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Tradizione

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Pensiero divergente / Svezia e Corea: due modelli

Cosa può insegnarci il modello Svedese? di Simone D'Alessandro   La spinta gentile contro la cultura dell’autoreclusione sorvegliata   Quando è scoppiata l’emergenza Covid-19 in occidente, le nazioni Europee hanno preso strade differenti, condizionate dai propri riferimenti etici, valoriali e culturali: paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia – successivamente Francia, Danimarca, Norvegia e Finlandia – hanno deciso di fare il cosiddetto lockdown, consistente nel chiudere gran parte delle attività economiche e isolare i focolai, invitando la popolazione a restare a casa, optando per un approccio morale deontologico universalista. Si è deciso di seguire la massima universale: tratta le altre persone come fini in sé e mai come mezzi per un fine, perché ogni vita è unica e merita di essere salvata. Nel fare questo le nazioni sono state evidentemente influenzate dal dettato costituzionale, derivato dal retaggio culturale cristiano e dalla teoria morale deontologica kantiana, consistente nella volontà di prendersi cura di tutti, prescindendo da età e condizioni di salute pregresse.     Al contrario il Regno Unito ha, inizialmente, optato per un modello basato...

Mostre virtuali / Raffaello in PDF

Ricomponendo le disiecta membra dell’arte classica Raffaello Sanzio fa rivivere l’antico nel presente, inaugurando la Maniera moderna. Ogni sguardo che il presente getta sul passato inevitabilmente lo ristruttura, lo ricompone, mentre il passato stesso illumina il presente e lo irradia da lontano. Raccontando a ritroso la vita dell’artista, la mostra Raffaello. 1520–1483 inverte la direzione del tempo disorientando, come la superficie del nastro di Möbius, che non ha un sotto e un sopra, un interno e un esterno, un inizio e una fine. Ad accogliere il visitatore all’inizio della mostra allestita alla Scuderie del Quirinale è infatti una fine: la riproduzione in scala 1:1 del monumento funebre dell’artista morto a 37 anni. A causa delle restrizioni imposte dalla pandemia la visita è solo virtuale: video-racconti, approfondimenti e incursioni nel backstage.    Fermo immagine tratto dal video Rematerialising the tomb of Raphael, in Raffaello oltre la mostra.   Fermo immagine tratto dal video Il backstage della mostra Raffaello 1520-1483, in Raffaello oltre la mostra. Il backstage della mostra RAFFAELLO 1520-1483 mostra il lavoro degli operai impegnati nel trasporto...

Hsieh Tehching, la reclusione come arte / Il tempo in gabbia

La gabbia di legno, tre metri per tre e ottanta, per due metri e mezzo d'altezza, delimita un angolo del piccolo appartamento. Dentro c'è soltanto una brandina, un lavandino e un secchio. Disteso sulla brandina, un giovane dai tratti asiatici vestito di bianco, con un nome e due numeri stampigliati sul petto: Sam 93078, Hsieh 92979. Si direbbe un prigioniero in carcere, ma quella non è una prigione e il giovane non è stato arrestato.     Siamo a New York, nel 1978. L'appartamento è al piano terra, nel vecchio quartiere industriale a sud di Canal Street che solo da qualche anno aveva cominciato a essere chiamato Tribeca e ad attirare artisti squattrinati. Anche il giovane sulla brandina è un artista, o meglio: un aspirante artista, molto squattrinato e molto emarginato. È un immigrato illegale, un taiwanese arrivato nella Grande Mela clandestinamente quattro anni prima. Per sopravvivere, senza documenti e senza nemmeno conoscere la lingua, aveva fatto lo sguattero dodici ore al giorno in un ristorante di Soho. E in quei quattro anni a lavare piatti e passare lo spazzolone sul pavimento, aveva continuato a rimuginare su come realizzare il sogno per cui era arrivato lì,...

Scegliere contro / Gershom Scholem, il maestro della cabala

“Nei primi anni Settanta, quando ero uno studente universitario, mi imbattei nelle Grandi correnti della mistica ebraica e lo divorai quasi fosse un testo sacro. Quel libro mi sembrava racchiudere il segreto di come uno storico laico possa immergersi nelle fonti religiose trovandovi un significato profondo per il mondo moderno. Oggi, molti anni dopo e con una carriera alle spalle continuo a pensare che Scholem ci offra un esempio perfetto di come si scrive la storia dell’ebraismo”. Sono le ultime righe di Il maestro della cabala. Vita di Gershom Scholem scritto da David Biale. In quelle righe ci sono molte cose: c’è il senso della figura di Scholem, ma c’è anche gran parte delle emozioni che provano i suoi lettori.  Quella di David Biale è una biografia culturale, prima ancora che una classica biografia in cui pubblico e privato si intrecciano. Ma è anche la storia di un lettore appassionato e del suo incontro con “il maestro”. Biale non è solo uno studioso che ha scoperto Scholem da giovane e ne ha proposto un primo profilo culturale in un testo che di fatto fa scuola (Gershom Scholem. Kabbalah and Counter History, Harvard University Press 1982). È anche uno studioso che ha...

Novità sui fiori / Inventario

“Come stai?” ha perso la sua frettolosità formale, è diventato un interrogativo sostanziale da cui dipende l’esistenza nostra e delle nostre tante famiglie allargate. In questi giorni non ci incontriamo, il verbale risucchia il non verbale, la comunicazione ridiventa orale, sono le parole che toccano e nutrono, che devono raccontare emozioni che non possono diventare gesto. Dai dispositivi passa un flusso che unisce la solitudine delle moltitudini, concede il perditempo della chiacchiera: ho parlato con mia madre fino alle due di notte, ho sentito amici che non vedevo da anni, ho finalmente chiarito...  L’estetica del mostrarsi, quella che coccolavamo e perfezionavamo, è svaporata, il corpo si è fatto insormontabile con i suoi significati arcaici di paura e morte. “In alcune condizioni di malattia somatica (organica) il corpo-soggetto (Leib) si trasforma in corpo-oggetto (Körper)” scrive Eugenio Borgna in Le metamorfosi del corpo, postfazione all’ormai classico, Il corpo, di Umberto Galimberti (Feltrinelli, 1983). Anche se l’impegno strenuo di chi lotta in ospedale è capace di trasformare il paziente numero in una persona da salvare.    Sottocoperta, ci mettiamo...

Un bambino tanti bambini / Gli orecchi dei Pinocchi

In tempi duri per gli umani, piovono burattini. Roma è invasa da Pinocchi. Pinocchi rinchiusi, Pinocchi che non ascoltano e, pertanto, si moltiplicano. I Pinocchi di Jim Dine, ad esempio: 11. Il Pinocchio di Codognotto al Mused (Museo della Scuola e dell’Educazione dell’Università Roma Tre), a pochi passi dalla mostra dell’artista statunitense a Palazzo delle Esposizioni. In un luogo ancora troppo poco conosciuto, eppure pubblico: in entrambi i casi uno spazio museale. I Pinocchi di Jim Dine sono come incantati: non inermi, ma fissati nell’atto di dire qualcosa, di dare qualcosa. Sulle pareti dell’ala in cui sono esposti Jim Dine ha anche dipinto alcune sue poesie: scriverle a caratteri cubitali ha sempre significato per lui l’opportunità, in quanto dislessico, di superare la difficoltà di lettura e, in qualche modo, anche di creazione. In fondo a destra c’è un Pinocchio con una sega: è legato a una struttura metallica per la testa. Forse l’artista intende fermare il creato che si fa creatore? Dine ha dichiarato: «L’idea di un pezzo di legno che parla e che diventa un ragazzo in carne e ossa è una metafora dell’arte». Accanto a un Pinocchio tanto ardito Dine dipinge questi versi:...

“Una malattia delle nostre idee” / Marco Aime, Classificare, separare, escludere

In un dibattito pubblico-mediatico ossessionato dal sensazionalismo e dall'emotività più irragionevole e infestato da sensibilità populiste, sovraniste, conservatrici, neo e post-fasciste, una questione sociale biologica e sanitaria come il rischio di diffusione di coronavirus Covid-19 si è fin da subito avvinghiato, in modo irrazionale e isterico, al tema della “razza” o dell'etnia. A partire dalla (probabile ma non certa) incubazione “cinese” la vicenda si è colorata di immagini razziste stereotipiche di promiscuità con il mondo animale e con la massa umana, di scarsa igiene e bassa qualità della vita, per poi assumere altre diramazioni che in ogni caso hanno a che fare con il tema del panico da contaminazione e con la metafora della purezza. Peraltro – sia inteso come un'aggravante – avallata da rappresentanti istituzionali, esponenti di partiti di estrema destra: inqualificabili l'uscita televisiva del governatore leghista del Veneto e la sua eco che lasciano esterrefatti per il tasso congiunto di ottusità e razzismo in un solo discorso – "tutti abbiamo visto i cinesi mangiarsi topi vivi" – ; la cosa ha suscitato giuste reazioni di sdegno e irritazione e conferma ulteriormente...

La trappola delle metafore / Coronavirus, guerra alle metafore di guerra

Dalla sua esplosione, il coronavirus è sia un pericolo per la salute di noi tutti che una metafora di molte cose: dai fallimenti della globalizzazione, alla minaccia che viene dagli stranieri. Da un certo punto in poi, però, il dibattito pubblico si è conformato all’utilizzo della metafora bellica, già molto usata nelle passate situazioni di epidemie e pandemie. Guerra, battaglia, combattere, attacco, difesa sono le espressioni ricorrenti – che non sono confinate al discorso politico: Domenico Arcuri, supercommissario all’emergenza, asserisce che mascherine e ventilatori siano “le munizioni che ci servono per combattere questa guerra”; Massimo Galli direttore dell’ospedale Sacco di Milano considera gli ospedali “la retrovia di questa guerra, perché è di una guerra che si tratta” e medici e infermieri parlano di una “guerra difficile da combattere perché non si conosce il nemico” in cui “l’unica arma è stare a casa e rispettare le regole”.  L'utilizzo di metafore di guerra nel discorso politico non è certo nuovo, così come non lo è nella scienza e nella medicina. Già nel 1934, il British Medical Journal scrisse della "Guerra contro il cancro", un’espressione che poi è...

Progetto Olimpico 2020 / Sfruttamento politico delle Olimpiadi tra vita, economia e pandemia

  Falsa partenza   In Italia la notizia del rinvio delle Olimpiadi di Tokyo 2020 è arrivata il 24 marzo, presentata più che altro come un’importante notizia sportiva. Il focus sui media italiani era dunque centrato sull’aspetto sportivo, sugli atleti, giovani e veterani, che avrebbero dovuto partecipare ai Giochi, oltre ovviamente alla causa di questo rinvio storico, il coronavirus che tiene in quarantena l’Italia intera e gran parte del mondo da ormai diverse settimane. In Giappone invece la vicenda delle Olimpiadi è vissuta da qualche anno a questa parte in modo molto più complesso, non solo dal punto di vista sportivo, puro e innocente, ma su tanti livelli, sociale, politico, economico, ecologico, e anche scandalistico, ancora più di altri paesi che hanno ospitato in passato i giochi olimpici.  La sera del 25 marzo, all’indomani della decisione del rinvio olimpico, Yuriko Koike, la governatrice di Tokyo, ha convocato una conferenza stampa straordinaria insieme alle autorità mediche della metropoli, un evento sicuramente coordinato con il governo, dove ha riassunto la situazione del contagio del coronavirus sul territorio metropolitano mostrando un cartello...

Plastica / Celluloide, bakelite & Co. il lungo sogno del Secolo breve

Spesso, le grandi invenzioni nascono dal tentativo di risolvere problemi di secondo piano. Nel 1863, la ditta Phelan e Collander, fabbricante palle da biliardo in Albany, New York, bandì un premio da diecimila dollari per chiunque avesse inventato un materiale in grado di sostituire l’avorio, che ormai iniziava a scarseggiare. A raccogliere la palla al balzo fu un chimico statunitense, John Wesley Hyatt, che riuscì nell’intento sei anni dopo, nel 1869, brevettando un composto a base di nitrocellulosa ammorbidito con l’aggiunta di canfora. La nitrocellulosa, il primo polimero di sintesi della storia, era stato brevettato in Inghilterra nel 1861, da Alexander Parkes, ma non ebbe mai alcun esito commerciale; il suo primogenito, che Hyatt battezzò “celluloide”, ebbe invece un successo strepitoso. Non per costruire le palle da biliardo, però: la celluloide è un materiale infiammabile e potenzialmente esplosivo, se compresso, e da non poche sale da biliardo in tutti gli States giunsero lamentele sul fatto che, a volte, nel gioco si producessero schiocchi non dissimili a quelli di un colpo di pistola, col risultato che la clientela cercava rifugio sotto il biliardo, nel timore di una...

Laboratorio / Insaziabile Faust

All’alba dell’età moderna, la cultura europea partorisce due personaggi che rappresentano una fame insaziabile e sacrilega di assoluto: Don Giovanni e Faust. Il primo abita un presente senza memoria, mentre il secondo vive sempre nel passato e nel futuro, incapace di godere pienamente l’attimo. Il Faust goethiano ha suscitato un’interminabile diatriba filologica e filosofica che riguarda proprio la frase in cui il protagonista evoca il fantasma di questo godimento. “Potrei dire all’attimo fuggente: ‘Arrestati, sei bello!’” esclama davanti al sogno di un’umanità libera e operosa; ma subito cade morto. Nel patto con Mefistofele, infatti, lo studioso aveva accettato di consegnargli l’anima non appena avesse pronunciato quelle parole. Ma Faust sta davvero esprimendo ciò che l’esclamazione tra virgolette significa? Non sta solo facendo un’ipotesi? E se è così, l’interpretazione diabolica non si basa forse su un cavillo? Il testo non è troppo chiaro, e non esattamente per una di quelle ambiguità che ne fanno la grandezza. Goethe ritoccò il verbo, passando dal “posso” al “potrei”, e fu dunque il primo a cercare giustificazioni avvocatesche per il finale, dove gli inviati del cielo...

Dalla finestra / Sciarpe, foulard e carta igienica

6 aprile – La settimana comincia con il dibattito sulle mascherine. Il governatore della Lombardia emette un'ordinanza per cui vi è obbligo di mascherina per chiunque esca di casa. Ma le mascherine sono introvabili. Il Fontana dice che vanno bene anche sciarpe e foulard o, letteralmente, “qualsiasi cosa”. Non vi è alcuna “evidenza” scientifica che sciarpe e foulard siano protettivi di un bel niente ma l'impressione è che siamo a un livello tale – di disperazione e di non sapere – che va bene tutto. Infatti la gente accetta senza un grido, esce con la faccia coperta come in una forma di superstizione. Non serve? Nel dubbio proviamo anche questa, sembrano dire. All'improvviso non importa più cosa dicono gli esperti dell'Oms o dell'Iss: se Fontana domani dicesse che dobbiamo uscire tutti con le pinne, usciremmo tutti con le pinne.  Galleggiamo talmente tutti nella follia e nell'onirismo che fossi in lui lo farei, lo ordinerei. “Per vedere l'effetto che fa”, fino a dove può spingersi. Andando a fare la spesa incontro un signore con una striscia di carta igienica con due buchi ai lati per le orecchie, orecchie che tengono su questi tre o quattro strappi di carta manco...

Modernità, epidemia, e il corpo inaccessibile / Senza mano nella tua mano

E d’un tratto un gesto è venuto a mancare nel nostro lessico quotidiano. Disperso nello spazio tra i corpi, non ne resta che una traccia sospesa. Non si stringono più le mani, incontrandosi. Sebbene di rado, fuori ci si incontra ancora, chi per lavoro, per quei lavori rimasti aperti, chi nelle uscite fugaci dalla tana, per le provviste e le necessità. Ma il movimento della mano, che pure si protende in saluto verso l’altro come per moto proprio, si frena a mezz’aria, esita, poi si prolunga solo nell’intenzione, e fisicamente recede.   Umberto Boccioni, Stati d'animo - quelli che vanno (1911)   La stretta di mano è il primo ingresso nella sfera di un altro corpo, in quell’involucro invisibile ma pulsante che lo circonda, in certi casi appena più trasparente, soffuso di luce fioca. È diventato un gesto formale, quello della diplomazia, degli incontri al vertice, degli affari conclusi, della parola data, della liturgia. Ma conserva intatta la sua semplicità antichissima. Certo, non siamo nell’ordine dell’automatismo istintivo ma del linguaggio. Molte culture non prevedono che ci si tocchi nell’incontrarsi, ma che si saluti, per esempio, con un inchino, a volte con le mani...

Ossessioni / Breve vita felice di Tom Ballard, alpinista

Tom Ballard. Il figlio della montagna, scritto dall’alpinista e scrittore Marco Berti, racconta la passione per le montagne e per l’arrampicata di un ragazzo che si distingueva per coraggio, riservatezza e senso dell’ironia; in un mondo, quello degli scalatori, caratterizzato da forte autostima e propensione all’esposizione mediatica, necessaria del resto per attirare sponsor.  Tom è morto il 25 febbraio di un anno fa, insieme a Daniele Nardi, sul Nanga Parbat; salire sulla cima di quella montagna scalando lo Sperone Mummery era stato l’obiettivo che li aveva accomunati.  Tom Ballard nasce nel 1988, a Belper in Inghilterra. Sua madre Alison Hargreaves era stata la prima donna a scalare l’Everest senza ossigeno e senza portatori; da sola aveva salito le sei maggiori pareti nord delle Alpi in una sola stagione, quelle rese celebri dal libro di Gaston Rébuffat, Etoiles et tempêtes – Six Faces Nord: Cima Grande di Lavaredo, Pizzo Badile, Cervino, Grandes Jorasses, Petit Dru, Eiger.  Era scomparsa il 13 agosto del 1995 mentre scendeva dalla vetta del K2, dopo averlo scalato con altri 5 alpinisti. Persero la vita tutti e sei a causa di una terribile tempesta di...

Fenomenologie / Cronache culinarie in domicili coatti

L’assalto ai forni, sospirata rimembranza scolastica, non c’è stato. C’è stato in compenso quello ai supermercati. Ingiustificato, dicevano, sul piano della razionalità economica; comprensibilissimo su quello dell’emozione collettiva. Non tanto per paura di veder esauriti i famigerati beni di prima necessità (tutti comunque da classificare), ma per una specie di sudata coazione a replicare scene d’antan (le scorte in periodo di guerra), dunque per il gusto po’ vintage, e totalmente intransitivo, di stipare derrate pantagueliche nella dispensa di casa. Più che da un “non si sa mai”, l'invasione – prima scomposta, poi organizzatissima – ai templi moderni del consumo alimentare sembrava dettata da un “fanno tutti così”. L’epoca in cui il manovale Marcovaldo andava al supermarket per trascorrere spensieratamente il sabato pomeriggio è definitivamente trascorsa. Adesso, piuttosto, sembra che la cosiddetta grande distribuzione rientri fra i fabbisogni primari della gente: e resti tale, dunque, anche in tempi di pandemia.   Stabilizzata l’eccezionalità (ossimoro cui siamo rassegnati), le cose poco a poco sono cambiate. Adesso si va a fare la spesa se e quando serve, solissimi e...

Sofferta sollecitazione attuale / Il destino di Roma (e il nostro)

L’otto maggio 1980 l’Organizzazione Mondiale della Sanità annunciò al mondo l’avvenuta eradicazione del vaiolo. Medici e scienziati pensavano allora che le malattie infettive sarebbero scomparse definitivamente. A causare la morte sarebbero state altre malattie, quelle dette di “degenerazione” (cancro, affezioni cardiovascolari eccetera). Quest’ottimismo durava da almeno una ventina d’anni. Già negli anni Sessanta era accaduto che si tenessero convegni dal titolo suggestivo: “Infectious disease, does it still matter?” Sono ancora importanti le malattie infettive? (dati che desumo da un saggio di Bernardino Fantini sulla storia delle epidemie). Ma, più o meno contemporaneamente alla trionfale dichiarazione dell’OMS, stavano maturando le condizioni per l’avvento di una nuova, terribile malattia infettiva, che di lì a poco avrebbe sorpreso il mondo, sarebbe stata battezzata AIDS e i cui primi casi si fanno risalire al giugno 1981. Si tratta di quello che Kyle Harper, nel suo Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero (Einaudi, 2019), definisce “uno spunto ironico della storia”.   Un’ occorrenza analoga del fenomeno si ebbe nel secondo secolo dopo Cristo. In uno...

Un quadro / La Resurrezione di Piero della Francesca

C‘è quest’uomo in piedi in un sepolcro, con in mano il vessillo dei crociati e un piede sul bordo del sarcofago scoperchiato, e poi quattro soldati che dormono in diverse posture, e sullo sfondo una campagna che ti dà l’atmosfera e l’ambiente ma sulla quale al momento non ti soffermi. La rappresentazione è leggermente di sotto in su, accentuata, per lo spettatore dal suo stagliarsi sopra la sua testa, così che anche lo sguardo dell’uomo nel sepolcro, dritto, che si rivolge lontano e sembra non guardare niente per avere già visto tutto, gli passa sopra la testa, si dirige oltre di lui ma insieme lo comprende, nel senso che lo capisce e lo tiene nel suo spazio visuale, ma non gli si rivolge direttamente. Semmai sarà il suo, di sguardo, a essere attratto e non potersi distogliere da lui e dalla sua figura per un tempo incalcolabile, prima di vedere il resto. Ma può anche essere che lo spettatore distolga subito lo sguardo, spaventato, per placarsi perdendosi nel resto, sugli altri protagonisti, nel mondo sullo sfondo, prima di potervi tornare e affrontarlo.   La scena è silenziosa, quasi incantata, come un attimo sottratto al tempo, in lontananze infinite, eppure qui davanti a...

Pasqua / Il Cristo Pantocrator: l'ultima parola è risurrezione

Il Cristo Pantocrator (Signore del mondo), icona bizantina proveniente da Costantinopoli e conservata nel monastero di Santa Caterina sul monte Sinai, è una delle più antiche raffigurazioni del volto di Cristo risorto – risale al VI-VII secolo – sfuggita alla furia iconoclasta abbattutasi, tra l'VIII secolo e la prima metà del IX, sul mondo cristiano come effetto delle dispute teologiche sulla vera natura di Gesù: solo umana, solo divina o divino-umana? Ed è quest'ultima natura che emerge, come fede e come dottrina, dal ritratto del Pantocrator di Santa Caterina (e di tutti quelli successivi che da questo derivano). Per me questa icona è una delle più essenziali ed efficaci raffigurazioni della risurrezione di Gesù. Nessun pittore, per quanto grande (come non ricordare la splendida Risurrezione di Piero della Francesca?), è mai riuscito a ritrarre, ricorrendo alla propria immaginazione, qualcosa di tanto incredibile, sconvolgente, trascendente e alieno come il volto di un uomo entrato nella morte e uscitone non come il morto vivente, il super eroe o il fantasma che la letteratura e il cinema propongono sempre, ma come lo stesso uomo di prima eppure diverso perché entrato in una...

Radiogenie / Quando la radio faceva scuola

In mezzo alle tante emergenze suscitate dal Coronavirus la chiusura delle scuole è arrivata abbastanza all’improvviso e si prospetta molto lunga. Allora come mandare avanti le lezioni alle elementari, alle medie, alle superiori, all’Università senza la compresenza in classe di docenti e studenti? Quali tecnologie e piattaforme utilizzare? Non è la prima volta che in Italia, nell’epoca della riproducibilità tecnica, le lezioni vengono sospese così a lungo e su tutto il territorio nazionale, per causa di forza maggiore. C’è almeno un precedente, seppur di natura assai diversa, e anche in quel caso ci si interrogò sui possibili rimedi.   Nell’inverno del 1942-43, in conseguenza delle difficoltà della guerra, furono chiuse le scuole. Il ministro Bottai, sotto il cui controllo era rientrata qualsiasi attività radiofonica in ambito educativo, predispose un esperimento di «radioscuola»: al posto delle lezioni in classe, programmi radiofonici da ascoltare in casa (naturalmente solo per chi disponeva di una radio o per chi riusciva a organizzarsi con altre famiglie). Immaginate una barca senza remi. Sarà sbattuta di qua e di là dalle onde o dal vento. L’insegnante potrà costruire la...

Cuba: una famiglia esplode nel paese imploso / Carlos Manuel Álvarez, Cadere

“Non cerchi di aggrapparti a niente, ti abbandoni alla corrente, come un corpo rotto, fino a che ti impigli in un giunco o qualche mulinello ti trascina o ti assesti su una secca, e poi l’ultima cosa che pensi è che è andata, ora ti addormenti, e che quello, che ora ti addormenti, è l’ultimo pensiero che fai, e che poi nella tua testa non ci sarà nient’altro, e poi, in effetti, non c’è nient’altro.” Una nuova generazione di scrittori attraversa e rinnova la letteratura sudamericana. Poeti, specialisti del cuento o del romanzo, hanno tutti tra i trenta e i quarant’anni, o poco più, conoscono la storia imponente e sofferta dei loro paesi d’origine, così come quella dei loro padri letterari e la rispettano, ma vogliono dimostrare che si può scrivere in maniera diversa. Scrittori come il colombiano Juan Cárdenas, l’uruguaiana Vera Giaconi, l’argentino Federico Falco, la messicana Brenda Navarro e la cilena Nona Fernández (di queste ultime due abbiamo parlato proprio su Doppiozero qui e qui), l’elenco potrebbe proseguire ancora  a lungo, mi limito ad aggiungere Carlos Manuel Álvarez, cubano, nato nel 1989, autore di Cadere (Sur 2020, traduzione di Violetta Colonnelli), un piccolo...

Virus e anziani / Non senza mio padre

Al Pio Albergo Trivulzio di Milano, storica casa di cura per gli anziani meno abbienti, si rincorrono le cifre dei decessi avvenuti tra marzo e questi primi giorni di aprile: a oggi si parla di 110 morti, un numero, già molto alto, che pare destinato a crescere rapidamente visti i ritardi con cui la gestione ha messo in moto l’intervento straordinario per fronteggiare la virulenza del Covid-19. I dirigenti si rimpallano le responsabilità, il personale denuncia le numerose negligenze, e la procura di Milano ha aperto un’inchiesta con l’ipotesi di “diffusione colposa di epidemie e omicidio colposo”. È legittimo pensare che l’impreparazione al coronavirus abbia esaltato i difetti organizzativi di tutte le strutture di accoglienza degli anziani, di cui quella di Milano è solo un clamoroso esempio. La giustizia farà il suo corso, si dice, ma questa è una vicenda che nell’incendio della pandemia ci fa sbattere contro uno dei macigni più duri del nostro tempo: la realtà di emarginazione estrema in cui tanti dei nostri vecchi trascorrono l’ultimo tratto della loro esistenza. Un vero abbandono di massa di cui non si ha nemmeno percezione.    C’è un luogo comune, sempre meno...

I rami di attività economica / La casalinga di Voghera e le attività essenziali

La rottura della lavatrice   L’incommensurabile Alberto Arbasino è, ahinoi, morto, ma la casalinga di Voghera è viva. Da ultimo ha dovuto studiare i rami di attività economica. Il 21 marzo suo marito, nel tentativo maldestro di aiutare nei lavori domestici, aveva rotto la maniglia della lavatrice. La casalinga ha prima urlato; ha poi letto con attenzione il decreto del Presidente del Consiglio del 22 marzo, in particolare la lista delle attività economiche definite essenziali. Con sollievo (anche del marito) la casalinga ha scoperto che il ramo di attività economica “Riparazione di elettrodomestici e di articoli per la casa” era stato incluso dal Governo tra le attività essenziali. L’operaio è potuto venire a casa, rigorosamente con la mascherina, e ha aggiustato la lavatrice (90 euro, con ricevuta fiscale, pagati naturalmente dal marito: chi rompe paga). Rimane un dubbio nella testa della casalinga: a che cosa cavolo servono questi rami di attività economica?   In tutte le scienze la classificazione è indispensabile. Gli zoologi classificano i vertebrati in cinque ordini: mammiferi, anfibi, pesci, uccelli e rettili. Classificano i loro oggetti gli archivisti e i...

Le cose che non si vedono / Il virus invisibile

La sua forma è seducente: un piccolo pianeta grigio su cui crescono alberelli dalla chioma rossa. Così l’hanno fotografato con un microscopio elettronico al Center for Disease Control and Prevention. In altre immagini invece, pubblicate da poco su Nature Medicine, appare come una sfera violacea coperta da piccole forme verdi dalle teste tondeggianti simili a piccoli chiodi. Da queste protuberanze deriva il nome, Coronavirus, poiché sembrano una corona attorno al virione. Questa è la forma che ha scatenato la pandemia. I virus hanno tutti delle forme affascinanti, spesso sono esagoni, perché questo è il modo migliore per impacchettare unità identiche minimizzando al contempo l’energia. Il tipico rivestimento esterno di un virus è costituito di molte coppie della stessa unità proteica assemblate come i vertici di un poliedro, spiega Ian Steward, matematico e studioso delle forme. Steward cita l’architetto Buckminster Fuller, inventore e futurologo, che, ispirato dalle forme matematiche degli oggetti naturali, ha costruito le sue celebri cupole geodetiche, così come due scienziati, un chimico americano e uno spettroscopista inglese, che lavorano sulle forme dell’icosaedro e nel 1985...

Navi / Wiligelmo e l’arca

La prima imbarcazione della tradizione ebraico-cristiana non è una nave: è l’arca di Noè. Agli inizi del XII secolo, sulla facciata del duomo di Modena, uno dei più grandi artisti del Romanico – Wiligelmo – deve fare i conti con il singolare racconto che ne fa la Genesi, il primo libro della Bibbia: scolpisce infatti una struttura che non assomiglia per niente a una nave.      Disgustato dalla cattiveria degli uomini – racconta la Genesi – Dio ordina a Noè di costruire un’arca in cui ospitare la moglie, i figli e le rispettive mogli, e tutte le specie animali; qui potranno rifugiarsi e sfuggire al tremendo diluvio che cancellerà ogni cosa sulla Terra (Genesi, 6.14-16): “Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell’arca un tetto e, a un cubito più sopra, la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore”. Una costruzione gigantesca e a più piani, eppure il termine usato nella versione greca della Bibbia è kibotós, cioè “scrigno”, “...