Eve Babitz e la Los Angeles dell’età dell’oro

4 Febbraio 2023

La ami follemente o la detesti. Parlo di Los Angeles, terra natale di figure controverse: Topolino, Marilyn Monroe, Richard Nixon, il Big Mac e McDonald’s, ma anche di Eve Babitz (1943-2021), una leggenda nella scena artistica pop della città degli angeli negli anni sessanta e settanta, memorialista aristocraticamente bohemien ripescata dall’oblio di cataloghi editoriali di nicchia, di un’epoca affollata di erba, funghi, acidi e affini, la cui prosa è stata descritta “lieve, soave, fluttuante, accattivante, distrattamente lussuriosa”, che sarebbe come dire vaporosamente californiana, una che – per citare Nanni Moretti in Ecce Bombo – alla domanda “come campi?” avrebbe risposto: “Mah, giro, mi muovo, faccio cose, vedo gente”. 

Le cose di Eve erano variamente creative, oscillanti tra collage, fotografia e design di copertine di vinili: celebri quelle disegnate per Linda Ronstadt, The Byrds, o i Buffalo Springfield. La gente erano soprattutto le star del rock, coloro con cui aveva delle storie, possibilmente uomini che non lasciassero tracce permanenti, di solito belli e impossibili, come il fotogenico futuro frontman dei Doors Jim Morrison, letteralmente rimorchiato in un club del Sunset prima della beatificazione: «Con Jim la fine era imminente ogni notte e l’alba non era mai certa. Stare con Jim era come stare con un David di Donatello dagli occhi azzurri». 

Ma Morrison non era rose e fiori, era tutt’altro dalla leggenda che il folklore pop-rock ci ha tramandato, altro che «soldato che ha valicato le frontiere della mente per la salvezza dell’arte, guerriero che scriveva di sesso e di morte», come lo descriverà Oliver Stone. 

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Babitz Stravinskij.

Anni più tardi, nel 1991, Eve ne sfaterà la saga maledetta in un articolo pubblicato da Esquire dal titolo Jim Morrison Is Alive And Well And Living In Hollywood  in cui racconta di avere conosciuto Jim all’inizio del ’66: «Era appena dimagrito e indossava un completo di pelle scamosciata grigia, legato insieme alle cuciture con dei cordini, e senza camicia. Era il miglior vestito che avesse mai avuto, ed era così carino che nessuna donna era al sicuro. Aveva ventidue anni, pochi mesi meno di me. Aveva la freschezza e l’umiltà di chi era stato grasso per tutta la vita e ora era improvvisamente una gloria mattutina. L’ultima volta che ho visto Jim senza maglietta, il suo corpo era così devastato da cicatrici, tossine e gonfiore che avrei voluto ucciderlo». A uccidersi ci penserà lui stesso grazie a alcol e droghe consumate in quantità industriale.

Ma Eve non disdegna neanche il mondo del cinema, frequentando future star, in attesa della fama, che sbarcano il lunario facendo il falegname, leggi Harrison Ford; facce da schiaffi come Steve Martin che Eve fotograferà in mutande e petto villoso, al quale consiglierà di vestirsi di bianco, à la Lartigue, quando si esibisce in teatro, al glorioso Trobadour, in versione stand-up comedian (lui obbedisce e ben gliene incolse); artisti che segneranno, con la loro leggerezza pop, la scena culturale di Los Angeles come i fratelli Ed e Paul Ruscha. 

Insomma, «Scegliere un uomo è come scegliere un aggettivo», annoterà Eve che non si lascia neanche scappare l’occasione di farsela con la fotografa Annie Leibovitz. E l’aggettivo che aveva scelto per il leggendario compositore russo Igor Stravinskij (certo, non un suo spasimante) era “minuscolo”, «un grande omino minuscolo, felice e brillante, infagottato dentro sciarpe di lana scozzese». Ma che c’azzecca Igor Stravinskij con Eve Babitz?

Famiglia Babitz.
Famiglia Babitz.

Weimar On The Pacific

Era successo che Stravinskij, sorpreso nel 1939 dallo scoppio della guerra in Europa mentre era negli Stati Uniti a tenere un corso di poetica musicale all’Università di Harvard, si era rifugiato, come molti espatriati europei (vedi Thomas Mann, Bertolt Brecht, Lion Feuchtwanger, Arnold Schoenberg, Theodor Adorno, Max Horkheimer, Aldous Huxley, Fritz Lang, Billy Wilder), nell’abbraccio accogliente di Los Angeles, trasformatasi per l’occasione in una sorta di Weimar On The Pacific, dove aveva subito fatto amicizia con Sol, il padre di Eve, raffinato musicista, studioso di musica barocca, primo violino sotto contratto con la 20th Century Fox, che l’aveva introdotto in un ambiente alquanto diverso da quello europeo a cui Stravinskij era avvezzo, aiutandolo, fra l’altro, a reperire tutta quell’attrezzatura professionale necessaria a un compositore. «Mio padre era amico di gente favolosa», ricorda lei. 

La madre, Mae, veniva dal Texas sudorientale. Era una francese cajun che si era liberata dell’accento del sud trasformandosi in una del posto, artista anche lei, «ossessionata dalle vecchie case vittoriane di Los Angeles che, una dopo l’altra, con una rapidità degna di miglior causa, venivano abbattute per fare spazio a nuove costruzioni spesso anonime: così andava in giro per la città a disegnarle per tenerne memoria».

Grazie ai Babitz, Stravinskij finì per diventare noto non tanto per La sagra della primavera, o L’uccello di fuoco, o per Petruška, bensì per altre due ragioni ben più popolari: l’aver scritto l’Ebony Concerto per il clarinettista jazz Woody Herman (aveva incorporato alcune peculiarità del jazz in una composizione di ampio respiro e di grande impegno virtuosistico), ma soprattutto per essere diventato il padrino di Eve Babitz che, in seguito, rammenterà: «Mi passava di nascosto bicchieri di scotch da sotto il tavolinetto quando mia madre non guardava, e io avevo 13 anni». 

Intorno ai Babitz, oltre a Stravinskij, gravitavano leggende musicali come i jazzisti Jelly Roll Morton e Billie Holiday, il cantante e pianista Nat King Cole con cui Sol, insieme al violinistia jazz Stuff Smith, era solito organizzare storiche jam session nel bar dirimpettaio ai mitici e eleganti studi della NBC Radio City, dove lavorava, nei pressi di Sunset e Vine (disastrosamente demoliti nel 1964 per far posto a una banca). A casa loro potevi incrociare gente come il compositore premio Oscar Bernie Herrmann, quello che aveva musicato la maggior parte dei film di Alfred Hitchcock, e anche di Orson Welles, François Truffaut, Brian De Palma, Martin Scorsese; il violinista József Szigeti; oppure ancora giovani cantanti liriche come Marni Nixon (futura doppiatrice delle “voci musicali” di Audrey Hepburn in My Fair Lady, di Deborah Kerr in Il re ed io, di Natalie Wood in West Side Story, di Marilyn Monroe in Gli uomini preferiscono le bionde) che, accompagnata da Sol al clavicembalo, provava temi polifonici di Giovanni Pierluigi da Palestrina. 

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Ferus Gallery.

Francis Scott Fitzbabitz

Nonostante Eve fosse cresciuta in un invidiabile e stimolante ambiente musicale, è lei stessa a chiedersi: «Com’è possibile che io non sia diventata un’affermata musicista invece di una bionda da spiaggia che rubava i numeri di Photoplays per ritagliare le foto di Tony Curtis?». La risposta si trova nelle confessioni La mia Hollywood, il nuovo capitolo dell’opera omnia della Babitz che l’editore Bompiani sta meritoriamente pubblicando (nella traduzione di Tiziana Lo Porto), a partire da Slow Days, Fast Company (2017), Sex & Rage (2019) e L.A. Woman (2021). Storie neanche tanto di finzione, tessere inseparabili di un grande romanzo autobiografico che si dipana sullo sfondo di una Los Angeles solare di cui Eve amava persino lo smog, e di cui era capace di evocare, con quella sua prosa jazzistica alla Chet Baker, non solo l’inconfondibile luce pittorica ma, anche «in due frasi, costruire paesaggi e distruggere persone con la stessa grazia fulminante», ricorda la sua “ri-scopritrice” Lili Anolik alla quale si deve il soprannome di “Francis Scott Fitzbabitz”: «Perché Eve era, come Scott, la voce del suo tempo» (il successo del “Babitz Revival” è dovuto a un articolo della Anolik uscito su Vanity Fair nel 2014, trasformato recentemente in libro dal titolo Eve Babitz and the Secret History of L.A., Simon & Schuster, 2020).

E anche se Scott, quello vero, aveva annotato, a margine del manoscritto del romanzo incompiuto su Hollywood, The Last Tycoon (“Gli ultimi fuochi”), che «non ci sono secondi atti nelle vite americane», Eve è l’eccezione che conferma la regola, lei che un secondo atto, anche se purtroppo postumo, l’ha avuto. Da scrittrice di nicchia sconosciuta ai più è diventata un fenomeno globale, tradotta in decine di paesi, vive oggi una meritata rinascita editoriale. «Ai tempi del suo esordio era troppo seducente, pepata, festaiola e vogliosa di sensazioni forti per essere presa sul serio», annota Anselma Dell’Olio, alias Selma Jean Dell’Olio, altra losangelina doc.

Quando Eve Babitz, nuda, giocò a scacchi con Marcel Duchamp

A rendere Eve famosa in mezzo mondo non furono però i suoi romans à clé, bensì una foto surreale che la ritraeva, nuda, mentre giocava a scacchi con il maestro del surrealismo Marcel Duchamp. 

Era successo che nel settembre del 1963 il gallerista Walter Hopps aveva organizzato la prima grande retrospettiva americana di Duchamp, che gli era stato presentato dagli amici collezionisti e mecenati Louise e Walter Arensberg. 

Hopps era un personaggio interessante. Era stato tra i fondatori della leggendaria galleria Ferus (quella che nel ’62 aveva messo in mostra i barattoli delle zuppe Campbell di Andy Warhol, ben prima che l’artista venisse “scoperto” dai mercanti della East Coast), lasciata per diventare prima curatore, poi direttore del Pasadena Art Museum (oggi Norton Simon Museum). Doveva diventare medico, ma la presenza a Los Angeles di tutti quegli emigrati europei che, come dicevamo, si erano trasferiti in California, in fuga dalle persecuzioni razziali della Germania nazista, gli aveva cambiato la vita. Soprattutto l’incontro con Igor Stravinskij, padrino di Eve Babitz, che aveva fatto da trait d’union fra i due. 

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Babitz Duchamp.

Ed è proprio durante quella storica retrospettiva – che segnerà la definitiva dissoluzione della divisione tra la cultura alta delle cosiddette Belle Arti e la cultura pop(olare), con l’avvento del predominio di Los Angeles su New York – che verrà scattata la celeberrima foto che, rivista anni più tardi, farà dire a Eve: «Sono sei chili sovrappeso, cosa di cui a volte mi dimentico, ho un aspetto da invincibile e non mostro mai nessuna delle qualità femminili tanto elogiate nei secoli, come la modestia, il tatto o la dolce vulnerabilità. Che male c’era però a pensare che ero comunque bella? Del resto Los Angeles è bella, e non è né affascinante né perfetta».

A dire la verità, si trattava di una provocazione nei confronti di Hopps – gelidamente descritto da un’inviperita Eve: «con occhiali alla Clark Kent che gli tagliavano la faccia in quadrati rettangolari e lo facevano sembrare quadrato e freddo come un sedano» – che non l’aveva invitata al party di inaugurazione della mostra (i due avevano una relazione ed era immaginabile che Hopps, regolarmente sposato, non volesse trovarsi al centro di incontri compromettenti).

In una rara intervista rilasciata a Paul Karlstrom, all’interno del programma di storia orale dell’istituto Smithsonian (Archives of American Art), Eve ricorda che la cosa l’aveva indispettita non poco, così quando il fotografo Julian Wasser, chiamato a immortalare la mostra per conto del settimanale Time, le propose uno scatto con lei che giocava nuda, a scacchi, con Duchamp, Eve non se lo fece ripetere due volte. O meglio, la cosa fu discussa una sera a cena con la famiglia al completo. Miriam, la sorella di Eve, ricorda: «Papà disse: “visto che si tratta di arte e di Duchamp, penso che sia ok”. Poi aggiunse, da giocatore di scacchi quale era: “mi raccomando prendigli subito la regina”». 

Dunque, via i vestiti, e il risultato è storia della fotografia. Anche se Time non pubblicherà mai quell’immagine, oggi reperto museale: troppo scandalosa per l’anima puritana dell’America. «Ma ne valse la pena. All’improvviso Walter entrò nella sala e alla vista della scena rimase a bocca letteralmente aperta, tanto che gli cadde per terra la gomma che stava masticando. Una Double Mint, per la cronaca», ricorda lei con meticolosa precisione.

Il gangster e la biondina

È una precoce Eve Babitz quattordicenne – indubbiamente attraente, anche se lei si schernisce scrivendo che al liceo era solo carina – che ritornando a casa dopo una festa a cui era andata senza permesso, si fa accompagnare da un uomo “favolosamente bello” che, quando scopre che la biondina ha solo 14 anni la molla a un isolato da casa, le dà un bacio niente affatto paterno e le dice: «Non permettere agli uomini di rimorchiarti così, ragazzina, potresti farti male». 

Solo un paio di anni più tardi, Eve scopre, sulle prime pagine dei giornali, che quell’uomo “favolosamente bello” era stato trovato morto nel bagno di casa dell’amante, l’attrice Lana Turner, pugnalato a morte, con un coltello da cucina, dalla figlia quindicenne della Turner, Cheryl Crane. Si trattava di Johnny Stompanato, guardia del corpo e tirapiedi del “boss del Sunset Strip”, il gangster Mickey Cohen, a sua volta portaborse di Meyer Lansky, uomo di fiducia di Lucky Luciano: tutti pezzi da novanta dell’élite della criminalità organizzata di matrice ebraica, quei Jewish mobsters che avevano “inventato” la moderna Las Vegas del gioco d’azzardo.

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The Sheik.

C’era una volta l’età dell’oro. Com’era? Diversa

Eve cresce sprezzante e impaziente. Impara «che la bellezza è potere e il potere è impotente davanti alla bellezza», disprezza le lezioni d’arte «perché non c’entravano nulla con l’avventura; odiavo la ginnastica perché odiavo stare in fila. Di solito, in classe, ero trionfante e mi divertivo a sgranare gli occhi ed essere sarcastica».

Frequenta la Hollywood High, il liceo che in città conta, la cui mascotte è Rodolfo Valentino: la sua immagine maestosa campeggia su una parete della scuola, insieme alla scritta didascalica The Sheik, omaggio al film che scaglierà il divo del muto, il latin lover per eccellenza, nella leggenda, (proprio un articolo su Lo Sceicco, ripreso in un capitolo di La mia Hollywood, aprirà a una giovane Eve le porte della rivista Rolling Stone). 

In quella scuola, ricorda la Babitz «le ragazze erano incredibilmente belle. E ce n’erano circa venti che, prese singolarmente, ti mandavano fuori di testa. Insieme – e stavamo quasi sempre insieme – erano il fallimento di ogni serio tentativo di fare lezione. Una bellezza così concreta che i capoclasse e le insegnanti responsabili della condotta aiutavano le ragazze nei loro intrighi invece di tentare di imporre l’ordine».

Ma a differenza della gente della sua età «che dice di ricordare Elvis quando pensa al liceo e di pensare al liceo quando ascolta Elvis, io riesco a vedere solo visi, abiti, e a sentire le risa delle ragazze che frequentavano la mia scuola. Non provo mai a descrivere i miei, di giorni al liceo, che non c’entravano niente con la musica e non c’entravano niente con le auto truccate, o con l’acne, i capelli unti». Insomma niente Grease, niente American Graffiti

Il mondo anticonformista di Eve – spesso descritto à la Colette, “dall’ammiccante selvatichezza, dalla spregiudicata sensualità” – è stato un mondo rock in cui, per dirla con il nostro Vasco Rossi, bisognava “andare al massimo, senza frenare, per vedere come va a finire”, insomma una vita “esagerata, piena di guai”. Il guaio peggiore? La dipendeza smodata da cocaina. E poi l’incidente d’auto (la cenere di un cigarillo le dà fuoco alla gonna di poliestere estremamente infiammabile mentre guida il suo vecchio maggiolino) che, nel 1997, le lascerà il corpo sfigurato da ustioni di terzo grado, e solo il sostanzioso intervento finanziario di amici e ex amanti le permetterà un lungo ricovero ospedaliero da cui non si riprenderà mai. E, da allora, diventerà una reclusa, il fantasma di se stessa. E il sipario calerà sulla sua Hollywood. 

Com’era la vita di una volta? «Diversa», dirà laconica. Già, perché quella era l’età dell’oro di Los Angeles. E scrive: «All golden age end. They just fall apart, and there’s nothing specific you can point to as a cause». Tutte le età dell’oro finiscono. Si sgretolano e non sai mai perché. Ne restano, però, racconti appassionati, imperdibili.

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