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Tradizione

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Diario 5 / Rumori nella cassa toracica

La notte di lunedì non ho chiuso occhio. Sentivo un rumore appena fuori dalla stanza, un rumore che assomigliava allo scalpiccio di un animale intrappolato. All’inizio non capivo da dove provenisse, pensavo alle fronde di qualche pianta in giardino. Ma no, il rumore era più vicino. Col passare dei minuti ho cominciato a sospettare che l’animale si nascondesse in un’intercapedine del muro. Ho cercato di immaginare che animale fosse e ho subito pensato a un topo. Ma da queste parti topi non se ne sono mai visti. Solo una volta mia moglie ha avuto l’impressione di averne adocchiato uno in giardino. Ma non era sicura che fosse un topo. Poteva essere un merlo. A volte i merli, quando sono in cerca di cibo, vorticano tra le foglie morte. In ogni caso quella volta ho piazzato delle esche in giardino, ma le esche sono rimaste intatte. Se la bestia intrappolata nel muro non era un topo, allora cos’era? La casa in cui vivo si trova in un quartiere in cui a ogni ora del giorno e della notte risuonano degli allarmi. Nella quasi totalità dei casi gli allarmi risuonano a vuoto, e la gente li lascia risuonare perché ormai sa che si tratta di falsi allarmi. Perciò dovrei dire che nel quartiere in...

Profughi / L’ombra del nemico

Questa storia inizia con una bambina che voleva divenire cacciatrice di serpenti e che si troverà, molti anni dopo, ad essere una giornalista di guerra. Inizia con il desiderio di riparare ai torti grazie al racconto delle vite travolte dalla violenza della Storia. Un mosaico di racconti e testimonianze che vanno a comporre lo scenario delle nostre società in tumulto, in un tentativo di comprensione e di decodifica, di compensazione e analisi. Marta Serafini, giornalista del “Corriere della Sera”, in L’ombra del nemico (Solferino libri), racconta cinque anni di lavoro e di reportage che l’hanno portata più volte in Medio Oriente durante il conflitto siriano, in Iraq – testimone della nascita, della consolidazione e del declino dello Stato Islamico – in Kurdistan tra le file dei peshmerga, al confine tra Turchia e Siria – tra le centinaia di migliaia di profughi che il conflitto siriano ha causato – nel Libano schiacciato dalla pressione degli sconvolgimenti nella Regione, in Afghanistan – a Kabul – nei vicoli degli oppiomani e tra le donne in burqa che chiedono l’elemosina, sulle navi delle Ong che salvano vite nel Mediterraneo centrale.   Ma anche nelle periferie delle...

Estetica ecologica / Il filosofo e la polpetta

Illuminazione in un vagone ferroviario: “sono vegano – rivela un ragazzo sedutoci accanto –, mangio però le polpette quando le prepara mia nonna; due volte l’anno, quando torno a trovarla”. Ipocrisia? incoerenza? contraddizione? sistematico rovescio delle regole? Macché – spiega Nicola Perullo nel suo ultimo, magistrale libro Estetica ecologica. Percepire saggio, vivere corrispondente (Mimesis, pp. 168, € 16) –, semmai estremo buonsenso risonante, capacità di sapersi adattare alle situazioni volgendole a proprio favore, senza pregiudizi, senza principi indiscussi e indiscutibili. Intercettando corrispondenze, facendo riecheggiare le istanze dei vari soggetti che sempre e comunque intrecciano le varie linee della loro esistenza. “Sono cresciuto insieme a mia nonna e le sue polpette – spiega il giovane vegano –. Lei è vissuta in un’altra epoca, è una persona senza cultura, non capirebbe la mia scelta”. Più che rivendicare i principi che si è dato a monte, il nostro compagno di scompartimento preferisce insomma convivere con – e conseguentemente sciogliere – i nodi problematici che volta per volta, a valle, possono emergere nel flusso della vita di tutti i giorni. Tra far del male a...

Dall'autore di Spillover / David Quammen, L’albero intricato

A partire dal luglio 1837, Charles Darwin tenne un piccolo taccuino, che etichettò con la lettera B, dedicato «all’idea più bizzarra che gli fosse mai venuta». Era un bel taccuino, adatto a un giovane di buona famiglia quale era Darwin: 280 pagine color crema, rilegato in pelle marrone. Non era un quadernetto usa e getta, quindi, di quelli dove appuntarsi velocemente un’idea e liberarsene dopo averla trascritta, usata o dimenticata. Il taccuino B era piccolo abbastanza da essere riposto in tasca e con un fermaglio metallico per tenerlo chiuso: era quindi anche un quaderno privato, se non addirittura segreto. Era il deposito dei pensieri e delle riflessioni che si agitavano in Darwin dopo essere tornato a casa dal viaggio sul HMS Beagle, un’esplorazione per mare e per terra durata quasi cinque anni: di fatto l’unico vero grande viaggio in una vita per altro agiata e sedentaria, ma sufficiente per innescare una catena di riflessioni così destabilizzanti da essere conservate, nella loro forma larvale, al sicuro in un taccuino segreto indicato dalla lettera B. A pagina 26 del taccuino, Darwin traccia uno schizzo a penna, un grafo irregolare in cui alcuni rami sono più lunghi di altri...

Paulo Mendes da Rocha / L’architettura come farmaco

Qualche tempo fa l’architetto Carlo Gandolfi ha pubblicato un libro intorno all’opera e al pensiero di Paulo Mendes da Rocha (Matter of Space. Città e architettura in Paulo Mendes da Rocha, Accademia University Press, Torino 2018). “Intorno”, piuttosto che “incentrato su”, definisce meglio il carattere del libro in questione. Non si tratta infatti di uno studio rigorosamente storico, “monografico”, come viene inteso questo termine in circostanze simili. Un altro libro dedicato al medesimo autore, di qualche anno precedente, dell’ottimo storico Daniele Pisani, fornisce un eccellente esempio di “monografia” scientificamente impostata in tal senso (Paulo Mendes da Rocha. Tutte le opere, Electa, Milano 2013). Il libro di Gandolfi ha un taglio affatto diverso. Non che Paulo Mendes da Rocha non vi occupi un ruolo centrale. E però, quella che egli offre al lettore è un’avventura – visuale e concettuale – piuttosto che una semplice esposizione dell’opera e del pensiero dell’architetto brasiliano.   Basti dire che – tra le molte altre – nel libro appaiono citazioni di La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, Georges Perec, Daniel Barenboim, Paul Ricoeur, Constantin Brancusi,...

Una storia di immigrazione / Il suonatore del Bangladesh

Camminando nel centro di Ravenna, in via Corrado Ricci, da anni si può vedere un musicista del Bangladesh, seduto sotto i portici, intento a suonare un armonium. Io da lì ci passo molto spesso anche se, a dire il vero, non ho mai trovato il tempo per fermarmi. La sua musica, però, quella sì che mi è rimasta molto impressa: non avevo mai sentito così distintamente il suono di questo strano strumento in legno, che assomiglia un po’ a una fisarmonica. Il musicista è un uomo sui cinquant’anni, i capelli grigi e il viso sorridente, se ne sta seduto sempre nello stesso posto sotto quei portici di origine fascista, davanti alla piccolissima Chiesa di Santa Maddalena, non lontano dalla tomba di Dante Alighieri, che a Ravenna trovò asilo e poi vi morì. Una mattina decido di fermarmi a scambiare due chiacchiere e ad ascoltare meglio il musicista. E poi mi piacerebbe scrivere qualcosa su di lui. Io mi presento, lui mi dice che si chiama Cesar, è molto gentile e sorridente e alla mia richiesta di poterlo intervistare risponde subito di sì, senza chiedere altro. Così ci scambiamo i numeri di telefono.     È il primo febbraio, un sabato mattina, c’è il sole, io e il fotografo Marco...

(friulano) / Snait

Saperci fare, sapersi dare una mossa/scossa, anche in autonomia. Ma è anche, forse soprattutto qualcosa di fisico, legato al movimento, antagonista della pigrizia: esser agili, disinvolti. Nel Pirona, il dizionario della lingua friulana, si dice potrebbe derivare da die schneid di area sveva bavarese e corrispondente al tedesco letterario tatkraft: energia. Quando era piccolo, negli anni ‘70, gli adulti (pre-trentenni) associavano snait a noi bambini terribili, detti canae: ai vol snait, canae! Ci vuole snait, ragazzi, 

Jean-Loup Amselle / Psicotropici: droghe e sciamani

Jean-Loup Amselle, uno dei più autorevoli e originali antropologi contemporanei, ci ha da tempo abituati a teorie che spesso spiazzano il pensiero dominante, formulate attraverso uno sguardo quanto mai ricco e realista. Abbandonata – ma solo temporaneamente – la “sua” Africa, Amselle questa volta si è spostato in America latina e precisamente in Perù, per indagare quel fenomeno, sempre più diffuso, di turismo mistico o sciamanico legato alla somministrazione rituale della ayahuasca, un infuso allucinogeno a base di diverse piante amazzoniche in grado di indurre un effetto visionario, ma anche di “guidare” chi la assume. Utilizzata nella tradizione indigena, questa sostanza aveva assunto un ruolo centrale nell’immaginario psichedelico degli anni Sessanta, grazie anche ai libri di Carlos Castaneda, che grande influenza ebbero sulle giovani generazioni di quegli anni. Oggi, però, ci dice Amselle in Psicotropici (Meltemi, 2020) questa tradizione si è trasformata in una sorta di offerta di medicina alternativa per turisti occidentali. Dalla ricerca di una “realtà separata” di castanediana memoria, si è passati alla ricerca di una nuova terapia.   Protagonisti di questa svolta...

Tempo e spazio / “Quando” e “dove” sono usciti di senso

  Sono il tempo. Mi sono dilatato a dismisura.  Sono lo spazio. Mi sono ristretto fino quasi a sparire.   Sono ancora io, il tempo. Tocca a me cominciare. E già qui sono in ambasce. Cominciare è una convenzione. Così come lo è finire. A me non è dato un inizio e una fine. Mi adeguo però, se non altro per riuscire a parlarci, tra me che sono flusso infinito e voi che avete un’origine e un termine. Non vi nascondo che mi avevano mortificato, e così, a lungo, mi sono sentito. Uso convenzioni, come vedete: a lungo per me non vuol dire nulla, così come a breve o simili altri modi di dire che non corrispondono per me ad alcuna realtà. Me la sono passata così male negli ultimi tempi (altra convenzione linguistica questa volta al plurale), allorquando con l’agghiacciante espressione “tempo reale” avevano provato ad annullarmi. Sono confuso, adesso. Ho problemi non piccoli con il “prima” e l’“adesso”, e non so cosa mi aspetta dopo. Dal momento che sono il tempo, capirete che questo non è un problema di poco conto. Non tanto perché la mia vita somigli a una freccia. Non è mai stato così, se non nella mente degli umani. Non vado in nessuna direzione. Non sono neppure assoluto...

Dialetto di Scicli (Ragusa) / Azzurrari

L'azor, in spagnolo, è l'astòre, quel rapace nervoso e assai figlio di buttana versato nella trance agonistica. Impastato nell'istinto, terrorizza le prede.    Falconieri, cacciatori – dal cui gergo deriva 'azorar' – non azzurrano mai, azzurra l'uomo della strada, il laureato all'università della vita, lui sì che, strappando allo specialismo il termine, lo divora in uno scambio mimetico di sconsiderate proporzioni, e ne è divorato.   Quando "m'azzurra", dunque, è chiaro che a possedermi è lo spirito dell'astòre. Non un pensiero ci afferra, ma un istinto esiziale che angoscia e turba gli animali del bosco.    L'azzurro del cielo è solo un innocuo fondale.

Carteggi amorosi / Lettere da un matrimonio. Vitaliano Brancati e Anna Proclemer

Nel ’94, quarant’anni dopo la morte di Vitaliano Brancati, Anna Proclemer gli scrive una lettera per dirgli quanto senta la sua mancanza, e fondamentalmente quanto torto gli abbia fatto negli anni in cui lottava per la sua indipendenza e viveva il matrimonio con lo scrittore siciliano come una limitazione della sua libertà. Lo scrittore e l’attrice si erano conosciuti a Roma nel ’41; lei era ancora una studentessa, lui era già Brancati, aveva pubblicato Don Giovanni in Sicilia, aveva abbondantemente abiurato la sua fede fascista, e dopo alcuni anni di apprendistato alla mondanità letteraria aveva lasciato Roma e si era trasferito in Sicilia per insegnare italiano e latino in un liceo di Caltanissetta.    Credo che il trasferimento in Sicilia in pieno fascismo, e anche in piena affermazione personale, sia lo snodo centrale della biografia di Brancati: si disgusta del fascismo (il fratello racconta che l’unica cosa che raccontava volentieri, e con divertimento, della sua visita a Mussolini fossero i lunghi minuti di anticamera in cui aveva sconcertato le guardie del corpo che sembravano chiedersi chi fosse e che volesse, prima che lui mostrasse il suo lasciapassare) e...

Riccardo Musatti / Un meridionalista in Olivetti

Il 1955, l’anno in cui è dato alle stampe La via del Sud, è inaugurato lo stabilimento Olivetti di Pozzuoli. È il primo caso di trasferimento tecnologico di una grande azienda del Nord nel Mezzogiorno. Per Adriano Olivetti l’industria è la chiave di volta per modernizzare il Sud che, con più alti redditi, ha la possibilità di diventare un mercato importante per il resto d’Italia. Scrive Olivetti che l’industrializzazione è da considerare un mezzo «ma senza dimenticare il fine; la promozione di una civiltà fondata sull’armonia dei valori, sul rispetto delle libertà democratiche, sull’autonomia della persona». Riccardo Musatti è stato, per passione civile, il meridionalista del mondo olivettiano. Oggi, a oltre sessant’anni dalla prima pubblicazione del libro, molti nodi restano irrisolti e gli squilibri permangono. È parso quindi utile riproporre quelle pagine che hanno nel tempo acquistato un significato più profondo e aumentato il rimpianto per un tempo più fervido di idee e di uomini che si battevano per affermarle.  La “questione meridionale”, negata per motivi diversi dal fascismo e dall’idealismo crociano in nome della sacralità dello Stato unitario, torna al centro del...

Uno davvero tutto solo / Il fantasma di Odradek

Non c’è alternativa. Non si può che giungere alla psicoanalisi attraverso la porta del sintomo. È una delle poche verità che riguarda questa pratica e che emerge, per così dire, sia dalla sua filogenesi che dalla sua ontogenesi: sono state le isteriche alla fine del XIX secolo a “inventarsi” un sintomo che la scienza medica non riusciva a comprendere e di cui non riusciva a ricostruire la causa fisiologica; ma è anche vero che ogni esperienza della psicoanalisi ancora oggi inizia da un sintomo soggettivo, quando una forma di sofferenza non riesce a essere risolta in nessun altro modo, né con i farmaci, né con la psicologia, né attraverso le proprie relazioni e nemmeno nelle forme collettive del vivere sociale. Il sintomo è un messaggio enigmatico di cui non si conosce il senso né la causa e che fa soffrire il soggetto. In questo senso si potrebbe dire che è come una parola di cui non si conosce il significato e di cui non si è mai sentito il suono. Per la psicologia il compito della scienza dovrebbe essere quello di scoprire la causa nascosta del sintomo: cioè riportare il messaggio enigmatico al suo significato nascosto. Per la psicoanalisi no. Non c’è significato nascosto del...

11 luglio 1920 / Rodari e Pinin Carpi: due fantasie

Il mio problema con Rodari è lo stesso di Obelix con la pozione magica. Se da piccolo sei caduto dentro il pentolone, da grande ti è vietato avvicinarti alla pozione: ne hai già assorbito così a fondo il potere magico che un ulteriore sorso potrebbe avere effetti imprevedibili. Del resto era difficile, con una famiglia come la mia – padre funzionario del Pci, mamma sindacalista, zia maestra democratica e militante –, che Gianni Rodari non assumesse il ruolo di nume tutelare della nostra infanzia. Cipollino e sor Zucchina, le rime fedeli e perfette che traslano in versi le avventure di Pinocchio, favole che viaggiano sul filo del telefono, Gip che viaggia da un canale all’altro del televisore, una torta che vola nei cieli di Roma, Alice che casca, Giovannino che si perde, un bambino povero che sogna così forte un trenino elettrico da farlo animare... eravamo immersi completamente nel mondo rodariano. Dalle vecchie edizioni economiche in grande formato degli Editori Riuniti (con i disegni dalla linea pulita e un po’ retrò di Raul Verdini) agli ormai classici titoli del catalogo Einaudi, accompagnati dall’inconfondibile commento grafico di Bruno Munari.    Col tempo il mio...

Patto tra generazioni / Che memoria nell'era della post-memoria?

C’è una pietra scolpita nella casa che fu di Nuto Revelli, ora diventata Fondazione: a lungo è stata seminascosta sul ciglio in legno del divano a fiori del luminoso soggiorno. Riporta i versi che Primo Levi vi aveva scolpito, dedicandola agli amici Mario Rigoni Stern e a Nuto stesso, a suggello della comune drammatica esperienza negli anni del fascismo:                                                     A Mario e a Nuto   Ho due fratelli con molta vita alle spalle / nati all’ombra delle montagne. / Hanno imparato l’indignazione / nella neve di un Paese lontano, / e hanno scritto libri non inutili. / Come me hanno tollerato la vista / di Medusa, che non li ha impietriti. / Non si sono lasciati impietrire / dalla lenta nevicata dei giorni.   Quelle parole, scolpite non casualmente nella pietra, alludono con forza a un patto di memoria tra chi non ha dimenticato, essendo sopravvissuto allo sguardo pietrificante di Medusa ad Auschwitz come nella maledetta campagna di Russia. Non era scontato, infatti, il contraccolpo...

Storia e storie di Italia ’90 / Trent’anni di notti magiche

Trent’anni fa andava in scena il campionato mondiale di calcio di Italia ’90. Chi di noi allora c’era, chiudendo gli occhi può ancora rivedere, riascoltare, e perfino riassaporare quei giorni. Ma che cosa sono state, veramente, quelle “notti magiche” per tutti noi? Molto più che semplice sport. A costellare Italia ’90 sono state innanzitutto vere e proprie icone del loro tempo e delle loro rispettive nazionali. Primo fra tutti, René Higuita, estroso portiere colombiano, la cui fama è oggi legata soprattutto alle sue frequenti “escursioni” - palla al piede - fuori dall’area di rigore, come quella costata l’eliminazione alla Colombia negli ottavi di finale per mano del Camerun. Merito del “nonnetto” Roger Milla, allora già trentottenne (anche se molti giurano però fosse più vecchio), le cui reti a Italia ’90 fanno sognare tutta l’Africa, e le cui esultanze (con tanto di danza Makossa attorno alla bandierina del corner) fanno il giro del mondo. Il giocatore dal più alto tasso folcloristico a calcare i campi di Italia ’90 è forse però il colombiano Carlos Valderrama, noto soprattutto per il suo particolare look, con appariscenti baffi neri e un’inconfondibile folta e riccioluta chioma...

Paolo Jedlowski / Intanto, la vita

Intanto, per parafrasare una celebre massima, attribuita a John Lennon, è lo pseudonimo che usa la vita per passare inosservata, mentre siamo intenti a fare altro. È dunque ciò su cui, in presa diretta, non posiamo lo sguardo, è la vita parallela, di altri o persino nostra, intanto che ne viviamo un’altra; è una dimensione dello spazio, del tempo e, vorrei dire, dell’anima, che da il titolo all’ultimo godibilissimo libro di Paolo Jedlowski (Intanto, Mesogea, Messina, 2020, pp. 154, euro 13). Un esperimento narrativo di autobiografia sociologica, che insegue l’ambizione di raccontare non solo di sé e delle vite di chi, in quei luoghi, in quei anni, in quei snodi della vita, si riconosce, ma anche quelle di quanti, pur attraversando la stessa epoca e vivendo negli stessi posti, hanno vissuto qualcosa di profondamente diverso da quello del narratore.   L’autore ce ne offre un primo esempio nelle pagini iniziali del libro: la memoria torna agli anni in cui, giovane ed entusiasta, partecipa alle manifestazioni del ‘68 milanese e, seguendo un corteo, attraversa Piazza San Babila; e intanto può darsi che suo padre, il cui ufficio affacciava proprio sulla quella stessa...

Una scrittrice da riscoprire / Alice (Ceresa) disambientata

A tredici anni di distanza dalla prima edizione del Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile di Alice Ceresa (pubblicato postumo nel 2007 per l’attenta cura di Tatiana Crivelli), le edizioni nottetempo hanno appena riproposto l’opera della scrittrice svizzera in un’edizione ampliata e affiancata da un altro volume intitolato Abbecedario della differenza in cui le curatrici, Laura Fortini e Alessandra Pigliaru, hanno chiesto a varie studiose e studiosi di dialogare con le voci del dizionario ceresiano. Un’operazione meritevole che ha lo scopo di richiamare l’attenzione su una scrittrice di straordinario talento la cui attualità, come vedremo, non si esaurisce affatto nella questione femminile che pure è stata costantemente al centro della sua riflessione.    Il nome di Alice Ceresa era balzato alla cronaca nel luglio del 1967 quando, all’età di 44 anni (era nata a Basilea nel 1923), vinse il Premio Viareggio Opera prima con La figlia prodiga, testo sperimentale che aveva inaugurato presso Einaudi la collana «La ricerca letteraria» diretta da Davico Bonino, Manganelli e Sanguineti. Nel ’65 alcuni capitoli di La figlia prodiga erano apparsi sul «Menabò» 8 di...

Francesca Rigotti / Fare buio al buio

Neanche il buio è più quello di una volta. Se l’illuminismo ha vinto molte battaglie ma a quanto pare ha perso la guerra, l’illuminazione ha stravinto su tutti i fronti. “Ogni cosa è illuminata”, nel senso che più niente sfugge alla luce. Le cose, le case, le strade, le campagne, il cielo. Si cerca la luce per sentirsi sicuri, per esorcizzare la paura e la morte. “Infuria, infuria contro il morire della luce”, diceva Dylan Thomas. Ma il buio non è solo minaccia, è anche riposo, possibilità di riflettere, di isolarsi, di negarsi. Il buio è anche ciò che custodisce il segreto, che nasconde e accoglie; è la paura, ma anche, a volte, la protezione, il rifugio; il pericolo, la minaccia e la difesa; l’aggressione e l’intimità, degli amanti e di ciascuno con se stesso... Ma negarsi alla luce diventa sempre più difficile. Sottrarsi alla vista, cercare zone d’ombra, angoli bui, è già un atto sospetto di per sé. Di noi, tutto deve essere visibile e tenuto sotto controllo, solo così possiamo essere protetti. E solo protetti in ogni momento della giornata (del giorno che include la notte, come la donna è inclusa nell’uomo e non viceversa) e da ogni parte, possiamo sentirci non minacciati,...

Testimonianze / Leningrado. Memorie di un assedio

La storia dell’assedio   Nel 2014 Daniil Granin (1919-2017), autore, insieme ad Ales Adamovič (1927-1994), del monumentale Il libro dell’assedio (Blokadnaja kniga), fu invitato al Bundestag tedesco per raccontare, nel Giorno della memoria delle vittime del nazionalsocialismo, la tragedia di Leningrado. Quel giorno sancì il riconoscimento ufficiale da parte del governo tedesco della catastrofe perpetrata da Hitler e dalla Wermacht nei confronti del popolo russo e in particolare della città di Leningrado. «Città-eroe», «città-martire», la città voluta e fondata da Pietro I divenne alla fine della guerra il simbolo dello spirito indistruttibile dei suoi abitanti e, per estensione, dell’intera popolazione dell’Unione Sovietica che in quel conflitto pagò, in termini di vittime, il tributo più alto.  Grazie alle fonti primarie e agli studi condotti in più di mezzo secolo disponiamo ora di dati, documenti e materiali che hanno permesso di capire le premesse e le conseguenze di questa vicenda, di conoscere, ad esempio, i motivi che spinsero Hitler a puntare l’attenzione – e la parte migliore del suo contingente bellico – su Leningrado oppure di chiarire i dubbi e le opposte...

Sciarà / Ahcadehe

Ahcadehe (h aspirate) era l’appellativo con cui nostro padre ci rimbrottava, quando non eravamo all’altezza dello zelo orobico per il lavoro. Vuol dire: lazzarone/i. Essendo la pigrizia un tema significativo nella bergamasca, ha diversi e altrettanto intraducibili sinonimi:  Lifrucù Ligóh Strigóh Buoatù Quest’ultimo ha una coloritura che aggiunge all’aggettivo lazzarone/pigro, anche il significato di ‘Buono a niente’. Naturalmente, si poteva variare con il più comprensibile: Lasarù.

Un'intervista con l'artista / Glitch: la verità nell'errore. Conversazione con Emilio Vavarella

Mauro Zanchi e Sara Benaglia: “Report a Problem” è il messaggio che compare in basso nella schermata di Google Street View, e permette di segnalare a Google gli eventuali problemi rilevati nella visualizzazione del luogo che si sta visitando virtualmente. Immaginiamo che si possa creare un sistema in grado di fotografare o rivelare immagini interiori, luoghi che vivono nell'immaginario. Tu hai viaggiato su Google Street View, fotografando sul monitor tutti i “paesaggi sbagliati” che hai incontrato, prima che altri utenti riportassero il problema; così hai indotto l’azienda ad aggiustare l’immagine sostituendo le foto errate. Come ti figuri i paesaggi interiori e una sorta di fantagoogle che sistema le immagini inconsce delle persone? Quale utilità potrebbe avere rendere visibili immagini inconsce?   Quando lo scorso gennaio mi avete chiesto di immaginare una fotografia capace di rivelare immagini interiori non avrei immaginato di rispondere partendo da un coronavirus. Ma mi piacerebbe partire proprio da qui, a dimostrazione di quanto sia rilevante comprendere il ruolo e la produzione delle immagini anche in un momento di profonda crisi come quella innescata dal COVID-19...

Un Marx geografo / David Harvey: geografia del dominio

Geografia del dominio (Ombre corte 2018) raccoglie quattro brevi saggi di un autore di valore, David Harvey: geografo, ma esploratore di molti aspetti del contemporaneo nelle sue diverse declinazioni. Il suo libro più noto, The Condition of Postmodernity (1989), univa la lettura del postfordismo ai fenomeni culturali, artistici e architettonici del postmodernismo. Mostrava in fondo che questa corrente di pensiero – così influente nelle arti applicate, nell’urbanistica e nell’architettura di fine Novecento – era direttamente riconducibile a forme di produzione e a modelli di accumulazione flessibile tipici del tardo capitalismo. Negli anni, Harvey si è sempre più riferito a Marx: non al marxismo ma al testo marxiano, fonte inesauribile di analisi e profezie di quella che chiamiamo ora tutti “globalizzazione”. Nell’ultima occasione che ho avuto occasione di ascoltarlo, a Urbino davanti a un pubblico di studiosi dei fenomeni urbani, Harvey ha svolto una lezione sul Secondo Libro del Capitale, quello in cui Marx analizza il fenomeno della circolazione del capitale. E ha spiegato con quegli strumenti marxiani l’attuale finanziarizzazione delle città globali: sedi oggi di immensi...

Carteggi amorosi / Pessoa e Ophélia Queiroz: tutte le lettere d’amore sono ridicole

«Nella casualità della strada la casualità della ragazza / bionda: ma no, non è lei»: scrive Alvaro de Campos. Fernando Pessoa non potrebbe che sottoscrivere i versi del preferito fra i suoi eteronimi. Quella “ragazza bionda”, alla fine, arriva nella sua vita. Trentenne timido, isolato e sconosciuto, padrone soltanto della sua segreta opera letteraria, nella Lisbona degli anni venti Fernando si innamora di una gentile e minuta ragazza, dattilografa nella stessa impresa commerciale in cui lavora. Come può avvicinarsi al suo oggetto/soggetto amoroso? Escludendo a priori un contatto troppo diretto e sensuale, da cui sarebbe spaventato, non resta che un corteggiamento affettuoso, come quando i maschi delle gru cominciano ad emettere strida per attirare le femmine. Nel caso di Pessoa le strida sono parole sommesse, piccoli doni, letterine affettuose, teneri esorcismi, segnali che avvicinano e slontanano. Il suo è un passo esitante, impaurito, come accade all’inizio di ogni amore.      __title__ «Chi? L’infinito? / Digli che entri. / All’infinito fa bene / stare un po’ tra la gente» scrive Alexandre O’Neill. Pessoa il suo “infinito” se lo porta a spasso per le strade...