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Racconto

(384 risultati)

Cronache di politica palmata 1

Assemblea generale delle anatre!   22 luglio 2013 C’era questo assembramento di anatre vicino alla sponda milanese che si è formato in meno di due minuti, il tempo che mi ci vuole per percorrere il ponte. Un’anatra araldo si era messa a starnazzare a tutto gargarozzo e le altre sono accorse da ogni parte del fiume e canali collegati. Un’assemblea generale! Arrivavano spedite, in silenzio. Qualcuna bisbigliando con la vicina in modo piuttosto insolito. Non è gente che brilla per riservatezza.   Appena si sono trovate tutte assieme, l’usciere, o cerimoniere che dir si voglia, ha emesso un richiamo secco e acutissimo, l’equivalente palmato di una scampanellata, e la riunione si è ufficialmente aperta. Vale a dire che tutte le convenute si sono messe a discutere animatamente all’unisono tutte insieme, nessuna esclusa. Il capo, o facentefunzione, che nel frattempo si era issato su un tronco sporgente dall’acqua, le ha richiamate all’ordine, ma senza risultati apprezzabili. Hanno alzato la voce per farsi sentire meglio, anzi. Avevano gli animi infiammati ormai, lo starnazzo bellicoso. Qualcosa...

Oggetti d'infanzia | No, Bebi Mia no!

Gli oggetti che più hanno segnato la mia infanzia sono quelli che non ho avuto. Potrei stilare un preciso elenco cronologico di tutti i giocattoli che ho desiderato e mai ricevuto, quasi sempre per ragioni calvinianamente educative: prima in classifica senza ombra di dubbio la plasticosissima Bebi Mia, una delle prime bambole parlanti. “Ho fame”, “ti voglio bene”, “abbracciami!”, “giochiamo?”, una insopportabile sfilza di richieste che come recitava la pubblicità faceva sentire le bambine delle “vere mamme”. A guardarla oggi nelle fotografie d’epoca anni ‘80 è di una bruttezza che lascia senza parole: capelli biondissimi e spaghettosi, cicciotta, un sorriso un po’ ebete. Ricordo il verdetto finale, avvenuto in uno di quei giorni che precedono il Natale, quando il buio invernale calava presto sui miei pomeriggi d’infanzia. Una mezza parola sfuggita tra mio padre e mia nonna mentre io li ascoltavo di nascosto da dietro una porta. Il verdetto infranse il mio desiderio: “no, Bebi Mia no!”. E quel paffuto ingranaggio elettronico sfumò definitivamente dalla realt...

Il presidente apostata. L'esame di maturità

Quando mi era stata comunicata la notizia, ai primi di giugno, all’inizio avevo pensato ad uno scherzo: nominato presidente di commissione agli esami di maturità presso il liceo linguistico della scuola cattolica più prestigiosa della città. La voce cominciò presto a circolare fra i colleghi e le battute presero a fioccare. Vedrai, lo spirito santo ti farà rinsavire; secondo me non ti lasciano neppure entrare; speriamo abbiano un buon sistema antincendio, coi fulmini che ti crepiteranno fra le tempie ... eccetera. Pochi tuttavia erano a conoscenza della natura profonda del mio sconcerto. Già, non l’avevo raccontato quasi a nessuno, ma già da parecchi anni avevo formalizzato il mio distacco dalla chiesa cattolica attraverso la procedura dello sbattezzo. Ero e sono ormai da tempo un apostata riconosciuto, come alcune migliaia di nostri connazionali, e sono stato quindi scomunicato ufficiosamente – ma per iscritto – con “latae sententiae” e sigillo episcopale. Chiunque fosse interessato all’esercizio di questo elementare diritto civile, reso possibile fin dal 1999 grazie a Stefano Rodot...

Atelier d’estate / 1

L’Istria è un luogo di respiro, un luogo di riposo, un confine. Per Bora Ćosić, Mirko Kovač e altri scrittori belgradesi, durante gli anni di guerra di fine Novecento, è stato il luogo dell’esilio interno. Per molti intellettuali del melting pot jugoslavo anche uno spazio simbolico. Che gli smottamenti della storia e della politica non sono riusciti a distruggere. La sua multietnicità ricorda la Jugoslavia, la sua decadenza si nutre di un senso di nostalgia che condensa il mito mitteleuropeo jugoslavo e comunista.   L’identità spaziale dice quanto l’ambiente possa essere vissuto come un nemico e una minaccia, sentirsi in-place è l’obiettivo di ogni processo di integrazione, l’Istria riesce a trasmetterlo a chi viene da vicino e da lontano. È ancora recente la ricerca del rapporto che si stabilisce con il luogo come “uno spazio fisico che ha acquisito un significato soggettivo per l’individuo” (cfr. T. G. Gallino, Luoghi di attaccamento. Identità ambientale, processi affettivi e memoria, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007) e con il quale dunque si instaura un...

La TV dei morti

Mi è venuta un'idea per un network televisivo monotematico, oggettivo, aperto a tutto e a tutti, interattivo, senza pubblicità di alcun tipo e di pura informazione. E' solo un abbozzo su cui lavorare. Accetto suggerimenti e aiuti di ogni genere.   Si potrebbe cominciare da un teletext che trasmette, in tempo reale (o in leggerissima differita, per ragioni tecniche), i dati essenziali di tutti coloro che muoiono, per qualsiasi causa, a partire da quelle naturali, in qualsiasi parte del mondo, ma senza separazioni per luogo o lingua: tutti in fila, uno dietro l'altro, nella sequenza esatta, se non della morte, della sua segnalazione, secondo regole standard assolutamente non modificabili, in perfetta orizzontalità (chiedo scusa) e democrazia; teletext a cui andrebbe affiancato quanto prima un altro dedicato a tutti gli animali domestici o addomesticati, inclusi quelli soppressi o macellati, di cui specificare nome, se ce l'hanno, età e luogo e modo del decesso, come per i loro amici o padroni o esecutori o sfruttatori umani; a cui seguirà poi, con il tempo, tutta una serie di pagine con l'elenco di tutti gli...

Che cos'è il segreto?

Buongiorno Professor Simmel, posso chiederle una cosa? Buongiorno a lei giovanotto. A cosa debbo la sua visita? Deve dare per caso un esame?   No, professore, sono venuto per parlarle di un argomento di cui lei è specialista: il segreto. Ho letto in un suo testo una frase che mi ha colpito: “Un segreto noto a due persone non è più tale”. Giovanotto va bene che io scrivo anche aforismi, ma l’affermazione riguarda solo un aspetto della questione che è ben più complessa.   Ecco professore, se lei mi permette, vorrei proprio ripercorrere con lei l’intero problema. Giovanotto, a parte il fatto che non ho molto tempo e che lei può benissimo seguire le mie affollatissime lezioni, si legga quello che ho scritto sul segreto e le società segrete nella mia Sociologia.   Professore io il suo saggio l’ho letto, ma non sono sicuro di aver capito, così mi sono permesso di venire sin qui a Berlino, dove lei insegna, per parlarle. So che lei accoglie un pubblico misto nel suo uditorio, persino le donne, ed è stato il primo docente universitario a farlo… D’...

Zumba si può!

La prima volta sono terrorizzata. Mi avvicino alla responsabile e le dico che non l’ho mai fatta in vita mia. Lei, senza una parola, m’indirizza verso la tale Alessandra, che invece prova a tranquillizzarmi: «Vieni dalla danza o dal fitness?». Per l’eterogenesi dei fini, scatena in me un vero attacco di panico. Vengo da casa, scrivevo recensioni sul Corriere («della Sera o dello Sport?»), ora non più, ma sarebbe lunga spiegare perché, e la taglio in partenza. Entriamo. Le altre sanno già di che si tratta, mi rassicurano a loro volta, devi solo seguire lei, l’istruttrice, Alessandra. E dai, mi butto. Alessandra è talmente brava che dopo appena due o tre coreografie impariamo a imitarla. Apparentemente è una danza tra il tribale e il sexy, i movimenti sono sincopati (a rischio sincope, cioè), il corpo si agita tutto, in particolare le gambe, sempre in movimento, e le braccia pure non scherzano. Mi dolgono i polsi, le caviglie. Si sorride, si sorride sempre, si battono le mani, si urletta. Poi si apprende la logica dei passi, sempre simmetrici: si ripetono identici da destra a sinistra, se si...

Golfino azzurro

Tratta Udine – Padova,  ore 8.07 (andata)   Hanno appena annunciato un cambio di binario, seguito dal brontolio di fondo dei “signori viaggiatori”. Una signora con un golfino azzurro si avvicina spaesata e con l’occhio vitreo mi chiede se il treno che sta arrivando è quello che va a Padova. Devo avere un’aria noiosamente rassicurante, perché succede spesso che si rivolgano a me per informazioni varie quali orari e binari. Vorrei confermare, precisando che il treno va fino a Mestre e poi da lì si prende la coincidenza per Padova. Invece mi ascolto mentre pronuncio la frase che mi garantirà il viaggio che non vorrei: – Non si preoccupi signora, anche io vado a Padova!–. Da quell’istante non potrà più separarsi da me, lo sento. Prende posto di fronte e, inevitabilmente, inizia a parlare e parlare. Ha un’età indefinita, forse settanta, i vestiti sono di buona qualità, ma i colori sciapi e gli abbinamenti privi di personalità. Estraggo il libro per lanciare un segnale. Il segnale cade nel vuoto e non produce reazione. Finalmente dice una frase che mi...

Erebie e inni sacri

Era una sera calda di luglio, credo, quando con mio padre andai al Campo Sportivo che aveva il bellissimo e promettentissimo nome di « La Salute » per vedere le partite del torneo notturno andornese. Diciamo la verità, questo campo spelacchiato era sito in luogo ombreggiato e umido, e quindi tutt’altro che salutare, dove volavano tali Culex pipiens da riempirti gambe e braccia di ponfi larghi quanto una moneta da 50 lire di allora. Quella sera giocava la imbattibile, e naturalmente a me insopportabile, squadra del « Caffé Centro » contro quella del mio paesino di Miagliano. Non ci fu storia. Se ricordo bene, si stava sul 7 a 1 quando i tifosi andornesi intonarono un coro che mi era già noto per averlo udito qualche settimana prima, ma in tutt’altra circostanza: «Per i miseri implora perdono, per i deboli implora pietà - Per i miseri implora perdono, per i deboli implora pietà ».     Il ritornello, chiaramente religioso e prestato per l’occasione dai canti di chiesa, era stato adattato efficacemente alla partita in corso che si stava concludendo in...

Saga. Il canto dei canti

In una manciata di millenni l'uomo ha costruito la propria storia, l'ha voluta Civiltà; ha sviluppato la propria dimensione psichica e comportamentale avvalendosi della complicità di un animale che facendosi cavalcatura ne ha potenziato le doti fisiche: l'ha fatto più alto, più veloce, più potente: l'ha fatto cavaliere. Una linea di frattura ha diviso l'umanità che ha potuto fare affidamento sui cavalli da quella che ha dovuto farne a meno. Cavalcare ha modificato la forma mentale dell'uomo e l'Era delle Macchine non è che lo stadio terminale di uno sviluppo abbastanza cosciente da siglare cavallo\vapore l'unità di misura della potenza meccanica. Era ieri e sembra preistoria. Un buco nero da cui affiora il vuoto.   Come pestilenza un anonimo delirio da contatto per connessione copia e incolla, scarica e  mixa, propaganda un vuoto di esperienza e conoscenza stipato di notizie ed intimità esibite. Digitare. Invio. Ai cavalli è rimasta la dimensione sportiva, l'agonismo sfrenato, la selezione genetica; una funzione alimentare sempre più...

Chiostro di santa Sofia: una visita immaginaria

Benevento, anno del Signore 1167, addì 29 del mese di luglio   Un gruppo di figure incappucciate camminava a passo spedito verso il monastero di santa Sofia, che non era molto distante dalla porta urbica attraverso la quale aveva appena fatto il suo ingresso in città. Si muovevano rasente i muri, i neri saî indistinguibili dalle ombre della notte non ancora del tutto fugata dall’alba incipiente. Tra loro il senese Rolando Bandinelli, alias papa Alessandro III, fuggito da Roma in incognito, con lo sparuto gruppo di cardinali rimastigli fedeli, che aveva scelto Benevento come proprio rifugio, dopo la presa della città eterna da parte di Federico Hoenstaufen, suo acerrimo nemico.   Benevento non era soltanto un importante centro ecclesiastico, era un’enclave pontificia nel cuore dei territori normanni e la Chiesa vi dominava autocraticamente, a maggior ragione ora che la tracotanza del Barbarossa l’aveva resa l’ultimo baluardo del potere del papa legittimo, perciò questi, al precipitare degli eventi, aveva immediatamente annunciato all’abate di santa Sofia la sua imminente venuta. Evidentemente doveva...

Oggetti d'infanzia | La cartella

All’inizio lei non c’era. Il primo giorno di scuola della mia vita io ero senza cartella. Entrai in classe solo con la mia angoscia incredibilmente tenuta a freno dalla convinzione che non dovevo dare segni di cedimento e non dovevo piangere, nonostante avessi  tanta voglia di farlo. Mi sedetti a caso nel primo banco libero, a metà dell’aula. Mi sembrava di essere abbastanza simile agli altri quaranta bambini, tutti maschi, che mi stavano attorno. Mi sembrava che in fondo potessi anch’io resistere alla tremenda pressione di quel formidabile rituale. Non era stato poi così complicato salire lo scalone che dal piano terra portava al corridoio dove qualcuno mi aveva indirizzato verso la prima A, in quella che sarebbe stata la mia classe nella scuola elementare “Carlo Poerio”, periferia nord di Milano. Però mi accorsi rapidamente che qualcosa non andava. Tutti i miei compagni, volti perlopiù sconosciuti perché io all’asilo non ero andato, avevano la cartella. Solo io mi ero presentato sprovvisto del più caratteristico segno di appartenenza a quel mondo. Provai una fitta di disagio, mescolata...

Troppe consonanti fanno male

Tratta Udine - Trieste, ore 11.40 (andata) Troppe consonanti fanno male   Sale una donna con la fronte corrucciata. Parla in modo concitato al cellulare, in lingua rumena penso. Inciampa su un trolley. Lo scosta con garbo, come fosse un cane vecchio o un ragazzino,  senza mai mollare il filo della telefonata. È compatta, di media statura e di aspetto sano. Vestita male, ma quasi bella. Si siede a poca distanza da me. Riceve una seconda telefonata. La lingua è la stessa, una raffica di consonanti.   Il tono è meno aggressivo e la conversazione dura almeno quindici minuti, ma l’espressione del suo viso non cambia. Alla terza telefonata parla in spagnolo. Inizio finalmente a capire qualcosa. Dalla lista dei detersivi che sta elencando capisco che non si tratta di una telefonata sentimentale. Nonostante questo, noto che l’espressione è distesa e i due solchi sulla sua fronte non ci sono più.   Tratta Trieste - Udine, ore 17.30 (ritorno)   Leggo concentrata e contenta. Il vagone è come piace a me, vuoto e silenzioso. Fino a San Giovanni. I freni non riescono a coprire il vociare che...

Oggetti d'infanzia | Topolino

La Donna Bassa attende i due bicchieri in piedi davanti al bancone e mentre il barman si ostina ad agitare lo shaker con una corporeità maldestra, volta la testa a sinistra. Da quel lato c’è un quadro piccolo e netto, e nella cornice bruna si è accomodato un tavolino, una sedia, sopra la sedia le spalle, la nuca bianca, l’attesa, la timidezza della madre della Donna Bassa. Allora per schiaffeggiare il torpore della malinconia, bisogna rincorrere la luce che viene da destra, dalle merci che urlano nelle trasparenze dei negozi oltre la vetrina del bar del centro, e la donna lo sa, e quindi gira il volto a destra chiudendo gli occhi, ma torna al quadro di sinistra perché è lì che aspetta il vero e la donna ha imparato che la verità è più rotonda, più secca e più intensa della luce.   Il cappotto lungo e i tacchi alti della Donna Bassa trasportano i due bicchieri colmi e il piatto di stuzzichini sino alle mani tremanti della madre, mani che afferrano prima un tovagliolino di carta, quindi con netta decisione una pizzetta, un’altra, e si fermano perché forse hanno troppo...

I tarocchi dei Bembo

Recensione visionaria della mostra: Tesori nascosti di Brera: Tarocchi del XV secolo. I tarocchi dei Bembo. Una bottega di pittori dal cuore del Ducato di Milano alle corti padane, "quelle carte de triumphi che se fanno a Cremona", tenutasi nelle sale della Pinacoteca di Brera dal 21 febbraio – 7 aprile 2013.     In una lattiginosa mattina di ottobre, il tesoriere ducale di Cremona, Antonio Trecco, ricevette una missiva dal reggente di Milano, Francesco Sforza, che, impegnato nella guerra contro la Serenissima, era attendato nel feudo di Calvisano, poco distante da Brescia. Una cappa di bruma e di uggia gravava sulla città.   “Perchè el Mag[nifi]co Sig[no]re Sigismondo [Malatesta] ha rechesto ad la Ill[ustrissi]ma Madonna Bianca nostra consorte uno paro de carte da triumpho per zugare, ti commettimo et volemo che subito ne debij fare fare uno paro de belle quanto più sarà possibile pincte et ornate con le arme ducali et al insigne nostre et mandaraile subito como serano facte. Apud Calvisanum XXVIIJ octobris 1452."    (Le Missive dello Sforza sono conservate presso l’...

La velocità di lotta

Una recensione parla di un romanzo in terza persona, come farebbe un analista o un pubblico ministero. Supplisce all’impossibilità dell’accesso immediato al proprio oggetto con un’indagine che si spera scrupolosa, e da cui dipende la sua (teorica) obiettività. Una prefazione d’autore, al contrario, parla di un romanzo in prima persona, come farebbe un paziente o un imputato. Paga col sospetto di auto-indulgenza (la “soggettività”) il prezzo di un accesso privilegiato a ciò che del libro il libro stesso non rivela: il processo di ideazione e scrittura, le influenze, le allusioni.       Entrambe queste strade mi sono precluse, nel parlare de La velocità di lotta di Andrea Scarabelli, in uscita per Agenzia X. Per restare nella metafora, mi troverò a impersonare il testimone della difesa, o il vicino di casa che in un film di Woody Allen origliava le sedute nello studio dell’analista nel suo palazzo e finiva per innamorarsi di una paziente. Io questo rischio non lo corro, dato che del paziente sono già amico fraterno. * Ho conosciuto Andrea Scarabelli nel 2008,...

Oggetti d'infanzia | L'aspersorio

L’aspersorio è un bastoncino metallico, con una sfera metallica ad una estremità, da cui escono delle setole: una specie di pennellone. È sempre accompagnato da un secchiello di metallo, a volte d’argento, con ornamenti a sbalzo sulla circonferenza. Il secchiello contiene l’acqua benedetta e il pennello serve per benedire case, uomini, animali, secondo il rito della chiesa cattolica.   La benedizione delle pesche, Roma 1933   Più che un oggetto liturgico l’aspersorio era per me  un prop, come lo chiamano gli inglese, cioè un accessorio di scena, un oggetto di proprietà della compagnia teatrale. Insieme al turibolo, alla navetta, alla tunica rossa, alla cotta bianca era un elemento di uno dei più bei giochi che si possono fare nell’infanzia: il gioco del travestimento. Ci si travestiva da indiani e cowboy, da guardie e ladri, da dottori e pazienti: “noi facciamo i ladri e scappiamo, voi le guardie e ci prendete: pronti via”. Erano le finzioni dichiarate, frutto di una negoziazione esplicita, e bastava poco per travestirsi,  a volte soltanto un nome. Ma c...

Oggetti d'infanzia | Bottoni

Non un oggetto ma una popolazione virtuale che colonizzava la mia cameretta di bambino. All’inizio furono i soldatini, poi le biglie con l’immagine incastonata dei ciclisti. Esse ampliavano il mio mondo ambiente perché potevano essere portate fuori, alla spiaggia, ad esempio, dove però la costruzione di piste dalle mirabolanti curve sopraelevate non faceva che replicare en plein air la chiusura dell’ambiente domestico. Non ho infatti mai preso seriamente l’ipotesi che tali giochi potessero essere comuni, che di essi si potesse fare il medio di una relazione. Giocavo da solo. Tuttora non credo che il gioco abbia altra vocazione che quella di servire ad una specie di autistico delirio quasi masturbatorio.   Godimento Uno, Godimento senza l’Altro, lo ha chiamato dottamente Jacques Lacan. Prima ancora, lo ricordo appena, furono i tappi delle bottiglie, e, per un lungo arco di tempo, furono le figurine dei calciatori che, per la necessità dello scambio, mi costringevano ad una effimera ed interessata socialità. Anche quando i giochi infantili lasciarono il passo, per banali questioni di crescita, alle ragazzine, ad...

La Resistenza di mia madre

Ogni 25 aprile, appena mi sveglio, telefono a mia madre per farle gli auguri e ogni volta mi viene in mente una storia che lei mi ha raccontato tante volte. Un piccolo episodio avvenuto nei giorni successivi al suo undicesimo compleanno, il 25 aprile del 1945. Ai quei tempi lei viveva insieme ai tre fratelli più grandi in via Terraggio a Milano, in un microappartamento con bagno comune alla turca nell'ammezzato. Il padre, mio nonno Dante, era un socialista perseguitato dal regime e ormai da tre mesi non rientrava a casa, anche se non faceva mai mancare sue notizie che arrivavano alla nonna tramite l'amico Piero. Il quale, oltre a tranquillizzare, portava qualche chilo di farina per polenta, un po' di latte fresco e le immancabili castagne secche, alimenti fondamentali per chi non poteva usufruire della tessera annonaria.   Quel 25 aprile mia nonna Angela era molto preoccupata, soprattutto a causa di un vicino al piano di sopra, un fascistone che per anni era stato il terrore di famiglia. In ringhiera si diceva che l'avevano visto giù in cortile mentre scappava con un fazzoletto rosso al collo. Chissà cosa sarebbe successo se qualcuno...

Parole frontali e senza trucco

Lo ammetto e me ne scuso: ho conosciuto Celati da poco. Avevo letto qualche frammento, non ricordo dove. Il giorno dopo, sono andata in libreria e ho comprato tutto quello che ho trovato: “Verso la foce”, “Passar la vita a Diol Kadd” e “Cinema all’aperto”. Quando sono arrivati i libri e i dvd sono andata a casa, ho spento le luci per incontrare un uomo di cui, se fossi nata prima, mi sarei innamorata: un viso da esploratore nordico, una scompostezza stranamente aggraziata in certe pose, una voce che mi ha fatto pensare a qualcosa di morbido e buono che rotola lungo un pendio d’erba.   Di Celati ho amato subito la scrittura pacata e precisa, il suo raccontare usando le parole come passi lenti lungo una via; un andare a suole basse, in accordo con quello che c’è e con i fatti che non accadono. Lezione maestra in cui lo scrittore si svuota di ogni bordo e appartenenza, in uno smembramento leggero in cui si compara ad ogni cosa.     Quando ero piccola, mia madre voleva che io leggessi soprattutto romanzi. Ma a me i romanzi non piacevano, e non mi piacciono nemmeno oggi. Dei racconti non mi sono mai fidata: troppa presunzione, troppa fatica nel costruire personaggi e...

Oggetti d'infanzia | La carta

Premessa: io amo la cancelleria. Quando arrivava Stiassi era una carica straordinaria di energia. Stiassi era un re mago, quello dell'oro: portava la carta. Io non lo sapevo prima, naturalmente, ma quando il camion arrivava io lo vedevo subito perché il territorio di mia competenza, l'immenso cortile che stava tra la casa dei nonni e la mia e la cantina, era da me costantemente monitorato. Tranne quando vivevo lungo le rive del fosso, dietro la cantina, un mio personale Rio delle Amazzoni, per il resto ero sempre di guardia e niente e nessuno poteva sfuggire al mio radar. Il camion di Stiassi si vedeva bene sin dalla strada, prima del cancello d'entrata. Subito scattavo al galoppo: dovevo essere il primo a farmi vedere e a raccogliere la messe di blocchi per note, tubi di cartone da imballaggio, buste grandi, rotoli di carta crespa grezza, risme di fogli colorati, e soprattutto le agendine, di tutti i tipi, colorate e non, o con la copertina di plastica-coccodrillo. C'erano le mie sorelle e cugine, affamate di carta, ma io ero disposto a combattere per essere il primo e combattevo. Ma poi, in fondo, di cosa dovevo preoccuparmi, loro non lo vedevano...

Speciale Gianni Celati | Verso la foce

“Fatevi una storia” Raccontare i libri di Gianni Celati attraverso le parole dei suoi lettori. Dare voce alle storie di chi legge e ama i suoi libri: un capovolgimento di ruolo che vede i lettori, amici, compagni di viaggio nel ruolo di narratori di uno dei più importanti scrittori italiani contemporanei Leggere i libri di Gianni Celati e raccontarne la propria più personale esperienza, dai fatti minimi alle scelte che quella lettura ha determinato. Raccontare perché si è preso in mano quel tal libro di Celati e poi come mai vi si è rimasti legati, l’umore di un giorno, un entusiasmo giovanile come la sorpresa di una (ri)scoperta ad anni di distanza. Scriveteci, i pezzi migliori (max 3000 battute da inviare a info@doppiozero.com) verranno pubblicati da doppiozero in occasione degli incontri che dal 7 marzo fino al 27 novembre animeranno La dispersione delle parole. Una rassegna organizzata dal Comune di Bologna in collaborazione con la casa editrice Einaudi dedicata a Gianni Celati per la pubblicazione della sua traduzione dell’Ulisse di James Joyce.       Comincerò dall’...

Giorno della Memoria | Il reddito della vergogna

Alla signora Vuericke Cara zia, chissà che cos'ha pensato non vedendomi arrivare il 15 gennaio, tanto più che non sono riuscito nemmeno ad avvertirLa con un biglietto. Il fatto è che le mie condizioni di salute mi hanno impedito finora perfino di scriverLe. Il direttore, dottor Kollwitz, è stato tassativo e per tre settimane mi ha proibito non solo di alzarmi dal letto, ma anche di leggere e scrivere. Ha fatto addirittura sigillare le finestre della mia stanza e togliere la corrente elettrica. Le infermiere entravano armate di lampadina tascabile. Non Le dico altro. Siccome oggi non ho la febbre, ho avuto il permesso di scriverLe queste poche righe. Ma ora devo smettere, arriva l'infermiera. Sulle infermiere avrei molto da dirLe, ma non so se sia il caso. A Pliska Caro signor Pliska, come ho avuto modo di raccontarLe l'ultima volta che ci siamo visti, circa tre anni fa, mio zio era un uomo solido e concreto, pieno di buon senso, rappresentante per Trieste delle famose catene da neve Rohrhofer. Lei ha certo sentito parlare delle catene da neve Rohrhofer, forse le ha addirittura usate, ebbene mio zio era il rappresentante di queste...

Speciale Librerie | Sotto dettatura, senza rinunce

> Scrivo queste righe da Abu Dhabi una città stato in cui praticamente non ci sono librerie; è uno dei motivi di tristezza del vivere ad Abu Dhabi, Che peraltro è un luogo capace di produrre grande allegria - in Altri modi. > Le scrivo queste tre righe servendomi del comando vocale di iPhone e quindi chiedo scusa di eventuali errori interessanti che si produrranno: ma non li cancellerò ( a meno che non stravolgano il senSo, invece di Alterarlo lievemente) perché usare questo strumento rappresenta ora un modo di entrare in rapporto dialettico con il nuovo con l'inaspettato, pur essendo in questo momento Per me una reale difficoltà: e un attentato al 'suono' del giro di frase. > >> Quando ho letto accorato appello in difesa delle librerie indipendenti relativo alla vicenda dello spostamento della libreria utopia e di altri librerie dal centro di Milano In zone meno  centrali ho subito pensato: ma se queste librerie Anziché 'mondo offeso' e 'utopia' si chiamassero Mc sweeney's la loro sorte commerciale sarebbe la stessa o sarebbe diversa? E in fondo, non sarebbe più...