Speciale
Mannequins
1958, Parigi. Francesco Horvat, trentenne fotografo italiano, fa uscire le modelle dagli studi fotografici e le fotografa in giro per la città: alla Gare de Lyon, nella metropolitana, alle corse dei cavalli, nei giardini pubblici, e persino alle Halles tra le cassette di verdura. Scatta le immagini includendo nella fotografia le persone attorno. Lavora per Jardin des Modes, rivista a cui è stato introdotto da William Klein. Come ha scritto Ferdinando Scianna, ricordandolo su doppiozero alla sua morte, è con ogni probabilità il primo a farlo, almeno in Europa. La moda scende in strada, resta moda, ovvero prêt-à-porter, ma diventa un fatto di costume al di là della carta patinata, qualcosa da guardare fuori dai suoi luoghi deputati – seppure sempre sulle riviste. Da guardare, appunto. Lo sguardo del fotografo è sempre prevalente, ma il gioco dello spiazzamento sembra funzionare. Nel 1961 Horvat ripeterà la stessa mossa del cavallo a New York, producendo anche una fotografia sulla via, davanti a una vetrina, riattraendosi nell’immagine mentre scatta: è in secondo piano, ma è ben più grande della raffinata ragazza con il cappotto, guanti e cappellino.
A Roma, l’anno dopo, introduce dei “personaggi” nel gioco accanto alle ragazze: Roberto. Rossellini, Marcello Mastroianni, Giuseppe Patroni Griffi. Horvat è un allievo di Cartier Bresson, che l’ha convinto a Parigi, negli anni Cinquanta, a passare dalla macchina a pozzetto alla Leica. Consiglio perfetto, perché in questo modo, come gli ha detto il fotografo francese, lo sguardo è diretto. Cosè Horvat diventa un fotogiornalista, e il “momento decisivo” entra nel suo mirino. La foto in metropolitana è una delle più note di Horvat. Ha trattato i finestrini del treno sotterraneo come se fossero delle vetrine, oblò su cui si affacciano le due ragazze al centro, mentre la donna, a sinistra per chi guarda, e il controllore, a destra, sono dei passeggeri. In realtà solo le due mannequin, le fashion model, come si dice oggi, sono effimere: apparizioni fascinose, fuggevoli, come a una sfilata. Se si guarda bene, il fotografo le ha disposte più lontane dai vetri rispetto altre due comparse – la donna e l’uomo – come a significare che loro sono reali, concreti, presenti, mentre le due modelle sono visioni che scorrono come vagone del metrò.
Uno sguardo da cogliere al volo, fantasmi che scorrono, ma qui fissati per sempre sulla pagina della rivista di moda da quello spillo che è l’occhio del fotografo. Dell’eleganza di Horvat hanno scritto in diversi: è “qualcosa” che gli appartiene spontaneamente, in modo naturale: eleganza dell’eleganza. La mostra aperta a Roma, cui appartengono queste immagini di cui scrivo (Frank Horvat, a cura di F. Horvat, M. Oudin e N. Giustozzi, Electaphoto), contiene immagini di moda, numerosi ritratti di donne, nudi femminili e una serie intitolata “Goethe in Sicilia”. Di questo progetto del fotolografo nato nel 1928 a Abbazia sulla costa istriana, paese ora in Croazia, scomparso a Parigi, sua città elettiva, nel 2020, scrive nel libro in modo esaustivo Nunzio Giustozzi. Horvat guarda la Sicilia e i suoi luoghi, architetture e oggetti come se fotografasse le donne amate: ammirate, desiderate e insieme distanti.
Il fotografo istriano osserva le modelle catturato dal loro fascino, ma al tempo stesso, per non farsi ammaliare dalla loro bellezza medusiaca, cerca di spostare lo sguardo su qualcosa di laterale o, come scrive in un suo testo del 1999, di scoprirle “da angolazioni segrete, in espressioni meno esplicite di quelle che riservavano all’obiettivo”. Persegue dentro l’obiettivo l’“istante decisivo”, che per lui è “la sintesi di tutti i miei sguardi indiscreti”. Una sorta di voyerismo alla rovescia, come si capisce dagli scatti italiani del 1962, dove le mannequin guardano tutte altrove, fuori campo, e non nell’obiettivo. Nel treno della metropolitana parigina questo sguardo di sbieco ce l’hanno invece le due persone, non le modelle, che sono invece proprio “manichini”, come significa la parola francese, le mannequin dietro al finestrino. La passione costante della fotografia di Horvat è stato il volto, come si vede in questa esposizione romana. In Vere sembianze, parte della sua autobiografia inedita, ha scritto: “Esistono volti femminili da cui, mio malgrado, non riesco a distogliere lo sguardo e sui quali indugio più a lungo di quanto consentirebbe la buona educazione”. I volti femminili lo stregano, lo ammaliano, lo incantano, e lui scatta.
Frank Horvat, Moda sul métro, per “Jardin des Modes”, Parigi, Francia, 1958 © Studio Frank Horvat
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