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Tradizione

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La stanza / Quaderno blu notte (2)

2. La stanza. Era in opposizione all’aperto, alla strada, al luogo pubblico e comune che la stanza definiva il suo spazio, la sua stessa ragion d’essere. Ora, in questo nuovo oscuro orizzonte, la stanza prende nel suo recinto tutto il tempo dell’agire, e del vivere. Come l’incontro – altra figura del vivere sociale– perde ora la sua fisicità e prossimità, e nella lontananza dei corpi pratica forme sostitutive e telematiche di relazioni, così la stanza riporta nel suo chiuso quel che non le era proprio, come per esempio il passeggiare. Che, trasformato in un modesto andirivieni, è costretto a privarsi della vista, dei suoni, dei profumi, delle variazioni di luce, cioè di tutto quello che definiva la sua natura di cammino, il suo ritmo. Privazione che l’accendersi della primavera amaramente accentua: privazione necessaria perché ancora per noi primavera rinasca.    Intorno alla stanza, alcuni passaggi che ci giungono dalla rappresentazione letteraria e che qualcosa suggeriscono, per via immaginativa, alla nostra nuova condizione “claustrale” (parola sul piano letterale impropria, perché il chiostro monastico comprendeva anche portici e giardini e corridoi, e tuttavia...

Solitudini / Piante da interni

In tempi di corona virus, tra le questioni poste dai cittadini al sindaco del paese c’è quella di chi vorrebbe sapere se è possibile recarsi nella seconda casa per abbeverare le piante. Non si può. Certo, non vale per questo mettere a rischio la propria vita, ma mi consola il fatto che le persone pensino anche alle loro piante lontane.  Non sono mai stata brava con quelle da interni, se non con la Sansevieria (bella la cylindrica) e qualche cactus. Ma ficus (Ficus elastica o benjamina), dracena (Dracaena marginata o fragrans), kentia (Howeria fosteriana o belmoreana) e croton (Codiaeum variegata) con me hanno patito assai. Ho preso atto della mia insipienza senza drammi; d’altronde godo di un giardino e di un portico chiuso dove riparare i vasi d’inverno. Capisco però che a chi abita in appartamento, senza il bene di un balcone o di un’aiuola, faccia piacere avere la compagnia di un po’ di verde: distende i nervi e ripulisce l’aria.  Della domiciliazione coatta almeno le piante di casa saranno contente, ora che hanno tutti i componenti della famiglia da osservare per l’intero giorno. Riceveranno – si spera – le attenzioni che meritano. All’ultimo malcapitato esemplare di...

Politica e letteratura / Figure di cartone – Sei valigie di Maxim Biller

Famoso per le sue prese di posizione nette soprattutto contro l’asservimento della letteratura alla critica giornalistica e alla “categorizzazione a priori” dei letterati e dei recensori, oltre che a ciò che noi abbiamo chiamato per molto tempo establishment culturale (di cui scelse a modello la Süddeutsche Zeitung: “the central organ – with its huge circulation – of the narcissist German reactionary left.” (<Tablet World>, 10 Nov, 2014), Biller resta uno degli autori più interessanti del panorama contemporaneo tedesco. Sei valigie traspone in forma narrativa molte delle sue posizioni critico-letterarie, utilizzando in maniera evidente le tecniche della parodia e della riscrittura, ben calibrate nel mosaico di isotopie tematiche, narrative, letterarie.    La più evidente, come è naturale data la sua storia autoriale, è di certo la riflessione sulla scrittura, la lettura e la materialità dell’atto letterario: il testo è costellato di macchine da scrivere, vocabolari – la scrittura plurilingue, la traduzione – fogli, lettere, carta stampata. Il discorso intessuto nel racconto rappresenta e narrativizza le posizioni rispetto al rapporto tra tra politica e letteratura...

Scene virtuali / Un oceano di voci

Il silenzio dei teatri chiusi nella capitale rimbomba nell’etere riverberando una molteplicità di voci. Il Teatro di Roma da ieri, venerdì 3 aprile, dà il via a Radio India, stazione radiofonica gestita ogni giorno dalle 17 alle 20 dagli artisti di Oceano Indiano, il progetto di residenze creative ideato da Francesca Corona, consulente artistica del Teatro India, lo spazio dello Stabile deputato alla sperimentazione di linguaggi e di nuove relazioni col pubblico. Con la chiusura per l’emergenza sanitaria dopo alcune settimane di riflessioni e confronti la programmazione annullata si è trasformata in un’originale stazione radiofonica liv, che si può seguire su www.spreaker.it e in podcast su Spotify e sui canali online del teatro. Gli artisti Fabio Condemi, Daria Deflorian, Dom-, Industria Indipendente, MK, Muta Imago, con molti ospiti, daranno vita a programmi di silenzi, sparizioni, dischi reali o immaginari, viaggi nelle rovine, audiopaesaggi, kamere speculative, evasioni, incontri con persone straordinarie e ordinarie, radiodrammi, musiche per danzare sfrenatamente, dediche, bagni di suono. Il palinsesto, in aggiornamento continuo, si leggerà sul sito del Teatro di Roma. I sei...

Luigino Bruni / Il capitalismo e il sacro

Nel secolo scorso il comunismo, ateo e materialista, era visto come la peggiore minaccia alla religione oltre che ovviamente il nemico naturale del sistema capitalista. Per come sono andate le cose, oggi si può dire che la battaglia è stata vinta dal capitalismo; tra le ragioni che lo hanno portato a prevalere probabilmente c'è una visione più realista dei bisogni, dei desideri e della psicologia umana mentre il comunismo si è costruito attorno a un "uomo ideale" ma inesistente. Il capitalismo, inoltre, ha saputo assimilare e reinterpretare le radici religiose dell’homo oeconomicus facendole fruttare a proprio vantaggio. Così «il capitalismo del nostro tempo è sempre più simile a una religione o … a una idolatria. Il Cristianesimo del XX secolo ha combattuto una battaglia campale contro l’ateismo … senza accorgersi … che nessuna ideologia era mai riuscita come il capitalismo a eliminare la religione ebraico-cristiana dal cuore delle persone e dei popoli», semplicemente sostituendosi ad essa, come una nuova religione, o meglio come una vera e propria idolatria.    Questa è la tesi principale che l’economista Luigino Bruni discute nel saggio Il capitalismo e il sacro (Vita...

Una conversazione con Mark Cousins / L’accademia di Venere

Impresa da rabdomante illuminato, che va scovando vene sotterranee, ma anche biforcazioni, viottoli e carreggiate lungo i quali s’accampa per un poco la storia del cinema: Women Make Film, il nuovo documentario di Mark Cousins, è anche questo. 14 ore, divise in cinque blocchi e quaranta capitoli: un “road movie”, o meglio un film di film che raccoglie e monta, in maniera non cronologica, più di un secolo di sguardi di donne.    Mi trovo al Dublin Film Festival insieme ad altre due studentesse del Trinity College. La pandemia – che dopo appena qualche settimana mi costringerà ad abbandonare l’Irlanda – è ancora uno spettro senza contorni definiti. Di fronte a noi, Cousins sta introducendo la sua opera: percorre la sala da una parte all’altra, con umore palpitante, e ci mostra gli appunti di lavorazione. Sono decine e decine di foglie pinzati insieme che ricordano un’epopea ordita al contrario, il sogno orizzontale di un cinema come «magia degli accostamenti», secondo una formula presa in prestito dall’Hofmannsthal di Andrea o I ricongiunti.       Cousins ci racconta poi delle difficoltà di produzione. Di quando una notte scrisse a Jane Fonda una lettera...

Un delitto efferato / Bob Dylan. Murder Most Foul

Con un messaggio sul suo sito www.bobdylan.com e poi su vari social media, Bob Dylan ha annunciato l’uscita di questa sua canzone, Murder Most Foul, dedicata all’uccisione del presidente John Fitzgerald Kennedy a Dallas, Texas il 22 novembre 1963. La canzone, postata su youtube e ripresa da vari siti, è la prima in otto anni firmata da Dylan (dall’uscita di Tempest, 2012) e stando alla voce e dall’arrangiamento sembra registrata non più di cinque anni fa. “Murder most foul”, il delitto più efferato, è una citazione dall’Amleto di Shakespeare (Atto I, Scena 5; lo spettro del padre descrive la sua morte ad Amleto) e tutta la canzone, come è nello stile di Dylan, contiene moltissime citazioni da canzoni e film, riferimenti letterari e storici, in particolare relativi all’assassinio di Kennedy il riferimento alla “collinetta erbosa” o grassy knoll verrà immediatamente compreso da chi è convinto che proprio dietro quella collinetta della Dealey Plaza di Dallas si celasse un tiratore scelto) ma non solo. L’ultima parte è una vera e propria litania, in cui Dylan invoca il disc jockey Wolfman Jack (Robert Preston Smith, 1938-1995) perché suoni, come lamento funebre per il presidente...

W la radio / Diario di un’autrice radiofonica in quarantena

La sveglia è sempre alla stessa ora, sei del mattino. Quindici minuti di esercizi sul tappetino viola, colazione, bagno, vestiti, giacca e poi fuori. Le bambine salutano e mi augurano buon lavoro, io chiudo la porta, sfilo le scarpe e in punta di piedi salgo in soffitta, nascondiglio perfetto per lavorare qualche ora in santa pace. Lo studio approntato non è male – portatile, cuffia, casse, microfono, registratore – tradiscono solo la tuta, i capelli spettinati e lo stendino accanto al tavolo. Alle 7,30 arriva puntuale il messaggio di Nicola Lagioia, in conduzione a Pagina3, la rassegna stampa culturale di Radio Rai Tre di cui curo la redazione. Qualche giorno fa hanno montato nel suo salone un apparecchio che consente di registrare con una qualità superiore a quella di un collegamento telefonico, alle nove Nicola lo accende e inizia a parlare dal suo salotto, mentre un tecnico e un regista lo seguono dagli studi di via Asiago in guanti e mascherina, rigorosamente a un metro di distanza l’uno dall’altro; dall’altra parte della città poi ci sono io, che lo ascolto dal mio studio-piccionaia. Concludo il mio lavoro per la Rai, carico una lavatrice, chiudo il cestello, pigio il...

Che senso ha tutto l’effimero umano affannarsi? / Giorgio Fontana, Prima di noi

«Grande libro, grande male» («μέγα βιβλίον μέγα κακόν», méga biblíon, méga kakón): così suona uno dei più celebri motti della poesia alessandrina. Ma anche senza scomodare Callimaco, io d’istinto diffido dei libri lunghi. Credo che le ragioni siano due. La prima è che in questo modo io probabilmente cerco di giustificare la mia pigrizia (anche fisica: ho un’atavica indolente predilezione per gli oggetti librari maneggevoli). La seconda è che in un testo di grande mole avverto innanzi tutto un atto di presunzione, la richiesta di un’esorbitante apertura di credito. Se infatti chi pubblica è convinto di avere qualcosa di abbastanza importante da dire ai lettori, egli presume che il tempo che il lettore gli dedicherà sarà adeguatamente compensato: ma quanto più lungo è il testo, tanto maggiore è il tempo che occorrerà per leggerlo, e altro è un libro di due o trecento pagine, altro è un tomo di ottocento o mille. Proponendo un’opera di quelle dimensioni – così io mi figuro –  è come se il romanziere si mettesse sullo stesso piano dell’autore di Guerra e pace o di Menzogna e sortilegio. O del Signore degli anelli, anche: non è questione di valore estetico assoluto, ma di capacità...

Un quadro / Georges de La Tour, San Sebastiano curato da Irene

Contro le pestilenze il santo più invocato è sempre stato San Rocco, a cui sono dedicate numerosissime chiese, chiesette, cappelle e edicole nei borghi e nelle aperte campagne devastate nei secoli da ogni genere di epidemia. A volte vere e proprie meraviglie, come la Scuola Grande di Venezia, con i capolavori di Tintoretto. Ma subito dopo San Rocco il protettore più invocato contro le pestilenze è sempre stato San Sebastiano, che in genere viene rappresentato come un bel giovane legato a una colonna, trafitto da uno o più strali, dal fisico perfetto (era il minimo, per un capo della guardia imperiale quale lui era) con solo il ventre coperto da un perizoma a volte succinto in modo sospetto, e lo sguardo variamente declinato dalla serenità alla forza interiore, allo stoicismo e in certi casi persino con una sfumatura di estasi. A essere rappresentata è quasi sempre la scena del supplizio, che tutti hanno presente per averla vista spesso riprodotta o direttamente in qualche chiesa o museo, che ha dato occasione a tanti capolavori, su cui non è il momento di insistere.   Meno nota invece è la scena successiva, quando il corpo del futuro santo crivellato di frecce, creduto senza...

Gosio, Zuppi, Canfora e le parole dell'odio / Odi et amo

Ma che cosa è successo, non dovevamo odiarci tutti? Non eravamo immersi fino al collo nei discorsi d'odio, gli hate speeches che inondano tutto, dal web alle nostre bocche? Com'è che di fronte all'emergenza del virus siamo diventati improvvisamente buoni e buonisti, cantiamo e suoniamo insieme, ci abbracciamo virtualmente molto più di prima, sembriamo trasformati in esseri miti, benvolenti e solidali? Ma è poi tutto oro quel che luccica?   Nazionalismi vecchi e nuovi   Da una parte sì: le parole sono veramente più educate, i comportamenti più gentili e gli atteggiamenti più solidali. E questa è una cosa buona, direi. Ma... verso chi? Verso gli Italiani, circondatisi di Tricolori e InnidiMameli. Insomma, notiamo che il virus ha fatto risorgere nazionalismi nuovi e insidiosi che ripropongono, ripulita dai tratti virulenti del sovran-populismo, la contrapposizione noi/voi. Che in Italia così suona: «Noi siamo più bravi dei paesi del Nord, siamo arrivati prima a proporre misure restrittive mentre voi cincischiavate non sapendo che pesci pigliare». Cui si risponde più o meno così: «Noi abbiamo abbastanza respiratori, mascherine e soprattutto posti in terapia intensiva che ci...

Due romanzi / Silvia Ballestra e Claudio Morandini. Montagne

Claudio Morandini. Gli oscillanti   A Crottarda si arriva per tornanti bui, penetrando la montagna in gallerie e cupe strettoie, precipitando lentamente nell’oscurità di una valle ombrosa, fino al piccolo borgo adagiato su una terra bucherellata di foibe, cavità e bocche aperte sul cuore ipogeo della Terra.  Crottarda, dal nome che esala aria di grotte e cantine, oscurata dalla parete rocciosa, fluttua su un’enorme dolina e, dal mondo sotterraneo che le si apre tra le radici, risucchia l’umidità che riempie le case, le muffe che fioriscono sui muri coprendo di strati morbidi e odorosi le pareti. Qui la protagonista di Gli Oscillanti di Claudio Morandini trascorre le vacanze da bambina, estati lunghe impastate di noia e fantasie d’evasione, in stanze piene di umidità e di bicchieri di sale per farla asciugare e nei quali intingere le dita per succhiare di nascosto i cristalli bagnati.  Dal ricordo di quelle giornate di attese e silenzi e delle notti interminabili e fredde riaffiora un canto che si accendeva nel buio, un concerto di “suoni strani, remoti eppure nitidi”, modulati secondo una partitura misteriosa, come canto di balene che risale da abissi lontani....

Un ricordo / Mario Benedetti. “Scusatemi tutti”

Mario Benedetti non c’è più. Se l’è portato via il virus che ci assedia. Da anni, a causa dell’aggravarsi della sua malattia, era ricoverato in un istituto di Milano, poi – grazie all’affettuoso e generoso interessamento di Donata Feroldi, sua ex compagna, che non ha mai smesso di curarsi di lui – in un altro istituto, a Piadena (Cremona), dove è mancato il 27 marzo 2020. Era nato a Udine nel 1955, ma il suo paese era Nimis, non lontano dalla frontiera con la Slovenia. Nel 1976 si era iscritto alla Facoltà di Lettere a Padova, dove si era laureato con una tesi su Carlo Michelstaedter. Negli anni ’80 aveva dato vita, con Stefano Dal Bianco e Fernando Marchiori, a una rivista di poesia e poetica, Scarto minimo, piuttosto anomala nel panorama di quegli anni.    Ho conosciuto Mario negli anni ’90, quando si è trasferito a Milano. Tutti e due insegnavamo all’Istituto Professionale per il Turismo L.V. Bertarelli, in Corso di Porta Romana; lui al serale, io al diurno. La nostra frequentazione, in realtà, non era legata alla casuale colleganza scolastica: a legarci era la passione per la scrittura, e l’amicizia con Stefano Dal Bianco, anche lui trasferitosi da Padova a Milano....

Figure a colori / Via del Corso

L’ultima volta che vidi un Papa fu il 18 aprile 1982, avevo 15 anni, ero appena uscito dalla stazione dei treni di Bologna, di ritorno da Firenze e l’auto col Santo Padre poco dopo passò dai viali. Furono stampate delle cartoline fra cui una bizzarra, ora introvabile, un fotomontaggio con Wojtyla sopra il Palazzo dei Notai che saluta Piazza Maggiore, come un grande Godzilla. Mia nonna, solitamente abbottonata, in quei giorni si lasciò andare a un Evviva il papa!. Il Papa è sempre in chiesa o alla finestra o su un aereo o in piazza San Pietro fra la folla. Non si era mai visto un Papa da solo, per la strada, sul marciapiede. 

“Sono tutti uguali gli occhi degli uomini verso l’esilio” / Due sguardi su Claudio Lolli

Tre note su Claudio Lolli di Massimo Recalcati   Prima nota: la sua musica mi ascoltava La musica è qualcosa che davvero ascoltiamo? Quando ho ascoltato le prime canzoni di Claudio Lolli in una scuola occupata di Quarto Oggiaro, nella estrema periferia milanese, ero davvero “io” che le ascoltavo? La musica non assomiglia forse ad un quadro o ad un libro? Sono io che guardo e che leggo o sono il quadro a guardarmi e il libro a leggermi? Ricordo bene la sua voce e le sue parole tra noi mentre io ero, in quell’inverno del 1976, come tutti quelli della mia generazione, attraversato da grandi dolori e furori. Lolli mi ha insegnato per primo che l’esperienza della musica non è quella di un semplice fluido sonoro che visita le nostre orecchie. Ascoltare le sue canzoni era fare l’esperienza perturbante di essere ascoltati, di sentirsi ascoltati, dell’incontro con qualcuno che ti sapeva ascoltare. Non ero io, dunque, che ascoltavo la sua musica e le sue parole, ma erano la musica e le sue parole che mi ascoltavano. Ascoltavano il mio e il nostro grande furore e dolore; erano la sua musica e le sue parole a soffiare via “l’inferno dalla fronte”. Non ero semplicemente “io” che lo...

L’oscurità luminosa / Miss Rosselli

L’11 febbraio del 1996 moriva Amelia Rosselli, un grande poeta del Novecento. Si gettò dalla finestra della sua mansarda di via del Corallo lo stesso giorno e mese di una poetessa che aveva molto amato e tradotto, Sylvia Plath. Da anni ormai non scriveva più: “Prima avevo la poesia. Ho scelto di non sposarmi per non distrarmi da lei. Ma ora che la scrittura mi ha abbandonata non ho più nulla”, aveva detto in un’intervista a Sandra Petrignani. D’altra parte i suoi disturbi, sia fisici che psichici, le impedivano di concentrarsi; sentiva le voci, era convinta di essere perseguitata dalla CIA, e contro il nemico rappresentato dalla CIA combatteva da anni, chiedendo aiuto a chiunque e diffidando sempre. Chiunque poteva essere un nemico, un complice di quei fascisti che avevano assassinato suo padre e suo zio, Carlo e Nello Rosselli, nel ’37 a Bagnoles de l’Orne. Da quel momento la storia di Amelia Rosselli è una storia di peregrinazioni e inutili tentativi di sfuggire al trauma che ha marchiato in modo definitivo la sua e la nostra storia.   Alla fine degli anni ‘40 si trasferisce a Roma; si dedica alla musica e poi alla poesia. A Roma trova molti amici, vive di collaborazioni,...

Resistenza e rinascita / Albert Uderzo, il padre di Asterix

Per capire la grandezza di Albert Uderzo, il disegnatore francese scomparso martedì all’età di 92 anni, non servono molte parole. Basta prendere una pagina qualsiasi di un albo di Asterix – la serie creata insieme a René Goscinny più di sessant'anni fa, si stima ce ne siano 375 milioni di copie in giro per le case del mondo – e cercare i molti disegni dove compaia un personaggio, apparentemente secondario, che non parla mai. Un cagnolino bianco, con la punta delle orecchie nere, inserito per scherzo in un’avventura del 1965, e che d’allora non ha più lasciato la coppia comica più nota del fumetto europeo. Quel minuscolo cane in genere occupa appena un angolo del disegno, di poco sporgente sopra lo spazio bianco tra una vignetta e l’altra, eppure la sua presenza ha la capacità di illuminare l’intera tavola. Poche e precise linee lo caratterizzano, rendendolo estremamente mosso, espressivo e soprattutto necessario, un piccolo mimo, un coro in miniatura che accompagna l’azione.   Sono partito da Idefix non solo perché i miei occhi di lettore bambino cadevano come calamitati su di lui, mentre seguivo rapito le avventure del piccolo grande guerriero gallico e del suo enorme e...

Doni / Emma Dante: lessico dei giorni di crisi

Emma Dante è regista molto amata e apprezzata in Italia e all’estero. Nei suoi spettacoli, come Misericordia che ha debuttato in gennaio al Piccolo Teatro di Milano, è capace come pochi di scavare nella marginalità e nel dolore, nell’oppressione e nella voglia di alzare il capo:  – Proviamo, Emma, a raccontare questi giorni con un lessico, dall’A alla Z? – Proviamo.   Cenerentola, di Gioachino Rossini, Teatro dell’Opera di Roma (2016), ph. Yasuko Kageyama. A come #acasa A casa adesso per me significa il mondo. La mia casa diventa piena di vie, di piazze, di vicoli, di incroci; mi sposto nelle stanze con l’illusione di camminare, di continuare a girare all’aperto, nelle città. A casa significa nel mondo: è un modo per salvaguardare il mondo. Non è una prigione: è uno stare chiusi per il bene di tutti.   B come Brescia Mio fratello sta a Brescia. È preoccupazione. Ansia. Brescia è una città che sta nei miei pensieri, per quello che sta succedendo là, per mio fratello. Ha scelto di non tornare a casa, in Sicilia, perché abbiamo un padre anziano. È solo, non ha famiglia. Se gli succede qualcosa non c’è neppure chi gli va a fare la spesa.   C come corona Corona...

Contagi e mortalità / Le sirene della Val Seriana

La Val Seriana è oggi, probabilmente, il territorio più colpito al mondo dal Covid 19. Io ci vivo da quasi quarant’anni e dall’inizio di marzo ho dovuto accettare di viverci nella reclusione più totale. Ogni mattina i notiziari locali e le chat ci aggiornano su amici e conoscenti: i contagiati, i ricoverati, i morti.  Sopravvivere in completo isolamento è possibile: i nostri sono paesi piccoli e si sono organizzati, i negozi di alimentari fanno consegne a domicilio, la raccolta differenziata non perde un colpo, i medici superstiti al contagio rispondono al telefono appena possono, i volontari passano dalle farmacie e portano le medicine a chi ne ha bisogno. Le mascherine, qui, non sono mai state in vendita e anche i medici di famiglia ne sono sprovvisti. Ma questa è una vecchia storia italiana: mai equipaggiati bene i nostri soldati in prima linea, noi.   Fino a pochi giorni fa sentivamo in continuazione le sirene delle ambulanze, era il nostro tappeto sonoro e noi ci stavamo sopra, anzi, ne eravamo avvolti. Ora non è più così, ma nessuno si illude. Sappiamo bene che ormai le strade sono deserte e che le ambulanze non hanno più bisogno di segnalare il proprio passaggio....

Nuovo cinema paralitico / Incontro a fragili bellezze

In questi giorni straniti in cui tutti siamo diventato dei rifugiati in casa propria capita di riflettere o semplicemente di avvertire la propria fragilità; nuda e cruda assale come qualcosa che abbiamo tenuto nascosto, rimosso, che abbiamo – più o meno inconsapevolmente – voluto dimenticare. L’altro giorno davanti a una farmacia; persone in attesa, guardinghe, qualcuno con la mascherina o anche solo una sciarpa sul viso. Attraverso le vetrine della farmacia, immagini di donne scintillanti, immobili nelle pubblicità di una crema, un siero, un elisir se non di lunga vita, almeno di certa, procrastinata giovinezza.  L’attesa nervosa e le vetrine: non accade nulla ma sono con evidenza due immagini, solo apparentemente distanti tra loro, della stessa fragilità, delle stesse paure.   Nuovo cinema paralitico, visibile sul Corriere online, è un progetto di Davide Ferrario e Franco Arminio. Una serie di brevi episodi girati in luoghi periferici, nascosti, minimali. Un progetto, dice Davide Ferrario, che “...prende la forma di una sorta di viaggio in Italia, fatto di brevi episodi di al massimo due minuti ciascuno. Troupe minima, si gira su un percorso di massima, lontano dai...

Contro / La fatica del lavoro: essere Jim Dine – artista

È come se dipingessi con la sinistra (essendo mancino), mentre la destra la trattiene, diceva in un’intervista televisiva del 1966, quando, moglie e tre figli, conduceva una vita molto borghese a New York City. «Disagio» era la sua parola-chiave, per esprimere quel senso di fastidio che prova chi, educato al culto puritano della repressione, vede nel piacere un pericolo da combattere: cinquant’anni dopo non molto è cambiato, perché nelle sue tele e istallazioni, quasi tutte di grandi dimensioni, si sente sempre la fatica del lavoro. Il suo studio è come il negozio di un ferramenta: una collezione di oggetti che prima o poi finiscono nelle sue tele e nelle sue istallazioni, dove l’arte è sempre ribellione alla vita, alle sue strutture, alle sue regole e alla sua disciplina. Perché, appunto, la vita di un puritano è rigore morale, senso di colpa e paura del godimento, mentre l’arte apre la strada (agonisticamente e angosciosamente) a ciò che il super-io ha soffocato.      È uno spazio interiore, necessariamente autobiografico dice lui, che ha la capacità di diventare il suo accappatoio, un’ascia conficcata in un tronco o un paio di stivali di pelle da motociclista:...

Lutto / La morte al tempo del Covid-19

L’emergenza epidemiologica da Covid-19 ha prodotto, fin dalla sua comparsa, un numero consistente di riflessioni online in merito alle probabili conseguenze a cui andremo incontro una volta terminata la fase di quarantena. Al di là dell’ipotetica plausibilità degli scenari post-Coronavirus finora tratteggiati all’interno dei social network, una cosa mi pare di per sé evidente: la necessità di una riflessione postuma all’emergenza – lucida, razionale e rigorosa – sull’attuale modo di rapportarci alla morte e al lutto.    Il primo effetto mediatico del Covid-19 è l’immagine dei malati e dei loro parenti inghiottiti da una specie di buco nero esistenziale. Come il fantasioso Sottosopra descritto nella popolare serie tv Stranger Things, questo virus dà l’impressione di far scomparire letteralmente nel nulla le persone colpite dalla malattia. Intubati e isolati nei reparti di terapia intensiva degli ospedali, i singoli individui vivono l’incubo di affrontare il decorso della malattia e, ancor peggio, di morire completamente da soli. Mancano le carezze, gli sguardi, le parole di sostegno dei propri cari i quali, a loro volta, vivono la contemporanea frustrazione di non poter...

Tra Ottocento e Novecento / Piergiorgio Bellocchio: Un seme di umanità

Mi è capitato negli ultimi anni di incontrare Piergiorgio Bellocchio a Piacenza o d’estate in Versilia e ogni volta gli chiedevo a che punto fosse con il libro che raccoglieva le sue riflessioni, introduzioni e critiche su autori tra Ottocento e Novecento. Le risposte di Bellocchio nei primi tempi erano evasive, poi via via più convinte. Ho seguito l’iter della pubblicazione attraverso le notizie che mi davano gli amici Gianni D’Amo, a cui il libro è dedicato, e Luca Baranelli, che lo hanno fiancheggiato nelle diverse fasi. Ora finalmente possiamo leggere Un seme d’umanità. Note di letteratura (Quodlibet) ed è un avvenimento da festeggiare perché Bellocchio, pur essendo stato animatore di riviste come ‘Quaderni piacentini’ e ‘Diario’, con l’amico Alfonso Berardinelli, ha preferito restare appartato, come se uno sguardo di sbieco fosse il più efficace per comprendere il proprio tempo. Un lettore di provincia? Mi veniva in mente la formula applicata a Renato Serra, un critico dei primi del Novecento, il primo a fare kulturkritik nel nostro Paese. Solo una suggestione, anche se Bellocchio non si è mai spostato da Piacenza, dove vive in un anonimo condominio anni Sessanta. È qui che...

“I enjoy being the most unknown among renowned artists” / Frank Uwe Laysiepen: Ulay

Il 2 marzo ci ha lasciati, Frank Uwe Laysiepen, l’artista tedesco noto come Ulay, a pochi mesi dall’inaugurazione, a novembre 2020, di una grande retrospettiva del suo lavoro allo Stedelijk Museum di Amsterdam. Si conclude un percorso umano e artistico iniziato nel 1943 a Sollingen, mentre infuriava la seconda guerra mondiale, sviluppato nella Amsterdam anarchica dei Provo (la sua città d’adozione), per poi scorrere girovagando nomade, tra Parigi, Roma, Berlino, Londra, allargando l’orizzonte fino a New York, il Marocco, l’India, il Nepal, il Medio Oriente, la Cina, l’Australia, e la Patagonia terminando a Ljubljana dove aveva preso moglie e dimora negli ultimi anni.    Adesso tocca a noi riscoprirne l’opera: poliedrica, fuori dagli schemi, libera da ogni logica mercantile e intransigentemente radicale. Ulay è stato un pioniere della fotografia Polaroid e del concetto di fotografia performativa, esponente di spicco della Performance Art e Body Art europea degli anni ‘70, precursore della militanza ecologica attraverso l’arte e del ruolo dell’artista come scardinatore del concetto di identità (nazionale, sessuale, politica). Eppure, anche tra “addetti ai lavori” è noto...