Categorie

Elenco articoli con tag:

Racconto

(398 risultati)

No

Prima di cominciare a fare un altro lavoro che non mi riguarda dico no, stavolta no, stavolta anche se non mi pagano continuerò a impiegare il mio tempo a scrivere articoli, a organizzare il festival e la mostra, a preparare le interviste. Anche se  il mio dottorato è senza borsa e l'università non sgancia una lira manco per le trasferte ai convegni, anche se è vero che al sito dell’associazione non ci lavoro tutti i giorni ma centocinquanta euro sono pochi per gli aggiornamenti dei contenuti, io continuerò a farli questi lavori perché sono i miei lavori e no, stavolta no, stavolta non ci torno a lavare i piatti al ristorante né a far il commerciale per le assicurazioni. No.   Tuttavia quella chat che lampeggia esige una risposta entro breve, lo stomaco comincia a brontolare, la bolletta è ancora sigillata nella cassetta della posta già da due settimane, non parlo più con Cristian perché mi deve dieci euro, divento un animale, un egoista, un cinico. Rubo le sigarette agli amici, papà mi ha mollato cento euro l'altro ieri, c’ho pagato il condominio. La chat lampeggia...

Notti bianche a Stoccolma

Dopo la fine della guerra si partiva per la Svezia alla ricerca di un esemplare nuovo di umanità, prodotto da una civiltà che aveva assorbito la modernità nelle sue tradizioni. Si tornava in Italia con pezzi di design, esempi di urbanistica e di uno stato sociale modello. Erano gli anni Cinquanta e sulle nostre riviste apparivano articoli ammirati in cui erano, per una volta tanto, soppresse le note di costume e si indicavano esempi di crescita armonica della società, nella speranza che potessero essere seguiti anche da noi. Già negli anni Sessanta le cose cambiarono: i rapporti senza complessi tra i sessi vennero tradotti dalle nostre parti in libertà sessuale, le applicazioni della socialdemocrazia come indizi di totalitarismo. I film di Bergman continuavano a essere ammirati e discussi, ma i giudizi sul paese si formavano su Il diavolo (1963), film scritto da Rodolfo Sonego con un Alberto Sordi d'annata, che rivela questo mondo nuovo attraverso i tic italioti, oppure con un reportage di Mario Soldati, I disperati del benessere, che, a fine decennio, faceva i conti con la fine di un modello.   Nel secolo scorso (ebbene...

Chapter Two

She’d make a fine basset hound, the classic mug of an elderly Nordic tourist come to fry her skin on the Mediterranean as if scattering her own ashes in advance. She comes up to the desk. Asks if we have tours here. I offer the Vasari Corridor. Popular, but pricy. The secrets of Palazzo Vecchio. Hard to say no. A walk with monks at San Miniato. Overly sophisticated. A historical reenactment at the Bargello. Too extreme: Florentine history steeped in gore. She’s dissatisfied, distracted: eyes roaming to the hair around my face, frizzy from my night out in the open. I tell her: listen, we’re here to make your tour—your spiritual experience, I slyly say—something off the beaten path. She’s not biting. This restiveness is something we have in common, though: me sleeping out amid the flora of the Arno, on a bare mattress, weeks away from home. Her seeing no point in a prepackaged tour. So there’s a bond. To be instantly broken. Is that really all? Florence is what it is, I say. Which sounds like: my city, a soggy sandwich. In a good way, I add. All this history, all this stone, and not a soul who can squeeze something new out of it,...

Capitolo secondo

Ha credenziali da basset hound, muso di anziane turiste del Nord Europa che passano a disfarsi la pelle sul Mediterraneo come un’aspersione delle ceneri anticipata. Si avvicina al desk. Mi chiede se abbiamo dei tour al museo. Le offro il Vasariano. Va sempre forte, ma caro. I segreti di Palazzo Vecchio. Come dire di no. Un tour coi monaci a San Miniato. Si astiene dalla sofisticazione. Una rievocazione al Bargello. Troppo forte: la storia fiorentina in un bagno di sangue. Rimane insoddisfatta, altrove: guarda l’attaccatura dei miei capelli sfibrati dalla notte sotto le stelle. Le dico che: eccoci, noi siamo qui, per fare del suo percorso – dico, canaglia, esperienza spirituale - qualcosa di alternativo al cammino battuto. Ma niente. Ci accomuna, però, questa smania: il mio dormire tra la flora dell’Arno, con un materassino spartano, settimane fuori casa. Il suo non trovare ragione in un cammino predisposto. C’è quindi un’intesa. Subito disattesa. È possibile che sia tutto? Firenze è quello che è, le dico. Suona male: la mia città, un toast biascicato. Non fraintenda, aggiungo. Tonnellate di...

San Francisco

Nonostante le spiacevoli traversie dei viaggi andati a male sappiamo che non sarà questo a fermarci. Le esperienze di viaggio ci insegnano che la prossima volta potrebbe andare meglio, anche quando tutte le evidenze volgono al peggio. C’è, nel viaggio, la forza di una sorpresa, l’idea di novità, la deriva profonda dell’avventura, quella che il filosofo Jankélévitch pensava fosse la chiave dell’idea di inizio, di ri-partenza o di qualcosa che “stacca” il tempo normale e lo fa diventare una freccia. C’è, nel viaggio, la busta a sorpresa che una volta si comprava in edicola. Non importava quel che c’era dentro, giornaletti, soldatini, cianfrusaglie, ma era l’aprirla il momento magico. Il viaggio è un avvio. E soprattutto esso è una riproposizione del presente, riporta il presente dove dovrebbe stare.   Adesso che sto ballando in un posto improbabile, nell’unico quartiere off rimasto a San Francisco, Bayview, un ghetto nero in cui la gentrification tarderà ad arrivare, adesso lo sento il presente. In una dark room di un bar malandato all’angolo della...

Qui tutto ok

A inizio estate, sempre che esista un inizio (perché ci si accorge sempre tardi dell'estate), a Carbé pare che si apra uno spazio infinito di possibilità e che il tempo possa allargarsi e modellarsi avvicinandosi alla sua rappresentazione mentale di ciò che è vita, e ciò che è vita per lei è sostanzialmente svegliarsi e mangiare dello yogurt bianco e chiudere la giornata in infradito, possibilmente davanti al mare, leggendo tutto il giorno, tra una passeggiata un bagno e due chiacchiere non troppo profonde, libri che ha lasciato indietro nella sua vita. Ma lentamente e senza affanno.   In questo mondo perfetto Carbé è in spiaggia con protezione 50, è seduta a un tavolo blu, ha in mano quel mattone che rimanda di anno in anno, non ha bisogno di niente e nessuno. È in uno stato di tranquillità totale, di serenità piena e pietà per sé stessa e per gli altri, ogni tanto alza la testa e guarda il mare dicendosi io sono questo, e si sente nel pieno della bellezza. Nel piano sarebbero inclusi dei pacchetti di sigarette, se non fosse che se ne vergogna moltissimo, e...

Chapter One

If we really have to call this place an outdoor museum, then fine: you all remind me of Mueck. The works of Ron Mueck, those resin and polyurethane hyperrealist sculptures, just over life size, of ordinary human beings. This morning the air in Florence is thick with bodies made of resin, of matte vinyl. The weight of it pushes me dazed down the same streets I travel in winter. Via delle Casine, that abattoir for Asian tourists, has its own perverse appeal; I want to hate it, but let myself be carried along, sweat pasting my linen skirt to my thighs. I’ve bypassed the Lungarno della Zecca Vecchia, scuttling across like a fleeing reptile, with sour coffee breath sealed into my mouth by hastily applied lipstick.   You people are just like those sculptures: out of proportion, but perversely lifelike, and besieged, as in the exhibitions, by creatures who are just slightly smaller. In this case, vendors selling wind-up gadgets, twirly toys to launch in the air, phony prints, selfie sticks for phones. It’s not a plague, just a bad exhibition, a crappily conceived show, where the curator’s intentions are inscrutable.   Francesco Natali   Weeks ago,...

Capitolo primo

Se questo deve esser proprio un museo a cielo aperto, d’accordo: mi ricordate Mueck. Le opere di Ron Mueck, quelle sculture iperrealistiche, di poco sovraumane, di resina e polivinile, con gli esseri umani più comuni. L’aria fiorentina, è fatta di corpi di resina, di vinile opaco, stamani. La sua pesantezza mi spinge a percorrere intontita le stesse strade che attraverso d’inverno. Via delle Casine, il mattatoio dei turisti orientali, ha una strana perversione: vorrei odiarla, ma mi ci abbandono, col lino che si cinge alle cosce per il sudore. Ho evitato il Lungarno della Zecca Vecchia, l’ho attraversato come rettile in fuga, il caffè acido nell’alito in bocca sigillato dal rossetto applicato al volo.   ph. Francesco Natali   Siete proprio quelle sculture: sproporzionate ma perversamente simili, ed infestate, come nelle esposizioni, da esseri solo di poco più piccoli. Qui sono venditori di ninnoli a carica, girandole in aria, stampe inautentiche, bracci estensori per cellulari. Non è un contagio il vostro, solo una brutta mostra, una mostra curata a la cazzo, le intenzioni del curatore incomprensibili...

Dell'arte di cacciare con gli uccelli rapaci

Roma, aeroporto di Fiumicino, 15 maggio 2015   Abdul Abulafia salì sul taxi che lo avrebbe portato a Città del Vaticano. Tra poco l’antico manoscritto sarebbe stato tra le sue mani. Ottenere i permessi necessari per permettergli di sottoporlo ad un esame strumentale minuzioso non era stato facile, neppure per lo sceicco per il quale lavorava, ma alla fine la diplomazia aveva trionfato ed ora lui stava attraversando il cortile del Belvedere che dava accesso alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Sua meta il Salone Sistino, a lato del quale si apriva la saletta di consultazione che gli era stata riservata, dotata di tutta la strumentazione tecnica necessaria al compimento della sua missione, microscopi, alambicchi, computer et similia.   Ms. Pal. Lat. 1071, f.093v, dettaglio, (ph. BAV)   Castel del Monte, 23 aprile 1240   Stava sorgendo l’alba. Il miniaturista depose il calamo davanti a sé e si soffregò gli occhi stanchi. Aveva lavorato a quella pagina per tutta la notte al flebile chiarore di una lanterna, e ora, alla luce del giorno l’avrebbe ornata di miniature dai colori accesi. Ma prima aveva bisogno di...

Paesaggio

In uno dei tanti posti belli d’Italia, fine giugno, metà mattina, tra i tavolini del dehors di un baretto sotto la torre di un castello medievale, aria frizzantina, sole smagliante, panorama di colline e vigneti pettinati (come li chiamava Andrea Zanzotto, uno di qui), due vecchi arrivano alla meta col fiato lungo. Almeno settantacinque anni per ciascuno. Si accomodano: leggono il giornale. Io un po’ più in là, siamo solo noi tre. Le loro voci sono sommesse, il paesaggio (zanzottiano) forse agisce come le fontanine che usano in certi locali del Medio Oriente, per stabilire, con il loro zampillo lieve, la soglia eticamente invalicabile del volume delle conversazioni. Comincia lui con la prima pagina, in ottimo italiano lancia la notizia (un noto industriale si è ucciso sommerso dai debiti) e un primo commento approssimativo, ma poi subito affina l’analisi, introduce elementi per una discussione. Lei lascia dire e poi avanza una sua lettura del caso, altri elementi di riflessione. Poi lui passa ad altro, pausa. Altra notizia, “la povera Grecia”, e lei parte in un peana per gli eroici economisti greci. Si continua con la...

Il Credo freelance

Credo (perché il dubbio è tipico di questo stato ontologico) di essere freelance da quando ero in Erasmus a Barcellona, nel lontano 2004, poiché la dilatazione del tempo controbilanciava la spropositata energia che mi consentiva di studiare, andare a lezione, sostenere sette esami in nove mesi, imparare il catalano e il castellano, e mantenere l’entusiasmo nel danzare e passeggiare di giorno e di notte. C’è stato il ritorno in patria, la prima laurea in comunicazione, la seconda laurea in comunicazione, un fidanzato pesante che mi spiegava l’importanza dell’endodonzia conservativa fino allo sfinimento, salvo ignorarmi quando era ai convegni fighi di dentisti, con le dentiste fighe che Dio ce ne scampi e liberi. C’è stato uno stage trovato il giorno dopo della laurea, una borsa lavoro, un altro lavoro in un ufficio marketing, c’è stato il diploma Cervantes C2. Il tutto confortato dallo stipendio di cameriera a matrimoni e catering.   E qui si apre un primo exemplum, sub specie cameriere. Il contratto che ti fanno è per “cameriere volante”. Quale titolo più azzeccato per un...

Caratteristi

Machiavelli va in taverna e s'ingaglioffa, Flaiano al cinema e ride guardando I pompieri di Viggiù, Umberto Eco sta in casa e si sintonizza su Don Matteo. Anch'io, si parva licet, resto a casa e cerco su youtube gli spezzoni della vecchia commedia all'italiana. Ho la religione di Totò  – in sottordine mi merito Alberto Sordi – ma lo apprezzo di più quando ci sono Peppino, Fabrizi, Nino Taranto, ma anche quei miracolosi attori napoletani: Pietro De Vico, Tina Pica. Quel cinema italiano è fatto di facce irregolari che dichiarano le miseria: Capannelle, Vincenzo Talarico o di imbroglioni come Franco Fabrizi e Riccardo Garrone, o di cattivi come Adolfo Celi e Mario Carotenuto. Ognuno lascia un’impronta, una tonalità. Non disprezzo nemmeno i film di "chiappa e spada" con Renzo Montagnani, Lino Banfi, Aldo Maccione (e la Fenech...). A volte penso che vorrei comporre un video-saggio approfondendo, chiarendo. Ma no, meglio divertirsi.  

Free cosa?

La giornata si apre spesso come una pagina bianca dove tutto può succedere. Quello che all'inizio sembrava proprio il dono desiderato nella vita. Dopo la "crisi" (ma c'e stata mai la NON crisi?) la giornata è un incubo, quanto meno una fatica improba. Puoi mettere mano a quel famoso progetto, puoi fare telefonate, puoi prendere appuntamenti, puoi scrivere mail. Potresti avere risposte, trovare finalmente la persona che cercavi da tanto tempo, potresti perfino renderlo concreto, quel progetto. Dopo tanti no, dopo tanti silenzi, dopo tutte le risposte mai avute, dopo i ritardi, i rifiuti, i "risentiamoci in un altro momento", tutte le volte che ti sei sentito dire: "interessante ma...", tutte le volte che sei stato pagato troppo poco o troppo tardi: questa pagina bianca ha il potere di paralizzarti. E desideri solo un piccolo ufficio con mansioni semplici e definite, un qui e ora che non c'e mai, che non c'e più. Con i momenti scanditi, col tempo libero (perché chi gestisce da solo il tempo del lavoro non ha mai tempo libero), quello DAVVERO libero, dove non ti senti in colpa se non ti informi, se non pensi,...

Qui, lì, là

Gocciolano come grani di pioggia fitta i nomi e le parole che da una parte all’altra del confine italo-svizzero scandagliano la terra, e scendono per gorghi tra un alto e un basso orografico che le muta; o, sospese nell’etere celeste, si irradiano per l’aria oltrepassando le frontiere, rubate un po’ qui un po’ là alla potenza delle radiazioni radiofoniche – l’RSI della Svizzera italiana –, sfuggite al ristretto suolo delle trasmissioni elvetiche che raggiungono l’alta Milano nel DAB già circolante, ma ai più ancora sconosciuto. È uno scendere di nomi verso valle – il nome di un cantone, Ticino, trascinato a sud nel letto di un fiume – è il mostrarsi bizzarro di una lingua che nella frontiera cambia forma secondo la mutevole realtà che ha luogo sul confine: la continuità docile del paesaggio che gradatamente trapassa in monti, di pendio in pendio, d’albero in albero; e il cambio di culture che si dissomigliano per divaricazioni, inversioni, aggiustamenti, interferenze. Di qui legge e di lì storpiatura: un maschile che diventa femminile, il suono di una...

A piedi

Ho percorso a piedi la via Gallarate costeggiando l’infinito Cimitero Maggiore che copre un’area di 678.000 metri quadrati, più avanti c’è il sito di Expo 2015 che secondo le fonti di Assolombarda, si estende su un’area di circa un milione di metri quadrati.  Ancora più avanti volgendo leggermente a levante, si trova la casa di reclusione di Bollate; non ho trovato informazioni sull’estensione del carcere, ma sulla capienza sì: 970.   ph. Antonino Costa   A guardare su una mappa queste grandi recinzioni per l’umanità, costruite vicine, provo un certo sconcerto. Ero andato a vedere il parcheggio Merlata, che prende il nome dalla cascina che c’è nelle vicinanze. La curiosità mi venne dopo aver letto le polemiche sui biglietti serali Expo; gratis per chi arriva al sito con l’auto e usa i parcheggi.   ph. Antonino Costa   Mi sarebbe piaciuto arrivare anche a quelli più lontani: Arese (Ex Alfa Romeo) e Trenno, per vederli, fotografarli, ma non avendo la macchina (sto giro neanche quella fotografica e ho usato il telefonino) l’unico...

La mia estate con Knausgård e Ernaux

L’estate un tempo era lo spazio dedicato della lettura. Liberi dagli impegni scolastici, o da quelli lavorativi, durante i mesi estivi ci si dedicava, almeno da ragazzi, alla lettura di volumoni. Era il tempo per i classici o per quei libri che durante il resto dell’anno si mettevano via con il buon proposito: Questo lo leggo d’estate! Cosa leggono oggi le scrittrici e gli scrittori in vacanza? Lo abbiamo chiesto ad alcuni di loro: un diario in anticipo delle letture che riempiranno i prossimi due mesi. O promesse di lettura. Come e perché. E persino dove. Leggere come una passione intramontabile. Non tutti gli scrittori scrivono d’estate. Alcuni leggono.       Sarà la mia estate con Karl Ove Knausgård, l’autore norvegese che ha fatto a brandelli la propria esistenza in sei volumi di confessioni intime. È un inno alla prima persona singolare e alla mercificazione del privato. Ecco la potenza e allo stesso tempo il sospetto: Knausgård scrive di sé, così di sé, perché non ha storie. È un Io da spulciare con diffidenza e desiderio: può essere infinitamente...

I video del Gorilla Quadrumàno

Continua lo speciale a cura di Massimo Marino dedicato agli ottanta anni di Giuliano Scabia, uno dei padri fondatori del nuovo teatro italiano, maestro profondo e appartato di varie generazioni, artista sperimentatore, poeta, drammaturgo, regista, attore, costruttore di fantastici oggetti di cartapesta, pittore dal tratto leggero e sognante, narratore, pellegrino dell’immaginazione, tessitore di relazioni, incantatore. In questa puntata e nella prossima mostriamo alcuni momenti delle invenzioni di Scabia e li sentiamo raccontati o commentati da lui medesimo. Iniziamo pubblicando alcuni video realizzati dal 1985 al 2003 con la cattedra di Drammaturgia del Dams di Bologna, per la maggior parte su materiali di Andrea Landuzzi. Narrano i viaggi del Gorilla Quadrumàno, un testo che si recitava nelle stalle della Bassa reggiana, trovato da uno studente e diventato una sonda per un lavoro di ricerca teatrale e antropologica con un gruppo di giovani universitari, durata dal 1974 al 1975 (vedi il libro pubblicato da Feltrinelli nel 1974, Il Gorilla Quadrumàno. Fare teatro / fare scuola. Il teatro come ricerca delle nostre radici profonde, e su doppiozero l’articolo Il passo del Gorilla)....

Attese

Dovunque vado (ufficio postale, autobus, metropolitana, stazione ferroviaria, anticamera del medico, aeroporto, negozio di alimentari) e dovunque ci sia un’attesa, tutti hanno il cellulare in mano; sguardo rivolto al visore dello smartphone, pagina Facebook aperta i trenta quarantenni, o digitando a raffica in Wathsapp i ventenni (il crepitio adesso sul treno nel sedile di fronte: una ragazza). Nessuno, o quasi, legge un giornale o un libro, oppure guarda in giro, osserva il paesaggio o gli altri intorno a sé. Quello che mi colpisce non è però l’essere altrove di tutti, collegati ad altri che sono là, ma l’ansia verso lo spreco del tempo, un bene di cui siamo avarissimi, e che tuttavia ci manca sempre. Una cosa che mi riguarda. Per avere cura di me (e cultura-di-me), l’unica cosa che posso, e debbo fare, è perdere tempo. Un’attività difficilissima, quasi impossibile. Ci voglio provare. Senza misurare il tempo perso (altrimenti non sarebbe perso: cioè che non si può contare).

Chissenefrega di Biancaneve

Quando ero bambina mio padre mi raccontava molte storie, alcune le leggeva, altre le inventava, talvolta le cantava perfino. Le storie scandivano spesso le mie giornate, specie quelle in cui ero a letto con le tonsille gonfie e la gola dolorante, cosa abbastanza frequente. Sentirlo raccontare non mi bastava mai e spesso gli imponevo di recitare le stesse storie, come poi ho appreso è tipico dei bambini. Le mie preferite erano le principesse, neanche a dirlo. Unica eccezione era una storia raccolta in un libro con il marchio Disney e una copertina dorata, una storia di cui erano protagonisti i nani di Biancaneve in un tempo in cui la dolce fanciulla doveva essere già lontana con il suo principe o di là da venire, non so, e cosa straordinaria non mi importava.   Fino a qualche mese fa non avevo un ricordo preciso né del libro né della storia, ricordavo bene la sensazione di vaga angoscia trasformata in sollievo quando finalmente i sette nani riuscivano a sconfiggere il gigante che era venuto ad abitare vicino a loro e voleva fare il padrone di questo e di quello. Non ricordavo altri dettagli finché mi sono accorta che l’...

Ancora da Ghiffa a Lugano passando questa volta per Brissago

Mi trovo a Brissago, sulla sponda svizzera del Lago Maggiore, la west coast del Verbano. Seduta su una panca vista lago, ho di fronte a me, sull'altra sponda, un massiccio di colline verdi poco edificate (per il momento), separate da un tratto di acque lacustri. Sotto di me, direttamente sulla riva, un brutto edificio, il solito parallelepipedo di cemento, non del suo usuale color grigetto bensì dipinto, questa volta, di rosa, forse per farlo apparire meno deprimente. Sono lì che attendo la corriera che mi porterà a Locarno, dopo essere scesa dalla corriera che da Intra mi ha trasportata fin qui per una modica cifra. Anche il servizio era stato comunque modico: poche corse giornaliere, un mezzo vecchio, rumoroso e mal ammortizzato che ti spara nella schiena tutte le buche della strada. Il paesaggio però merita il viaggio scalcagnato. La strada si snoda parallela alla linea della costa, attraversa paesi, costeggia da una parte spiagge e calette, dall'altra la scarpata della strada sommersa dal verde. Non dovendo guidare e trovandomi in posizione elevata, scorgo molti più particolari e me li godo. Dalla parte del lago si aprono soprattutto...

Il bivacco, e la vocazione di perdersi

Ho calzato scarponi, indossato lo zaino, reflex a tracolla e poi via, via rapido verso quel luogo da dove amo partire per salire in Presolana. Stanno costruendo il nuovo bivacco, mi ha detto un amico. Urca. Devo andare, subito. Devo salutare quello vecchio! Già, "Il (mio) Bivacco" non è la definizione del luogo speciale che si trova in montagna, il riparo per la notte con poco o nulla da mangiare, dentro (e quel poco o nulla va lasciato stare, o sostituito con qualcos'altro di altrettanto fondamentale). "Il (mio) Bivacco" è quello a 2050 metri sotto le vette della "Montagna" (ché la Presolana per me è "La Montagna").   Bivacco, città di Clusone, ph. Davide Sapienza   (Sinossi) Il "Bivacco Città di Clusone" è nato dopo che il 24 marzo 1968 sette persone persero la vita risalendo il canale Bendotti, per fornire all'allora giovane soccorso alpino opportunità di avamposto. Dopo quasi mezzo secolo, quella scatola rossa di metallo (ma con troppo amianto sulla copertura), l'amichevole guscio di alpinisti e vagabondi delle alte terre, cambia –...

Origliare

Leggere è faticoso, lo è sempre, lo è sempre stato per me. Invidio la gente che, non dirò in coda alle poste e in treno ma alla fermata dell’autobus o in metropolitana, tira fuori un libro dalla tasca della giacca (e che tasche hanno, oltretutto), ne sfoglia qualche pagina, legge. Io non ci riesco: non riesco a staccare la voce dello sguardo dal bisbidis dell’indistinto, il quale tende poi a ridefinirsi come entità singola, comunque disturbante: la conversazione al tavolo, nel sedile accanto. C’è quel momento in cui le storie disperse s’incuneano nelle nostre: l’inizio della cura è stato far rientrare nei libri quelle frasi di straforo, recuperare il brusio alla letteratura, alla poesia, finanche (lo chiamano eavesdropping). È la sola religione possibile per un ateo e l’unico esercizio praticabile per un egoista narciso come lo scrittore: non puoi avere cultura di te se non in mezzo a chi vuole e può impedirtelo, oppure, semplicemente, è fuori da te, che esiste, e lo impone col suo prevaricare te, ipocrita, che pensi altro, sei oltre, e non ti muovi da lì, da loro.

Da cosa nasce... cosa?

Ottobre 2014. Da un anno sei in cassa integrazione in deroga a 0 ore, in Abruzzo, dove l'INPS e la Regione non pagano l'indennità (nel momento in cui scrivo, 12 mesi di arretrati. Ma questo non è un racconto-denuncia).   Tu però non sei stata ferma: telefonate, CV, mail, selezioni, colloqui... finché, dopo mesi di bonaccia, sul tuo orizzonte lavorativo si profila un'Opportunità. “Sia chiaro: freelance, mica dipendente, eh”. Mancoaddirlo, rispondi a un tuo ex collega che, durante una conversazione telefonica fintocasuale (aka “networking”) ti ha procurato un colloquio: “Ma tu, oltre a fare la copy, sei pure giornalista?” “Sì, pubblicista. Perché?” “Ci sarebbe un mio amico, uno ricco da fare schifo... un velista, ha vinto un sacco di gare internazionali... ne hai mai sentito parlare? Ora è Presidente del Club Nautico.” “Veramente, non seguo la vela”, rispondi pensando che invece dovresti. “Tempo fa mi ha chiesto se conoscevo un ufficio stampa, sai per EVENTI, regate, far uscire qualche articolo... poi, da cosa nasce cosa!...