Categorie

Elenco articoli con tag:

Photopost

(186 risultati)

Federico Campbell, Mexico City 1991

Federico Campbell è messicano. Ma è anche un  uomo e uno scrittore cosmopolita, come quasi tutti gli scrittori latinoamericani.   Alla fine degli anni sessanta si trovava a Barcellona, in Spagna, mentre ancora ferocemente sopravviveva Francisco Franco. Frequentava un gruppo di giovani scrittori arrabbiati e pieni di talento. Non avevano ancora pubblicato quasi nulla. Nel 1971 Federico li raccontò in un libro, Infame Turba , erano Vazquez Montalban, Juan Marsè, Biedma, e molti altri che sareb;ero diventati i protagonisti della letteratura della nuova Spagna postfranchista.   Federico sente l’odore della qualità lontano un miglio. È lui che ha fatto conoscere in Messico e fatto scoprire a tanti scrittori latinoamericani Leonardo Sciascia e la sua letteratura che racconta l’inscindibile simbiosi tra potere e criminalità. A me ha fatto capire che le fotografie di Juan Rulfo sono una porta fondamentale per entrare in quel capolavoro che è Pedro Paramo. Mi ha insegnato che ricordare è lo stesso che immaginare e mi ha regalato calorosa amicizia.   Ricorda e immagina meravigliosamente...

Tavoli | Giulia Niccolai

Conosco Giulia Niccolai da quando ero ragazzo e mentivo sulla mia età perché volevo essere un poeta beat. Vidi (o meglio ascoltai) nascere a Venezia la sua Harry’s Bar Ballad, e sarà per questo che pensando a Giulia visualizzo solo tavoli luminosi e “da gioco”, spesso en plein air, volatili come il suo giocare a palla con le parole, l’anarchia della conversazione che avrebbe deliziato Denis Diderot. Come potevano nascere d’altronde i “frisbees” di Giulia se non all’aperto? Oppure la visualizzo seduta a un grande tavolo da cucina dove si fa tutto, dove tutto cioè si fa cucina – visioni, parole, associazioni di idee e tutte le possibili uscite ed entrate dal e nel material world (direbbe Georges Harrison), eroiche comiche illusioni e sogni di risveglio, cioè poesie – come nella cucina/atelier della casa di Corrado Costa a Mulino di Bazzano dove Giulia Niccolai abitò con Adriano Spatola.   Sono tutte visioni viziate dal ricordo, negatrici della solitudine intesa come assenza di testimoni. Sono cioè tavoli extratestuali, come se le poesie nascessero sempre altrove, fuori...

Tavoli | Gianikian e Ricci Lucchi

Blow up, zoom, o florilegio di dettagli. Sul tavolo ci sono rullini fotografici, lenti d'ingrandimento di varie dimensioni e forma geometrica (romboidale, tonda, quadrata), montagne di taccuini, fotogrammi, macchine fotografiche usa e getta e non, brochures (un invito ad una proiezione presso il MoMa, un foglio di presentazione di Pays Barbare del BFI di Londra), biglietti aerei, un depliant della “Secure Bag” (chi frequenta gli aeroporti sa di cosa si tratti), un pacco che lascia in bella mostra ideogrammi giapponesi, un rotolo di carta (per gli acquerelli di Angela), appunti sparsi e liste su fogli A4, almeno due paia di occhiali da vista, il DVD di Oh! Uomo, pezzi meccanici dentro una busta trasparente, una lampada che sovrasta il tavolo, vari materiali dell'Haus der Kulturen der Welt di Berlino (HKW – dove Y e A hanno da poco presentato Pays Barbare e installato altri materiali), gocce (collirio?), un quaderno arancione a spirale, un astuccio, matite scotch gomme per cancellare, varie penne dentro a un contenitore di vimini, forbici, un telefono e un cellulare, un cavo usb, stampante/fax, un computer aperto sulla posta pronto a inviare il fotogramma...

Tavoli | Fabrizio Gifuni

Lunga e stretta. Una scrivania, due sedie, due posti di lavoro (postazioni per lavori diversi?). Una parte dove navigare e scrivere (su un Mac), dove prendere appunti (a mano, anche con essenziali schizzi). Là si telefona con un vecchio apparecchio con i fili. Là cresce una lampada a stelo, una memoria: la luce sembra rivolgerla fuori del piano di lavoro. Là si appoggia solida una scatoletta sovietica e un animale stilizzato fa la guardia. Su un cumulo di carte è pronto un paio d’occhiali per vedere meglio. In cima, si intravede un biglietto d’aereo: la scrivania è una pausa nella vita di continuo movimento dell’attore.   Un ramoscello d’ulivo spunta da penne e pennarelli. Una scena di film in una fotografia, un uomo e una ragazza (ma chi saranno, diavolo: sembrano quasi… ma no). La musica c’è, in questa stanza, ma nel momento della foto è staccata: non è un sottofondo, un’ossessione, ma una scelta.   Dall’altra parte del tavolo si definisce, con ordine negletto o con studiato disordine, la natura di attore-autore del proprietario: un film, Il rito, di Bergman, e...

Tavoli | Massimo Recalcati

Il luogo di lavoro di Massimo Recalcati non è il tavolo, ma lo studio dell’analista. L'analista non procede con l'addizione e l’accumulo, ma con la sottrazione. Il suo lavoro è quello di operare dei tagli e delle interruzioni nel discorso dell'analizzante in modo che il flusso di pensieri acquisisca una punteggiatura inedita.   Il tavolo dell'analista non è dunque il tavolo di chi prova a produrre l'evento del pensiero con l'accumulo del sapere è invece il tavolo di chi opera coi detriti dell'atto analitico: quel sapere che viene fatto in frantumi durante l'analisi. Se infatti l'analisi produce un pensiero non è dell'ordine del sapere, ma di quello della verità. E su questo tavolo vediamo tanti libri che hanno attraversato in modo singolare quella particolare esperienza del pensiero che è la psicoanalisi: Victor Tausk il cui suicidio a quarant'anni fu una pietra dello scandalo del primo movimento psicoanalitico; un lacaniano "militante" e di sinistra come Jorge Aleman; una žižekiana à la page come Alenka Zupančič, ma anche un filosofo molto vicino alla...

Tavoli | Corrado Stajano

Bisognerebbe ricorrere al paradigma indiziario del suo amico Carlo Ginzburg per trovare un filo tra le infinite suggestioni che offre il tavolo di lavoro di Corrado Stajano. Respinto sdegnosamente al mittente il sospetto di mise en scène, partiamo dalla cosa più ovvia, i libri: Guicciardini, Calamandrei, Antonio Cederna, moralisti della più bella tempra a cui si può associare lo scrittore cremonese (l’origine è denunciata da una bella scatola verde, in legno, del torrone Flamigni, in alto a sinistra).   Ma qualche indizio che la serietà è temperata da un istinto giocoso-burlesco – Giufà, la metà sicula – proviene dalla cancelleria, francamente in sovrannumero, con matite Staedler, quelle rosse e blu per le bozze, penne e pennarelli, quaderni e quadernini, alcuni, a dire il vero, un po’ vezzosi, un cancellino scolastico, una bussola, un tagliacarte dei Vietcong, regalo dell’amico Tiziano Terzani. Altro tema, le amicizie.   Una cartolina da Asiago, “saluti a grande velocità” di Ermanno Olmi, antico compagno di lavoro, una guida dell’Acropoli...

Il parcheggio di Famagosta

Il parcheggio di Famagosta nella sua totale funzionalità comprende: un certo numero di posti auto coperti, un piazzale sottostante dedicato alle corriere che vanno e vengono dall’hinterland, tre o quattro capolinea per i bus cittadini e l’omonima stazione della MM che da una delle uscite superiori porta diritto al parcheggio dei taxi.   C’è pure un non-luogo esterno per farsi dare un passaggio in auto; è proprio a ridosso della carreggiata della strada rivolta ai quartieri Sant’Ambrogio/Ospedale San Paolo ed Ex-Cartiere Binda; se però sbagli la svolta, ti ritrovi sull’autostrada per Genova e per tornare indietro devi uscire al quartiere Cantalupa.   Questo punto tattico è usato familiarmente da chi offre e da chi riceve il passaggio in automobile, ovviamente qui non ci si potrebbe fermare, c’è il divieto di sosta. Tuttavia ogni giorno le persone qui si aspettano, si prendono e si lasciano. Li guardo che si abbracciano e si baciano, parlare e poi via insieme nella stessa auto, oppure ognuno prosegue da solo per la propria strada, salendo sul bus o calando nel metrò.  ...

Subotzky & Waterhouse

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.   Mikhael Subotzky & Patrick Waterhouse, Ponte City | Night Club Silencio Paris

Tavoli | Rosellina Archinto

Sulla scrivania di chi ha inventato la nuova letteratura per l'infanzia in Italia (e non solo), mi sarei aspettato – che so – un giocattolo, o forse un piccolo peluche, o almeno un pennarello con le orecchie di coniglio, o un temperamatite a forma di Puffo o un pennarello-Pimpa.   Sulla scrivania di chi ha pubblicato alcuni tra gli epistolari più interessanti e preziosi del Novecento, mi sarei aspettato buste e francobolli, di quelli esotici con grandi farfalle colorate e Caudillos dimenticati (c'è solo una lettera in bella vista, prestigiosa corrispondenza editoriale).   Sulla scrivania di chi ha confessato il suo grande amore per i divi del cinema, mi sarei aspettato qualche fotogramma ritagliato da una pellicola 35mm, o magari un fermacarte a forma di Oscar (no, ci sono un Buddha e qualche ciottolo vagamente zen).   Ma l'eleganza di Rosellina Archinto, esistenziale e editoriale, è allergica al kitsch, in tutte le sue forme. Rifugge dalla nostalgia con le sue trappole sentimentali (niente foto di figli o nipoti...). Inutile allora soffermarsi sui due computer, sapientemente aperti sulla stessa schermata,...

Tavoli | Giovanni Anceschi

L'occhio aereo di Giovanna Silva, per sua natura, non può glissare su nulla, e anche gli oggetti più desueti – dalla mezzaluna asciugacarte, orfana di stilografica, alla pallina rossa da tormentare per sgranchirsi le dita – sono costretti a impressionare l'obiettivo e a chiamare l'attenzione quando forse scomparirebbero per primi (specie con le strettoie di un pur generoso conteggio-parole da blog) nella selezione che è connaturata a qualsiasi descrizione.   Tuttavia, sempre per sua natura, allo stesso occhio non è concesso di attraversare la superficie del tavolino bianco che Giovanni Anceschi ha disegnato per sé alla leggendaria scuola di Ulm e che i colleghi di una classe della Metallwerkstatt hanno realizzato per lui, né può interrogarlo sui viaggi che, nel corso di quasi mezzo secolo, lo hanno portato come un rigido tappeto volante estetico-funzionale dal continente alla penisola fino in Algeria e di lì ancora a Roma e a Milano. Se potesse, vedrebbe – oltre a una collezione di chincaglierie emerse come conchiglie da una lunga risacca novecentesca e stipate di anno in anno in...

Tavoli | Piergiorgio Paterlini

Il cotto a terra è bellissimo. Antico, spazzolato dai passi. La scrivania è un cervello all’opera.   L’emisfero destro è razionale, tecnologico – modem, stampante, hard disk, mouse. Fili. Fili. Led. L’emisfero sinistro è emotivo. Una Olivetti Lexikon 80 da collezione, sdegnosa, di spalle, risponde allo schermo muto del computer spento. Pile di fogli, post-it, agende, cartelline, scatole, fermacarte, una giostrina: l’ordine, chiaramente, è apparente. Per questo nel descrivere non può valere che la congerie. A poco servono gli ausilii meccanici disseminati qua e là: lente, forbici, scotch, righello, pinzatrice, inerti in un’onda di carte. La falange della cancelleria, schierata stretta al centro, dice di una resa. Non c’è penna o matita, gomma, pennarello, non c’è graffetta, temperino, elastico che tenga. La falange della cancelleria è un feroce esercito di soldatini di stagno, un ponte interrotto verso la disciplina, il cassetto dei giocattoli.   I libri sono altrove, perché qui non si legge: si scrive. Si può scrivere con un...

Bas Jan Ader, Taiyo Onorato & Nico Krebs

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.   Bas Jan Ader, Taiyo Onorato e Nico Krebs, Ready (To Be) Made | Le Bal, Paris

Tavoli | Giulio Paolini

Non poteva esserci immagine più eloquente di questa fotografia per descrivere il tavolo di Giulio Paolini: una visione perfettamente prospettica, con il punto di fuga centrale, sottolineato dalle linee della lampada e dei termosifoni, che trascina vertiginosamente il nostro sguardo al centro del tavolo. Come in Disegno geometrico, la sua prima opera da cui derivano tutte le successive, la squadratura geometrica rappresenta, o meglio “presenta”, il quadro che contiene tutti i possibili quadri. A ben guardare la foto, la squadratura e la visione prospettica sono presenti anche nei disegni appoggiati in ordine sparso sul piano di lavoro, come a voler suggerire un rispecchiamento, una doublure tautologica del nostro guardare che raddoppia lo spazio reale nello spazio rappresentato. Lo scrittore, dice Italo Calvino nella sua introduzione al primo libro di Paolini, Idem, ammira molto il pittore nel suo sforzo per arrivare a un’impersonalità assoluta, ma lo fa comunque sempre attraverso un accenno all’autobiografia, all’autoritratto. Anche qui la presenza del pittore si percepisce dalla seggiola lasciata vuota, in bilico tra l’...

Tavoli | Cini Boeri

A un primo sguardo, il punctum della fotografia sembrerebbe consistere nel foglietto ripiegato che sporge dal borsellino rosso, all'angolo sinistro in basso dell'immagine. Lista della spesa? Ricetta medica? Appunto volante? Schizzo di progetto? Non è dato saperlo. Di certo la sua presenza sul tavolo da lavoro di Cini Boeri non è casuale, come non è evidentemente casuale nessuno degli oggetti che si trovano su di esso. Unicamente, a differenza degli altri, questo non lascia trapelare la ragione del suo essere lì. Più agevole è spiegare il perché della presenza del numero 93 della rivista «Area», dove sono pubblicate tre case realizzate dall'architetto all'Isola della Maddalena; così come il perché del catalogo della mostra della Triennale di Milano curata da Alba Cappellieri e Marco Romanelli, Il design italiano incontra il gioiello, tra le cui pagine è presente un bel bracciale da lei disegnato. In quanto al numero della misconosciuta «Progetti AN», vale sapere che in occasione della manifestazione "Demanio marittimo km 278" del 2011 a Senigallia,...

Il gioco dei pianeti | 1

.   Tutti osservavano soltanto ciò che conveniva immediatamente.     Veniva da uno di quegli strati sonori imprigionati in settori singolari sul fondo che sono le strade dei suoni sott’acqua. E’ un fenomeno particolare degli abissi, dovuto alla diminuzione di temperatura e all’aumento di pressione. I suoni entrano in certi solchi invisibili e corrono per centinaia di chilometri in un fantastico telegrafo. In questo strano concerto si immergeva la mia fatica piena di echi. Suoni che non esistevano più continuavano a ripetersi.     Un mondo fatto da un sasso enorme, coperto di velluto vivente, con la vita attaccata intorno o  appena discosta. Quel luogo immenso e lugubre era vivo soltanto lì.     Guardavo mentre la mia voce non se ne voleva andare. Fuori c’era uno splendido vuoto, con un animale assurdo preso in una trappola inutile.     Un’enorme massa scura si fece avanti. Il cuore mi diede un colpo e sembrò spaccarsi. L’oblò era occupato da una specie di manto semovente e nero su cui si muovevano delle piccolissime...

Tavoli | Massimo Cacciari

Al primo colpo d’occhio l’impressione che ci restituisce questa visione dall’alto è quella della densità. Lo sguardo non sa esattamente dove posarsi, vaga incerto da un punto all’altro finché un certo disorientamento, un senso di abdicazione, si accompagna a un incanto d’insieme. Più che un’impossibilità a tenere in forma unitaria la propria visione, sopraggiunge il piacere di un abbandonarsi a quell’insieme avvolgente, perché qualcosa di indiscutibilmente intenso aleggia nello spazio visivo di questo tavolo da lavoro. Proviamo allora a procedere per alcuni dettagli d’insieme. Il primo è quello evidente dei libri. Troppi per un utilizzo ordinato e finalizzato a un unico progetto, dicono così il tempo dello studio come il tempo di una vita. È un accumulo fatto di necessità e di abbandoni, come se ognuno di quei libri aspettasse il momento opportuno per ritornare in primo piano, magari per essere ancora una volta la fonte effettiva di una nuova ispirazione. La presenza poi evidente dei fogli, certo sparsi, ma senza per questo non cogliere una certa simmetria...

La pesca dei palloni

Rispetto le precedenti questa è una messa in scena. Questa operazione di recupero di palloni l’ho fatta realmente con mio figlio (nella foto) diverse volte e nello stesso punto, lui si diverte molto e adesso in cantina abbiamo un certo numero di palloni.   Succede che in questo punto del Lambro meridionale c’è un reticolo per fermare un po’ di monnezza che arriva dal colatore Olona e dal Lambro meridionale stesso, i quali si uniscono un centinaio di metri più indietro. Tutto il materiale galleggiante forma una giostra con un movimento rotatorio opposto alla corrente, dato dal flusso dell'acqua che trova lo sbarramento. Sicché se prendiamo di mira un pallone, questo ci metterà circa tre minuti a ripassare nello stesso punto.   Noi per gioco sceglievamo un pallone e attendavamo il momento di tirarlo su. Sul perché ho iniziato mio figlio a questo gioco trash lascerei perdere. Credo che centrino in qualche modo le immagini dei racconti dei miei nonni su mio padre bambino classe ’48 (di loro non c’è più nessuno) e dei giochi che poteva fare coi suoi coetanei in una Palermo post...

Tavoli | Sonia Bergamasco

C’è una grande intensità di oggetti sul tavolo di Sonia Bergamasco. È un’intensità che non si ferma alla superficie bianca che si intravede al di sotto di tutte le cose che abitano il piano, ma si propaga come onde nell’immediato intorno. Sei sedie stanno a circondare il tavolo e tutto risulta incorniciato dalla greca del pavimento che rimanda ad antichi motivi decorativi.   I veri abitanti di questo tavolo sono le differenti pile di libri. Libri che sono indizi di lavori e spettacoli che hanno caratterizzato un passato recente e lontano oppure libri che proiettano Sonia Bergamasco nel futuro. Sono pagine che raccontano passioni e amori di letteratura. C’è la struggente Anna Karenina vicina dei Racconti di fantasmi di Henry James che a sua volta è vicino alle Opere di Dante e ai Nove saggi danteschi di Borges. Sono strane connessioni quelle che possono crearsi popolando lo stesso tavolo.   Altri libri ancora vivono dall’altra parte del tavolo, dove classico e moderno si incontrano. C’è un altro Dante, questa volta in versione iper-contemporanea e multimediale e c’...

Tavoli | Ginevra Bompiani

Il tavolo comincia dalla sedia, quasi una poltrona. Suggerimento gentile della gradazione di colore che subito dice Questo tavolo non è una superficie intorno alla quale si può stare in piedi. Comodi, seduti, prego, ecco qui, parliamo, parlate. Due sedie di fronte e una sedia regolabile e dunque democratica, tutti con gli occhi alla stessa altezza. Comodi, seduti, prego, ecco qui, parliamo, parlate. In mancanza di tavole rotonde, ci sono sedie regolabili. Non è un tavolo di passaggio dunque, ci si sta, fermi e chiari, come in un verso di Pavese.   Un tavolo poetico e geometrico e cartesiano. Metodo, dunque. Prima diagonale (da sinistra a destra). Uno. Il blu della scrivania digitale en abime sopra la scrivania tout court che rimanda al blu dei fascicolatori. Se il legno è il colore delle parole, il blu è quello della consultazione, come il blu notturno con la sua lista ordinata di stelle sempre interpretata, spesso desiderata. Due. Gli occhiali da vista montati in rosso – appoggiati su Klaus Wagenbach, La libertà dell’editore sul tavolo di un’altra libertà dell’editore, – che rimandano al...

Tavoli | Luigi Ontani

Cominciamo col dire che il tavolo di lavoro di Luigi Ontani non è un tavolo, ma un tappeto. Come uno dei celebri "tappeti volanti" fotografici in cui, attraverso un semplice fotomontaggio, l'artista appare nudo su un arazzo orientale avendo sullo sfondo luoghi diversi. Non è un caso. Ontani produce fuori orario. Le sue idee nascono in viaggio. E anche quando non viaggia e si trova in studio, si illude di viaggiare. Costantemente una radio accesa fa suonare musica classica.   Una costellazione di libri, cartoline, fogli e immagini varie sono disposte intorno al suo tappeto di lavoro. Perlopiù immagini di statue classiche, icone e suppellettili di mondi ed epoche lontane che appartengono a un immaginario ibrido in cui la cultura orientale e occidentale sembrano convergere.   Ibridoli come le sue opere. Satiri, minotauri, arpie, centauri, putti alati. Un dizionario di iconologia, un volume di arte classica, il catalogo della collezione del Museo Archeologico di Napoli, cartoline rappresentanti piccoli Buddha cambogiani, indiani e un'opera di William Blake, particolari de Le Prigioni di Michelangelo, della Casa degli Amorini...

Tavoli | Gianluigi Ricuperati

Una giacca a vento e una cravatta, abbandonate di fretta sulla spalliera di una sedia, quasi all’improvviso. Sulla scrivania si affastellano saggi, riviste di filosofia, romanzi, cataloghi d'arte, corrispondenza, jazz, poesia.   Due elementi, su tutti: l’uomo che sfida le geometrie che lo inquadrano nella pagina della rivista lasciata aperta, e la copertina bianca di un poeta che ci fissa con gli occhi delle lettere bene aperti e nitidi, come li aveva voluti Munari. Qualcosa, invece, vorrebbe scomparire ma non può, e finisce per attirare l’attenzione: sotto la pila delle copie di un romanzo, in basso a sinistra quasi ad apporre la sua firma alla scrivania, spunta l’ombra di un incarnato che dopo qualche secondo si coagula, nel ricordo, ed ecco il braccio di un San Giovanni Battista, di quel San Giovanni Battista – così impertinente, nel suo sfumato perfetto e inimitabile, da rendersi riconoscibile anche se forse non vorrebbe, anche ridotto a sfondo dall’accumulo di oggetti.   Dal davanzale della finestra guarda e si fa guardare un progetto, schizzi di matita e di colore su carta. “A Gianluigi”....

In preghiera

Dopo la foto al bar, entrai in Chiesa Rossa, per esteso nella Parrocchia di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, sempre in zona cinque. Nella canicola milanese di un pomeriggio di luglio stavo fotografando gente in cerca di ristoro.   C’erano tre anziane signore che occupavano due panche in fondo alla chiesa, vicino all’altare e recitavano il rosario. Mi sedetti anch’io, dalla parte opposta, in un banco in prossimità dell’ingresso.   Dopo alcuni minuti entrò l’uomo della foto, per rivolgere le sue preghiere alla Madonna, si raccolse di fronte al simulacro della Santa Vergine, posto nella cappella che rimaneva alla mia sinistra. Collocai la macchina fotografica sopra lo stretto piano di legno che c’è di fronte ad ogni panca, quello dove si poggiano i gomiti quando ci si genuflette, perché avevo bisogno di un sostegno per usare un tempo d’esposizione molto lento. Girai la macchina verso di lui e rubai la foto.   Ero andato in Chiesa Rossa perché sapevo che di giorno c’è una bella luce naturale e volevo fotografare al suo interno. La sera invece c’è...

Tavoli | Guido Scarabottolo

Non abbiamo bisogno di un letto a baldacchino per sognare: i sogni vengono meglio se si sta sdraiati su una vecchia coperta, e una coperta stesa in un prato è anche il posto ideale per guardare le stelle. Le cose che si muovono dentro di noi, che siano visioni attraenti, mostri di cui non riconosciamo le fattezze, paesi lontani che abbiamo solo sentito nominare, grumi intricati di desideri e idiosincrasie senza forma, possono stare nelle pagine di un taccuino molto piccolo prima di prendere i contorni con i quali si mostreranno agli altri, in una mescolanza di pensieri. E intanto, in una pagina bianca, possiamo stendere un elenco pulito di impressioni (quasi una poesia), affidarci a pochi tratti di matita, a un numero limitato di colori. Forse Guido Scarabottolo comincia così a fare qualche passo sul limite di quegli abissi che si chiudono alle nostre spalle quando ci svegliamo al mattino, lasciandoci solo qualche traccia da seguire pazientemente: si accosta alla forma dei sogni in uno spazio semplice, disadorno, circondato da oggetti che hanno preso col tempo qualcosa della sua anima e per questo vuole tenerli con sé come sono, senza farsene un vanto....