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Tradizione

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Genova 1960/1970 / Lisetta Carmi: travestiti e camalli

“O mi metti in copertina o non accetto”.  È il 1972 e la Gitana ride soddisfatta. Ci è riuscita, ha convinto la fotografa Lisetta Carmi a farsi mettere sulla copertina di un libro: a torso nudo, senza reggiseno, con il volto leggermente rovesciato e i capelli cotonati. Lo sfondo della foto? Nulla è davvero a fuoco. La luce è tutta sul suo corpo. Il libro si intitola “I travestiti”. La Carmi inizia a fotografarli nel 1965 durante una festa di Capodanno e per cinque anni non smette di frequentarli. Ne diviene amica e condivide con loro i problemi della vita quotidiana. Impara a conoscerli: Morena, quella che ha ispirato a Fabrizio De André la canzone Via del Campo, “un po’ mamma di tutte, lettrice di “Bolero Film”, e poi Novia, “una ragazzina giovane e bellissima che lavorava in coppia con la Gitana, che a vent’anni era stata l’amante di De Pisis e aveva in casa un suo piccolo quadro”. Non è stato facile diffondere questo libro. Le librerie lo tenevano nascosto. “La polizia mi avrebbe arrestato con molto piacere, sapevano che ero figlia di una famiglia borghese. Una volta un poliziotto è andato da un travestito e l’ha interrogato: “Cosa fa Lisetta Carmi con voi, viene a letto...

L'ultimo album / Bob Dylan: Rough and Rowdy Ways

“Ah, ma allora ero molto più vecchio, sono molto più giovane adesso” cantava Dylan nel 1964, all’età di 23 anni (“Ah, but I was so much older then, I’m younger than that now”). Il dio Crono in persona deve averlo sentito, e ha pensato: “Vuoi sconfiggere me, il signore del tempo, con le tue canzoncine? Bene, allora per te serberò una sorte speciale. Invecchierai come tutti, ma a ritroso. Diventerai così vecchio che ricorderai tutto quello che è accaduto ben prima che tu venissi al mondo. Assisterai alle guerre dei tempi passati, sarai con Giulio Cesare quando ha attraversato il Rubicone e con le donne troiane quando sono state vendute in schiavitù. E dovrai mettere tutto questo nelle tue canzoncine, altri strumenti non ne avrai”. “Buio non è ancora, ma presto lo sarà” cantava Dylan nel 1997, all’età di 56 anni (“It’s not dark yet, but it’s getting there”), e tutti i critici giù a scrivere che stava meditando sulla sua mortalità. Non era un po’ presto?   Oggi che ne ha 79 e con il suo ultimo album, Rough and Rowdy Ways (Sony), traducibile all’incirca con Modi rozzi e rissosi, è in testa alle classifiche mondiali – per quel che valgono le classifiche – ancora tutti i critici...

1929 - 2020 / Milton Glaser, I ❤ NY

Non poteva che morire a New York. Lì dove era nato nel 1929, nella stessa città che aveva celebrato con un logo nel frattempo diventato uno dei più spaventosi successi – perché fuori controllo, perché incommensurabile – della comunicazione moderna.   L’intera storia professionale di Milton Glaser è nel segno di un’intimità non convenzionale con il suo lavoro, con ciò che gli si chiede di raccontare, pubblicizzare, tradurre in grafica. Nei poster realizzati per Olivetti, come quello in cui citava un quadro di Piero di Cosimo, c’era il suo stretto rapporto con l’Italia, dove aveva studiato e si era educato all’arte colta. Nel logo per la Brooklyn Brewery, con quella grande B che sembrava uscita dal cappellino dei Dodgers, c’erano le passioni popolari della sua città, baseball in primis. Glaser prende dalla vita, respira la metropoli, non smette di guardarsi intorno e ricucire la sua esperienza con i segni che produce. Un dialogo intimo, ma in pubblico.     I love NY, che è il culmine di un’intera carriera, e forse anche di una stagione della comunicazione pubblicitaria, definisce non a caso un rapporto sentimentale, e va raccontato. Lo slogan e la campagna...

Festa a Firenze / La Rificolona. Transizioni metafisiche

Scambiare quattro chiacchiere su quale è la più bella città del mondo è un modo vano per sprecare il proprio tempo libero: ma io tanto per introdurre il mio articoletto, tratteggerò le tre città che mi piacciono di più e mi soffermerò su Firenze che, lo dico subito, è la mia preferita. Dunque: Roma, Venezia e Firenze. Roma è troppo vasta e, per essere conosciuta, richiede una vita intera. Inoltre, per mascherare la sua caratteristica di Città Eterna, da millenni si copre di sporcizia e disordine.  Venezia è la maestosa Capitale a mezz’acqua di un Pianeta Oceanico extragalattico.  Città magica è invece Firenze. Avevo stretto amicizia con un solitario studente sperduto, taciturno, e giapponese, che anche lui visitava la città toscana per la prima volta. Alla fine, quando ci salutammo alla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella, dopo due giornate di meraviglie gli domandai, imbaldanzito: “In conclusione allora?”, e lui dal finestrino: “È davvero fantastica, però perché l’avete fatta solo di fortilizi da guerra?”. “‘Sto giapponese – pensai lì per lì e poi anche per parecchio tempo – ‘sto giapponese è troppo assuefatto alle loro casucce di carta”.   Ma mi sbagliavo...

La Castalda e le altre / Fiori: ombrellini e ombrelloni

Bianchi parasoli estivi, talora gialli; con il bel tempo le erbe della famiglia delle Apiaceae (dal lat. apium, sedano) aprono i loro ombrelli di trine. Annuali, biennali o perenni, ve n’è di tutte le dimensioni, esili o giganti, leggere o vigorose. Le maggiori paiono dame ottocentesche a passeggio in merlettate toilettes, alla ricerca di refrigerio lungo strade di campagna o per viottoli ombrosi; le piccole si radunano a frotte come ragazzine ciarliere sui cigli di fossi e prati.    Angelica Il clan è numerosissimo. Ne fanno parte erbe aromatiche e altre che, selezionate, coltiviamo come ortaggi: anice, aneto, cumino, cerfoglio, prezzemolo, sedano, carota, finocchio hanno i loro archetipi in essenze spontanee. Alcune sono note per le loro proprietà officinali, quali l’Angelica (Angelica sylvestris), o perché micidiali come la cicuta (Conium maculatum).    Angelica Nell’estetica giardiniera, si sa, i pennacchi piumosi del finocchietto selvatico, con i loro ombrellini giallo lime, ammorbidiscono le rigide verticalità di Echinacee e Verbene bonariensis. Ma non mi dispiace quando qualche parasole ficcanaso, dal bosco adiacente, si intrufola nel giardino....

Terra Alta / Javier Cercas in noir

La letteratura genera letteratura. Questo è particolarmente vero per un autore come Javier Cercas, che sin dall’inizio della sua attività di scrittore s’aggira negli spazi che s’aprono dentro le pagine dei romanzi da lui letti e chiosati, dove ogni storia contiene in potenza altre storie, per cui l’autore finisce sovente per citarle e impiegarle nella propria narrazione. Forse non a caso il romanzo generativo della letteratura spagnola, e mondiale, è il Don Chisciotte, in cui il personaggio principale sembra partorito da uno sbadiglio dei libroni cavallereschi con cui il Cavaliere della Mancia s’è riempito il cervello, come ha scritto Michel Foucault. Il romanzo del romanzo non nasce con la postmodernità, ma è il risultato stesso dell’attività del narrare come dimostrano due capolavori del passato quali Le mille e una notte e L’oceano dei fiumi dei racconti.   I tre primi romanzi di Cercas (Il movente del 1987, Il nuovo inquilino del 1989 e La donna del ritratto 1997) costituiscono in qualche misura l’antefatto di questo nuova opera, Terra Alta (Guanda, tr. it. di Bruno Arpaia, p. 375), che ne riprende alcuni meccanismi narrativi, e al tempo stesso mette a frutto il lavoro di...

Tre centenari del design / Anna Castelli Ferrieri, la Regina della plastica

Se Milano e il mondo non avessero dovuto fare i conti con il distanziamento sociale e con le serrate imposte dal Covid-19, questo 2020 avrebbe visto degne celebrazioni per il centenario della nascita di Anna Castelli Ferrieri (1920 - 2006), designer di fama internazionale, tra le più autorevoli protagoniste del made in Italy e fra le prime donne del nostro paese ad avere svolto la professione di architetto.  O, almeno, ci piace pensare che ciò sarebbe potuto accadere. Figlia di Enzo Ferrieri, uomo di vasta cultura, tra l'altro, fondatore e direttore della rivista Convegno e degli omonimi teatro, circolo e casa editrice, Anna si laurea in Architettura al Politecnico di Milano, con una tesi su Giuseppe Mengoni e sulla sua Galleria Vittorio Emanuele. Ancora studentessa, frequenta lo studio di Franco Albini, di cui apprezza l’approccio razionalista al mondo del design e dell’architettura, permeato di eleganza e di raffinatezza. Così ha dichiarato lei stessa in una intervista rilasciata a RAI Educational: “Il mio primo maestro è stato Franco Albini, un maestro razionalista. Io sono stata nel suo studio per due anni durante l‘università e questo è stato molto formativo...

Carteggi amorosi / Kafka e Milena

Lettere, corrispondenze, legami. Abbiamo pensato di attraversare questa estate facendoci raccontare dai nostri autori i carteggi amorosi: letterati, artisti, poeti e pensatori.    La legge fondamentale degli amori di Kafka è questa: molte lettere, pochi incontri. Anzi: moltissime lettere, pochissimi incontri. Con la fidanzata storica Felice Bauer andò proprio così. Un epistolario di oltre ottocento pagine (tutte di Franz a Felice) in cinque anni esatti di tormentata relazione: fidanzamento, sfidanzamento, rifidanzamento, sfidanzamento definitivo (1912-1917) e qualche sporadico incontro a Berlino, Praga, Monaco più due brevi soggiorni insieme a Karlsbad e Marienbad. Non diversamente andò con Milena Jesenská. Un epistolario a stampa di oltre trecento pagine che copre tre anni (1920-1923) di altrettanto tormentata relazione, e due soli fugaci incontri: quattro giorni a Vienna, due giorni a Gmünd, stazione di confine sulla linea Praga-Vienna.   Un essere umano pare comportarsi sempre allo stesso modo; noi tutti sembriamo seguire regolarità astrali, che forse sono il nostro segreto modello. Anche per Kafka è così. Non è dunque ingiustificato cercare le somiglianze tra...

I racconti / Lo spazio vuoto di Luigi Malerba

A metà degli anni Ottanta, Luigi Malerba pubblicò su «Alfabeta» dei curiosi disegni, che in realtà disegni veri e propri non erano, non avendo l’autore, per sua stessa ammissione, particolare talento per quell’arte. Si trattava di profili, secondo la sua definizione, che ne denunciava appieno l’origine: Malerba non faceva altro che tracciare il profilo di oggetti di uso quotidiano, per esempio quelli sulla sua scrivania, e scriverci poi dentro alcune frasi. In seguito i profili sono stati raccolti, a cura di Paolo Mauri, in un bel volumetto pubblicato da Archinto nel 2012, quattro anni dopo la morte dell’autore. E questi medesimi profili possono costituire un’utile chiave di accesso alla silloge di Tutti i racconti appena edita da Mondadori e curata da Gino Ruozzi, se non addirittura all’idea di scrittura coltivata da Malerba.    Che rapporto c’è, infatti, tra un oggetto e il suo profilo? Al di là dell’ovvia perdita della terza dimensione, si verifica comunque uno svuotamento, perciò il profilo rimanda a un oggetto che magari non esiste più. Qualcosa di analogo accade nella scrittura di Malerba: assistiamo a una lenta erosione o persino a una sottrazione del...

Antropologia ed etica / Il diritto di avere diritti

Il popolo Kichwa, che vive nella parte occidentale dell’Amazzonia, ha un termine, Ilaktas, che potrebbe corrispondere al nostro città, per indicare l’insieme della foresta, dove “vivono” montagne, alberi, paludi, formando un’architettura cosmologica complessa in grado di ospitare tutti i viventi, che sono sempre in stretta e costante relazione fra loro. Noi usiamo altre terminologie per indicare la medesima cosa: ecosistema, per esempio, potrebbe essere un concetto occidentale che gli si avvicina, anche se il suo senso, passato attraverso il filtro della scienza, ha irrimediabilmente perso ogni riferimento a quel contatto intimo e imprescindibile che hanno le emozioni e le relazioni fra i viventi. Ilaktas è un’entità che vive e pensa, ed è la città non solo dei viventi, ma va oltre, comprendendo elementi che siamo abituati a pensare inanimati come l’acqua e le montagne. Non sono concetti astratti, ma entrano di fatto nella vita delle persone, tanto che è stata motivo di una causa legale da parte della popolazione Kichwa nei confronti dell’Ecuador, dove si è arrivati a stabilire che Ilaktas, la foresta vivente, ha gli stessi diritti che si riconoscono agli umani. Se ne parla in...

Archivio Zeta / Il Cimitero di guerra negato

«Disperati, increduli, smarriti» sono Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, gli Archivio Zeta, perché la seconda parte del loro Pro e contra Dostoevskij non si farà al Cimitero Militare germanico del Passo della Futa (sul cimitero e sulla prima parte dello spettacolo, nel 2019, leggi qui). Sulla proibizione dello spazio la compagnia bolognese ha scritto il 19 giugno un post su Facebook che ha raccolto più di 700 reazioni, oltre 150 commenti, varie centinaia di condivisioni. Cosa è successo?  Da diciotto anni Archivio Zeta ha scelto come palcoscenico per i suoi spettacoli estivi un luogo fuori dell’ordinario, il Cimitero militare germanico della Futa appunto, dove sotto lastre tombali fitte lungo i pendii della collina sono sepolti molti militari tedeschi morti durante l’ultimo conflitto mondiale. Il luogo della pace di chi aveva portato furia e distruzione, tra i monti ventosi, con odori di menta e rosmarino d’estate, si è trasformato nell’arena amplissima dove rappresentare gli orrori e le meditazioni della tragedia greca, i misteri del Macbeth di Shakespeare, gli stermini e le tanta parole di propaganda della Grande Guerra mutando il sito in quel “teatro di Marte” di cui...

Fuggono e se la svignano / Distruggere le statue: una storia antica

Ci sono state fasi del passato in cui si è infierito deliberatamente su affreschi e dipinti: l'Iconoclastia nell’impero bizantino (tra VIII e IX sec.) ed episodi più circoscritti (ad esempio nella Firenze di fine '400, al tempo della predicazione di Girolamo Savonarola). Ma la distruzione delle statue punteggia ancora più fittamente tutta la storia, nel nostro Occidente, e non solo. Vengono in mente filmati recentissimi: le bombe dei Talebani che sbriciolano i Buddha della valle di Bamiyan nel 2001, i martellatori dell’ISIS che frantumano statue nel museo di Mosul in Iraq nel 2015. Rischiamo di vedere solo la superficie di queste scene di distruzione, quasi non ci fosse altro che lo scatenarsi di una violenza insensata. In una situazione rovesciata, nelle vicende seguite all’uccisione di George Floyd – la statua di Edward Colston a Bristol – rischiamo di vedere solo le buone motivazioni (la condanna dello schiavismo e del razzismo). In realtà, questa ricorrente brutalità verso le statue (è violenza anche quella di Bristol o degli USA) è una reazione paradossale alla speciale attrazione che esse continuano ad esercitare su di noi.    Prendiamo alcuni episodi avvenuti nei...

Ogni cosa, ogni sorte, ogni persona / Marija Stepanova, memoria della memoria

Dove inizia e dove finisce il ricordo? E il ricordo è una fotografia che fissa il passato o una fantasia che lo trasfigura? Sono queste alcune delle domande attorno alle quali si muove Memoria della memoria, di Marija Stepanova (Bompiani, 2019). L’opera della scrittrice russa non è definibile come libro che inizia e libro che finisce, ma come organismo mercuriale, che il lettore coglie nella sua letterale interminabilità. Scrive Bruno Schulz rivolgendosi al poeta Lesmian: «[…] Allora siamo come libri. I libri iniziano in un secolo e poi continuano in un altro, terminano chissà dove. Le frasi si rincorrono come lepri. Ma la nuova casa c'è... una casa piena di rami carichi di uccelli variopinti [...] Solo per caso il tuo libro è fatto di parole e ha forma di libro. In realtà è aria che si appoggia all'aria delle cose, e così tutto diventa canto...». Le parole di Schulz sembrano commentare, in anticipo di un secolo, la natura inafferrabile, stregante e complessa del libro della scrittrice russa – un archivio della memoria personale che diventa archivio di una memoria storica e collettiva. Sul retro del libro, nell’edizione italiana, sono riportate tre frasi: «Mostrare tutto....

Fiabe, film, fiction e favolacce / Far paura ai bambini

Mentre guardavo Favolacce, il film dei fratelli D’Innocenzo, vincitore dell’Orso d’Argento per la Migliore Sceneggiatura alla Berlinale 2020, mi sono venute in mente diverse cose. All’inizio, quel filone cinematografico e letterario dei bambini fantasma, strani ibridi fra il mondo dei morti e quello dei vivi, che stanno in una paurosa prossimità con il mondo adulto, anzi, meglio, con le nefandezze del mondo adulto. Perché questi ectoplasmi infantili sembrano scesi in Terra, prima sotto forma di bambini poi di loro spoglie, unicamente per annunciare la disfatta morale di uomini e donne, per rivelarne i miserabili e atroci segreti: dai piccoli di The Turn of Screw di Henry James a quelli di They di Kipling, dai fratellini di The Others, del 2001, di Alejandro Amenábar, al piccolo Cole Sear di The Sixth Sense, di M. Night Shymalan, del 1999, per fare qualche esempio noto. Una categoria di bambini che appaiono come messaggeri ultraterreni di un giudizio per colpe inemendabili.   Favolacce.   The Others.   The sixth sense.   I bambini di Favolacce sembrano già tutti morti dall’inquadratura numero uno. Della prima di loro, in ordine di apparizione...

La biblioteca di Atlantide / Lo scambio e il dono

L’atto di donare degli oggetti ad altre persone svolgeva un ruolo fondamentale all’interno delle società primitive e continua a svolgerlo anche nelle società contemporanee. In molti settori merceologici, infatti, l’acquisto di un oggetto per regalarlo a qualcuno allo scopo di rafforzare la propria relazione con esso rappresenta una delle principali motivazioni che orientano i comportamenti delle persone. Per comprendere il ruolo sociale svolto dal dono, le riflessioni ancora oggi più interessanti sono quelle sviluppate quasi un secolo fa dall’antropologo francese Marcel Mauss. Questi è partito dalle ricerche di uno dei maestri della sociologia e cioè Émile Durkheim, il quale, dopo aver studiato i comportamenti delle tribù aborigene dell’Australia e di altre società primitive, è giunto alla conclusione che le società producono in continuazione delle forme simboliche utilizzate dagli individui per attribuire al mondo sociale in cui vivono dei significati e un determinato ordine. Gli scambi di doni contribuiscono a questa produzione di forme simboliche, come ha messo in evidenza Mauss, nipote dello stesso Durkheim, nel 1923-24, sulla prestigiosa rivista L’Année Sociologique, all’...

Il turismo necessario / B&B, alberghi e ombrelloni

In periodo come questo che stiamo vivendo c’è una riduzione all’essenziale che corrisponde a una specie di digiuno ascetico. Sembra che le cose importanti siano poche, le essenziali ancor meno. È una sensazione che sembra emanare realismo. Molti se ne fanno assertori, invocano ritorni alla campagna, promettono enormi cambiamenti, minacciano coloro che non hanno gli stessi sentimenti. È un momento delicato, perché di questa fase possono approfittare coloro che sono convinti che una “certa riduzione” nei bisogni altrui sia più che conveniente. È un momento delicato perché scompare l’ironia, soprattutto l’autoironia. Certo la pandemia ci invita a riformare parecchie cose, a pretendere un mondo meno inquinato e meno soffocato dalle automobili, meno afflitto dalle ragioni del mercato e invece motivato dalle relazioni affettive e amicali. Bisogna però stare attenti alla voglia di “sfrondare” che tutto ciò porta con sé. Ecco, alcune cose sembravano davvero inessenziali. Che senso ha il turismo in un mondo affetto da una pandemia? Anzi, non è proprio il turismo un effetto/causa della globalizzazione? Non c’è nel bubbone che ci minaccia proprio quell’avere consentito che tutto il mondo si...

Bergamo e Val Seriana / Medici: danza macabra in Lombardia

Il primo segnale di allarme sulla chat dei vecchi compagni di liceo è del 24 febbraio: è la foto di una mascherina 3M, accompagnata dall’augurio “in attesa di ATS”. La manda Olmo, medico di base dell’hinterland bergamasco. Nei giorni successivi i messaggi s’infittiscono e vi partecipano altri medici, anche ospedalieri; col tempo, su mia sollecitazione, mi verranno inviati via mail resoconti più dettagliati. Il materiale con cui è costruito questo articolo proviene quindi dalle testimonianze di amici dei primi anni ’70, diplomati insieme a me al Liceo Classico di Bergamo.  A qualcuno magari verranno in mente le confraternite studentesche americane ma sarebbe fuori strada: nessun rituale di ingresso, nessun simbolo di appartenenza, nessuna pratica di lobbying fra vecchi sodali. A tenerci vicini in tutti questi anni una sola vera eredità: l’amicizia. Coltivata negli anni, legata alla condivisione di un tempo bello delle nostre vite e nutrita da un affetto profondo. Anche per rispetto verso quel sentimento, quindi, nelle prossime righe attribuirò loro nomi di circostanza: occorre molta prudenza da quando è emersa l’odiosa abitudine di accusare di “infedeltà aziendale” il...

Tutti gli usi della parola a tutti / Rodari, Einaudi e i Lucumoni

Ha scritto Italo Calvino ricordando Gianni Rodari in occasione della sua morte (1980): “Poche esistenze furono illuminate da un umore più gaio e generoso e luminoso e costante della sua”. Temo che Rodari, di cui attendiamo a settembre il “Meridiano” curato amorevolmente da Daniela Marcheschi, non si sia mai potuto concedere il lusso di essere gaio, così come spesso i grandi umoristi soffrono di umori malinconici e depressivi (metto tra quelli che anche Gadda, che quando rileggo l’Adalgisa e o il Pasticciaccio mi strappa ancora delle risate; e lo stesso Primo Levi, che umorista era stato acutamente definitivo da Massimo Mila nel suo necrologio). No, tutto quello che ha ottenuto Rodari se lo è sudato palmo a palmo, lavorando come un metalmeccanico alla catena di montaggio delle parole, lottando contro il grigiore burocratico del suo stesso partito, contro le distrazioni del suo editore, Einaudi, che negli anni ’60, al culmine del potere culturale che si era conquistato sul campo, aveva troppe cose cui badare, troppi grandi autori da seguire, e dedicava una qualche attenzione ai libri per ragazzi principalmente per la passione del suo leggendario redattore capo, il mite, onnipresente...

Mappe semantiche / Leggere nel pensiero

Una notizia è giunta tempo fa negli ambienti profani cui appartiene chi scrive: con i suoi sofisticati strumenti d'indagine e grazie a mappature semantiche (proprio così) del cervello sempre più dettagliate, la ricerca neurolinguistica più avanzata avrebbe ormai a portata di mano il modo di “leggere” le parole che agli esseri umani passano letteralmente per il capo, pur restando prive di manifestazione. Una variante che si dice linguistica e si prospetta come tecnologica dell’eterno sogno di leggere nel pensiero, a patto che questo abbia preso nel cervello la forma di parole. Qui non si sa dire se e quanto l’anticipazione sia affidabile: non si è profani per nulla. Della vita, si ha tuttavia un po’ d’esperienza e in altre occasioni si sono visti circoli che appunto si pretendono (e talvolta sono) scientifici mettere in giro notizie per (continuare a) spillare quattrini a chi ha potere e danaro ed è tutt’altro che disinteressato e innocente, nei confronti della ricerca. Capitava per esempio ci fosse il Pentagono tra gli enti finanziatori di brillanti sortite di certa linguistica americana degli anni d’oro. Negli ambienti appropriati, questa doveva avere fatto credere che le sue...

L’aria delle città e il razzismo

Nel 2004, in un discorso per la Lewis Mumford Lecture, Jane Jacobs individuò nella «mentalità della piantagione» il male che la società americana non si è ancora lasciato alle spalle. La Plantation Age è stata lunga e duratura, affermava, e ha prodotto la schiavitù fisica e mentale che dal mondo rurale si è trasferita nella grande industria taylorista, in cui i lavoratori potevano essere usati come ingranaggi di una macchina o come peons on a plantation. L’eredità più pesante della Plantation Age è ovviamente la situazione dei discendenti degli schiavi, prima «tenuti in soggezione attraverso la repressione operata nel mondo rurale» – scriveva Jacobs in The Economy of Cities (1969 – L’economia delle città) – e poi «assoggettati economicamente con la discriminazione attuata nelle città». Il posto degli afro-americani è stato, e per molti versi è ancora, il ghetto, lo slum in cui essi vivono «sotto il dominio assoluto dei bianchi» che possiedono le loro abitazioni degradate.    Jacobs aveva già trattato il tema della discriminazione razziale in The Death and Life of Great American Cities (Vita e morte delle grandi città americane), pubblicato tre anni prima del Civil Right...

Forma e imitazione / Diventare noi stessi

Come siamo giunti a vedere e sentire il mondo come lo vediamo e sentiamo? Come le idee si fanno mondo? Come siamo diventati e diventiamo gli esseri umani di oggi? Il cammino di attraversamento proposto dalla guida, nel senso proprio di una guida per un viaggio, di Francesco Valagussa (in Forma e imitazione. Come le idee si fanno mondo, Il Mulino, Bologna 2020), esalta le vie del divenire umani e suscita una profonda nostalgia, mista a indignazione, riguardo all’attuale triste indifferenza, anche istituzionale, verso gli studi classici, in particolare di storia e filosofia.    Lasciamoci, perciò, guidare in un cammino che va da Omero a noi, che viviamo di immagini, quindi di imitazioni più o meno riuscite delle forme, al punto di illuderci, cioè di giocare con il mondo, come se quelle immagini fossero le forme stesse, o di dimenticare del tutto le forme e vivere “di segni di segni, perché ci fanno difetto le cose”. A un certo punto della nostra storia l’appartenenza tacita e coincidente con il mondo inizia a trasformarsi in domanda. Gli umani si distanziano dal fondo della vita e la visione cristallina dell’idea compare nella sua assolutezza. È l’intelletto che ha fatto...

Il miscredente e il professore / David Hume e Adam Smith: storia di un’amicizia

Per confermare l’alta opinione che aveva Aristotele dell’amicizia, Hume scriveva: “Consentiamo che tutte le forze e gli elementi della natura concorrano nel servire un solo uomo e obbedirgli, consentiamo che il sole sorga e tramonti al suo ordine: il mare e i fiumi scorrano a suo piacimento, e la terra produca spontaneamente tutto quello che gli possa risultare utile o gradevole. Costui sarebbe comunque infelicissimo fino a quando non gli si desse almeno una persona con cui poter condividere la propria felicità e di cui godere la stima e l’amicizia”. Adam Smith, in Teoria dei sentimenti, restringe il fuoco sulla forma più estrema dell’amicizia, quella motivata dalla virtù e dall’eccellenza: soltanto questa, per lui, può “meritare il sacro e venerabile appellativo di amicizia”. Meno retorica e più bella la definizione di Hume: stima e amicizia. Binomio inscindibile di un sentimento ormai quasi estinto o in via di estinzione. Narciso non ha amici, quella che ammira è soltanto la sua immagine riflessa sull’acqua. Ma è proprio l’amicizia il tema centrale della riflessione proposta da Dennis C. Rasmussen nel suo Il miscredente e il professore, di recente tradotto per Einaudi da Marco...

Mostra a Milano / Georges de La Tour, L’educazione della Vergine

Suonatori ciechi di ghironda, mangiatori di piselli, ubriachi che litigano; zerbinotti gabbati da bari e donne di mondo che si scambiano maliziosi sguardi d’intesa; soldataglie che giocano ai dadi in una taverna; santi che sembrano contadini, dalle mani grosse, le dita nodose e sporche, che impugnano come armi, o falci o randelli gli emblemi che dovrebbero farli riconoscere; donne con infanti sul grembo o in compagnia di bambine o che deridono il vecchio marito, e altre, che al lume di candela, scarmigliate, con specchi, teschi e grossi libri accanto, sembrano meditare su “trascorsi che non sarà bello tacere”, per dirla con Gozzano. Questi i principali soggetti delle opere di Georges de La Tour, ora di nuovo visibili nella mostra di Milano a Palazzo reale, finalmente riaperta e prorogata fino al 27 settembre. De La Tour in Francia è una vera e propria gloria nazionale, oggi ormai ammirato ovunque come lo era in vita, dopo la riscoperta iniziata nella prima metà del 900 che ha fatto seguito a un oblio totale di tre secoli, ma ancora per vari aspetti sconosciuto. Nonostante i ritrovamenti di alcuni documenti e i molti studi e relative scoperte e ipotesi, permangono infatti riguardo...

19 giugno 1937, James M. Barrie / Il primo volo di Peter Pan

Il tempo ha riservato una sorte particolare a James M. Barrie (1860–1937), autore che fin da giovane è stato fra i più celebrati della sua generazione, ma che col passare dei decenni ha visto sia la maggior parte dei suoi lavori, sia il suo stesso nome eclissati dall’abbagliante stella che ha generato. Oggi tutti conoscono Peter Pan, quasi nessuno sa che nacque in un romanzo di cui non era nemmeno il personaggio protagonista, e ben pochi ricordano il nome del suo autore. Per gli studiosi che si sono occupati dell’opera di Barrie, viceversa, la costante attenzione al dato biografico è motivata dall’influenza che le circostanze familiari ebbero sulla sua poetica, ma in fin dei conti ha contribuito a mettere in risalto le idiosincrasie dell’uomo molto più dell’abilità dello scrittore e del drammaturgo, che pure fu lampante ai contemporanei ben al di là del grande pubblico («Mi piacerebbe fare una bella chiacchierata ininterrotta con quel talentuoso scozzese, prima di morire» osservò Mark Twain nella sua autobiografia, mentre Robert Luis Stevenson gli scrisse: «Io sono un artista capace; ma comincio a pensare che lei sia un genio»).   Un’ottima opportunità per riscoprire la...