L’epoca dell’intranquillità

25 Gennaio 2024

Più di vent’anni fa Zygmunt Bauman ha introdotto la ormai abusata ma ancora pulsante dizione “modernità liquida” per mettere in luce la trasformazione avvenuta nel nostro mondo. Se postuliamo come elemento primordiale l’acqua al posto della terra, è la struttura di tutto lo spazio che cambia, un elemento straniero che ha la meglio sulla stabilità della patria, un processo fluido che ha la meglio sulla stabilità di una sostanza solida. Žižek in Disparità (Ponte alle Grazie, 2017) ha identificato il vampiro della finanziarizzazione con il Kraken, cioè il calamaro gigante. Un’immagine perfetta del capitale globale, onnipotente e stupido, astuto e cieco, i cui tentacoli determinano le nostre vite. Negli anni Sessanta Deleuze aveva descritto i mutamenti in atto con il termine rizoma, una complessa rete di interconnessioni priva di un ente di controllo centrale. E prima Shakespeare nell’Amleto e poi Marx avevano identificato con la talpa la protagonista di un sovvertimento del mondo. Ma restava sempre uno scenario terrestre, mentre il Kraken prospera nell’acqua. E oggi i mercanti del passato invocano un ritorno a un’acqua addomesticata, come pettinata e vetrificata, immobile. 

Il cambio di paradigma dell’ultimo trentennio ha determinato nuovi assetti nelle famiglie alimentando il loro disagio. Si è passati da un’etica kantiana, improntata al sacrificio di qualche godimento presente in vista di una realizzazione futura, a un’etica sadiana, in cui l’ingiunzione è quella di godere adesso, sempre e comunque, prescindendo dagli altri, ponendo sempre al centro sé stessi.

Tutto secondo Bauman ha avuto inizio con il walkman. Il mantra era: “Non sarai mai più solo!”. Ma poiché noi non esistiamo se non in relazione, è stato l’input per scegliere proprio la solitudine, la freedom (fare quello che vogliamo senza pensare agli altri) al posto della liberty, ovvero una libertà rispettosa dei bisogni e dei diritti di chi ci circonda. E a buon diritto Tommaso Labranca ha parlato del cialtronismo, il motore della cosiddetta nes-cultura, cioè la cultura al tempo del Nescafé. Una spruzzolata di polverina che alluda al caffè è sufficiente. Citare libri di cui si conosce solo quel che si dice all’aperitivo. 

In questo scenario depauperato di relazioni autentiche, Luigi Zoja ha descritto nel suo penultimo libro (Il declino del desiderio. Perché il mondo sta rinunciando al sesso, Einaudi, 2022) il declino del desiderio. I dati Ansa ci informano che un giovane su tre fa sesso solo virtuale, 1.600.000 giovani fra i 18 e i 35 anni non ha mai avuto rapporti sessuali, e 220.000 coppie stabili della stessa fascia d’età si astengono dal sesso. L’uso degli antidepressivi è aumentato del 40%. Si è registrato un aumento di ricoveri e ricorso a specialisti per disagio mentale. È molto più semplice fare sesso online o grazie a un algoritmo, non investire emotivamente in una relazione, nemmeno nell’amicizia. affermasse in tutta la sua evidenza. Una volta il cinema e la tv ci fornivano dei modelli, ma allora erano loro i protagonisti, non noi che ci autocelebriamo sui social. 

Sembrerebbe non esserci via d’uscita, ma è da poco uscito un libro caldo, appassionato, generoso di Miguel Benasayag e Teodoro Cohen, L’epoca dell’intranquillità. Lettera alle nuove generazioni, (Vita e pensiero, 2023) in cui si prova a offrire piste per uscire dall’impasse. Il libro viene descritto come un “messaggio in bottiglia” destinato a un naufrago che d’un tratto si ritrova in una realtà totalmente diversa da quella in cui aveva fino allora vissuto. Già Zygmunt Bauman, quando gli era stato chiesto quale fosse oggi il ruolo dell’intellettuale passato da “legislatore” a “interprete”, aveva usato la stessa metafora: in un mondo radicalmente cambiato, in cui le coordinate sono state smarrite e tutto fluisce in una costante trasformazione, l’unica dimensione che possa avere un monito o un’intuizione potenzialmente salvifici è quella di un “messaggio in bottiglia”.

Benasayag lamenta la perdita del contatto con ciò che non è umano ma vive in armonia e sintonia con l’uomo: gli animali, le foreste, la transumanza delle mucche nella Pampa a cui si dedicava l’autore a tredici anni per guadagnare qualche soldo per poi tornare a casa e quindi, dopo un poco, ripartire. Tutto questo oggi non esiste quasi più, ciascuno è assorbito totalmente da sé stesso e non si cura di un mondo che considera al suo servizio, che deve essere sfruttato per il benessere e il piacere dell’uomo, la convinzione non solo del Tea Party statunitense ma della maggior parte delle destre di tutto il mondo. Certo, il problema dell’ecosistema viene posto al centro dell’attenzione da parte di giovani non egoisti né alienati che però non riescono a fare breccia e spesso vengono ridicolizzati come Greta Thunberg sarcasticamente ribattezzata “Gretina”. Ma restano la chiusura, la noncuranza, il rifiuto di considerare il resto del creato come parte preziosa del nostro essere nel mondo. 

Siamo ormai definitivamente usciti dalla Modernità, e la “intranquillità”, diversa dall’inquietudine perché spinge all’azione e ad assumere le sfide situazionali poste dalla distruzione del mondo in atto, è indispensabile per non subire passivamente il colonialismo algoritmico e i tentacoli di una comfort zone inertizzante. 

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Insieme a Galimberti e a Günther Anders, gli autori sottolineano la dominazione schiacciante di una tecnica autopoietica e ormai indipendente dagli umani, che sospinge sempre più avanti le sue conquiste anche quando si rivelano palesemente disastrose. Si è ritenuto che gli avanzamenti tecnico-scientifici potessero coincidere con il “progresso” mentre costituiscono solo uno sviluppo che procede alla cieca e diventa sempre più pericoloso perché più aumenta la potenza tecnologica, più aumenta l’impotenza degli umani. Delegando a ChatGPT la stesura di articoli o la creazione di disegni, l’uomo rimpicciolisce e la progressiva rinuncia a usare il proprio cervello, come avviene per l’uso del GPS, atrofizza le zone cerebrali responsabili di cartografare lo spazio. Anche l’effetto semi-ipnotico che provocano gli schermi a cui ci esponiamo volontariamente per più ore al giorno modifica la percezione del tempo e ci fa funzionare come l’artefatto che maneggiamo. L’intento dichiarato è quello di vivere sempre meglio, di allontanare sempre di più la morte (o addirittura di conquistare l’immortalità) e di cancellare ogni negatività. Ma “il male, sinonimo della negatività, non ha un’esistenza in sé, sostanziale. Per questo non può essere sconfitto una volta per tutte: perché, in realtà, esso esiste come l’ombra del bene” (L’epoca dell’intranquillità, pp. 28-29). 

Poiché una cosa è possibile, diventa obbligatoria. Lo smartphone ha reso possibili mirabilia prima impensabili, ma questi vantaggi hanno un costo: infatti, come si può vivere oggi senza questi device elettronici per viaggiare, creare gli account di cui si ha bisogno, e accedere a documenti importanti? La presenza umana nei servizi è ogni giorno più rarefatta e, chiamando un ente, si viene rimpallati da una voce virtuale all’altra e si è costretti a procedure via via più sofisticate senza riuscire a parlare con un operatore in carne e ossa. E se può essere più agevole lavorare da remoto, questo implica che si debba essere sempre raggiungibili. Peraltro, l’esaltazione della performance e l’ingiunzione a condurre la propria vita come la costruzione ininterrotta di un curriculum fanno perdere la distinzione tra lavoro e attività: “L’attività è ciò che, nella nostra concezione, segue il senso del desiderio, della creazione, partecipa al tessuto comune ed è affine alla geografia interna di ciascuno. Niente di meno serio, quindi, che mettere da parte le proprie affinità e desideri, per dedicarsi totalmente al lavoro. Si tratta infatti di tentare, il più possibile, di far coincidere il lavoro retribuito con l’attività che si ama svolgere e che corrisponde alla propria indole” (Ivi p. 75). 

Rodolfo Kusch ha distinto il mondo del ser (essere) da quello dell’estar siendo (star essendo). Il primo per secoli ha costituito l’unica cultura possibile, affermandosi come contrapposto ad altri modi di vivere ritenuti sbagliati, da correggere, possibilmente con la forza, in sostanza negando l’alterità. Nel secondo, ben rappresentato dagli indios, “la persona […] è sempre pensata come elemento di un insieme organico che la include e senza il quale non potrebbe esistere. L’ecosistema, le cime imbiancate delle Ande, l’arida steppa, il condor e il lama non sono una cornice o il palcoscenico su cui si esibisce l’individuo umano, ma sono parte di esso” (Ivi, pp. 54-55).

Il “panopticon” è risorto sotto mentite spoglie. Se l’edificio concentrazionario ideato da Jeremy Bentham e discusso da Foucault consentiva a un guardiano invisibile di controllare le celle dei prigionieri (o le postazioni di lavoro degli operai, o gli alunni di una scuola), inducendo comportamenti “adeguati” nei soggetti suscettibili di essere controllati in qualunque momento, oggi i social media consentono di essere osservati costantemente, non in isolamento ma in costante comunicazione, e ciò induce di incorporare lo sguardo del “poliziotto”. Questo significa “schiacciare la propria interiorità, scatenare una serie di meccanismi d’inibizione, tendenze, pulsioni, desideri e azioni […] appiattendo l’interiorità complessa che costituisce ognuno di noi” (Ivi, pp. 97-98). L’abolizione del chiaroscuro che consente di individuarsi, di trovare la propria vocazione, di crescere in modo sano, ha ricadute terribili. Se dal panopticon di Bentham si era passati al “banopticon” di Didier Bigo e di Bauman (poiché ciascuno è imprenditore di sé stesso, se non è idoneo viene “ban”dito, tenuto fuori), Peter Gabriel parla in una sua canzone di banopticom, dove “com” sta per la comunicazione tanto incessante quanto ingannevole del flusso di informazioni in cui siamo immersi. E allora, visto che “l’immediatezza”, ovvero la spinta indotta a eseguire subito qualsiasi azione risulti utile o conveniente o piacevole per sé stessi, agisce come il mal di denti perché, lancinante, satura la percezione e oscura tutto il resto, qual è il messaggio per i giovani? È quello di “vivere in grande, non nella piccolezza della propria vita personale, lasciarsi attraversare dall’epoca e dalle sue sfide, partecipare al desiderio di libertà e giustizia evitando che resti intrappolato nell’ipotesi moderna di una globalità da conquistare per cambiare il mondo” (Ivi, p. 123). Perché il pensiero di una globalità da conquistare è un pensiero astratto, mentre la vita e le lotte vanno affrontate oggi. E quindi è necessario agire concretamente nelle situazioni asimmetriche in cui si può fare la differenza: battersi affinché una famiglia possa occupare un alloggio, per difendere un territorio da grandi opere inquinanti e potenzialmente letali, per impedire che migranti giunti sulle nostre coste vengano rinchiusi in centri di detenzione, per difendere la vita penetrando nelle crepe e nelle fessure che si intravvedono creando alternative più giuste.

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