Alfabeto Pasolini

Capitalismo beffardo

Se il capitalismo fosse una persona e potesse parlare, ogni dieci anni dovrebbe annunciare, come fece Mark Twain, che ‘la notizia della mia morte è fortemente esagerata’. Più o meno ogni decennio infatti una crisi economica scuote le fondamenta dell’ordine costituito, e qualcuno si chiede se sia la volta buona: il capitalismo sta esalando gli ultimi respiri? Wofgang Streeck si pone questa domanda nel libro Come finirà il capitalismo? Anatomia di un sistema in crisi, recentemente pubblicato da Meltemi. Streeck è professore emerito di sociologia economica, ex direttore di un centro di ricerca del Max Planck Institute. Il libro raccoglie diversi saggi scritti nell’ultimo decennio, dedicati all’analisi del capitalismo e del suo destino.

 

Senza crisi ovviamente nessuno scriverebbe libri del genere. Ma il rischio, per chi li scrive, è enorme: il capitalismo è sopravvissuto più a lungo di tutti coloro che prematuramente ne hanno annunciato la morte. Se fosse una persona, si farebbe quattro risate passeggiando fra le tombe di Marx, Mill, Keynes, Schumpeter e Marcuse, per citare alcuni uccelli del malaugurio. Non sorprende dunque che molti scienziati sociali abbiano smesso di partecipare al gioco delle profezie. Gli economisti in particolare sono da tempo consapevoli che le previsioni sistemiche di lungo periodo non fanno parte del loro bagaglio professionale. I modelli economici funzionano bene se applicati a sistemi relativamente semplici, isolati da shock esterni, su breve scala temporale. Chiaramente nessuna di queste condizioni è soddisfatta quando si parla di ‘capitalismo’ e del suo destino.

 

C’è in primo luogo un problema concettuale: di che cosa stiamo parlando, quando discettiamo di ‘capitalismo’? Il termine è notoriamente vago e controverso. Parliamo sicuramente del sistema di produzione e distribuzione della ricchezza emerso in Europa nel diciottesimo secolo e adottato dalla maggior parte delle società contemporanee – escludendo Corea del Nord, Cuba, e poche società premoderne sopravvissute ai margini del mondo. Su questo tutti concordano. Ma su che cosa sia questo sistema, e soprattutto quali elementi siano essenziali al suo funzionamento, c’è scarsa convergenza di opinioni.

 

Per i marxisti gli elementi fondamentali del capitalismo erano la proprietà privata e la produzione di denaro (profitto) attraverso l’estrazione di surplus dalla forza-lavoro. Ma poiché proprietà privata e lavoro salariato sono esistiti ben prima del diciottesimo secolo questi elementi non sono sufficienti per una definizione. La teoria del valore di Marx è stata abbandonata dalla stragrande maggioranza degli economisti, per di più, e con essa anche la teoria del ‘furto’ del surplus della forza-lavoro. Costruire una definizione teorica precisa del capitalismo su queste macerie è arduo, e non è la strada seguita da Streeck nel suo libro.

 

Streeck riconosce che non esiste al momento una teoria in grado di concettualizzare in modo preciso il capitalismo. La definizione più puntuale che troviamo nel libro identifica l’essenza del capitalismo nell’ ‘accumulazione privata del capitale’ e nel ‘libero scambio contrattuale guidato da calcoli individuali di utilità’. Purtroppo nessuno di questi elementi è davvero distintivo: individualismo, libero mercato (del lavoro in particolare) e accumulazione del capitale co-esistono in Europa almeno dalla fine del feudalesimo. Ma la sensazione è che definire il capitalismo non sia così importante per Streeck, e che fornire una teoria rigorosa non sia il suo obiettivo principale.

 

 

Streeck insiste sulla natura dinamica del capitalismo, e sulla costante necessità di reinventarsi per sopravvivere alle crisi. Le crisi, a loro volta, sono generate da quelle che un marxista avrebbe chiamato ‘contraddizioni’ del sistema. Si tratta di tensioni sia interne che esterne, nel senso che il capitalismo convive in modo conflittuale con altre istituzioni dalle quali però dipende la sua stessa esistenza. Fra queste Streeck enfatizza in particolare la democrazia e la morale del senso comune, fondata su egalitarismo e meritocrazia. Il capitalismo ha bisogno di queste istituzioni sia per ragioni ideologiche – il sistema deve essere percepito come ‘giusto’ e funzionale al benessere di tutti i cittadini – sia per proteggersi dagli istinti predatori delle élite che potrebbero in ogni momento distruggerne gli incentivi.

 

Non si tratta di un’idea nuova. Secondo Karl Polanyi, uno dei principali e più originali sociologi economici del secolo scorso, il capitalismo avrebbe dovuto estinguersi per ‘erosione’ delle istituzioni che lo nutrono e lo proteggono. La metafora è quella di un tumore che cresce all’interno dell’ospite senza rendersi conto che a lungo andare lo ucciderà, decretando così la fine del tumore stesso. Prendiamo per esempio il principio della libertà individuale, indispensabile sia per giustificare la flessibilità delle relazioni contrattuali, sia la protezione dei diritti di proprietà. L’estensione della libertà economica è uno dei meccanismi fondamentali per la creazione di nuova ricchezza (o di maggiore ‘efficienza’, nel gergo dei tecnocrati). Allo stesso tempo essa genera ineguaglianza, incertezza, e sostituisce meccanismi di mercato a istituzioni considerate ‘non economiche’ nelle società tradizionali – per la cura delle persone e dell’ambiente, la protezione, le relazioni famigliari. L’erosione di queste istituzioni a sua volta impoverisce la vita sociale, affettiva, valoriale delle persone, rendendola meno sicura e gratificante, generando malcontento e sfiducia nei confronti del sistema stesso.

 

L’ipotesi di Polanyi e Streeck, come di molti sociologi contemporanei, è che qualsiasi sistema economico sia ‘incastonato’ (embedded) in un sistema sociale più complesso, e che per miopia rischiamo di perdere di vista questa relazione di dipendenza. La critica è rivolta agli specialisti – gli economisti in particolare – che come si è detto hanno rinunciato a fornire analisi di ampio respiro. I sociologi dovrebbero assumersi questo compito, come argomenta Streeck nel capitolo conclusivo (‘La missione pubblica della sociologia’). Il problema è che non è chiaro quali strumenti tecnici li possano aiutare. I saggi riuniti nel libro sono in effetti delle sofisticate rassegne di fenomeni politico-economici ampiamente documentati e discussi nella letteratura giornalistica degli ultimi due decenni: l’instabilità dei mercati finanziari, l’aumento del debito pubblico e privato, la rivoluzione tecnologica digitale e il suo impatto sull’occupazione, la globalizzazione e delocalizzazione della produzione, l’invecchiamento della popolazione, l’immigrazione, la crescita della disuguaglianza, la crisi ecologica, eccetera eccetera.

 

È evidente che ciascuno di questi fenomeni è fonte di problemi enormi e contribuisce all’instabilità sociale, politica ed economica delle società contemporanee. Ma non è chiaro se e come i ‘sistemi capitalistici’ abbiano le risorse per risolvere questi problemi. Di tanto in tanto un evento imprevisto spariglia le carte, come ha fatto la pandemia del Corona Virus negli ultimi due anni. Cinque anni fa chi avrebbe potuto pensare che la più grande ondata di investimenti pubblici nella storia del capitalismo fosse alle porte, alla faccia dello spread, dei vincoli di bilancio, dell’inflazione e delle politiche di rigore? È l’ennesima capriola con la quale il capitalismo si farà beffe dei suoi critici, oppure il sussulto di un malato terminale? 

 

I modelli delle scienze sociali contemporanee non ci aiutano, e nessuno ha il coraggio di proporre teorie di lungo periodo come quelle dei cicli storici hegeliani o marxisti. Forse dovremmo semplicemente rallegrarci che gli scienziati sociali siano diventati più umili dei loro predecessori. Resta il fatto che nessuno sa dare una risposta alla domanda ‘Come finirà il capitalismo?’. Forse uno dei molteplici fattori citati da Streeck, ben noti a chi segue i dibattiti politici contemporanei; oppure, forse, non finirà – per lo meno non nel corso delle nostre vite – e continuerà ad aggirarsi nel cimitero delle idee, facendosi quattro risate alle spalle di chi si è posto questa domanda.

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