Caro Bonsanti, tuo Gadda

“Povera e cara mamma” è formula ricorrente nelle lettere spedite ai propri cari negli anni di guerra. A lei Gadda chiede di perdonare gli scatti di nervi, i “momenti poco sereni”, in parte motivati anche dalla sotterranea rivalità tra i due fratelli, dall’accusa non tanto velata che la madre preferisca Enrico, così vitale e gioioso rispetto all’ombroso “figlio difettivo”, dirà la Cognizione del dolore. Adele Lehr è una donna colta, poliglotta e di tempra decisa, fiduciosa nell’etica lombarda del lavoro, la cui risolutezza poteva facilmente trasformarsi in intransigenza. Il “diniego oltraggioso” che il mondo e il destino oppongono a Gadda (e ai suoi alter ego romanzati) ha la sua matrice nel mancato affetto dei genitori, nella “sadica” disciplina educativa che gli è stata inflitta. Al bambino a cui i parentes non hanno sorriso – “cui non risere parentes”, secondo la chiusa virgiliana del saggio Dalle specchiere dei laghi (nella raccolta Gli anni, 1943) – non sarà concesso di gustare le gioie della vita. Già in una lettera del maggio del ’17 si delinea uno dei motivi che renderanno sempre più acuto il conflitto con la madre: Carlo Emilio invoca l’opportunità di contenere le spese disimpegnando l’appartamento in affitto di Milano (quello di via san Simpliciano, in cui vive “il convoluto Eraclito”), troppo grande, ora che ad abitarlo stabilmente è rimasta solo la sorella Clara. Il tema si ripropone nel ’19 di fronte al consistente aumento del canone d’affitto, nei mesi della galoppante inflazione del dopoguerra. Le ultime pagine del Giornale mostrano il progressivo incrinarsi, nonostante il dolore comune per la morte di Enrico, del legame affettivo fra madre e figlio: cresce “l’irritazione contro la mamma che non vuol saperne di vendere la casa di Longone e di liquidare l’appartamento […]. Con la mamma fui cattivo e prevedo che sarò sempre, perché troppe divergenze abbiamo su tutto”, annuncio della “tragica autobiografia” della Cognizione

 

E poi la villa di Longone al Segrino impone spese continue, durante la guerra occorre affrontare il rifacimento del muro esterno, quel “fesso muro pagatasse” che, invece di proteggere, sembra invitare all’ingresso i ladri. Nei periodi di vacanza attorno a Longone si ritrova la “somaresca tribù gaddiana”, un gomitolo o uno “gnommero” in cui è facile smarrirsi (La guerra di Gadda offre opportuni alberi genealogici), e l’altra tribù degli amici milanesi: ognuna ha la sua casa di campagna, dispone “di ville, di ville”, ricorderà l’invettiva dell’ingegnere contro l’opera devastatrice degli architetti milanesi che hanno profanato il paesaggio della “perduta” e “casta Brianza”. Le residenze di villeggiatura si dispongono a raggiera attorno al lago di Pusiano, l’Eupili caro all’abate poeta, al Parini originario di Bosisio. Nella località di Galliano, frazione di Eupilio, risiedono i Semenza, i Ronchetti (parenti per via della prima moglie del padre di Gadda), ed altre famiglie della borghesia milanese, attratte dalla dolcezza del clima, dall’orografia serena dei monti prealpini che si specchiano “nelle cilestri bacinelle dei laghi”. Ogni famiglia, con il codazzo di “rinovellantesi marmocchi innumeri” e di “sapienti madri”, poteva annoverare un ragazzo al fronte, per cui nelle vacanze a ritrovarsi sono solo quelle che Emilio, in una lettera alla sorella, definisce le “scimmiette gallianesi”. La “casa avita” dei Gadda è lì nei pressi, a Rogeno, dove vive il ramo ricco e onorato, quello del fratello maggiore del padre, lo zio senatore. Villa in Brianza (scritto nel ’29, edito da Adelphi nel 2005) narra con feroce sarcasmo le disavventure del padre, ingenuo gentiluomo vecchio stampo che, nonostante i fallimenti come mercant de seda, si è fatto costruire a fine Ottocento la casa in campagna nella “terra dei maggiori”. Lì può avere il suo orticello, qualche pianta da frutto, e imbottigliare il suo vino; lì i figli possono crescere respirando la pariniana “salubrità dell’aria”. Di qui il soprannome di Pirobutirro d’Eltino per la dinastia del don Gonzalo della Cognizione, il romanzo in cui è proprio la villa la vera protagonista (rimando agli atti del convegno Gadda e la Brianza. Nei luoghi della Cognizione del dolore, editi da Medusa nel 2007). Dalla “quiete campestre” di Longone, turbata solo dai timori sulla sorte dei fratelli, Clara li informa sulla qualità del vino, sulle condizioni degli alberi da frutta, sulle prugne misteriosamente scomparse, ma anche sulla stanchezza dei contadini che brontolano in sordina contro i “sciùr” che hanno voluto la guerra.        

  

E certamente Gadda rientrava fra quei “sciùr”, lui, giovane ufficiale interventista, geloso delle proprie prerogative gerarchiche e sociali, desideroso di portare a compimento la missione a cui lo chiama la Storia. Non ha dubbi sulla giustezza della causa per cui combatte, la difesa della terra amata; invoca la disciplina dai soldati, non si dispiace all’idea di poter accedere alla gloria attraverso una “morte utile e bella”. “Io ho voluto la guerra, per quel pochissimo che stava in me di volerla […]. E in guerra ho passato alcune ore delle migliori della mia vita, di quelle che m’hanno dato oblio e compiuta immedesimazione del mio essere con la mia idea: questo, anche se trema la terra, si chiama felicità”, dirà nel Castello di Udine. Nel saggio “La guerra è cozzo di energie spirituali”. Estetica e estetizzazione della guerra (lo si trova in rete nell’"Edinburgh Journal of Gadda Studies", promosso da Federica Pedriali), Christophe Mileschi osserva che le pagine gaddiane registrano una “aberrante sproporzione” tra la preoccupazione per il proprio eroismo personale, costantemente rivendicato, e l’enormità della sofferenza collettiva, mai registrata. “La fine della guerra, che si dice prossima, mi fa grigie queste ore, con il pensiero che la parte eroica della mia vita è ultimata”, scrive nel Giornale ai primi d’ottobre del ’17. Per chi ha creduto la guerra “necessaria e santa” non c’è spazio né per la paura né per la pietas di fronte al dolore degli altri, una pietas che invece dimostra Enrico. Alla sorella, nell’estate del ’16, scrive di non provare nessuna voglia di sparare sui soldati nemici che si stendono al sole per scaldare un po’ le ossa intirizzite; “anche loro hanno a casa una fidanzata, una madre, una sorella, come noi: hanno nelle terre lontane (sono slavi o czechi) delle donne”. Per Carlo Emilio è intollerabile la paura dei suoi soldati, “rintanati nel buco come delle troie incinte”, ancor più dopo la disfatta di Caporetto e la prigionia, conseguenze umilianti della viltà altrui. Neppure c’è posto per l’orrore scatenato dall’immane massacro, comprensibilmente eluso nelle lettere, ma assente anche dalle pagine memorialistiche e dai primi romanzi; a questi ultimi soprattutto è affidato il compito impossibile di testimoniare della nobiltà di un’impresa che tale non è stata, di liricizzare e idealizzare una guerra entrata nella prosastica crudeltà del moderno. 

  

Anche per Gadda verrà presto il momento dell’irritazione verso la retorica oleografica, verso le “xilografie mortuarie” di una memoria consegnata a “cadaverosi poemi”, secondo gli stilemi del culto della Grande Guerra diffuso dal regime fascista. Don Gonzalo, “reduce senza endecasillabi”, non racconta mai nulla della sua esperienza militare, non si attenta a “gloriosamente poetare, il fratello, sorriso lontano! Chiusone in sé il nome, la disperata memoria”. Un modo anche questo per rendere avvertibile la presa di distanza dal fascismo, a cui l’interventista Gadda si era accostato nel dopoguerra, confidando in un rinnovato ordine sociale e in un ruolo da protagonista per l’Italia nel contesto internazionale. Gadda conserva simpatie per il regime per gran parte degli anni Trenta, benché cerchi di retrodatare la sua avversione; dal ’41 avvia la feroce satira contro la “cricca del Predappiofallo” nel “turpiloquente” Eros e Priapo. L’indagine, intrisa di psicoanalisi, sui meccanismi di erotia che hanno sorretto l’adesione, maschile e femminile, al regime del “mascelluto luetico ed eredoluetico”, sulla psicopatologia della mentalità autoritaria, non troverà una rivista disposta ad anticiparne un capitolo: né “Paragone” (fondata da Roberto Longhi e Anna Banti, Gadda fa parte della redazione) né “Botteghe oscure”, e sarà la bolognese “Officina”, di Francesco Leonetti, Pasolini, Roberto Roversi e Gianni Scalia, a pubblicarlo nel ’55. Solo nel 1961, due anni prima di abbandonare per sempre l’attività di scrittore, rispondendo alla domanda “è finito il fascismo?”, proposta dalla rivista “Successo”, Gadda potrà valutare con distacco le motivazioni guerresche del suo spirito giovanile: “date una carabina a un ragazzo, e in capo a un’ora avrà già sparato a sua sorella, a sua madre, al migliore de’ suoi amici. È necessario vincere il fascismo in noi stessi, in tutti gli animi dei concittadini: con lo spregiare, condannare, deridere e avere a schifo in noi il culto della prepotenza, il prevalere iniquo dell’io, l’ambizione ‘fisica’ di essere al di sopra degli altri e la ‘fede’, tipicamente fascista, in una presunta nostra capacità di disporre del destino comune e di condurre al ‘trionfo’ certe idee di potenza”.

  

Di certo, nel promuovere la consapevolezza delle grettezze ideali e morali del fascismo gioca un ruolo importante (oltre all’odiata tassa sul celibato) l’incontro con l’ambiente culturale di Firenze. Nella baracca in cui si era ritrovato prigioniero a Celle Lager, Gadda era venuto a contatto con due letterati, Bonaventura Tecchi e Ugo Betti, non i soli ad essere affetti da mania poetica. Per Gadda, come per altri della sua generazione (basti pensare a quella sorta di diario militare che è Il porto sepolto di Ungaretti), la guerra diventa occasione di apprendistato letterario, una scuola che chiede di tradurre in scrittura un’esperienza atroce e sconvolgente. Sarà proprio Tecchi, dal '29 direttore del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux (inaugurato nel 1820), ad introdurlo nell’ambiente fiorentino, dove avrà modo di legarsi in stretta amicizia con Alessandro Bonsanti che del Gabinetto sarà direttore dal 1941 all’80. Con Bonsanti, nato nel 1904, romanziere, critico letterario, animatore di cultura (nel senso di chi ha sempre cercato di dare anima alla cultura), Gadda intrattiene uno scambio epistolare durato quarant’anni, dal 1930 al 1970, un lungo carteggio edito dalla casa editrice Olschki con il titolo Sono il pero e la zucca di me stesso (a cura di Roberta Colbertaldo).

 

Adriana Pincherle, Ritratto di Alessandro Bonsanti, 1967

Adriana Pincherle, Ritratto di Alessandro Bonsanti, 1967

 

È a Bonsanti che vengono affidati, per custodirli a futura memoria, i taccuini di guerra che Gadda non pensava di rendere pubblici, e la cui pubblicazione “affannosa” (con il titolo Giornale di guerra e di prigionia, Sansoni, 1955) è anticipata da alcuni estratti su “Letteratura”, la rivista che Bonsanti ha inaugurato nel '37, dopo l’esperienza di “Solaria” (fondata nel '26 da Alberto Carocci), di cui dal ’30 era condirettore. A Bonsanti Gadda spedisce un testo che dovrebbe servire di pubblicità al Giornale che si sta per stampare; ricorda che quei quaderni svelano l’animo del diarista-soldato in un tempo in cui il “difettivo spirito di carità” nel giudicare uomini e cose del mondo era “imputabile a inesperienza del mondo e de’ suoi abitatori, nonché alla ‘infatuazione bellica’ modello 1915 e seguenti anni, secondo la quale il Gadda considerava e tuttavia considera la guerra di Trento e Trieste come la quarta guerra per l’indipendenza d’Italia”. L’edizione Einaudi del ’65 procederà a tagli e censure – preoccupazione costante dell’autore –, modifiche di alcuni nomi, anche in seguito alla garbata protesta del vecchio amico milanese Ambrogio Gobbi, definito un “gran porco” nel Giornale. Proprio a lui confessava in una lettera del 7 novembre 1958: “il mio amico prudentissimo-educatissimo volle dare all’editore fiorentino i miei due quadernetti, che non rilessi mai dal 1917-18, a saldo del debito morale (promessa di un libro) che avevo col suddetto editore. Da Roma scrissi al mio amico: ‘ma credi che si possano stampare? non ci saranno grane? erano mie note interne non destinate alla pubblicazione: un promemoria segreto di quegli anni, di quelle sofferenze, di quel tempo di follia’”. 

  

Bonsanti è amico fidato e consigliere, ben conosce il carattere “compassato e cerimonioso” di Gadda, le bizze e le idiosincrasie, gli scatti furiosi contro la stupidità degli umani, a cui seguivano mea culpa e richieste di perdono. Il carteggio – privo delle lettere inviate dal Gran Lombardo negli anni Trenta, forse distrutte dallo stesso Gadda nel timore di una perquisizione tedesca durante la guerra – si compone in gran parte di brevi cartoline, scritti di servizio dettati da esigenze editoriali, richieste di pubblicare racconti, recensioni e saggi su riviste. “Solaria”, dirà Vittorini, equivaleva in letteratura al rifiuto della tradizione, ad un’apertura verso la cultura europea e quindi a un implicito anti-fascismo. Nel ’37, il primo numero di “Letteratura” si apre col saggio gaddiano Meditazione breve circa il dire e il fare: quasi un manifesto di poetica, atto d’accusa contro “la parlata falsa”, il vaniloquio che riduce la parola a “un guscio, senza più il lumacone di dentro”. Un fascicolo del ’38 è ritirato dalle librerie perché la censura tiene sotto controllo Elio Vittorini che vi ha pubblicato la terza puntata di Conversazione in Sicilia. Intanto Bonsanti ha avviato la sua opera di “consulente editoriale” per Gadda: alla stampa della prima raccolta di racconti, La Madonna dei filosofi per i fratelli Parenti (1931), segue Il castello di Udine nel ’34 per le edizioni di “Solaria”. Nel frattempo, fra il ’38 e il ’41, il “dittatore” o “tiranno” o “vero negriero” Bonsanti promuove la pubblicazione a puntate su “Letteratura” della Cognizione del dolore, costretto di continuo a sollecitare l’invio dei capitoli del romanzo. Scriverà Gadda nel ‘41 a Lucia Rodocanachi, la “Gentile Signora” di cui era spesso ospite ad Arenzano: “ho le reprimende e le ‘scene di gelosia’ di Bonsanti per la mia morosità o anzi carenza nel consegnargli il seguito della Cognizione …” (Lettere a una gentile signora, Adelphi, 1983). 

  

Dopo anni trascorsi all’estero per svolgere la sua professione, in Argentina, in Belgio, in Germania, infine a sovraintendere ai servizi elettrici del Vaticano, sul finire del ’40 Gadda si trasferisce a Firenze dove può frequentare la cerchia degli amici letterati, ritrovarsi con loro alle “Giubbe rosse”. Le prime pagine del Pasticciaccio, risalenti al ’44, escono a puntate su “Letteratura” dal ’46, prima della pubblicazione in volume da Garzanti nel ’57; le Lettere a Livio Garzanti (apparse ne I quaderni dell’ingegnere, 4, 2006), vedono nuovamente Gadda doversi giustificare per il ritardato invio dei materiali, questione ribadita nelle lettere a Bonsanti. Gadda torna a Roma, la Babilonia della Cognizione, nell’estate del ’44, sfollato da Firenze per via dei combattimenti, mentre la moglie di Bonsanti, di origine ebraica, ha dovuto nascondersi, e la figlia Sandra è affidata a una famiglia in campagna. A Roma, privo di quasi tutto, abiti, scarpe, denaro, riceve prestiti mensili da Raffaele Mattioli, allora direttore generale della Comit; a Bonsanti ripete più volte “ho freddo e fame”, cerca con il suo aiuto di accedere al denaro, ai vestiti lasciati nella casa fiorentina, dove sono anche libri, documenti, manoscritti. Bloccato a Roma fino al ’46, Gadda ha modo di vivere il fermento della rinascita culturale, l’impetuosa comparsa di nuovi giornali, riviste e case editrici; frequenta casa Bellonci dove incontra Moravia, Bontempelli e Piovene, Palazzeschi e Pratolini, il gruppo che darà vita nel ’47 al Premio Strega. Invia una recensione di Agostino di Moravia alla rivista “Aretusa”, cestinata da Benedetto Croce (era la figlia a dirigere la rivista) “perché freudiana e sessuologica”, ma poi apparsa sul “Mondo”, il nuovo settimanale fondato da Bonsanti insieme a Montale: “Don Benedetto l’ha bonariamente e paternalisticamente e liberamente e moralmente e borbonicamente respinta”, gli scrive.

 

Quando, alla fine degli anni Quaranta, lascia Firenze per Roma per lavorare alla Rai, “l’ingegner fantasia” rimpiange gli “anni fiorentini, quelli della città che avevo scelto come ideale residenza e che ritengo ancora la mia ‘città’ d’elezione”. Gli scambi epistolari sono ora dominati dal coinvolgimento di Bonsanti nella realizzazione di programmi culturali per la radio, come “Viaggiatori romantici in Italia” o contributi alla serie “Scrittori al microfono”, mentre prosegue la collaborazione di Gadda alla nuova rivista di Bonsanti, “Letteratura / Arte contemporanea”. Sempre più assillanti si fanno per entrambi le strategie di partecipazione ai premi letterari, le ricerche di sostenitori ed elettori, insieme alla denegazione della rilevanza dei riconoscimenti. Così, in occasione della vittoria del premio Viareggio nel ’53, per le Novelle del Ducato in fiamme, Gadda scrive di sé a Contini: “nel pandemonio dei lampi al magnesio, dei microfoni pompinandi e dei burrosi decolletés (sic) di cui non glie ne importa ormai un fico secco, dei telegrammi e delle gratulatorie pistole, e baggiane interviste dei rotocalchi, ha completamente perso quel po’ di cervello che forse, molto forse, si ritrovava ad avere tuttavia”. Ormai autore di culto, Gadda si ritrova subissato di proposte editoriali, “straziato” fra Garzanti ed Einaudi: il dottor Livio gli versa per il Pasticciaccio un assegno mensile (il che gli consente dal ’55 di rinunciare al lavoro alla RAI, con cui continua comunque a collaborare), ma “sta col fucile spianato e, quel che è peggio, puntato su di me”. La casa torinese pubblica La Cognizione, ristampa La Madonna dei filosofi e L’Adalgisa, ma anche Vallecchi e Sansoni premono per avere dei testi. La guerra degli editori, “veri bambini di tre anni e mezzo”, per contendersi i suoi testi, contribuisce a “stroncarlo”, senza contare il disagio di una letteratura zavorrata di  componenti ideologiche: “Se non ci fossero di mezzo la politica, e la teatralità, baggiana e bambolesca del carattere italico, molte aquile giovinette, che ritengono dominare i cieli perché un salvagente aerostatico-politico le tiene per aria, riscenderebbero di colpo a essere dei comuni pollastri nel cortile dell’infantilismo sgrammaticato”, scrive a Bonsanti.   

 

Si apre poi la stagione del Gadda autore affermato con la pubblicazione del Pasticciaccio nel ’57, da cui Pietro Germi, regista e attore protagonista, trae il fortunato film Un maledetto imbroglio. L’ultima sezione del carteggio ci mostra il Gadda insofferente verso l’elefantiasi pubblicitaria, subissato di richieste di interviste, preoccupato per i magri bilanci finanziari. Intanto la salute va declinando: le lettere a Bonsanti riportano i tradizionali problemi flebitici e cardiocircolatori, a cui si aggiungono un’ulcera duodenale, una nevrite intercostale, artrosi e arteriosclerosi. Le frequentazioni si riducono progressivamente; incontra Attilio Bertolucci, il “tandem cinematografaro” Bassani-Pasolini, il giovane e solerte Pietro Citati, allora consulente di Garzanti, Gian Carlo Roscioni. Il successo dei romanzi lo aggioga al carro del mercato, alla logica del consumo di massa da cui si dice travolto: un diluvio, il pero ha impiegato anni per giungere a una certa altezza, ma la zucca lo ha superato in pochi giorni. “Io sono la vittima del mio stesso ‘caso’ … Sono il pero e la zucca di me stesso, quali l’Ariosto li cita nel suo apologo. ‘Fui già una zucca che montò sublime – in pochi giorni …’”. Si ritrova coinvolto negli attacchi della stampa moderata sul diffondersi di romanzi “pornografici” in dialetto, attacchi provenienti “dagli ambienti ben-pensanti per quanto malissimo parlanti nella loro cachettica monolingua del cavolo”. Sono polemiche che lo turbano, ma da cui cerca di prendere distanza, come scrive al cugino Gadda Conti: “La frana di romanzi dialettali (leggi Testori in dialetto lombardo e Pasolini in gergale periferico-romanescoide) non è imputabile a me. Il mio lavoro è trapunto su fondo italiano, anzi italianissimo …”. Confessa a Bonsanti di vivere alla giornata, “anzi alla mezza giornata”, di non essere più in grado di “padroneggiare il groviglio che si è annidato nel mio cervello”. La chiusura del carteggio è affidata a Roscioni: un breve messaggio del giugno del ’70 in cui fa da mediatore per i saluti che Gadda, ormai recluso in casa, rivolge al fedele amico di una vita.   

  

Strano destino (o curiosa nemesi?) per chi avrebbe desiderato restare nell’ombra, come Gadda chiedeva in una delle interviste raccolte da Claudio Vela (“Per favore, mi lasci nell’ombra”, Adelphi, 1993). Di una delle figure più schive della nostra letteratura finiamo ormai per sapere quasi tutto, grazie al vastissimo repertorio di scambi epistolari (il più ampio fra i nostri letterati?): di certo, questo è imputabile anche alla gaddiana mania di “archiviomane”, al nevrotico bisogno di far ordine, come testimoniano le raccomandazioni alla famiglia perché si premuri di “conservare accuratamente” le carte dell’esperienza militare. Il fondo di 15.000 carte affidato a Bonsanti dopo il trasferimento a Roma finisce sommerso nell’alluvione del ’66 e solo negli ultimi anni è stato faticosamente recuperato, seppur non integralmente. Alla notizia del disastro, Gadda si premura di tranquillizzare l’amico: “Per le mie casse non darti pensiero, il contenuto loro è assolutamente privo d’importanza”; del resto, già nel ’63 auspicava “la necessaria distruzione (combustione) delle carte inutili e ridicole ivi contenute”. Da gaddofilo impenitente, resto “pencolante” fra il piacere di nuove scoperte epistolari e l’impressione di risultare indiscreto, quasi invadente, come quando si giunge in casa d’altri all’ora di pranzo o mentre è in corso una lite. Torna alla mente l’immagine meravigliosa della Cognizione, al termine della lite furibonda fra don Gonzalo e la madre, prodiga e accogliente verso i “calibani gutturaloidi” che invadono la villa: “‘Se ti trovo ancora una volta nel braco dei maiali, scannerò te e loro …’. Questa frase non aveva senso, ma la pronunziò realmente (così certe volte il battello, accostando, sorpassa il pontile)”. In Gadda l’acribia filologica ha trovato un fertile terreno di coltura, a cui non corrisponde una vichiana collaborazione con la filosofia, al fine di riconoscere al massimo prosatore del nostro Novecento la rilevanza di un “pensiero narrante”. Era il sentiero indicato dal magistrale saggio di Roscioni, La disarmonia prestabilita (Einaudi, 1969), su cui altri – Federico Bertoni, La verità sospetta, Einaudi, 2001; Carla Benedetti in Gadda, meditazione e racconto, ETS, 2004 – si sono incamminati, prendendo sul serio quel “senso della complessità” che è il nucleo teorico della Meditazione milanese, (composta nel 1928 e apparsa postuma per Einaudi nel 1974), una delle opere più originali e premonitrici della cultura contemporanea.  

 

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