Il colore della perdita

10 Dicembre 2023

Il Blausäure, "l'acido blu" era conosciuto nella Germania nazista come la forma liquida del cianuro: lo racconta Benjamin Labatut nel primo capitolo intitolato "Blu di Prussia" del suo libro Quando abbiamo smesso di capire il mondo, versione italiana di Un verdor terrible (2019). Il cianuro era la sostanza mortale che si sprigionava dalle docce dei campi di concentramento nazisti mentre, decenni prima, un antenato di questo gas, lo Zyklon A – scrive Labatut – era stato impiegato come pesticida negli aranceti californiani. Entrambi rimandano alla vera origine del cianuro, "ricavato nel 1782 dal primo pigmento sintetico moderno, il Blu di Prussia". Chissà perché il blu, questo colore elegante ma, sembrerebbe, malvagio, ispira gli scrittori e gli artisti. "Se in un quadro i cattivi umori del pittore, le sue torbide malinconie, i suoi errori, le sue sfrenate ambizioni condensano e si esprimono, state certi che là, in quel punto, troverete la mia ombra, l'ombra del Blu" scrive Ennio Flaiano, nella raccolta postuma di suoi testi scelti da Cesare Garboli nel 1974, Autobiografia del Blu di Prussia. Sono sempre gli umori cattivi che generano quel blu "velenoso, sordido, intelligente": anche per Derek Jarman Blue significava dolore perché durante le riprese di questo suo ultimo film (1993) l'Aids lo aveva reso quasi cieco a causa di una infezione da citomegalovirus, che virava in blu i colori di quel poco che riusciva a intravedere.

Lo stesso accade a Maggie Nelson che scrive Bluets (traduzione di Alessandra Castellazzi, Nottetempo 2023) sull'onda della sofferenza per la fine di un rapporto e del coinvolgimento nella disperazione di un'amica diventata quadriplegica. Maggie Nelson ci porta subito fuori strada nell'incipit: "E se cominciassi dicendo che mi sono innamorata di un colore?". Ma non sono frammenti di un discorso amoroso i testi brevi, numerati da 1 a 240, attraverso i quali la scrittrice ci conduce nella sua personale esplorazione della "perdita": di una relazione, dell'uso del corpo, del sentimento del sacro. Roland Barthes, che non viene mai citato, ha fornito all'autrice il modello di scrittura, con questi elementi assemblati casualmente, privi di cronologia, per essere letti come testi indipendenti, senza consequenzialità logica. Mentre sembra di riconoscere, dietro a ogni riga, il fantasma di Susan Sontag che suggerisce lo stile. Maggie Nelson pubblica negli Stati Uniti questo piccolo libro appena ventiseienne, nel 2009, fresca di letture compulsate alla ricerca della "cognizione del colore" (pagina 49), forse un gioco di parole gaddiano e non è escluso che lo sia – se non è una brillante forzatura della traduttrice – dati i riferimenti sofisticati, molti dei quali legati alla cultura europea, che la (allora) giovanissima scrittrice mette insieme sul dolore, intimamente legato a un colore che "se non può curare potrà almeno dare speranza".

Pensare che il blu sia il colore della morte la calma (ma non era il viola?), ricorda che il libro è stato scritto con inchiostro blu "come per ricordarmi che tutte le parole, non solo alcune, sono scritte nell'acqua" ("Qui giace colui il cui nome fu scritto nell'acqua" si legge sulla lapide del poeta John Keats 1785-1821, cui sembra alludere, senza citarlo), rivela dettagli scabrosi sul rapporto concluso e sulla sua sessualità e cita la frase che Goethe scrisse dopo la pubblicazione dei Dolori del giovane Werther: "Oh quanto spesso ho maledetto quelle sciocche pagine che hanno reso le mie sofferenze giovanili di dominio pubblico!", rinforzata da un'altra folgorazione, tratta da Sei Shonagōn: "Qualsiasi cosa la gente pensi del mio libro, rimpiango ancora che esso abbia visto la luce". Con Mallarmé dice che il libro perfetto è quello con le pagine intonse, "il mistero eternamente preservato, come le ali ripiegate di un uccello o un ventaglio mai aperto".

L'ingenuità di una scrittura giovane conferisce a Bluets un'autenticità che permette alla scrittrice di tentare collegamenti trasversali, affascinata dal libro di ricordi sessuali che Catherine Millet aveva scritto nel 2002, La vita sessuale di Catherine M., "un magnifico memoir", e da On Being Blue (2014) di William H. Gass, il libro nel quale lo scrittore americano consegna un mondo di sesso, squallore e tristezza alla gamma emotiva unificante del blu. "Nel suo libro Gass sostiene che noi lettori in realtà vogliamo 'penetrare l'intimità: vogliamo guardare sotto la gonna'.

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Ma la penetrazione alla lunga stanca, lui per primo: 'A che giova sbirciare i peli pubici se poi mi tocca anche vedere le linee rosse lasciate dalle mutande, i brufoli sul culo, i capillari rotti simili all'impronta di un pollice color lavanda, l'aspetto calpestato del cespuglio alla fine della giornata?'". Il blu che vogliamo dalla vita esiste solo nella finzione, meglio "rinunciare alla sensualità di questo mondo a favore delle parole con cui la raccontiamo" dice Gass, virgolettato e subito contraddetto dalla Nelson, influenzata dalla disinibita Millet: "Questo è puritanesimo, non eros...Non ho alcuna intenzione di scegliere tra le cose sensuali del mondo e le parole con cui raccontarle: tanto varrebbe scaldare l'attizzatoio sulla fiamma e preparare gli occhi per l'altare" scrive, lanciandosi nella descrizione pornografica di quello che interessa a lei, non di sbirciare ma piuttosto "di avere i miei tre orifizi strapieni (...) nelle pose e nella luce più inclementi".

Alla fine, come sostiene la traduttrice Alessandra Castellazzi in una sua nota che precede il testo: "Le cose blu che costellano il libro di Maggie Nelson sono cose tristi, cose sconce, cose ebbre o spesso, molto semplicemente, cose, oggetti: cartoline, bracciali, pietre, fermacarte, acquerelli blu". Questo piccolo libro urgente, epigrammatico, frammentario, che sembra scritto da una scafatissima filosofa, invece che da una ventiseienne delusa da un amore e preoccupata per un'amica malata, farcito di citazioni di autori che non basterebbe una vita a conoscere, è stato la cura per la depressione nella quale la Nelson era caduta: "Una cosa che non ti dicono, quando sprofondi nel blu, è che non smetti mai di cadere perché è senza fondo. Forse sarebbe d'aiuto sapere che il fondo non esiste, tranne, come si suol dire, quando smetti di scavare". Maggie Nelson scava nel suo dolore, impietosa, smettendo di sperare e augurandosi, col tempo, di smettere di sentire la mancanza di chi l'ha lasciata: "ma ora parli come se l'amore fosse una consolazione. Simone Weil ci avvertiva del contrario: 'L'amore non è consolazione', scrisse, 'è luce'".

Nel suo percorso si dichiara debitrice verso la teologia cristiana e buddista, verso Wittgenstein, Isabelle Eberhardt, John Berger, Leonard Cohen (il cantautore di Famous Blue Raincoat), Joni Mitchell (la cantautrice del meraviglioso album Blue) e Joan Mitchell, la pittrice da cui ha tratto ispirazione per il titolo Bluets ("Fiordalisi", titolo di un quadro che la Mitchell dipinse nel 1973, anno della nascita di Maggie Nelson), Andy Warhol con il suo Blue Movie e naturalmente Yves Klein, Cornell che coniò il termine "Bluaille" per descrivere la sensazione che si augurava di suscitare tingendo la sua opera di blu, Cezanne con i suoi blu "che prendo così sul serio", l'"ora blu" che in Inghilterra è l'happy hour al pub ma è anche (le è sfuggito) il titolo di un episodio nel film Reinette et Mirabelle (1987) di Eric Rohmer: l'heure bleu, quell'istante tra la notte e l'alba quando improvvisamente tutto tace, prima dell'aurora, e sembra che la natura cessi di respirare, suscitando un brivido di paura. Oggi la metà degli adulti nel mondo occidentale afferma che il blu è il suo colore preferito, scrive Maggie Nelson, dichiarandosi non infastidita che ogni decina d'anni "qualcuno senta il bisogno di scrivere un libro al riguardo".

Lei si sente sicura "della forza e della specificità" del suo rapporto con il blu da condividerlo con noi in questa specie di terapia del dolore, da affrontare con un Pharmacon, che significa medicinale ma "come hanno notato Derrida e altri, la parola in greco si rifiuta notoriamente di specificare se si tratti di veleno o di cura". Davanti al dolore degli altri, Maggie Nelson si rifugia nell'intimità della sua sofferenza, ascoltandola per elaborarla, parlando a voce alta per accettarla emotivamente, dando forma ai suoi pensieri per trovare un significato al dolore, confrontandolo con chi lo ha associato, come fa lei, al blu, un colore malinconico, "che nessuno può, legittimamente, definire festoso". 

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