Abitare la periferia

La periferia, soprattutto quella romana, non ha mai smesso di produrre ingegnose koinè politico-culturali variamente alternative. Il decennio populista ha rafforzato questa identità creativa, esibendo una sovrapposizione tra le fratture sociali della (e tra la) popolazione e una certa collocazione geografica: la periferia è così divenuta concetto politico, punto d’osservazione privilegiato e addirittura prioritario delle lotte di classe in Occidente. Almeno nella forma spuria e stralunata che queste sono andate assumendo nel XXI secolo. Le più disparate contraddizioni sociali, economiche, culturali che trovano la loro genesi su di un piano compiutamente globale, confluiscono in questi territori che alcuni hanno provato a definire “non-luoghi”, ma che in realtà assomigliano sempre più a “super-luoghi” di cerniera fra il globale e il locale. Per questo motivo gli anni Dieci appena terminati hanno visto un espandersi proteiforme di studi sulla periferia: dalla “Commissione parlamentare sulle periferie” al moltiplicarsi di borse di ricerca universitarie, dai safari giornalistici all’autorganizzazione territoriale, e poi convegni e tavole rotonde, programmi tv, serie tv, libri, fumetti, canzoni.

 

Rimanendo a Roma, Giorgio de Finis ne ha organizzato nientemeno che un museo: il RIF – Museo delle periferie. Segno che questa alterità suggerisce non solo lo studio, ma ormai una vera e propria opera di catalogazione e conservazione. Grazie alla casa editrice Bordeaux – che ha pubblicato alcune delle lezioni che in questi mesi si sono tenute al Museo, ad opera di alcuni fra i più intelligenti osservatori della realtà urbana – sappiamo anche che l’immagine della periferia si sta ormai assestando. Perché, come detto, giungiamo in fin dei conti alla fine di un ciclo, politico e “disciplinare”, e gli indirizzi di ricerca di questi anni vanno assumendo una loro più matura conformazione. Dall’intuizione alla riflessione, da parte di studiosi che non si sono lasciati suggestionare dall’oggetto-feticcio ma ne hanno subito cólto la controversa complessità. 

 

Scopriamo, dunque, che la periferia vive una duplice tensione: da un lato correlata alla città consolidata e al suo centro, di cui costituisce inevitabile (e inesauribile) bacino di manodopera a basso costo; dall’altro sempre più indipendente, sempre più separata dalla “città” (lemma, questo, che a sua volta perde i connotati stratificati nella modernità), ma che non diviene essa stessa città (o un’altra sua forma), quanto l’immagine di una crisi della metropoli che si accompagna a un’esplosione dell’urbano (come segnalato giustamente da Carlo Cellamare nel suo Abitare le periferie). Vediamo il senso di questo doppio movimento, anche per integrare le suggestioni che emergono dalla lettura di questi libri-lezioni. Prima della buriana Covid, i centri cittadini, possiamo dire con buona approssimazione tutti i centri delle principali metropoli globali, si erano andati conformando a una monocoltura ricettiva che faceva perno sulle varie – sempre più varie – forme di turismo globale.

 

Non solo il turismo in senso stretto o canonico, ma l’inafferrabile proliferazione di city users che transitavano in città in cui non risiedevano, ma di cui si servivano, come clienti esigenti. Di qui non solo lo stravolgimento urbano e sociale che questo ha comportato, ovvero il mutamento dei centri storici svuotati di residenti e riconfigurati in quinta teatrale per visitatori; ma la vertiginosa moltiplicazione di attività commerciali rivolte al “forestiero”, ricettive nel suo senso più ampio: dal cibo all’offerta alberghiera “informale” (in realtà sorvegliatissima) all’organizzazione di “esperienze urbane” su misura del visitatore, sia esso in viaggio d’affari, in cerca di cultura o di svago.

 

Questa economia, tutt’altro che locale e anzi integralmente anti-locale, pienamente dipendente da flussi finanziari globali di cui costituisce una concretizzazione territoriale, è un’economia a scarsissimo valore aggiunto e profondamente “materiale”, fondando i propri margini di profitto su una manodopera sottopagata, non sindacalizzata, intercambiabile, ultra-competitiva fra le fasce più povere della popolazione, sovente migrante. Questa composizione sociale, dai tratti meno compatti della classe operaia novecentesca, ma sicuramente più omogenea di come viene rappresentata da certo razzismo diffuso, si reca in città ma non vive in città. Vive, per l’appunto, in periferia: un assemblaggio di territori che si fa anch’esso, paradossalmente, internazionale, per etnia e cultura, ma che non si farà mai, compiutamente, cittadino.

 

 

L’anti-città configurata nella periferia è tale perché, stante l’attuale modello riproduttivo capitalistico, in questo urbano che si espande mai si sedimenteranno germogli di città, ma solo lembi lacerati di un’urbanizzazione che straripa e travolge tutto ciò che incontra, dileguando definitivamente qualsiasi confine tra città e non-città, metropoli e provincia, città e campagna. Il centro si svuota (si è svuotato ormai da un cinquantennio); la città consolidata della (ex) prima cintura periferica combatte battaglie di resistenza e di resilienza alla gentrificazione (ovvero un po' lotta, un po' si adatta); infine, la periferia si espande, per quantità di persone e per estensione territoriale, ma non si integra. Semmai, produce una sua intelligenza e delle sue culture, anch’esse però segnate da un certo grado di alienazione.

 

Come rilevato nella penetrante analisi di Emanuele Belotti, Birds in the Trap, la musica Trap si presenta come evoluzione della cultura hip hop, ma ne è allo stesso tempo un suo pervertimento, collegato direttamente al potere economico dei producer musicali e alla pervasività dei social network usati come strumenti di auto-promozione e auto-imprenditorialità. Se allora la Trap è una forma di intelligenza delle periferie, questa si presenta immediatamente integrata, mai davvero conflittuale, volta a rafforzare parossisticamente il ghetto più che a “rompere la gabbia” (come cantavano le posse tra gli anni Ottanta e i primi Novanta). Eppure rimane vera una cosa, che percorre il senso delle varie lezioni pubblicate: la cultura della città-vetrina è una cultura morta, che sopravvive grazie a una brandizzazione standardizzata di motivi “tipici” sempre più uguali gli uni agli altri, da Roma a Hong Kong a Mosca: le stesse catene commerciali, le stesse mostre d’arte, le medesime disposizioni urbanistiche, l’identica ossessione securitaria, volta a ricreare un vitro un ambiente artificiale uniformato alle esigenze del frequent flyer o, per dirla con Martinotti, del metropolitan businessperson. È nella periferia che rimane vivo il senso di alterità, dove il paesaggio sociale e culturale (ma non quello urbanistico, che invece si riproduce uguale ad ogni latitudine e nella sua bruttezza) è davvero locale senza essere localistico, e anzi sperimenta forme di promiscuità e di simbiosi che potremmo definire, con un orribile termine, glocale. 

 

È possibile così giungere a delle conclusioni tutto sommato condivise (e condivisibili): in primo luogo, come persistiamo a chiamare “città” qualcosa che nel frattempo ha traslato di significato, così possiamo insistere nel definire determinati territori urbani come “periferie”, a patto però di saper intendere altro rispetto a quanto tale termine indicava fino a trenta o quarant’anni fa (soprattutto non collegandolo meccanicamente alla dicotomia geografica col centro). Come evidenzia Agostino Petrillo nel suo La periferia non è più quella di un tempo, la periferia è oggi un patchwork, e il costituirsi del «periferico moderno» un fatto dalle caratteristiche profondamente diverse dal passato. Le antinomie liberistiche sviluppano, più che la periferia, una condizione di perifericità, ovvero una marginalizzazione sociale che trova localizzazione in un preciso contesto peri-urbano non-cittadino. Se la composizione operaia delle periferie novecentesche (con una certa dose di approssimazione, va detto), non tendeva a escludere ma includeva, per mezzo del conflitto, la città del centro e quella della periferia in una controversa omogeneità morfologica, oggi la partita sembra giocarsi su di un altro piano: non tra “alto” e “basso”, ma tra “dentro” e “fuori”. Il “fuori”, negli anni Dieci del XXI secolo, ha trovato voce, per poter esprimere il proprio malessere, nelle diverse opzioni populiste, in Italia come nel resto d’Occidente.

 

Questi anni Venti sembrano aprirsi con la sconfitta del populismo “delle periferie”, velocemente integrato nelle logiche della “ragion di governo”. Eppure le ragioni di questa “lotta per il riconoscimento” della periferia persistono immutate. E come affermava Touraine citato da Petrillo, si tratta di dare vita a una nuova politica (Touraine la chiamava una “nuova socialdemocrazia”) in grado di assumere la «spazializzazione del conflitto». Perché quel che si è andato decomponendo nella fabbrica si è ricomposto nella periferia, ma non ha ancora voce per esprimersi compiutamente, non si riconosce se non nei prefabbricati culturali imposti dall’alto e dall’esterno. Bisogna allora insistere a studiarla, questa periferia, senza innamorarsene, cogliendone le potenzialità rinnovatrici e le sue servitù involontarie.     

 

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