Ispirazione

21 Marzo 2026

Fair-play, inclusione, comprensione, determinazione, uguaglianza, rispetto, pace, fratellanza, coraggio, ispirazione, solidarietà: ogni sabato il testo di uno degli undici podcast sui valori olimpici e paraolimpici realizzati da Doppiozero per BAM, con la collaborazione di Malagola, ascoltabili su Spotify.

Sembra alludere a una stra-ordinaria condizione psichica in grado di farci guadagnare mete che mai ci saremmo sognati di poter raggiungere; ma, più specificamente, a cosa ci si riferisce con il concetto di “ispirazione”? Una cosa deve esser anzitutto chiara: che, come ogni concetto, anche quello di “ispirazione” si dice in tanti modi.

Potremmo alludere, ad esempio, a uno stato della coscienza, ma anche, più in generale, a una condizione spirituale, oppure a una specifica tensione psicofisica.

Ad ogni modo, quel che più conta è che, se per un verso tale forza sembra provenire da “altrove”, per un altro verso la medesima sembra anche particolarmente adatta a ‘far emergere’ il meglio di noi stessi.

Bel paradosso – verrebbe da aggiungere.

In ogni caso, si tratta di un insieme di occorrenze, che riguardano sì le attività creative (arti in genere), ma sempre anche lo sport.

E che finiscono per sbatterci in faccia la nuda verità secondo cui nessuno di noi, a ben vedere, conta nulla, in rapporto agli eventuali successi ottenuti da quelle che del tutto impropriamente siamo abituati a considerare come “nostre” prestazioni. Per quanto non si possa neppure rinunciare a considerarle nostre, queste ultime. “Nostre”, o meglio, delle persone attraverso cui le medesime riescono a manifestarsi.

Insomma, che nella partita del 2 agosto del 1959 Pelè fosse particolarmente ispirato, è un rilievo che troverebbe tutti d’accordo. Ma anche che al Roland Garros del 1976, contro Björn Borg, Panatta abbia dato il meglio di sé, e che si trovasse in un particolare stato di grazia, nessuno oserebbe negarlo.

Cosa strana, dunque, l’ispirazione – come non riconoscerlo? Uno stato psico-fisico che ha sì a che fare con lo spirito vitale, o addirittura con qualcosa come il respiro divino, ma che, proprio per questo, allude a una condizione che, là dove ci venga donata (di fatto, abbastanza raramente), appare elargita del tutto indipendentemente dal merito – anche se non di rado si ritiene che il signor X “quella condizione particolarmente ispirata se la sia proprio meritata”.

In ogni caso, quando viene, sopraggiunge in modo sostanzialmente “inspiegabile”.

Eppure, nessuno può fare a meno di attenderla, e non di rado anche con una certa apprensione; chiunque, cioè, finisce per bramare, esigere o quanto meno pretendere (come se gli spettasse di diritto) un tale stato di grazia.

“Ho studiato tanto, ho tanto faticato, mi sono così tenacemente allenato, mi sono esercitato con tanta passione… che almeno un briciolo di ispirazione mi spetta!”

Chi non l’ha mai pensato, in cuor suo? Ci impegniamo, ci esercitiamo e studiamo sino ad estenuarci, quasi fossimo chiamati a preparare il terreno per il suo avvento. Come se quest’ultimo potesse davvero dipendere dal modo in cui ci si sia preparati ad accoglierlo o dall’intensità con cui lo si sia desiderato.

E non è paradossale tutto ciò?

Certo, assolutamente paradossale, anzi – diciamolo pure – del tutto assurdo: la vogliamo, la desideriamo (l’ispirazione), per poterci esprimere meglio di chiunque altro, per emergere, per imporci, per primeggiare. Insomma, per poterci sentire realizzati. Ma insieme sappiamo che, se verrà a visitarci (lo spirito in grado di i-spirarci), quando lo farà, la sua potenza sarà tale da rendere il “risultato” del nostro fare del tutto indipendente da noi – togliendoci di fatto ogni merito, e dunque rendendo del tutto inessenziali lo sforzo e la fatica che si potrà aver fatto per raggiungere quel determinato risultato.

Un tale paradosso Marcel Duchamp lo conosceva bene; e lo spiegava con la nozione di “coefficiente artistico” (indicante quel che rimane, quando si sia tolto, dal risultato della nostra pratica, quanto, della medesima, è giustificabile in base alle conoscenze di cui disponevamo e al progetto che ci eravamo consapevolmente proposti di realizzare).

Un discorso, questo, che vale anche per i risultati sportivi, per l’affermazione in un gioco in cui vi saranno sempre, alla fine, un perdente e un vincente… ma, ancora una volta, solo in virtù di un volere incondizionato di cui nessuno può riconoscersi plausibilmente “responsabile”. Per cui nessuno dovrebbe cioè venire ragionevolmente premiato.

Insomma, quella che sperimentiamo, quando ci sentiamo particolarmente “ispirati”, è una condizione oltremodo contraddittoria che ha originariamente a che fare con l’impossibile. In virtù della quale, cioè, tocchiamo con mano il fatto che ci si può realizzare davvero, e soprattutto al meglio, solo facendosi da parte, ossia, facendo spazio a qualcun altro; anzi, all’Altro “senza volto” che di volta in volta abbiamo chiamato Dio, Inconscio, Genio… etc.

Per questo, nel realizzarci, operiamo sempre anche una critica… e non poco radicale, al nostro “ego”. Cioè, al soggetto che ognuno di noi anche è.

Sì, perché al nostro “Io” appare, e con la massima evidenza, che non è certo lui ad aver fatto quello che avrà comunque anche fatto. Soprattutto quando il risultato abbia superato le più rosee aspettative. Lui – il nostro “Io”, infatti, avrebbe potuto al massimo sperare di riuscirci; impegnandosi finanche allo stremo.

È vero, può senz’altro avercela messa tutta; ma, se anche ce la dovesse fare, non sarà certo lui ad avercela fatta. Ad avercela fatta essendo sempre, piuttosto, una volontà che, come sapeva bene Schopenhauer, non è mai né mia, né tua, né di nessun altro.

Ecco cosa può rendere quella dell’ispirazione un’esperienza massimamente “educativa”.

Sempre che la si sappia leggere; e soprattutto che si sia onesti con se stessi – e si sia in grado di riconoscere che, quando un’opera o un’impresa vengono portate a termine con successo (rischiando di farci saltare dalla gioia), nulla di quel che abbiamo studiato, nulla di quel che sappiamo, o di quello che potremmo anche aver imparato tramite un impegno costante e non di rado faticoso, potrà giustificare davvero il risultato della nostra azione.

Ogni artista lo sa bene; sa bene che mai sarebbe bastato il suo sapere, e neppure la sua competenza o le sue abilità, a spiegare quel che, solo grazie all’ispirazione (a quel momento di grazia che potrà aver avuto la fortuna di sperimentare), sarebbe infine riuscito a fare.

Anch’io lo so bene; almeno in quanto musicista e disegnatore. Ma in verità lo so anche in quanto filosofo.

So bene, cioè, che le cose migliori, tra quelle che ho fatto sino ad ora (si tratti di assoli eseguiti durante un concerto o della registrazione di un disco, si tratti pure di disegni o di saggi filosofici), non sono in alcun modo spiegabili in base a quello che avevo comunque imparato. O meglio, non solo in base a quello. Cioè, in base alle nozioni che avessi accumulato negli anni; o alla tecnica di cui fossi riuscito a dotarmi.

So bene, insomma, che le cose più belle da me realizzate trascendono (e in modo pressoché assoluto) l’orizzonte della mia conoscenza; e che, proprio per questo, mi consegnano (quando ci riescono) a un orizzonte che non sarà più fatto di semplici “significati”, ma anzitutto e soprattutto di un “senso”.

Perciò va anche riconosciuto che l’arte e la filosofia non ci insegnano davvero nulla – almeno, nell’ordine dei significati. Come non si insegnava nulla nelle aule dell’Istituto Benjamenta, frequentato da Jakob von Gunten (protagonista di un bellissimo romanzo di Robert Walser).

O meglio, ce ne offrono molti, di significati, cioè, di contenuti conoscitivi; ma non di quelli è fatta la loro materia più propria. Non sono certo i significati, infatti (che pur anch’essa trasmette, e per forza di cose), la loro specificità; ciò che le rende così importanti per noi e per la nostra vita. Potremmo addirittura sospettare che queste pratiche possano diventare importanti, imprescindibili e irrinunciabili, “nonostante” i loro molti significati… ma mai grazie ai medesimi.

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Immagine di Wikimedia Commons.

Sembra assurdo, ma è proprio così.

D’altro canto, per imparare, per accumulare significati, per arricchire il nostro bagaglio conoscitivo esistono già non pochi saperi (fisica, matematica, biologia etc.); abbiamo a disposizione diverse discipline, cioè, che possono insegnarci, irrobustendo in modo significativo la nostra preparazione. Facendoci diventare sempre più competenti.

L’arte e la filosofia, invece, pur avendo sempre a che fare, anch’esse, e inevitabilmente, con significati, non “guardano” ai medesimi, almeno… quando riescono a essere veramente tali. Quando riescono cioè a farsi vera arte e vera filosofia, queste due pratiche ci fanno finalmente e solo capire.

Ma cosa, propriamente, ci farebbero capire?

Anzitutto, ci fanno capire che le cose “non stanno” mai come sembra, come ci vien fatto di credere in base alle conoscenze acquisite (fatte sempre e solamente di “significati”). Che esse, cioè, non sono mai come le concepiamo e continuiamo a intenderle; e che neppure noi siamo mai quello che pur anche siamo convinti di essere (come avrebbe ammesso anche lo Jago shakespeariano).

L’intuire reso possibile dall’ispirazione ha infatti a che fare con il “capire”, piuttosto che con il conoscere; stante che, del conosciuto, una tale attitudine ci dice in verità solo questo: che non esso è mai quel che è. Stante il suo rendere identici, in ogni cosa, l’essere e il non essere (quel che è).

Per questo, l’errore più grave che si possa fare, nel rapportarsi alle cose tutte e ai loro significati, è credere (del tutto infondatamente) che le medesime siano davvero quel che sembrano essere, conformemente ai significati tramite cui le definiamo o pensiamo di essere riusciti a conoscerle.

Ecco perché una tale attitudine dovrebbe farci capire anzitutto una cosa: che è radicalmente erroneo credere di essere quel che si è; e soprattutto credersi responsabili di quel che si fa. E credere che sia giusto venire premiati per aver fatto quel che si sarà riusciti a fare nei momenti di grazia illuminati da una qualche effettiva intuizione.

L’attitudine che chiamiamo “ispirazione”, insomma, ci fa capire che l’errore fondamentale è credere che qualcosa come un “ego” sia, e soprattutto che proprio esso dica la vera e unica causa di quel che si sarà riusciti a fare o realizzare. Perciò la medesima dovrebbe anche educarci a non credere con troppa sicumera di poterci ritenere realmente e soggettivamente responsabili dei “nostri” capolavori. Che potremo certamente aver fatto o realizzato con le nostre mani, ma sempre grazie ad una forza da cui le nostre stesse mani sembrano esser state guidate, ben al di là della lucida consapevolezza di quel che si sarà di volta in volta venuti facendo.

Perciò l’esperienza dell’ispirazione, invece di ingigantire il nostro “Io” sulla base di imprese delle quali rischiamo di sentirci troppo spesso e ingiustificatamente responsabili, dovrebbe insegnarci che quanto di bello e rilevante (di “bello e buono” – kalòs kai agathos – avrebbero detto gli antichi) si riesce a realizzare, è fatto, in verità, da quello che io propriamente né sono né voglio (per dirla con Montale). E che non è e non vuole essere neppure un semplicemente “altro da me”; esso medesimo negante, e da sempre, la propria determinatezza positiva. Allo stesso modo in cui la nego io, per l’appunto.

Ecco, di tutto questo, il filosofo dovrebbe rendersi anzitutto consapevole, e prima di ogni altro; in quanto, come già rilevava Socrate, questo solo ci è dato sapere: di non sapere. Perciò, tutti coloro che siano stati baciati da quello stato di grazia che siamo soliti chiamare ispirazione, dovranno sapere anzitutto una cosa: che il successo non sarà mai il loro; e che il trionfo dell’uno a scapito dell’altro dipende solo da un’illusione ottica.

Perché il cosiddetto mio successo, stante il mio non essere affatto autorizzato a definirlo “mio”, non dovrebbe neppure venire vissuto come un successo soggettivo o personale (ottenuto, cioè, grazie alla sconfitta dell’avversario). Il mio successo, insomma, sarà sempre anche un successo del supposto ‘perdente’; insomma, nessuno dei due potrà dirsi né vincitore né sconfitto.

A vincere essendo sempre e solamente la “grazia”; uno stato unico e irripetibile che ci fa fare qualcosa che, indipendentemente da esso, mai saremmo riusciti a fare. A vincere è insomma ciò che non ci distingue; e che non fa essere l’uno in un modo e l’altro in un altro. E neppure potrà averci resi più forti e capaci “in quanto soggetti”.

Insomma, ad averci resi capaci di fare quel che abbiamo fatto, non è mai qualcosa di “nostro”, quasi si trattasse di un vero e proprio talento soggettivo. Perciò non sappiamo assolutamente spiegare come ciò sia stato possibile.

Perciò le cose più importanti della vita, le intuizioni decisive – quelle che possono anche averci modificati alla radice – accadono sì attraverso le nostre mani, attraverso la nostra coscienza e la nostra forza, ma non dipendono mai dalle nostre mani, e neppure dalla nostra coscienza o dalla nostra forza; o meglio, non dipendono dalle nostre mani, pur determinandosi grazie ad esse e in virtù del loro movimento. Perciò la loro condizione di possibilità rimane un “enigma”.

Insomma, è proprio grazie all’ispirazione, e alle esperienze radicali da essa rese possibili, che possiamo renderci conto di essere costitutivamente “doppi”: rendendoci conto anzitutto del fatto che facciamo non facendo, così come vinciamo senza vincere e veniamo premiati senza merito.

Solo grazie all’ispirazione, cioè, ci è dato prendere atto dell’assurdità della vita. Che ci illude di essere protagonisti, di poter diventare eroi, e magari anche di essere i migliori… ma, nello stesso tempo, e proprio là dove rende possibili i risultati che sembrano autorizzare tali illusorie convinzioni, mostra la costitutiva infondatezza, cioè l’originaria fallacia delle medesime.

Insomma, l’ispirazione può anche venire concepita come prezioso antidoto contro il superomismo dilagante; contro la spasmodica ricerca di successo personale. Contro quella sensazione di onnipotenza che spesso anche il successo sportivo, soprattutto se eclatante, rischia di alimentare, rischiando di farci troppo spesso “smarrire la retta via”.

Perciò è così importante riflettere sugli stati eccezionali che puntellano la vita degli artisti e degli sportivi… ma anche dei filosofi e dei saggi, mi vien da aggiungere. Perciò è così importante fare “epoché” e mettere tra parentesi i significati, magari complessi, di cui siamo soliti vantarci. Che pensiamo di aver definitivamente acquisito; e che troppo spesso ci fanno credere di essere sulla strada giusta.

Insomma, quello filosofico (e non solo quello artistico) va piuttosto concepito come un vero e proprio esercizio di sottrazione, di negazione, di dubbio… e di smantellamento di tutte le convinzioni, anche quelle più radicate. Ecco perché va concepito come esercizio autenticamente kenotico (di vera e propria sottrazione) anche l’agone sportivo. In cui potrebbe anche sembrare che, prima di ogni altra cosa, si debba fare di tutto per vincere, ossia, per sconfiggere l’avversario. Come se la lotta fosse davvero una lotta tra me e lui, e non tra noi e una potenza ctonia di cui nulla sappiamo, ma che pur tuttavia tutto decide e di ogni cosa illumina la radicale inconoscibilità e la radicale – per dirla con Kant – noumenicità.

Capire questo significa dunque capire che, solo in virtù dell’ispirazione, diventa possibile fare esperienza del noumeno – senza che per questo ci si possa illudere di poterne anche conoscere il significato. Significa capire che solo in virtù dell’ispirazione veniamo messi in relazione con il “mistero” nel senso più autentico del termine; quello, cioè, che non sta affatto al di là del conosciuto (anche perché al di là di ogni conosciuto, vi sarà sempre e solamente un altro conosciuto), pur consentendoci di decostruire, e di farlo nel modo più radicale, ogni edificio conoscitivo, ogni sistema e ogni sapere. Sì da poterlo riconsegnare al “non” che, solo, sembra in grado di renderlo più “bello” e più “vero”, e, magari, finalmente “capito”, oltre che “conosciuto”; ossia, “riconosciuto” nella sua più radicale inconoscibilità.

In copertina, immagine di Wikimedia Commons.

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