Est. Schengen, la frontiera
Sul treno Vilnius-Białystok, terre UE-Schengen-NATO, confine tra Lituania e Polonia
Sto attraversando lentamente, forse troppo lentamente, il famigerato ‘corridoio di Suwałki’. È un collo di bottiglia strategico che separa le nazioni Schengen-NATO da Kaliningrad, l’enclave russa nel Baltico (patria del filosofo Immanuel Kant con il nome di Königsberg), e dalla Bielorussia di Lukashenko, il migliore amico di Vladimir Vladimirovič. Suwałki è stato spesso definito dai media come “il tallone d’Achille della NATO”, ma anche con il più roboante e sensazionalistico “il luogo più pericoloso del mondo”. È proprio qui, infatti, che secondo molti analisti militari avverrà un fantomatico attacco russo su larga scala contro l’Europa della NATO. In tale sciagurato caso si invocherebbero e si metterebbero in pratica i vari articoli dell’Alleanza Atlantica e scatterebbe la Terza Guerra Mondiale vera e propria – non quella “a pezzi” come l’aveva definita Papa Francesco – e quindi, teoricamente, anche la terribile Apocalisse nucleare. Il segretario generale dell’Alleanza, l’ex premier olandese Mark Rutte, ha commentato in un’intervista recente che un missile russo con testata atomica annessa ci metterebbe una decina di minuti a raggiungere una capitale europea. E da lì in poi… beh, that’s it! Ma siamo per caso rimasti fermi agli anni ’60? (anni in cui peraltro non esistevo) e mi sono appena svegliato da un brutto viaggio spazio-temporale assieme a Michael J. Fox?! Ma no, sciocchino! È il meraviglioso Ventennio-del-Duemila e tutto sembra procedere per il verso giusto e il progresso non avrà confini… tra AI, social media, guerra di trincea e… guerra nucleare!
Eppure questi rischi il solitario commesso-viaggiatore che viaggia tra i perigli del ‘Vecchio Continente’ non sembra a volte vederli, quanto meno ad occhio nudo. Come potrei del resto? Sono seduto su un treno come un comune mortale con un biglietto di seconda classe delle moderne ferrovie lituane. Dal finestrino, apprezzo che il confine più meridionale dello stato baltico è ricoperto di foreste. La locomotiva e i vagoni si stanno infatti facendo largo in una “giungla” fittissima di sempreverdi che quasi sfiorano il cielo con le loro punte acuminate, mentre a terra gli acquitrini, i licheni, le felci e i cespugli regnano incontrastati. Sono l’habitat perfetto per i grandi mammiferi terrestri come i cervi, le alci, i cinghiali, ma anche i lupi e gli orsi, oltre a qualche sparuto umano.
Il treno ora galoppa e lo fa assieme alla mia fantasia. Immagino di scorgere tra le latifoglie le uniformi camouflage delle prime avanguardie dell’armata russa. I soldati avanzano nascosti in quell’intrico paludoso, anche loro lentamente, ma con i mitra e i sensori laser spianati, avvolti nelle loro tute stealth per sfuggire ai droni e tranciare così di netto le linee NATO per il primo micidiale attacco sul fronte orientale. Qualche zanzara punge gli angoli più esposti dei loro volti, imbrattati dai colori mimetici: sono le uniche ad essersi accorte dell’attacco della Federazione Russa contro l’Europa. Fantasia la mia, sì, ma fino a un certo punto, visto che sembra avere oramai dei confini molto labili in questa parte del Vecchio Continente, perseguitata sia dai fantasmi del passato che da quelli del futuro. Fantasia fino a un certo punto, come avrò modo di apprendere in prima persona nei giorni seguenti in Polonia e come del resto la storia troppo recente dal 2014 in poi, passando per il 2022, ci ha tristemente insegnato, in Ucraina. Se leggiamo ancora i giornali, si prova perfino a pronosticare un possibile attacco russo contro la NATO per il 2029. Ma è meglio non pensarci ora. Non che le nazioni NATO più esposte non si stiano preparando all’evenienza: Norvegia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia sono decisamente pronte molto più di altre con le loro esercitazioni, tramite piani di difesa su larga scala volti a contrastare i datati desideri imperialisti della Federazione Russia.
Preferisco però ritornare ora alla realtà più tangibile della piccola, squallida, stazione di Suwałki, dentro i confini della Polonia. Torno allora al quadretto assai poco pittoresco che ho davanti a me, mentre il treno è fermo. Si vedono sì dei militari, ma quello che mi colpisce di più in una scena fugace è lo sguardo di disgusto impresso sul volto da bevitore di un poliziotto di frontiera polacco nei confronti di un migrante africano, appoggiato a una balaustra della stazione ferroviaria. L’africano se ne sta tranquillo a fissare il treno che passa, con l’aria stanca. L’altro marcia invece per fulminarlo con gli occhi e continuare indisturbato il suo pattugliamento. Quella visione mi sciocca. Non posso farci proprio un bel niente, se non fotografare di straforo la scena con il telefono dal finestrino.
Avviene poi un controllo documenti. Leggermente annoiato, faccio una cosa stupida e chiedo di poter fare una foto anche ai gendarmi polacchi che mi stanno controllando i documenti. Va da sé che il permesso viene negato con aria sbrigativa, minacciosa dall’ufficiale di turno. Condivido la cuccetta con un vecchio lituano ubriaco senza documenti che, dopo che questi sono andati a controllare le altre carrozze continua a offrirmi da bere del vino dalla sua bottiglia. Mentre continuo imperterrito a rifiutare, l’unico modo per ignorarlo sul serio è dire “sto lavorando” e cominciare a scrivere sul mio diario. Lui allora scrolla le spalle, sbuffa e stranamente rispetta la mia scelta. Restandosene finalmente in silenzio butta giù un sorso bello lungo e appoggia la bottiglia sul tavolino che rischia di roversciarsi alla ripartenza del treno.

Per questo viaggio ho scelto di mantenere una certa spontaneità, forse naïve, ma ‘old school’. Ovvero: non ho prenotato con granché di anticipo i treni, gli hotel, i vari spostamenti, gli incontri con le persone. È una scelta deliberata. Ho preferito affidarmi alla sorte e a una sorta di spirito di novità che un’esperienza del genere può portare a chi scrive e forse anche a chi legge. Questo infatti è un viaggio che di fatto ciascun cittadino europeo può fare (se ha a disposizione il tempo e i mezzi per farlo). Soprattutto se giovane – come disse Anthony Bourdain –, invito il potenziale candidato a compierlo sul serio. Sto acquisendo infatti un nuovo modo di essere europeo viaggiando lungo la frontiera Schengen orientale nel 40esimo anno dalla firma del Trattato sul libero movimento europeo. Ho infatti viaggiato lungo la macro-regione che riguarda la frontiera orientale di Schengen per tutta la sua lunghezza. Sono almeno 3.000 chilometri via terra, che includono pure una tratta in traghetto attraverso il Mar Baltico. Partito da Helsinki in Agosto, correva anche un altro anniversario, quello della Conferenza di Helsinki del 1975, evento cruciale per il destino della Guerra Fredda e infatti ho visitato e fotografato la sala Finlandia Hall progettata da Alvar Aalto in esclusiva, sala normalmente chiusa al pubblico. Ho poi viaggiato fino a Costanta sul Mar Nero, in Romania, passando per il Delta del Danubio, vicino alle zone di guerra. Dal Baltico al Mar Nero, mi sono sempre mosso verso le frontiere con la Federazione Russia, la Bielorussia e l’Ucraina, visitando i vari checkpoint, la barriera in Polonia contro i migranti, il corridoio di Suwałki, Narva in Estonia, città a maggioranza russa e altri luoghi cruciali. Sono stato sulla linea di confine degli Stati Baltici, in Polonia, in Slovacchia, in Ungheria e in Romania. Intendo questo progetto come un reportage della vita quotidiana che porti l’attenzione all’attualità europea del nostro tempo, ma con uno sguardo puntato sempre verso la Storia. Ero in Polonia orientale quando ci sono stati i sorvoli dei droni russi e il loro conseguente abbattimento. Ho visto tantissimo, ho parlato con persone, con rifugiati, con dissidenti, gente comune, con politici, giornalisti, artisti, uomini di strada, religiosi, atei convinti e altri bestiari troppo umani. Forse questo mio diario che ho tenuto durante il viaggio può essere di qualche utilità a mostrare perlomeno la fattibilità di un percorso come questo alle frontiere dell’Europa, lungo le linee di confine che separano le democrazie dai totalitarismi. L’idea in sé è proprio questa: vorrei invitare altri, il più possibile cittadini europei, come me, giovani o anziani, uomini, donne o LGBTQ non binari, a compiere anche loro questo viaggio, in un’esortazione al viaggio stesso che è anche un’esortazione a rimanere europei e ad esserlo in maniera convinta. Con l’obiettivo di comprendere nel senso più profondo possibile questo nostro bellissimo, affascinante, libero, difficile, continente dalla storia tormentata e da un’attualità sempre più dirompente, pericolosa, sconcertante. Sembra non esserci nulla di buono oggi sul confine orientale. Something is quite wrong on the Eastern Border, se vi piace di più l’Inglese. Continuando a leggere apprenderete come e in che misura.
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