Le avventure di Sergio Tofano

28 Ottobre 2023

“Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura…”. Impossibile immaginare altro attacco se si racconta di Sergio Tofano, in arte Sto, uno dei più grandi artisti del Novecento italiano (e forse potremmo anche allargarci per le strade d’Europa), uscito di scena cinquant’anni fa, il 28 ottobre 1973. Ogni tanto mi faccio accompagnare proprio dalla delicata, cortese, ironica bizzarria di Bonaventura, “il pupazzo povero e poi milionario” nato dalla sua fantasia. 

Lui, Mister T, è come l’io Epico che, in scena, nel teatro grottesco, abbatte il fragile castello di carta della morale borghese. Faccia stupefatta e un po’ furbetta, sorriso accennato, quasi canzonatorio, Tofano “il brillante” fa fuori il “classico triangolo” (lui, lei e l’altro). L’io Epico del grottesco ribalta la commedia delle falsità. È storia antica, eppure così attuale, così vicina; e noi, talmente sbadati da non accorgerci che simili personaggi ci aiutano a crescere, quando li incontriamo comprendiamo che la vita può essere una scoperta: una scoperta a colori, luminosa. 

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Sergio Tofano.

Senza dimenticare la luce e il fascino che scaturiscono dalla grande bellezza del bianco e nero, lo vedo così Sergio Tofano. Lo immagino camminare dinoccolato, sguardo stralunato, pensieroso mentre si guarda le punte delle scarpe o ammira il particolare d’un mobile che aveva sempre avuto davanti, ma non aveva mai notato. Più che con la testa tra le nuvole, più che distratto, immerso nelle sue mille attività: caricaturista, disegnatore, scrittore, poeta, drammaturgo, regista, attore. Ma attore irregolare, non certo inamidato, attore di scuola ma creativo, mille miglia lontano dalle voci enfatiche e sublimi. Lui ironizza, si diverte, rifacendo il verso ai vecchi (e giovani) mattatori decadenti, che si circondano di mediocri comprimari osannanti e genuflessi, per meglio proporre la propria (p)arte, magari mostrando grande estensione vocale, notevoli mezzi, ma talmente esagerati, da risultare ridicoli invece che drammatici, Tofano si esibisce quasi in un “a parte”, solitario con la sua arte eversiva, rivoluzionaria, capace di spodestare il protagonista e la sua corte. 

Un mondo scenico messo in crisi da Pirandello e dal teatro grottesco che, agendo dall’interno dell’intreccio borghese, ne hanno rovesciato forma e morale anche grazie ad attori nuovi come Tofano. E viene il sospetto che questa ironia verso un teatro superato, reazionario e moralista, Tofano l’abbia subito amata in gioventù, pensando a una scena che rappresenta l’Italia, ad artisti che – direbbe Gramsci – rifiutano l’insincero copione della borghesia plaudente, quella che affolla i teatri; e si sia preparato a quel ruolo scettico e distaccato che diventa grottesco, surreale. Il ruolo del “brillante” si presenta al pubblico, non certo inconsapevolmente, perplesso e stanco di chi gli sta intorno sul palcoscenico. Come ha ricordato Alessandro Tinterri, Tofano aveva dedicato la sua tesi di laurea proprio a questa figura, e geniale com’era – azzardiamo – avrà avuto un piano di innovazione della scena italiana con le attrici e gli attori che, seguendo tracce brechtiane ante litteram o quelle del grottesco, inventavano la loro faccia da “brillante”. 

C’è l’esempio di La maschera e il volto, scritta nel 1916 da Luigi Chiarelli ma costruita in gran parte da un geniale capocomico, Virgilio Talli. E tutto, qualcuno sostiene, per un errore, che trasformò una non inconsistente commedia borghese in un’opera nuova. Inutile dire che durante il fascismo tutto questo fu mal tollerato o morì. E intanto Sergio Tofano ci metteva la faccia. Sfruttando la mobilità dei muscoli poteva passare dal riso al pianto o restare in silenzio, deridendo il dramma senza dire una parola. 

Romano, classe 1886, Tofano si era avvicinato alla recitazione durante gli studi di Lettere all’Università La Sapienza, frequentando l’Accademia di Santa Cecilia. Ottenuto il diploma, nel 1909 entra a far parte della compagnia di Ermete Novelli, e tre anni più tardi, nel 1912, è in quella di Talli. Si sposa nel 1923 con Rosetta Cavallari, prima ballerina della Scala e in seguito attrice: dal matrimonio nasce il figlio Gilberto, futuro regista teatrale e televisivo. Tofano diventa capocomico nel 1927-28. Guida compagnie con grandi attrici e attori: Evi Maltagliati, Luigi Cimara, Vittorio De Sica, Giuditta Rissone. Alle sue dipendenze c’è anche Gigetto Almirante, grande attore che ottenne successo con Sei personaggi in cerca d’autore, nonché zio di quel Giorgio Almirante destinato a una carriera ben diversa. 

Personaggio rinascimentale, impegnato su vari fronti, Tofano si era abbeverato alla fonte di Luigi Bertelli, il Vamba creatore di Gian Burrasca, ragazzino capriccioso ma ansioso di verità che travolge le bugie e le piccole vigliaccherie del mondo degli adulti, abituati a barare o a far finta di niente, mentre accettano canoni e codici vecchi, ammuffiti, storie di corna e di futilità. E proprio a Giannino Stoppani Tofano dedicherà nel 1943 un Gian Burrasca scritto da Cesare Zavattini e interpretato tra gli altri da Cesco Baseggio, Giusi Raspani Dandolo, Ada Dondini e un giovanissimo Paolo Ferrari. Vent’anni più tardi, nel celebre sceneggiato del ’64 – regista Lina Wertmüller, protagonista Rita Pavone – a Tofano toccherà la parte del rettore del collegio, al fianco di Bice Valori che recitava dritta sulle ginocchia. Scene perfette di due professionisti, completamente padroni della parte: impossibile non ridere, con Tofano succube della moglie. 

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Tofano con Monica Vitti in L’isola dei pappagalli, 1954.

La creazione più importante di Tofano rimane però il signor Bonaventura, personaggio in marsina e bombetta rossa, larghi pantaloni bianchi, un bassotto per amico, che è stato protagonista di strampalate imprese di gran successo – comincia povero e finisce milionario – dapprima nelle vignette in versi sulle pagine del “Corriere dei Piccoli”, dove debuttò nel 1917, e poi nelle commedie scritte e messe in scena dallo stesso Sto: Qui comincia la sventura del signor Bonaventura, La regina in berlina, Una losca congiura, L’isola dei pappagalli. Nel dopoguerra, fra gli interpreti di queste commedie si fa notare una giovanissima Monica Vitti, allieva di Tofano all’Accademia d’Arte Drammatica: l’aveva osservata attentamente nei momenti di recitazione e aveva intuito, molto prima di altri, che era fatta per la commedia. 

Oltre che nelle proprie commedie, Tofano ha recitato in una cinquantina di film, i più significativi dei quali sotto la direzione di Carlo Ludovico Bragaglia (O la borsa o la vita, 1933), Luigi Comencini (La bella di Roma, 1955), Renato Castellani (I sogni nel cassetto, 1956), Nanni Loy (Il padre di famiglia, 1967), Bernardo Bertolucci (Partner, 1968), Mario Monicelli (Toh, è morta la nonna!, 1969). In un paio di casi è stato anche regista: nel 1942 con Cenerentola e il signor Bonaventura e l’anno successivo con il Gian Burrasca di cui abbiamo già parlato. Ma andrebbero ricordate anche le copertine per “Il giornalino della domenica” (1908-1922), le illustrazioni per il Marcovaldo (1963) di Italo Calvino, e soprattutto i libri per l’infanzia: I cavoli a merenda, Storie di cantastorie, La principessa dalle lenticchie (tutti del 1920), oltre a una sua personalissima versione della Vispa Teresa. Fra i suoi libri “per adulti”, importante è il saggio Il teatro all’antica italiana (1965), una storia della scena e degli attori d’anteguerra dove non c’è adesione sentimentale ma soltanto una vena di nostalgia: se ne ha diritto, quando si è passata tutta la vita sul palcoscenico. 

A distanza di mezzo secolo, mi rimane il ricordo di una delle sue ultime apparizioni televisive. È il 1966, la Rai presenta a puntate Il conte di Montecristo, protagonista Andrea Giordana. Ebbene, Giordana-Dantès vede sconvolta la sua cella dall’arrivo di un certo Abate Faria, ritenuto un po’ pazzo e un po’ strano. Quell’abate era Sergio Tofano. 

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