Antonio Lucci - True Detective. Una filosofia del negativo

I am the bullet in the gun

I am the truth from which you run

I am the silencing machine

I am the end of all your dreams

 

Nine Inch Nails, Mr. Self Destruct (The Downward Spiral, 1994)

 

I filosofi si occupano sempre più di serie televisive, e dietro questo interesse crescente si manifesta l’esigenza di riflettere sullo statuto della propria disciplina. Non si tratta di un bisogno contingente: da sempre la filosofia si interroga sul proprio rapporto con la cultura e la vita pubblica, ma anche con le nuove forme espressive offerte dalla tecnologia. Alla base di questa riflessione c’è la consapevolezza che se non vuole essere un discorso astratto sul mondo, la filosofia non può prendere in prestito una forma dall’esterno, ma deve produrla da sé, nell’atto vivente del pensiero e dunque nel confronto diretto con il proprio tempo. 

Partire da questo problema è il modo migliore per apprezzare il plesso di questioni alla base dell’ultimo libro di Antonio Lucci, intitolato True detective. Una filosofia del negativo e pubblicato da Il Melangolo. Pur avendo come oggetto esplicito una fortunata serie tv americana, infatti, il libro di Lucci prende le mosse da una riflessione generale sul senso della filosofia, ma anche da un confronto critico con ciò che la filosofia è diventata nel mondo contemporaneo. Il punto di partenza esplicito è la consapevolezza che la filosofia si è sempre interrogata sulla propria forma, come è naturale per una disciplina che si è espressa in tutti i generi letterari, con pratiche e registri discorsivi diversi e talvolta opposti. Un altro elemento decisivo, e forse espresso con minore nettezza, è uno sguardo attento su un dibattito, quello contemporaneo, che non sembra ancora aver inquadrato il carattere specifico che questo problema assume ai nostri giorni, con la diffusione delle tecnologie digitali, l’evoluzione dell’industria culturale e la progressiva erosione della distanza tra cultura “alta” e cultura “di massa”. 

 

Il rapporto della filosofia coi media sembra infatti sospeso tra due tendenze ancora in fase di definizione. Da un lato, l’attenzione della filosofia nei confronti dei media si esprime sempre più spesso nei termini di quella che in altri tempi veniva chiamata “filosofia popolare”, e che ci offre un modello primitivo dell’odierna pop-filosofia: il pensiero si trasforma in un impianto prefabbricato di teorie astratte, adatte per essere applicate esteriormente a contenuti presi dal senso comune o – come nel caso presente – dall’industria culturale. E così la filosofia al genitivo, che prima era filosofia dell’arte, della scienza, della storia e così via, diventa anche filosofia dei Simpson, di Twin Peaks, di Batman. Un’operazione talvolta sterile, che rischia al tempo stesso di sottovalutare implicitamente il valore della filosofia, riducendola a una galleria di slogan bisognosi di un bagno rinvigorente nella tinozza della cultura di massa, e di ignorare il valore intrinseco e l’autonomia dei prodotti culturali, riducendo questi ultimi a dei testi che avrebbero bisogno della consacrazione della filosofia per diventare degni di considerazione. Uno Hegel appena trentenne esprimeva questo pericolo con una diagnosi poco incoraggiante del proprio tempo: «l’individualità ossificata non si arrischia più nella vita; essa tenta di procurarsi, attraverso la molteplicità di ciò che essa ha, l’apparenza di ciò che essa non è».

 

 

Dall’altro il vasto ambito della “filosofia dei media”, un oceano magmatico di proposte teoriche afferenti a discipline, correnti e tradizioni diverse, all’interno del quale la stessa espressione “filosofia dei media” assume significati diversi e non sempre è preferita rispetto ad altre denominazioni. A questo proposito lo stesso Lucci si esprimeva qualche tempo fa proprio qui su Doppiozero, mostrando come il tema dei media sia spesso oggetto di una filosofia che non pronuncia più il proprio nome, anche perché libera da pastoie disciplinari che sempre più hanno soffocato la libertà del pensiero in nome di una non meglio precisata “purezza” disciplinare. La stessa purezza che altri autori, come l’esperto di Nietzsche Andreas Urs Sommer, hanno indicato come una forma di fuga dal pericolo, da quell’«arrischiarsi» che per Hegel costituiva l’essenza del pensiero e che viene abbandonato in nome della professionalizzazione e dell’aziendalizzazione. 

 

Rispetto a questi pericoli, il saggio di Lucci si propone un obiettivo ambizioso: rimettere in atto l’unità di forma e contenuto della filosofia, offrendoci un’analisi filosofica che non riduca la serie di Pizzolatto a un testo da analizzare alla luce della tradizione, ma anzi presentandola come un’opera filosofica in sé. Non è un caso se il libro non allude a una “filosofia di True Detective”, ma anzi individua True Detective come una filosofia, più precisamente come una filosofia del negativo. 

Si tratta di un’operazione difficile, soprattutto nel caso della serie presa in esame. Mandata in onda per la prima volta nel 2014, True Detective è una serie antologica piena di riferimenti culturali. La prima stagione, in particolare, segue – con un complesso sovrapporsi di piani temporali – le indagini di due detective in una rete di omicidi a sfondo rituale avvenuti in Louisiana nel 1995. L’anno prima i Nine Inch Nails di Trent Reznor pubblicavano The Downward Spiral, album-simbolo del nichilismo radicale degli anni Novanta. Se la metafora della spirale è dominante nella narrazione, la sceneggiatura di Nic Pizzolatto prende molto da un testo di Thomas Ligotti, La cospirazione contro la razza umana, saggio letterario sulle cui pagine viene modellata la personalità nera di Rust Cohle, uno dei due protagonisti della storia. 

 

Il saggio di Ligotti rappresenta perfettamente un milieu cultural-filosofico sempre più vivo nel dibattito contemporaneo, un’atmosfera teorica che oscilla tra nichilismo speculativo, antiumanismo materialista e apocalittica ecologista, e che è alla base della rivalutazione di alcuni autori e di alcuni temi quasi mai al centro dell’attenzione dei filosofi. Si potrebbero menzionare come esempi la demonologia e il black metal, che Eugene Thacker interpreta – nel suo Tra le ceneri di questo pianeta – come un esempio di discorso sul rapporto tra uomo e mondo, ma soprattutto come un discorso sull’indifferenza del mondo rispetto all’uomo. Oppure l’attenzione per l’horror come genere letterario da parte di autori come lo stesso Ligotti – egli stesso raffinato autore di racconti dell’orrore – o Armen Avanessian, che si muove sull’onda lunga del realismo speculativo di Quentin Meillassoux e dell’illuminismo nichilista di Ray Brassier. Su tutti, infine, il fascino crescente per la figura e l’opera di H.P. Lovecraft, vero e proprio antesignano di un’attitudine verso il mondo e la vita – o più precisamente, contro il mondo e contro la vita – che è stata descritta meglio di tutti da Michel Houellebecq in un suo fortunato saggio sullo scrittore di Providence. 

 

Qui la difficoltà del saggio di Lucci: mostrare il retroterra filosofico che anima la scrittura di True Detective senza ridurre l’intera operazione a una mera tautologia, limitandosi cioè a mostrare l’aspetto filosofico di un’opera che già in principio si fonda su un ricco repertorio di riferimenti culturali a volte molto diretti. La mossa vincente del saggio è un’impostazione articolata in due mosse, quasi un passo di danza che scompone il gesto filosofico in due operazioni distinte ma strettamente connesse. Innanzitutto, l’analisi di Lucci fa emergere i riferimenti impliciti della serie, i rimandi a opere o autori che si nascondono non solo nei dialoghi, ma anche nelle scene, nel sonoro, nelle ambientazioni e nel ritmo della narrazione. Non si tratta di un tentativo di importare nel discorso della serie altri discorsi dal di fuori, bensì di una ricerca filologica delle fonti dell’opera di Pizzolatto, pratica “classica” del discorso filosofico che qui ha un importante valore ermeneutico e di contestualizzazione, senza divorare lo spazio dedicato al tema e al linguaggio proprio della serie (in fondo i riferimenti a Ligotti occupano direttamente un solo capitolo del libro). 

 

Questo è il punto essenziale. Lucci si sottrae alla tentazione di appiattire la serie sui dialoghi, sui riferimenti filosofici espliciti o anche semplicemente sulla trama. Qui subentra l’aspetto più originale e interessante della proposta dell’autore: articolare una filosofia dei media in cui questi ultimi sono non oggetto, ma soggetto della filosofia. Il saggio non è un metadiscorso filosofico sul medium seriale, ma piuttosto si ripropone di lasciar venire alla luce ciò che la stessa forma seriale esprime. È nei registri espressivi, nelle immagini, nelle atmosfere e nelle tecniche di ripresa che è possibile individuare quegli stessi temi che si ritrovano nelle fonti della serie, ma con delle sfumature e una modalità di presentazione specifiche del medium adottato. In questo modo la forma-serie non diventa genere surrogato della forma-saggio, ma rivela potenzialità espressive, capacità di intrecciare i significati e le posizioni, che permettono un’impostazione originale e autonoma rispetto al grande tema individuato da Lucci. 

Arriviamo quindi al nucleo tematico dell’analisi, la questione del negativo. La domanda è immediata: qual è l’oggetto di cui la filosofia del negativo di True detective dice il “non”? Innanzitutto, ed è evidente sin dalle prime pagine del saggio, True Detective è una filosofia del non-umano. L’animale, la natura, la sorda eco di un universo indifferente sono gli abissi in cui l’umanità perde se stessa, mentre la coscienza – seguendo Ligotti e i suoi beniamini filosofici – appare come non altro che un eccesso, una metastasi tumorale che si presenta più come una condanna che come una risorsa. Il risvolto nichilista di ciò che Peter Sloterdijk, in contrapposizione alla teoria dell’uomo come essere mancante proposta da Arnold Gehlen, indica come aspetto “lussureggiante” dell’essere umano. 

 

Negazione innanzitutto di qualsiasi antropocentrismo, dunque. E subito dopo, come radicalizzazione di questo antiumanismo, negazione di qualsiasi idea di “cosmo” ancora legata alla possibilità di una legge universale, di una ragione che permetta un qualsivoglia orientamento. Questo è l’inumano con cui si confrontano in modo sempre più radicale i protagonisti della serie, l’impossibilità di dare un senso umano a un universo non più descrivibile come una realtà unitaria, ma piuttosto come un ipercaos amorfo e imprevedibile. L’umano, in questo modo, è proprio il paradossale slancio etico che al tempo stesso riconosce e combatte l’insensatezza, la condanna a partire da una prospettiva, quella della coscienza, che pur viene riconosciuta come assolutamente insignificante. 

Il discorso, tuttavia, non è così semplice. Se infatti la narrazione lascia trasparire questa dimensione profondamente materialista e nichilista, tra le pieghe di una storia costellata di omicidi rituali e riferimenti religiosi emerge una seconda figura del negativo: non più l’inumano, ma l’antiumano, la convinzione metafisica nell’esistenza di una forza che lotta contro il mondo e contro la vita, contro il senso e contro – qui è il caso di dirlo – il bene. Proprio nella tensione tra inumano e antiumano si nasconde l’ispirazione etica di True Detective, condensata nel contrasto tra i servitori deliranti di una forza senza volto scagliata contro l’umano, e i protagonisti, che si fanno carico del peso del negativo affermando la paradossale condizione umana – troppo umana – di chi non può rinunciare al senso contro l’indifferente silenzio del mondo. 

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