriori informazioni sulla sua ricerca sono disponibili sul suo sito personale.   In occasione della pubblicazione in traduzione italiana (2020) del suo libro del 2008, Piccola metafisica della medialità. Medium, messaggero, trasmissione già tradotto in giapponese e in inglese (tr. a cura di F. Buongiorno, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2020) , Sybille Krämer ripercorre in questa intervista alcuni temi fondamentali della sua proposta filosofica. Il percorso delineato culmina nella proposta di un lavoro filosofico comune per un nuovo ‘illuminismo digitale’ che, senza dimenticare la natura ambivalente dei media, permetta la maturazione di una coscienza critica diffusa che sappia riconoscere e assumere tale ambivalenza e sfruttarla nella costruzione di buone pratiche sociali, culturali e politiche.   Partiamo da una domanda di contesto. Alcune delle tesi centrali del tuo libro, Piccola metafisica della medialità, appena uscito in italiano...

Peste / Cosa c’entra Manzoni con il Covid?

Manzoni, ovvero della peste. Appena si profila un’epidemia, in Italia si pensa istintivamente all’autore dei Promessi sposi; e così è successo anche questa volta. A maggior ragione, potremmo aggiungere, perché si trattava – si tratta – dell’epidemia più allarmante che abbia mai colpito il mondo industrializzato. Ma oggi, a svariati mesi dalla prima notizia del misterioso nuovo coronavirus in Cina, e a dieci settimane dalla scoperta dei primi focolai sul nostro territorio, possiamo dire che don Lisander, dopo tutto, non è il caso di scomodarlo. Da noi, almeno. E per ora. Gli aspetti salienti della peste manzoniana sono infatti due. Agli esordi del contagio, la stupefacente sottovalutazione del pericolo, per cui sia la popolazione sia (cosa ben più grave) l’autorità politica si ostinano a negare l’evidenza; in seconda battuta, dopo l’esplosione del morbo, il delirio collettivo sull’esistenza degli untori, causa del clamoroso processo analizzato nella Storia della Colonna infame, una fra le pagine più buie della storia giudiziaria nazionale. Dunque, due questioni distinte: da un lato l’incomprensione della gravità del fenomeno, dall’altro la pretestuosa ricerca di un capro espiatorio...

Vanni Codeluppi / Baudrillard, pandemia e altre catastrofi del millennio

In L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam (1995), troviamo una chiara anticipazione della catastrofe contemporanea: crisi del sistema dei consumi, psicopatologia diffusa, estinzione potenziale della specie umana… Un virus ha devastato l’intera popolazione del pianeta; solo l’1% è riuscito a salvarsi, rifugiandosi sotto terra. Ancora una volta la scienza, come nemesi del suo primato, ci precipita verso la catastrofe. Dalle immagini di New York, popolata solo da animali liberati dagli ecoterroristi, emana il fascino spettrale e onanistico delle merci “congelate” negli spazi espositivi, senza più alcuna funzione, se non quella archeologica del reperto. Nell’incontro in manicomio tra Bruce Willis e Brad Pitt, due apparenti disadattati, si discute sul rapporto tra pubblicità e follia decretando che “forse la razza umana merita di essere eliminata”. Come sostiene lucidamente Jeffrey Goines (Brad Pitt) “[...] vedi la televisione, è tutta lì la questione. Guarda, ascolta, inginocchiati, prega: la pubblicità. Non produciamo più niente, non serviamo più a niente. Tutto è automatizzato. Che cazzo ci stiamo a fare. Siamo dei consumatori. Compri un sacco di cose da bravo cittadino,...

Il teatro di domani / Per un live dei corpi a distanza

Il contesto in cui ci muoviamo oggi nella riflessione sul teatro e sullo spettacolo dal vivo risente necessariamente del portato metaforico che il Covid-19 produce e che come ogni altra pandemia che abbiamo conosciuto rappresenta, come dice Susan Sontag della peste nel saggio Malattia come metafora (1978), un «sinonimo di catastrofe sociale e psichica». A questo si aggiunge che la condizione delle prime analisi emerse da parte di artisti, organizzatori, critici proviene da un lockdown emotivo, dettato dall’impossibilità di immaginare l’incontro dei corpi in scena e con gli spettatori. Si tratta insomma per lo più di considerazioni che schiacciano le prospettive future sulla condizione presente, estendendo quanto si prova ora (“avranno voglia gli spettatori di tornare a teatro?”) o l’abitudine alla condizione fisica più restrittiva (“come potranno gli artisti stare su un palco?”) all’immaginazione del domani. Partire dalla catastrofe richiede poi di immaginare tutti quei giusti elementi di tutela immediata e a medio termine di artisti, compagnie e lavoratori del mondo dello spettacolo dal vivo o di evidenziare come questa crisi mostri lucidamente la fragilità del sistema teatrale...

1940 - 2020 / Germano Celant, critico baby boomer

La morte non si addice a un baby boomer come Germano Celant, e per questo risulta più difficile scriverne quando il critico e curatore genovese è appena mancato. L’arte occidentale ha spesso colloquiato con il Dolore e l’Assenza, esortato alla Pietà, illustrato lo Smarrimento e la Costernazione. Ma niente di tutto questo è Arte povera, soprattutto nella comunicazione, politica, anzi più, politicistica che ne dà Celant agli inizi del movimento. Arte povera è per lui il contrario: certezza di sé e del proprio diritto, baldanza, vocalità, protesta. È adesso, per Celant, il tempo degli onori e delle esequie. E tuttavia, a distanza, diventerà sempre più chiaro che una valutazione della sua attività è inevitabilmente molteplice e complessa. Né possono mancare riserve, anche gravi, sulla sua attività di critico e "studioso".    Vogliamo parlare qui del Celant imprenditore di successo del brand Arte povera, che esclude o include autocraticamente, distribuisce royalties  e lascia fuori, per motivi mai chiariti, Gilardi e Piacentino, per tacere di Marisa Merz? O del Celant titolare di un immenso e inaccessibile archivio, che di fatto privatizza la memoria pubblica? Vogliamo...

Giuseppe Antonio Borgese / Un pellegrino fin troppo appassionato

Nel giro di poco Giuseppe Antonio Borgese (1882 – 1952) ha sferrato un “uno due” editoriale da far stordire i lettori: non può passare inosservata infatti la combinazione di due titoli, Il pellegrino appassionato da un lato (Avagliano, a cura di Gandolfo Cascio e Gandolfo Librizzi), e Cinque diari americani 1928-1935 (a cura di Maria Grazia Macconi per le edizioni Gonnelli) dall’altro, grazie ai quali oggi si riaccendono i riflettori su uno degli autori più complessi e imprendibili del nostro Novecento. A petto però del giustificato fervore iniziale (alimentato dalla speranza che finalmente sia la volta buona per la consacrazione dello scrittore originario di Polizzi Generosa), si registra ancora una volta un senso di insoddisfazione, una sorta di sconforto. Mai come adesso i tempi sono stati maturi perché ci si riappropri del suo titolo più necessario e sorprendente, ossia Golia. La marcia del fascismo, che rimane pressoché introvabile.  Ma sarà, per Borgese, critico militante di prim’ordine (tenne a battesimo scrittori come Alberto Moravia e Mario Soldati), saggista, romanziere, drammaturgo e utopista (a lui si deve il progetto di costituzione del “Comitato per...

Victor Stoichita, l’Europa in cornice

Victor Stoichita. Homo Europæus dalla cima dei capelli alla punta delle scarpe, anche fisicamente Victor Ieronim Stoichita pare provenire da un altro tempo. Impeccabilmente, invidiabilmente parlante tutte le lingue del Continente (il suo italiano è stupefacente), è oggi fra i maestri assoluti di una disciplina, la storia dell’arte, che per sua natura abbraccia uno spazio al di là di tutte le lingue e tutte le frontiere. L’Europa in cui è nato (nel 1949 a Bucarest), quella in cui ha scritto (principalmente in francese) e insegnato (dal 1991 all’Università di Friburgo, in Svizzera) sono state, nel tempo della sua formazione e della sua maturità, per antonomasia il luogo dell’apertura e del dialogo. Lo ricorda lui stesso, in abbrivo alla bellissima conferenza (colla quale ha inaugurato nel 2018 il corso di Cultura Europea che è stato invitato a tenere al Collège de France) su Les Fileuses de Velázquez. Textes, textures, images (Fayard, pp. 52, € 12): l’etimologia di «Europa» viene da due parole greche, eurýs («largo, esteso in lontananza») e óps («sguardo, occhio»), sicché rinvia a uno sguardo esteso. L’Europa ha occhi vasti e profondi: proprio come quelli – abbaglianti di celeste...

Mondi scomparsi / Judith Schalansky, Inventari, perdite e scoperte

Sono giorni di perdite. Di perdite così grandi, che si accumulano come macerie alle nostre spalle, e come macerie ingombrano anche il nostro sguardo sul futuro, tanto che ci sembra di non poter vedere o pensare nient’altro. Ciascuno è impegnato a contare le proprie e quelle dei propri cari, della propria comunità, e solo con difficoltà riesce ad alzare lo sguardo, a pensare a orizzonti più ampi, e quasi solo con spavento. Eppure dovremmo essere abituati alla perdita. Viviamo da sempre di cose perdute, di quelle che sono state nostre o ci hanno solo sfiorato, e di quelle che nemmeno immaginiamo che siano andate perse. Ancora macerie. Montagne di macerie, e di storie. Interi continenti che galleggiano come isole in oceani sconosciuti.  In giorni come quelli che stiamo vivendo ne ritornano a ondate, a volte con strazio o nostalgia, altre, poche, con un sorriso. Molte sono cose e momenti che avevamo cancellato come di poco conto, niente su cui valesse la pena soffermarsi, anche solo fantasie, progetti istantanei caduti immediatamente e che ora, taglienti, ne trascinano con sé altri nel varco aperto, a seguirli, tanti, e di tutt’altra natura. E poi si pensa anche ai luoghi dove...

Fritillaria meleagris

Non invidio molto agli inglesi. Ma per un prato di fritillarie (Fritillaria meleagris) sarei disposta a vendere l’anima. La prima volta fu lungo la ripa di un fosso del Magdalene College di Oxford: me ne innamorai perdutamente. Poi, quasi svenni alla primaverile visione degli ampi campi di Kew Gardens punteggiati di vinaccia. Dev’essere il mio gusto floreale, il quid di campestre che ancora alberga in me a farmi illanguidire di fronte a questa umile liliacea così rara da noi (la si trova solo nelle Alpi occidentali) e così generosa con Albione da parere comune e persino trascurabile agli occhi dei suoi abitanti.  Le fritillarie – badate bene: le meleagris e non le imperialis, varietà sontuosa assurta agli onori persino di un dipinto di Van Gogh – sono per me altrettanto desiderabili delle allegre blue bells (Hyacinthoides non scripta) che, con quelle, oltre Manica fioriscono in contemporanea e ammantano d’azzurro il sottobosco con la medesima prestanza propagatrice.    Dopo qualche fallimento e con molta tenacia, sono riuscita a trovare un angolo fresco del giardino dove una sparuta pattuglia di queste insolite campanule pare cavarsela discretamente. Nulla al...

Una pedagogia politica per la scuola senza classe / Una scuola per l’emancipazione

Il sistema scolastico è scomparso dalla discussione pubblica. Il dibattito si concentra sulle filiere produttive non sugli studenti. Su bambini e adolescenti è calato un gelido silenzio come ha rilevato acutamente Chiara Saraceno. Dopo una prima fase segnata da una forte e comprensibile emotività caratterizzata da sovrabbondanza comunicativa in merito all’attivazione della didattica a distanza (Dad), istruzione e formazione si sono eclissate tra gli addetti ai lavori. Altre sono le priorità.  Le ragioni sono molteplici. Pesa la distribuzione demografica della popolazione italiana, così come una storica debolezza delle politiche educative in questo paese; ma anche una risposta ministeriale che, pur nelle comprensibili difficoltà, non è sembrata all’altezza. Si è già discusso in questa sede della nota ministeriale 388 che ha generato una vivace discussione per le implicazioni esplicite e implicite che conteneva.   Il recente decreto 22 ha introdotto l’obbligo per il personale docente di assicurare «comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza» per garantire – come recita la relazione tecnica di accompagnamento del decreto – «per il tempo dell’emergenza...

Memoria e immaginazione / I tanti 25 aprile di Italo Calvino, partigiano

Ettore si reca insieme ai suoi compagni Bianco e Palmo a Valdivilla dove quel giorno scoprono un cippo dedicato ai partigiani caduti nello scontro nella località delle Langhe. In quel luogo hanno combattuto tutti e tre. Adesso, rientrati nella vita quotidiana dopo i venti mesi sulle colline a sparare a fascisti e tedeschi, non si sono trovati un lavoro normale come tutti gli altri; si sono messi invece a campare di traffici e estorsioni a ex fascisti. Bianco e Palmo appaiono emozionati e si muovono con scatti infantili, puntano il dito dappertutto e hanno “gli occhi piccoli e lustri”. Nei loro sguardi Ettore legge “il barbaro sentimento che quelli erano stati tempi felici e che il destino sarebbe stato ingiusto se non gliene riservava un altro pezzo prima di morire”.  Così comincia l’ottavo capitolo di La paga del sabato, il romanzo breve di Beppe Fenoglio pubblicato postumo nel 1969, scritto negli anni Cinquanta, dove si racconta il difficile dopoguerra di un ex partigiano, Ettore. Vent’anni dopo Italo Calvino racconterà un episodio simile, non più però nella finzione romanzesca ma nella realtà quotidiana. L’articolo dello scrittore ligure appare su “il Corriere della Sera...

25 aprile / Piazzale Loreto. Immagini di una strage

La prima foto è stata scattata il 10 agosto del 1944 in Piazzale Loreto, a Milano. Si vedono degli uomini privi di vita, riversi sul marciapiede. Sono stati appena fucilati, qualcuno è caduto sul corpo dell'altro. Li circonda una folla di cittadini, qualcuno si sporge per vedere, altri distolgono lo sguardo. Chi erano? Quindici "comunisti e terroristi", fino a poche ore prima detenuti del carcere di San Vittore "senza alcuna imputazione di reati specifici", come precisa Silvio Bertoldi. Più semplicemente, degli antifascisti. Tra loro il più giovane è Renzo del Riccio, friulano di Udine, operaio di ventuno anni, e il più anziano è Salvatore Principato, siciliano di Piazza Armerina, maestro elementare, cinquantaduenne.      La fucilazione, eseguita da un plotone della brigata Muti e comandata dal capitano Pasquale Cardella, è una rappresaglia, un atto dimostrativo deciso dal comando nazista nelle persone del maggiore Rauff e del capitano Theodor Emil Saevecke, da allora chiamato il boia di Piazzale Loreto. È lui, negli uffici della Gestapo, a compilare la lista dei prigionieri che saranno prelevati dal carcere all'alba, trucidati in pubblica piazza e lì abbandonati...

Calpestare lo spazio pubblico / Controcanto per la città in attesa

Scrivo dalla città di Lorenzo Da Ponte, la mia, Vittorio Veneto.  Anche qui è ammutolente, biblica e fulminea questa transizione dalla febbre del nomadismo urbano a quella statuaria del coronavirus, e il paventato nesso causale tra inquinamento dell’aria e diffusione della pandemia mi inquieta. Siamo tutti bloccati sulla soglia di casa, o alla finestra sulla città. Negli occhi le immagini che da bambini fissavamo per ore sopra lo schienale del treno, quando ancora la fantasia superava la realtà e quegli scatti puliti di luoghi svuotati (non vuoti) sembravano figli della sola estetica fotografica. Quello era per noi un viaggio nel viaggio, sovrapposti com’eravamo tra la città di partenza, le tante “città del treno”, la città in transito fuori dal finestrino e la città di arrivo.    In questi giorni è facile giocare con la macchina del tempo, tornare a quelle immagini e interrogarsi se sia il nostro stesso modello urbano a colpire; se sia sufficiente condannare i decenni passati (non noi …) per aver prodotto città troppo fordiste e poco ambientaliste, troppo grigie e poco verdi, troppo ciniche e poco civiche. Il dubbio è legittimo, le battaglie ambientaliste e le...

Coltivare l'immaginario / Le humanities e il coronavirus

Un anno fa, di questi tempi, imperversavano le rievocazioni del primo sbarco sulla Luna. Cinquant’anni dall’impresa dell’Apollo 11: i tre cosmonauti Armstrong, Aldrin e Collins, la notte della diretta, Ruggero Orlando e Tito Stagno, un piccolo passo per un uomo un grande balzo per l’umanità, eccetera. Dal 2019 al 2020 è cambiato tutto. Lungi dal celebrare le conquiste spaziali, ci troviamo ora a fare i conti con la riscoperta della nostra natura terrestre. Non solo perché la nostra sopravvivenza è ovviamente legata a ciò che accade sull’intero pianeta, ma perché abbiamo dovuto prendere atto del carattere intrinsecamente simbiotico della nostra condizione. La sorte di ogni individuo dipende dalla sorte dei suoi consimili: il singolo è parte della specie. Di più: la specie umana interagisce di continuo, in infinite maniere, con le altre specie viventi. D’improvviso ci siamo accorti che la nostra salute può dipendere dall’estinzione di specie animali e vegetali di cui non ci siamo mai curati, dal dissesto di ecosistemi lontanissimi dal luogo dove abitiamo, dalla deforestazione e dalla distruzione di habitat remoti nei quali mai avremmo messo né mai metteremo piede.   Del resto,...

Speciale Fellini / Luci del varietà: una giostra d’amoooooor

Cento anni fa, il 20 gennaio 1920, nasceva a Rimini Federico Fellini. Lontano dalle celebrazioni, su doppiozero vogliamo raccontare un regista-antropologo che ha saputo penetrare come pochi altri l’identità (politica, storica, sessuale) italiana. Uno sguardo critico e al tempo stesso curioso, da “osservatore partecipante”, che si affianca a quello di tanti altri intellettuali e artisti (da Leopardi a Gramsci, da Salvemini a Bollati) che negli ultimi due secoli hanno cercato di spiegare quello strano oggetto chiamato Italia.  Abbiamo voluto raccontare Fellini attraverso i personaggi e i luoghi dei suoi film: dallo Sceicco Bianco a Casanova, da Gelsomina a Cabiria, da Sordi a Mastroianni, dalla Roma antica a quella contemporanea, passando ovviamente per la provincia profonda durante il Ventennio fascista. Una sorta di “album delle figurine” per aprire nuovi sguardi su un cineasta forse più amato (e odiato) che realmente studiato.   La canzoncina la sentiamo intonare da fuori del teatro, dove si avanza nella notte, piegato in due, un vecchio che guarda i manifesti dello spettacolo: “Ho trovato il mio pappagallo, / bello bello, bello bello/ verde e giallo e col becco a rollo...