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Racconto

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La visione

La visione Tratta Udine -Venezia,  ore 8.07 (andata)   Al quarto annuncio di ritardo del “Regionale Veloce 2449”, penso che chi ha dato il nome a quel treno non sia una persona prudente. Quando i passeggeri prendono posto sono comprensibilmente nervosi. Molti di loro per “solo” 48 minuti hanno perso la coincidenza con qualche Freccia Bianca, Rossa o Argento. Alcuni imprecano contro le ferrovie, il governo e la Fiat, che finisce sempre per essere nominata quando si insulta la rete ferroviaria.   Non fa caldo, è autunno, ma i finestrini sono tutti aperti e le tendine sbatacchiano rumorosamente creando un effetto “diligenza inseguita dagli Apaches”. Forse è solo un trucco del capotreno per enfatizzare la velocità e il recupero del ritardo. Al mio fianco c’è una signora, che brontolando tiene ferma la tendina e oscura luce e visuale. Difficile leggere con questo clima cupo. Oltretutto finisce per insultare pesantemente un ragazzo con le cuffiette solo perché non riesce a chiudere il finestrino. Ci provo anch’io, ma nonostante il fallimento, vengo risparmiata.   A...

Solo Pampers poteva pensarci

Quando vai in pensione puoi essere finalmente sincero. E questo vuol dire che libererò di un peso, perché forse finalmente non sarò più costretto a preoccuparmi delle ricadute sociali, per non dire del domino di pettegolezzi che appena si dà la stura alle confessioni, si diffonde sempre, come una di quelle epidemie di chiacchiere che specialmente l'accademia sa far circolare. Insomma vi posso confidare una storia che risale a quasi quaranta anni fa, quando ero ancora uno studente, un giovane studente di Lettere Moderne. Ho un ricordo di me che muove quasi alla tenerezza.   Uno di quei tipi che si tocca un sacco i capelli e che si guarda allo specchio indossando i cardigan bordeaux che fino a qualche anno prima schifava. Ero un ragazzo; un ragazzo un po' male in arnese, ma ero ottimista. Avevo dalla mia dei polmoni forti, evidentemente impermeabili alle tossine delle sigarette senza filtro che ciucciavo nelle pause tra una lezione e l'altra, e del resto non avevo mai sperimentato il dolore cervicale che mi ha accompagnato dai trent'anni in poi e potevo permettermi di non asciugarmi i lunghi capelli col fohn nemmeno nel...

L’arabo e il grande Paese di Oh

In occasione dell’edizione dedicata alla francofonia africana (Bellinzona, 12-15 settembre 2013), il Babel Festival e le Edizioni Casagrande pubblicano il volume di racconti di Kamel Daoud La prefazione del negro, con traduzioni di Yasmina Melaouah, Elisabetta Di Stefano, Elisa Orlandi, Diana Pasina e Gioia Sartori.     Il brano qui proposto, tradotto da Di Stefano e Orlandi, è tratto dal racconto intitolato L’arabo e il grande Paese di Oh e parla di un uomo che invece di far esplodere l’aereo di linea con il quale sorvola l’Atlantico, preferisce lanciarsi nel vuoto e raccontare la sua storia per tutto il tempo della caduta.     La mia caduta fu una meraviglia: sentivo il turbante srotolarsi sempre più veloce, allungarsi dietro di me come la coda di una cometa di cotone, fare il giro della terra e stendersi in lunghezza per scomparire nel cosmo come una corda infinita, tesa verso un dio annegato dentro la sua opera. Sentivo anche il vestito sbattere con violenza nel vento, incollarsi alle gambe magre poi strapparsi come la vela di una nave e lasciarmi nudo come dopo un parto celeste. Facevo qualche...

Oggetti d'infanzia | Barbie

Un gioco. Un gioco. Un gioco. Così mi consolavo ingigantendo il vuoto di ciò che non potevo avere, lo riproducevo con il volume virtuale delle parole. Oppure annullavo tutto dicendo a me stessa: tanto è solo un gioco. Forse mia madre aveva ragione, potevo farne a meno, non era essenziale, rappresentava la superfluità di un oggetto che non serviva affatto nei trambusti della vita quotidiana e tantomeno a me, che andavo a scuola e secondo lei non potevo certo farmi distrarre da tali sciocchezze. Eppure chissà a quali balli principeschi avrei potuto condurla. In quali viaggi esotici avrei saputo guidarla, facendo nascere nella mia stanza mari in cui nuotare senza mai stancarsi, quali magici incontri sarebbero stati possibili nel giardino di casa, a cavallo di un gatto che sapeva scavalcare muri e reti con l’agilità di una gazzella. Le avrei dato persino la mia voce, facendola parlare nelle lingue esotiche che solo noi sapevamo decifrare: le parole magiche di Aladino, di Hänsel e Gretel, quelle di Cappuccetto Rosso che chiacchiera con il lupo, o la lingua “farfallese”, farfugliata con una mia amica che si era...

La prima volta

Il 30 dicembre 1922 nasce l'Unione Sovietica. Il 26 dicembre 1991, dopo 69 anni di onorato servizio, si sfalda in quindici pezzi. Quello che ne rimane é uno dei territori più affascinanti del mondo, e questo é il racconto delle dodici volte in cui ci sono stato.     Alle 6 del mattino di un giorno di luglio del 2005, sulla spiaggia di Zelenogradsk, scattai questa foto. Stavo cercando di aggirare gli insistenti inviti a fare un bagno nel Mar Baltico e subito dopo lo scatto, seduto sulla sabbia, guardai i tre denudarsi e gettarsi in acqua. Era la mia prima volta nell'ex Unione Sovietica. Mi trovavo distante decine di chilometri dal posto dove alloggiavo e guardando Max, l'uomo al centro della foto, fare il bagno nudo nel Baltico con le due ragazze, mi sembrava incredibile che fossi in Russia solo da 24 ore.   Eravamo partiti per quello che sarebbe stato il primo di una serie di viaggi nell'ex Unione Sovietica, l'unico grande impero che la nostra epoca ci aveva dato modo di conoscere. Per anni avevamo pianificato vari itinerari per attraversarlo, e alla fine il punto da cui iniziammo fu Kaliningrad.  ...

Oggetti d'infanzia | Macchinina arancione

Era il tempo della Ferrari numero 28 di René Arnoux. Tiravo l’alfa di Mauro Baldi. Era più cicciotta delle altre macchinine, slanciate e moderne.   Anzi, a ben vedere aveva l’aspetto di una macchina aggiunta un po’ per caso, per fare numero, come fosse arrivata da una collezione diversa: anche lei con scocca di metallo e componenti in plastica, ma non aveva la linea di una Formula 1, e soprattutto l’abitacolo non era vuoto, c’era l’omino infilato dentro, un pezzettino di plastica monocromo dalla forma improbabile, senza disegno alcuno a restituire le fantasie del casco.   Ma quel pezzo di plastica era il pilota, senza dubbio, pilota di quella macchina tutta arancione con il musetto più grosso e con il fondo accidentato, che risentiva maggiormente dell’attrito della moquette: a differenza delle altre macchinine non scivolava via silenziosa, il rumore delle ruote che giravano era percepibile, e soprattutto erano possibili improvvise e ingestibili deviazioni. Insomma: io tiravo dritto, ma lei faceva un po’ quello che capitava, in evidente stato confusionale e non come gesto di libertà e...

Fiori di morte: Jack Kerouac a Milano

La grande americanista e traduttrice Marisa Bulgheroni raccoglie in Chiamatemi Ismaele. Racconto della mia America, in uscita presso il Saggiatore, i suoi incontri con gli scrittori che hanno fatto la storia della letteratura e della società americana dal secondo dopoguerra a oggi (da Norman Mailer a Harold Brodkey e Grace Paley, passando tra gli altri per Saul Bellow, Philip Roth, Allen Ginsberg, Vladimir Nabokov, Cynthia Ozick). Sono splendidi articoli e interviste pubblicati soprattutto a partire dal 1959 al 1991, integrati da ritratti e da ricordi inediti.     E così ecco il leggendario Jack Kerouac, che non sono riuscita a incontrare in America, che non avrei più creduto di poter incontrare, che, a sorpresa, sono invitata a presentare al pubblico milanese una sera del novembre 1966. Eccolo, spaesato e indomito, nella grande sala sotterranea della libreria Cavour gremita di ragazze e ragazzi in frenetica attesa, colorati, eleganti nei loro costosi stracci beat. Lui, lo scrittore marinaio che – «come Melville a New Bedford» un secolo prima – era arrivato a Boston nel giugno 1942 in cerca di lavoro, con la sua...

Il grosso cane

Tratta Udine -Venezia,  ore 15.07 (andata) Il grosso cane   Salgo a Udine. Il treno sudato arriva da Trieste. Ha i vagoni modello “finestrini che non si aprono” e naturalmente l’aria condizionata non funziona. Perfetto. Secondo i canoni di un pomeriggio d’agosto su un convoglio locale, il tutto è quasi rassicurante penso. Trovo posto in una prima declassata da un biglietto sbiadito che ne confonde il numero,  un biglietto declassato anch’esso, poverino.   Se respiro regolarmente e mi muovo poco, ho qualche possibilità di sopravvivenza. Discreto scambio di occhiate con i vicini di posto. Un sorriso, un’alzata di sopracciglia. Confortanti segni d’intesa. Mi metto a leggere cullata dal rumore del treno. Alla seconda pagina sento una forte sbuffata. Riconosco il genere: cane di grossa taglia. Cerco di capire dove si trova e subito lo vedo, nascosto sotto un sedile. Dista da me due posti oltre il corridoio. Ne spunta solo il muso, in mezzo alle zampe anteriori. Il resto del corpo è in ombra, nascosto dalle gambe della sua padrona. Gli sorrido. Lui sembra rispondere, perché solleva...

Oggetti d'infanzia | Frigorifero (spento)

Tra i vari accumuli che si sono succeduti nella mia casa d'infanzia, c'era (e, temo, c'è ancora) anche quello degli elettrodomestici rotti, che mia madre si ostinava a tenere perché «non si sa mai possa servire, se lo ripariamo». Nei primi anni novanta, i miei cambiarono l'intera cucina, mettendo quella vecchia in cantina a contenere un'infinità di stoffe che la suddetta madre collezionava, sempre «perché non si sa mai» (ma questo almeno è comprensibile: fa la sarta a tempo perso).   In giardino, a fianco alla legnaia e sotto la vite americana, rimase così, solingo, il vecchio frigorifero. Il colore bianco sporco caratteristico degli oggetti anni ottanta, la gommina che rendeva aderente la chiusura e che milioni di volte ho accarezzato… ma soprattutto il suo ronzio, colonna sonora dei pomeriggi a fare i compiti, a giocare, ad ascoltare la radio in cucina, ci avevano abbandonato pian piano, lasciando il posto a una pozza d'acqua sotto il motore: quando si dice che è irrecuperabile, penso a quella pozza d'acqua.   Posso dire che fu allora che cominci...

Oggetti d'infanzia | Il rullo

Quando avevo quattro anni mia madre portò a casa un pastore tedesco piccolo e nero. Era una femmina, un poco sbilenca e con le orecchie piegate; l’aveva vista in un negozio di animali e se ne era innamorata. In famiglia ci fu parapiglia e mio padre, preso alla sprovvista, annunciò teatralmente: «O me o il cane!». Mia madre scelse il cane e ad andare via con la coda tra le gambe fu il papà – che però tornò un paio d’ore dopo. La chiamammo Ottilia. Io rimanevo piccola e lei cresceva a vista d’occhio, mentre le orecchie si raddrizzavano e le ossa si rinforzavano; il pelo si infoltì e mutò colore, neri la schiena, il muso e il tartufo, miele le zampe possenti, nocciola i fianchi e la bella coda. Era dolce e molto protettiva nei nostri confronti, non voleva mai che ci allontanassimo da lei e ogni tanto ci girava intorno come se fossimo pecore da non perdere di vista. Era il nostro orgoglio ed era la mia migliore amica. Ottilia aveva sballottato la nostra casa, ma eravamo felici, nonostante i rotoli di carta igienica rubati, i pacchi di riso soffiato da dieci chili sparsi per la cucina, le mie Barbie...

Oggetti d'infanzia | Bigliettini

Ci scambiavamo, tra noi bambini delle elementari, dei minuscoli bigliettini accartocciati, resi umidicci dalle mani sudate per il terrore di essere scoperti. I maschi scrivevano TI AMO e noi femmine rispondevamo solo con un SI' o un NO. Li scrivevamo velocemente a ricreazione e li conservavamo, accanto a fili briciole e altri resti, nelle tasche dei grembiuli.   Il bigliettino valeva da solo come unico atto del fidanzamento, ne sanciva l'inizio e il senso. Altro non ci sembrava necessario, neanche le smancerie, che anzi ci avrebbero fatto orrore. Il bigliettino sudaticcio con la scritta SI' bastava come impegno solenne di fedeltà. Dopodiché, forse per ammortizzare il sovrappiù di emozione, calava di solito tra noi il silenzio.   La maestra, che si faceva chiamare Signorina e ci portava in bagno marciando, non aveva interesse a sostenere lo scambio di idee, relazioni e giochi tra i sessi; le amichette – e le nemichette, se così si può dire – erano quasi sempre femmine; passavamo seduti e in silenzio tutte le ore di lezione, poche per la verità (la mia era ancora una scuola senza tempo pieno – era...

Cronache di politica palmata 3

Qui la prima e la seconda parte delle Cronache politiche palmate       Scoperto l'arcano! Cade il velo di Maya!   3 agosto 2013 E non è un bel vedere! Macché assemblea! Macché secessione! Mi sbagliavo. Si è trattato solo di uno stupidissimo travisamento. Un errore di interpretazione che solo a pensarci avvampo. Una misinterpretation! Una bella mazzata per il mio preteso acume critico. L'assembramento non è dovuto ad altro che alla vecchia signora che ogni mattina arriva con le sue belle sporte piene di pane secco, che dissemina dal ponte solo dopo aver chiamato a raccolta tutte le anatre, nominate ad una ad una, lasciando il tempo che arrivino anche le più lontane e lente onde evitare favoritismi. Ma presto, prima che si aggreghino oche e cigni! Che poi arrivano lo stesso veloci come fulmini, a reclamare il dovuto, o quello che la loro arroganza reputa tale.   Mi era proprio uscita di mente! Mi sono ricordato di lei solo stamattina, quando me la sono vista da lontano che sbucava dal tornello della passerella e, inforcata la bici appoggiata al guardrail, se ne andava soddisfatta del...

Oggetti d'infanzia | Puffi

Un’enorme scatola di cartone, riempita fino al bordo con degli esserini blu, intervallati da qualche tonalità di rosso. Per la precisione sono cento; d’ogni tipologia e professione. Lo so per certo, perché spesso, una volta imparato a contare, li mettevo in fila e controllavo che nessuno mancasse: allineati, dieci per dieci, come tanti soldatini. Cento piccoli puffi. La collezione più preziosa, verso la quale nutrivo una gelosia folle. Ricordo perfettamente il giorno in cui un cuginetto più piccolo venne in visita. Malvolentieri, e naturalmente sotto stretta sorveglianza, gli permisi di giocare con i miei amati. Ma fu un errore! Il piccolo mostro tentò di intascarsi una puffetta infermiera e un puffo pagliaccio. Ovviamente me ne accorsi all’istante e mi fiondai su di lui, strappandoglieli di mano. Richiamata dalle urla, mia madre cercò di convincermi a regalarglieli, dopo tutto io ero la più grande e quindi la più ragionevole. Niente da fare! Come punizione mia madre per quattro mesi mi proibì di acquistare nuovi puffi. Ogni mese, infatti, un prezioso puffo veniva ad arricchire la mia collezione...

Le selve dei monti Urali

In una fredda, piovosa, e, tutto sommato, lugubre mattina di Febbraio, il signor Harry Chapman, dopo aver terminato una colazione frugale come sempre, stramazzò al suolo. L’assistente sociale che, da anni ormai, lo visitava giornalmente, lo trovò riverso e privo di sensi. In pochi minuti, il signor Harry Chapman era in quell’ospedale dove mi trovavo a fare l’internato. Dato che era di tempra forte e di robusta costituzione (per non dire che era assai in carne), presto riprese i sensi e si vide circondato da alcuni medici, tra cui c'ero anch'io e perciò sono testimone oculare di questi eventi, oltre a dei giovani apprendisti ed infermiere che parlottavano tra di loro a bassa voce. Esitò un poco, girò lo sguardo sbalordito a destra ed a manca, inarcò le sopracciglia come fa colui che sta per sbottare improvviso colto da un incontrollabile attacco di rabbia, e poi si calmò e, sempre con fare attonito, disse con voce decisa e con quel tipico accento degli ebrei russi quando parlano inglese: “Sta scritto sul muro che Harry Chapman si prenderà cura del legname”. I medici e le infermiere si...

Paolo Diacono a Benevento

Non poteva esimersi dal concedersi ogni giorno il piacere di parlare in greco. Paolo Diacono, al secolo Paolo di Warnefrit, era infatti convinto, senza sapersene spiegare il motivo, che, prima o poi, la dimestichezza con quella lingua gli sarebbe tornata utile. Al termine delle sue consuete orazioni mattutine si tratteneva, perciò, a conversare un poco con Dmitri, uno degli artisti siriaci impegnati ad affrescare la chiesa di santa Sofia.   Viveva a Benevento ormai da più di un lustro, da quando vi era giunto per scortarvi la giovane Adelperga, figlia di Desiderio, re dei Longobardi e sua diletta allieva, andata in sposa al duca Arechi II che governava su quella città e su tutto il territorio del Sannio.   Le sue giornate trascorrevano frenetiche, scandite dai numerosi impegni di cancelleria che la sua qualifica di stolesaiz, di capo dei dignitari di corte, gli imponeva, sommati ai suoi soliti, di lettura, di studio, di scrittura e d’insegnamento, pertanto quel preludio mattutino costituiva per lui l’irrinunciabile pausa di decantazione prima d’immergersi nel duro lavoro.   Adelperga si sfilò il soggolo, il...

Cronache di politica palmata 2

Qui la prima parte   Gli eventi precipitano! La secessione avanza, la soglia critica è vicinissima!   1 agosto 2013 Dopo quel terribile momento, per fortuna le acque sembravano essersi calmate e io ho potuto riprendere le mie passeggiate senza sentirmi minacciato. Il grosso dell’assemblea non mi degnava più di uno sguardo, come se fosse dimenticato di me (le secessioniste non me l’hanno mai concesso, invece: avevano ben altro a cui pensare… Più importante di me! Figurarsi, quelle svaporate!) e la pace regnava sovrana, in primis nella mia anima sensibile. Oggi invece ho percepito subito che qualcosa era cambiato: i ranghi dell’assemblea presentavano vistose lacune e sul momento ho temuto che il tornado dell’altro giorno avesse fatto una mezza strage, oltre ai disastri ambientali e economici che tutti sanno (per fortuna subito riparati dai nostri efficientissimi amministratori, che ne hanno anzi approfittato per ricostruire tutto meglio di prima, più solido e più bello, quasi senza spese. – Ce ne vorrebbero due o tre all’anno di catastrofi così!). Invece è bastata un po...

Oggetti d'infanzia | Angioletti

Cristalli di tempo ancora tutti lì. Conservati nella memoria come se non fossero – in un tempo d’infanzia – andati perduti. Forme e colori diversi. Erano tanti ciondoli, ciondoli come tanti, come quelli che – vent’anni fa – le bambine della mia età mettevano al collo e scambiavano tra loro con aurorale, innocente, femminile complicità.   “Ce li hai gli angioletti che si baciano? Se me li regali, io ti regalo l’orsetto che brilla.” Scintillanti mi ritornano, mai dimenticati, gli occhi di una bambina di venti anni fa: i miei, presi nell’incanto di quella forma: la sagoma di due innamorati con le ali che si scambiavano il gesto più dolce del mondo: non c’era orsetto luccicante che potesse reggere il confronto! “Sì, ce li ho ” e la compagna di giochi mi mostrò tanti angioletti innamorati: stessa la forma, vario il colore. “Scegli, a me piace di più l’orsetto... Ce l’hai solo rosa?” No, non ce l’avevo solo rosa: contraccambiai il generoso gesto, esponendo anch’io la mia collezione di orsetti nelle loro varie...

Oggetti d'infanzia | Vecchie biciclette

Ogni sabato, dopo aver pranzato , ci dirigevamo con mio padre verso il mondo bucolico che si svelava a tre minuti di macchina dalla zona urbana in cui abitavamo. Proprio all’inizio della pianura, tenuta ancora a campi vigne e orti, abitavano in una grande casa colonica gli ultimi due fratelli della mia nonna paterna, lo zio Nino e la zia Sandra, dell’antica famiglia gli unici ancora vivi, e soprattutto gli unici a non essersi mai mossi da quell’abitazione, contrariamente agli altri fratelli che macinati nel rullo compressore del secolo breve si sparpagliarono tra miniere e cave, buone per infilarcisi o da far saltare con la dinamite.   Costoro io non li conobbi mai: uno morì per mali da lavoro, l’altro cadde da un treno di ritorno dal Lussemburgo, le brevi indagini lo definirono vittima d'una rapina, ma il portafoglio con la paga di minatore fu riconsegnato in valigia con tutta l’altra roba. Su di loro avevo sentito storie affascinanti, crudi scioperi e fredde partenze, vite lontane e difficili. Si raccontava, però trovarne una prova o un segno tangibile era difficilissimo.   A guardare sotto il pergolato d...

Oggetti d'infanzia | Le audiocassette

Io secondo me la colpa è di Zucchero Sugar Fornaciari. Che stamani mentre il gommista diceva Porta pazienza mi è tornata in mente la cassetta di Zucchero Sugar Fornaciari. Una volta lo chiamavano così, completo; e poi una volta per cassette si intendevano le audiocassette. Va beh, dice, una volta un cazzo, sarà vent’anni fa, venticinque toh. Eh, ti pare poco a te, che io di anni ne ho 34 abbondanti e fatti due conti, poi vedi se non è una volta. Io mica lo so perché ho detto che le audiocassette sono il mio oggetto d’infanzia.     Cioè potevo dire le fettine fritte con le patatine che me le ricordo calde quando Altobelli ha battuto il centro contro la Bulgaria ai mondiali dell’86. Che io ero fuori a giocare a bocce con Gianluca e la mamma ha urlato dalla finestra Inizia. E sono corso su e Gianluca voleva continuare e ha tirato le bocce per tutto il prato per farmi restare ma quando ha visto che correvo ha detto Vaffanculo, però io, sordo, sono salito in casa e ho visto l’inizio della partita e le fettine calde e mi sono sentito sicuro. Mica lo so, ripeto, perché ho detto le...

Cronache di politica palmata 1

Assemblea generale delle anatre!   22 luglio 2013 C’era questo assembramento di anatre vicino alla sponda milanese che si è formato in meno di due minuti, il tempo che mi ci vuole per percorrere il ponte. Un’anatra araldo si era messa a starnazzare a tutto gargarozzo e le altre sono accorse da ogni parte del fiume e canali collegati. Un’assemblea generale! Arrivavano spedite, in silenzio. Qualcuna bisbigliando con la vicina in modo piuttosto insolito. Non è gente che brilla per riservatezza.   Appena si sono trovate tutte assieme, l’usciere, o cerimoniere che dir si voglia, ha emesso un richiamo secco e acutissimo, l’equivalente palmato di una scampanellata, e la riunione si è ufficialmente aperta. Vale a dire che tutte le convenute si sono messe a discutere animatamente all’unisono tutte insieme, nessuna esclusa. Il capo, o facentefunzione, che nel frattempo si era issato su un tronco sporgente dall’acqua, le ha richiamate all’ordine, ma senza risultati apprezzabili. Hanno alzato la voce per farsi sentire meglio, anzi. Avevano gli animi infiammati ormai, lo starnazzo bellicoso. Qualcosa...

Oggetti d'infanzia | No, Bebi Mia no!

Gli oggetti che più hanno segnato la mia infanzia sono quelli che non ho avuto. Potrei stilare un preciso elenco cronologico di tutti i giocattoli che ho desiderato e mai ricevuto, quasi sempre per ragioni calvinianamente educative: prima in classifica senza ombra di dubbio la plasticosissima Bebi Mia, una delle prime bambole parlanti. “Ho fame”, “ti voglio bene”, “abbracciami!”, “giochiamo?”, una insopportabile sfilza di richieste che come recitava la pubblicità faceva sentire le bambine delle “vere mamme”. A guardarla oggi nelle fotografie d’epoca anni ‘80 è di una bruttezza che lascia senza parole: capelli biondissimi e spaghettosi, cicciotta, un sorriso un po’ ebete. Ricordo il verdetto finale, avvenuto in uno di quei giorni che precedono il Natale, quando il buio invernale calava presto sui miei pomeriggi d’infanzia. Una mezza parola sfuggita tra mio padre e mia nonna mentre io li ascoltavo di nascosto da dietro una porta. Il verdetto infranse il mio desiderio: “no, Bebi Mia no!”. E quel paffuto ingranaggio elettronico sfumò definitivamente dalla realt...

Il presidente apostata. L'esame di maturità

Quando mi era stata comunicata la notizia, ai primi di giugno, all’inizio avevo pensato ad uno scherzo: nominato presidente di commissione agli esami di maturità presso il liceo linguistico della scuola cattolica più prestigiosa della città. La voce cominciò presto a circolare fra i colleghi e le battute presero a fioccare. Vedrai, lo spirito santo ti farà rinsavire; secondo me non ti lasciano neppure entrare; speriamo abbiano un buon sistema antincendio, coi fulmini che ti crepiteranno fra le tempie ... eccetera. Pochi tuttavia erano a conoscenza della natura profonda del mio sconcerto. Già, non l’avevo raccontato quasi a nessuno, ma già da parecchi anni avevo formalizzato il mio distacco dalla chiesa cattolica attraverso la procedura dello sbattezzo. Ero e sono ormai da tempo un apostata riconosciuto, come alcune migliaia di nostri connazionali, e sono stato quindi scomunicato ufficiosamente – ma per iscritto – con “latae sententiae” e sigillo episcopale. Chiunque fosse interessato all’esercizio di questo elementare diritto civile, reso possibile fin dal 1999 grazie a Stefano Rodot...

Atelier d’estate / 1

L’Istria è un luogo di respiro, un luogo di riposo, un confine. Per Bora Ćosić, Mirko Kovač e altri scrittori belgradesi, durante gli anni di guerra di fine Novecento, è stato il luogo dell’esilio interno. Per molti intellettuali del melting pot jugoslavo anche uno spazio simbolico. Che gli smottamenti della storia e della politica non sono riusciti a distruggere. La sua multietnicità ricorda la Jugoslavia, la sua decadenza si nutre di un senso di nostalgia che condensa il mito mitteleuropeo jugoslavo e comunista.   L’identità spaziale dice quanto l’ambiente possa essere vissuto come un nemico e una minaccia, sentirsi in-place è l’obiettivo di ogni processo di integrazione, l’Istria riesce a trasmetterlo a chi viene da vicino e da lontano. È ancora recente la ricerca del rapporto che si stabilisce con il luogo come “uno spazio fisico che ha acquisito un significato soggettivo per l’individuo” (cfr. T. G. Gallino, Luoghi di attaccamento. Identità ambientale, processi affettivi e memoria, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007) e con il quale dunque si instaura un...

La TV dei morti

Mi è venuta un'idea per un network televisivo monotematico, oggettivo, aperto a tutto e a tutti, interattivo, senza pubblicità di alcun tipo e di pura informazione. E' solo un abbozzo su cui lavorare. Accetto suggerimenti e aiuti di ogni genere.   Si potrebbe cominciare da un teletext che trasmette, in tempo reale (o in leggerissima differita, per ragioni tecniche), i dati essenziali di tutti coloro che muoiono, per qualsiasi causa, a partire da quelle naturali, in qualsiasi parte del mondo, ma senza separazioni per luogo o lingua: tutti in fila, uno dietro l'altro, nella sequenza esatta, se non della morte, della sua segnalazione, secondo regole standard assolutamente non modificabili, in perfetta orizzontalità (chiedo scusa) e democrazia; teletext a cui andrebbe affiancato quanto prima un altro dedicato a tutti gli animali domestici o addomesticati, inclusi quelli soppressi o macellati, di cui specificare nome, se ce l'hanno, età e luogo e modo del decesso, come per i loro amici o padroni o esecutori o sfruttatori umani; a cui seguirà poi, con il tempo, tutta una serie di pagine con l'elenco di tutti gli...