L'America di Dolly Parton

29 Agosto 2026

All'indomani della morte di Dolly Parton, la banda militare di Buckingham Palace al cambio della guardia ha suonato “9 to 5”. Lo stesso giorno quel pezzo, con la genialata delle unghie finte a fare da percussioni, è risuonato nelle orecchie di un milione e centrotrentamila abbonati di Spotify solo negli Stati Uniti. Ed è schizzato in cima agli ascolti di tutte le altre principali piattaforme.

Qui, nel continente vecchierello, tra chi alla notizia ha cliccato su quel brano c'ero anche io. Non sapevo in quel momento che l'Empire State Building si era acceso di rosa, il suo colore preferito, e che politici e istituzioni oltre che artisti di tutto il mondo si avvicendavano, e univano, nel rendere omaggio alla regina del country – una definizione che dice di una sola delle molte sfaccettature di una donna e insieme di un personaggio (“I look one way and am another”) che disfaceva tanti degli stereotipi che tutti abbiamo in testa. Lei di stereotipi a governarla forse proprio non ne aveva, e 152 centimetri sotto le parrucche e cotonature svettanti – dicono ne avesse 300 – teneva i piedi ben piantati nella sua infanzia terricola nel Tennessee, povera di cose e ricca di affetti. Era nata quarta di dodici figli di un padre analfabeta, mezzadro e altro per campare, e di una madre musicale che, come quella di Arlecchino, le cucì da scampoli e scarti di stoffa quel “Coat of Many Colors” che dà il titolo a una delle sue canzoni più note e identitarie, e al film tv ispirato alla sua vita.

Ma l’altro giorno quando ho fatto partire la canzone non ho pensato a queste cose – e molte non le sapevo. L'ho fatto d’istinto e all'istante, in un ritorno d'impatto di quel film del 1980 – titolo italiano un po’ polveroso: “Dalle 9 alle 5… orario continuato”. E ne sono stata subito ricontagiata, direi corroborata, con quel testo che è sì un lamento ma si innesta sulla musica con la baldanza di una marcia, di una riscossa, di un desiderio. Così, un ricordo tira l’altro, ieri all'alba mi è venuto da rivedere il film, ritrovandone dopo decenni il gusto, cogliendone il senso di collettività, fin dalle prime sequenze con quell’onda di piedi e umanità che si muovono insieme, e quelle facce di colori diversi che allora nelle piccole città in Italia ancora non si vedevano quasi mai, in immagini ottimiste permeate dell'auspicio di un melting-pot possibile, color blind o color kind che fosse. Ho avuto un piccolo sussulto di sorpresa davanti al grande open-space con tante scrivanie, ricordo non così lontano e insieme remotissimo di un lavoro naturalmente “in presenza” che con la prossimità fisica consentiva di pensare insieme a diritti, richieste e migliorie che il film descrive benissimo – Dolly Parton è stata forte sostenitrice della sindacalizzazione, e il film nasce da un'idea di Jane Fonda legata all’omonima associazione 9to5, fondata nel 1973 a tutela del lavoro femminile, contro sessismi e razzismi: è sulle conversazioni con quelle donne che la sceneggiatura è basata. A rivedere il film adesso, purtroppo colpisce come tante di quelle rivendicazioni restino inevase, e tanti di quei comportamenti impuniti – magistrale la scena in cui Dolly-Doralee in una vendetta immaginata molesta sessualmente il tirannico capo suo e dello stuolo di “ragazze” colleghe.

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9 to 5, e l’altra America di Dolly Parton - Wikimedia Commons.

Così, nella veste leggera, veloce e anche condita di un po' di suspense di quella commedia così godibile, entrava nella mente di un pubblico largo una critica sociale seria, quasi un manifesto programmatico sui diritti delle lavoratrici.

Dolly Parton è stata questo, ed è stata anche molte, moltissime altre cose: filantropa, con la sua Imagination Library ha donato a eserciti di bambini centinaia di milioni di libri – uno al mese dalla nascita ai cinque anni – per salvarli dalla galera dell’analfabetismo patita dal padre. Durante il covid, mentre Donald Trump gigioneggiava tragicamente sulle iniezioni di disinfettante, ha donato un milione di dollari alla ricerca per i vaccini, e si è fatta fotografare durante la somministrazione. Nell’America degli estremismi religiosi, ha difeso i diritti LGBTQ+, mantenendo saldo il suo radicamento cristiano – e un matrimonio appartato e di lunghezza oggigiorno leggendaria con il marito, conosciuto da ragazza davanti a una lavanderia il giorno del trasferimento a Nashville in cerca di fortuna, all'indomani della fine della scuola. Ha resistito a cedere “I Will Always Love You” con la metà delle royalties a Elvis (“My songs are my children, and I expect them to support me when I’m older”), e quasi vent’anni dopo Whitney Houston l'ha rilanciata facendole guadagnare 10 milioni di dollari, li ha investiti stabilendo i suoi uffici in un quartiere nero, riqualificandolo. Ha fondato Dollywood, un parco dei divertimenti che contiene una riproduzione della piccolissima casa di legno senza acqua corrente in cui è cresciuta, e dà lavoro a migliaia di persone. Ha rifiutato la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti, due volte a Trump e una a Biden, mantenendosi sempre fuori dagli schieramenti e facendo parlare la sua vita: di una come lei in inglese si dice che è “larger than life”, e forse proprio per questo era anche “larger than politics”. Si è definita orgogliosamente “white trash”, e dei suoi look eccessivi e delle curve esplosive ha fatto una bandiera – e uno strumento con cui il film “9 to 5” scopre il maschilismo delle colleghe.

Quando io, neanche ragazzina, l'ho incontrata per la prima volta in quel film, il mondo era ancora molto più grande e lontano di adesso, e almeno nelle piccole città si viveva un po’ ognuno nel suo piccolo mondo antico. Da poco avevo smesso di macinare grandi storie di trine cavalli e quant’altro che succedevano a Vasington, a Nev York, a Filadelfia, sui piroscàfi. Parole e nomi così remoti che da bambina li leggevo all’italiana, com’erano scritti. Frattanto, la televisione diventava moderna, e la ballerina ritagliata della TV dei ragazzi, il flautista di Telecapodistria, Zorro e Furia e il maculato Orzowei lasciavano il passo a tre biondi nipoti e un maggiordomo, a bambini neri (allora, innocentemente: “negri”) che abitavano a Park Avenue, a un cowboy tra i grattacieli, a jukebox e ragazzi col chiodo, a un amore in soffitta con le finestre dipinte sui muri (ispirato a “A piedi nudi nel parco”, per tornare a Jane Fonda), alle nuove convivenze amicali di tre cuori in affitto. Si stava alzati dopo Carosello, Raimondo e Sandra litigavano a colori, e sullo schermo non c'erano più le partite a calcio di mosche bianche e nere. Gli anni Settanta lì restavano racconti di giornale, e le città dei libri adesso le cercavo in tivù, o in qualche rarissimo cinema. Dolly-Doralee per me è arrivata lì, ed è indissolubilmente legata a quel film: alleata di Jane Fonda-Judy, che era tutta diversa e già con la sua fisicità e bellezza anti-bambola incarnava quel simbolo un po’ mitico di un femminismo intellettuale e metropolitano di cui avrei saputo più avanti, e della più spigolosa e volitiva Lily Tomlin-Violet. Erano immagini di donne (colleghe, e due su tre senza più un marito) e di vite molto diverse da quelle che avevo intorno: impossibile che non mi si imprimessero nella mente, insieme ai valori e al dinamismo che portavano.

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Dolly Parton accepting Liseberg Applause Award 2010 portrait - Curtis Hilbun - Wikimedia Commons.

In segno di lutto, per una settimana la bandiera americana resterà a mezz'asta, ha disposto Donald Trump – “she really liked me, you know”!

Ma nel 1980, proprio in quella colonna sonora, Dolly-Doralee, con il suo sorriso che pareva una sfida permanente, cantava così:

It's a rich man's game / No matter what they call it

Oggi questi versi non descrivono più solo quel sistema aziendale ed economico, ma abbracciano un orizzonte spaventosamente più ampio. E un hillbilly come lei, J.D. Vance, che viene da uno scenario geograficamente non così lontano, di quel “rich man” è per ora il vice, e in pectore chissà.

Il sogno americano, insomma, ha incarnazioni molto diverse. Almeno per un momento, però, lasciamoci ispirare da quello pragmatico, solidale e radioso di Dolly. Dopotutto, scriveva nel 2021 il New York Times, Is There Anything We Can All Agree On? Yes: Dolly Parton !

Porter Wagoner and Dolly Parton 1969

In copertina, Dolly Parton - RCA Press Photo (1970) - Wikimedia Commons.

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