Andrea Tarabbia, Madrigale senza suono

Detto molto all’ingrosso, chi si accinge a raccontare una storia ha davanti a sé tre alternative. La prima è parlare della propria vita; la seconda è ispirarsi a fatti realmente accaduti ad estranei; la terza è inventare un intreccio di sana pianta. Ovviamente sono possibili numerose gradazioni e combinazioni. Un romanzo può trarre ispirazione da un episodio di cronaca; un resoconto storico o biografico può includere dettagli immaginari o elementi non documentabili; una narrazione memoriale può discostarsi dalla veridicità e muovere verso il dominio della fiction. Di qui una serie di forme miste (o avvertite come tali), per le quali sono state escogitate apposite, composite definizioni: dal romanzo autobiografico al non-fiction novel, dalla biografia romanzata all’autofiction

 

Se gettiamo uno sguardo sulla produzione narrativa italiana di questi anni, possiamo constatare che l’autobiografismo conosce una notevole fortuna: molti sono gli scrittori che attingono in maniera diretta alla propria esperienza. La variabile principale, poi, sarà l’importanza relativa attribuita alla personalità del protagonista, che può essere tanto il nocciolo della rappresentazione, quanto l’aspetto marginale o accidentale di una testimonianza. Parlare di sé o della propria famiglia, raccontare la storia del padre o della madre, presenta alcuni evidenti vantaggi: non occorre lavorare molto di fantasia, e il coinvolgimento personale può agevolare gli effetti di autenticità. La riuscita, inutile precisarlo, non è mai garantita a priori; tuttavia chiunque abbia dimestichezza con la penna è in grado, in linea di massima, di scrivere sul proprio mondo almeno un libro leggibile. È più facile fallire con una trama d’invenzione, insomma, che non con una storia privata.

 

Allo stesso modo, per scrivere una buona biografia non è necessario il talento di un grande scrittore. Occorrono, certo, qualità non banali. Ogni narrazione deve avere un’architettura adeguata; problemi compositivi sorgono sempre; soprattutto, l’efficacia della scrittura non si improvvisa, sarebbe ingenuo prendere alla lettera la celebre sentenza catoniana Rem tene, verba sequentur – le parole giuste non vengono mai da sole. Tuttavia nessuno pensa che Giles Lytton Strachey valga Virginia Woolf, o che Stefan Zweig sia all’altezza di Thomas Mann. Accade così che lo scrittore che non voglia parlare di sé e che sia poco interessato all’ideazione di intrecci inediti, provando curiosità per un personaggio storico, spesso non si accontenti di dar forma narrativa a una traiettoria esistenziale, ma s’ingegni di elaborarla letterariamente, facendone qualcosa di analogo a un romanzo anche sul piano formale. 

 

È questo il caso dell’ultimo libro di Andrea Tarabbia, Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri, pp. 376, € 16,50). In prima istanza si tratta di una biografia di Gesualdo da Venosa, compositore vissuto a cavallo fra il XVI e il XVII secolo. Il suo nome è legato da una parte al fondamentale contributo che egli fornì allo sviluppo della musica polifonica, dall’altra al drammatico episodio dell’uccisione della prima moglie, Maria d’Avalos, e del di lei amante Fabrizio Carafa. La storia del principe madrigalista e uxoricida non è però narrata direttamente, bensì attraverso una presunta cronaca d’epoca, attribuita a un servo deforme di nome Gioachino, che capita fra le mani del riscopritore novecentesco dell’opera di Gesualdo, niente meno che Igor Stravinskij. Ecco dunque la struttura del romanzo: una cornice, nella quale Stravinskij, intento alla composizione del suo Monumentum pro Gesualdo da Venosa ad CD Annum (eseguito per la prima volta a Venezia nel 1960), scrive al musicologo Glenn Watkins del suo rapporto con Gesualdo, e gli invia la (immaginaria) Cronaca della vita di Carlo Gesualdo principe di Venosa del Signor Gioachino Ardytti servitore fedele. In conclusione, Glenn Watkins (che di Gesualdo è studioso autorevolissimo) risponde a Stravinskij, formulando alcuni commenti che esplicitano la chiave di lettura della vicenda.

 

 

Gioachino è di Gesualdo «servo, e compagno, e ombra»: è presente ad ogni momento della sua vita, incluse le circostanze più intime, e, come se non bastasse, alcune delle opinioni che esprime corrispondono al contenuto di scritti del compositore studiati solo di recente. Più che un personaggio autonomo, si direbbe quindi un doppio del protagonista, come del resto suggeriscono sporadiche allusioni («se lui muore, io muoio»). Nella storia compare una lunga serie di figure storicamente documentate: il padre Fabrizio, lo zio cardinale Alfonso, l’infelice Maria (uccisa e straziata a Palazzo San Severo a Napoli il 17 ottobre 1590), la seconda moglie Leonora (Eleonora d’Este), nonché i due figli Emanuele e Alfonsino, che gli premuoiono entrambi. Ma il più importante tra i personaggi di contorno è un’altra figura inventata, cioè Ignazio, il secondogenito di cui Maria era incinta, estratto dal suo ventre in quella notte di sangue e tenuto poi sempre segretamente recluso, senza alcuna forma di cura o di educazione, in una prigione sotterranea della fortezza di Gesualdo, alla stregua di una feroce, ferina incarnazione della colpa. La vicenda narrata è ovviamente assai cupa. A parte il delitto, commesso per salvare l’onore del casato quando la notizia dell’adulterio già dilaga per Napoli, l’intera esistenza di Gesualdo sembra svolgersi sotto il segno di un tormentoso rovello; l’elemento gotico caratterizza non solo la presenza di Ignazio, tanto più conturbante quanto più nascosta, ma anche la tresca con una dama di compagnia di Leonora, donna Aurelia, che finirà in un losco intrigo di pozioni magiche e stregonerie. Del resto, è lo stesso Gesualdo, dopo la morte di Alfonsino (che provoca il ritorno di Leonora a Ferrara), a confessare che dal dolore si aspetta nuovo alimento per la sua ispirazione creativa; non a caso, egli dichiara di avere per questo, in passato, provato invidia per il Tasso. Un nodo indissolubile lega a suo giudizio genio e sofferenza. 

 

Madrigale senza suono è opera dotta, complessa, capace di momenti di notevole intensità, specie nel cortocircuito fra erotismo e horror. Tuttavia mi pare sconti un eccesso di sofisticazione, che espone al rischio dell’artificiosità. La costruzione narrativa prevede – forse in omaggio alla polifonia – un doppio ordine di stratificazioni: da un lato, sull’asse di un approfondimento psicologico-emotivo che si manifesta anche in un’immagine esasperatamente creaturale della corporeità, la serie Gesualdo-Gioachino-Ignazio; dall’altro, sull’asse della riflessione critica ed estetica, la serie Gesualdo-Stravinskij-Tarabbia, nel segno di una scommessa sulla possibilità di innovare il linguaggio artistico dando fondo alle potenzialità inespresse della tradizione (musicale o letteraria). Dal principe dei madrigalisti rinascimentali all’autore di una moderna rivisitazione madrigalesca fino alla protratta metafora del «madrigale senza suono»: l’operazione può vantare un’oggettiva coerenza. Rimane però un dubbio sul risultato, cioè sull’equilibrio tra informazione storica e trovata fantastica, fra istanza saggistica e caratterizzazione dell’eroe. Fermi restando il tópos del manoscritto ritrovato e l’invenzione del Doppelgänger deforme, forse sarebbe stato meglio rinunciare a qualcosa: o alla cornice novecentesca, o alla fiera antropomorfa nei sotterranei della fortezza.

 

Prendiamola da un altro verso. La vita di Gesualdo da Venosa ha aspetti vistosamente romanzeschi, dal delitto di cui s’è macchiato agli intrighi e ai malefizi di cui sarebbe stato complice e vittima. Un invito a nozze per biografi disinvolti, disposti a estrarre il grandguignol dalla storia. Scrittore colto e prudente, Tarabbia ha optato per la via opposta, proponendo, anziché una biografia romanzata, una meta-biografia che incrocia un metaromanzo. Qualcuno potrebbe concludere che allora è meglio una biografia semplice, magari con tutti i crismi della metodologia critica: tanto per fare un esempio, e senza uscire dal perimetro degli artisti maledetti del Cinquecento, come l’accurata monografia di Francesco Sberlati L’infame. Storia di Pietro Aretino (Marsilio, pp. 414, € 32). Io non mi spingerò a tanto, anche se un avventuriero gaglioffo come l’Aretino può risultare più simpatico del saturnino principe che passa la vita nel rimorso di avere vendicato il proprio futile onore maritale. Mi limiterò a un promemoria, riservato ai profani come il sottoscritto: il Monumentum pro Gesualdo di Stravinskij merita davvero un ascolto. Gesualdo lui-même è invece più per una cerchia ristretta di intenditori: dei quali, senza dubbio, Tarabbia fa parte a pieno titolo.   

 

Andrea Tarabbia, Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri, pp. 376, € 16,50).

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