Charlotte von Mahlsdorf: “Sono la moglie di me stesso"

Lothar Berfelde, aka Charlotte von Mahlsdorf.


Avete presente quelle stanze un po’ soffocanti, colme di mobili massicci, riccamente intarsiati, di divani dai braccioli scolpiti con rivestimenti in tessuto damascato che pare sempre polveroso, di credenze, tavoli e sedie con gambe a torciglione, colonnine, pinnacoli? Stanze in cui, se anche si aprono le finestre, l’aria resta pesante, in cui applique e lampadari ridondanti mandano una luce tutto sommato fioca che rischiara a stento i ninnoli ammassati nelle vetrinette e sui ripiani? Ecco. Tutto comincia da lì. Dalla mobilia che i borghesi tedeschi e austriaci avevano scelto per arredare i propri appartamenti in case che, nella struttura architettonica e nelle facciate, riprendevano gli stessi principi degli intérieur: sovrabbondanza di stili, ostentazione, opulenza, gusto discutibile.

 

Stanza in stile Gründerzeit al Gründerzeitmuseum di Berlino.


Mi riferisco al periodo storico detto Gründerzeit, convenzionalmente collocato nei decenni che stanno a metà del XIX secolo, tra gli anni Quaranta e la crisi della borsa del 1873. Anche se secondo alcune scuole si protrae fino all’inizio del Novecento. Anni che videro lo sviluppo della borghesia, l’industrializzazione massiccia, la nascita delle ferrovie e, con l’arrivo in massa degli abitanti delle campagne, la nascita del proletariato e di edifici-caserma che accogliessero i nuovi residenti metropolitani. Sul fronte estetico-borghese l’epoca segnò il trionfo di neobarocco, neogotico, neorinascimentale. Un eclettismo stilistico a cui ci si riferisce come istorismo o storicismo, fatto di imitazione e assimilazione di forme espressive precedenti concentrate in un solo ambito. Quello stesso evocato da Guido Gozzano nella sua Nonna Speranza:

 

il cucù dell’ore che canta, le sedie parate a damasco

chermisi… rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!

 

Una caratteristica di quei mobili fu anche il grande impegno che richiedeva la loro spolveratura, visti i molteplici anfratti di cui erano costituiti. Anche questo aspetto ha a che fare con la storia che intendo raccontare. Ma procediamo con ordine.

Nel quartiere berlinese di Mahlsdorf, alla periferia est della città, nel 1928, in piena Repubblica di Weimar, nella famiglia Berfelde da un padre attivista nazista, nacque un bambino che fu battezzato Lothar. Fin da piccolo manifestò interesse per gli abiti femminili, con cui spesso si travestiva, e per le carabattole d’antiquariato, le “buone cose di pessimo gusto”, se vogliamo ancora citare il nostro Gozzano. Sorpreso da una zia, l’adorata Tante Louise, a indossare i suoi abiti mentre era ospite della sua residenza nella Prussia Orientale, questa commentò: “la natura ha fatto un brutto scherzo a entrambi, facendo nascere te uomo e me donna”. Gli diede da leggere I travestiti di Magnus Hirschfeld, sessuologo all’avanguardia ideatore della teoria di un sesso “intermedio” tra uomo e donna, gli assicurò solidarietà e appoggio anche nei confronti del dispotico genitore.

 

L’adolescente Lothar, indulgendo sempre più nella propria natura al femminile, tornato a Berlino prese a frequentare un robivecchi di Kreuzberg, Max Bier, che lo iniziò all’attività di rigattiere permettendogli di tenere per sé alcuni degli oggetti in cui commerciavano. Assai meno propenso a tollerare gli interessi del giovane fu il padre che, anche nel tentativo di distoglierlo da quelle passioni, lo volle iscrivere alla gioventù hitleriana. Gli scontri tra genitore e figlio si facevano sempre più frequenti e raggiunsero il massimo della virulenza nel 1944 quando la madre, stanca delle violenze del marito, approfittando delle disposizioni di evacuazione abbandonò casa e famiglia. Messo dal padre di fronte alla necessità di scegliere tra i genitori, e minacciato dallo stesso con la pistola d’ordinanza, Lothar optò per una soluzione estrema: nella notte lo uccise nel sonno con un mattarello. Tragica e grottesca, nonché fatale per il suo destino futuro, fu la scelta del mattarello: un oggetto domestico, quotidiano di quelli che l’adolescente in conflitto di genere amava raccogliere e collezionare trasformato in arma letale. Dopo una perizia psichiatrica il ragazzo fu condannato a quattro anni di correzionale come elemento asociale. La fine della guerra e del regime nazista lo avrebbe preservato dallo smaltimento della pena. 

Dopo la guerra Lothar era diventato definitivamente Charlotte (Lottchen) a cui aveva aggiunto l’ironico cognome di von Mahlsdorf, giocando sul sobborgo di sua provenienza. I capelli si erano allungati e sarebbero stati tenuti sempre in una foggia sobria e discreta. Il viso non avrebbe conosciuto trucco. Unica concessione alla frivolezza, un filo di perle o una semplice collana. Gli abiti femminili che avrebbe prediletto non erano quelli della diva o della drag queen, bensì i dimessi indumenti della massaia, addirittura i grembiuli da donna delle pulizie.

 

Charlotte von Mahlsdorf nel suo museo.


Ed ecco che torniamo ai mobili da cui abbiamo preso le mosse. Nella Berlino bombardata, Charlotte prese a raccogliere la mobilia che si era salvata dalla distruzione. C’è chi sostiene che anche durante la guerra non si fosse fatta scrupolo di raccogliere i mobili rimasti abbandonati nelle case degli ebrei deportati. D’altra parte è noto il suo impegno a favore della causa ebraica, la sua netta opposizione al nazismo. Tratti che contribuiscono a colorare di ambiguità la sua figura e la sua storia. Storia di un travestito che, dopo essere sopravvissuto al nazionalsocialismo, si apprestava ad affrontare la DDR: personaggio scomodo e provocatorio passato da un totalitarismo all’altro.

La sua passione si concentrò proprio su quei mobili pseudo barocco-rinascimentali che gli ricordavano la figura e i tempi di un amato prozio ormai scomparso e che erano così difficili da tenere puliti. La sua anima di Putzfrau prevaleva su quella di donna fatale o sul caricaturale eccesso di femminilità che molti travestiti prediligevano. Per sua stessa dichiarazione, i suoi organi genitali non gli avevano mai creato problemi. Si considerava un travestito, non un transessuale, e si autodefiniva “meine eigene Frau”, la moglie di sé stesso, come aveva spiegato alla madre quando questa lo aveva sollecitato a sposarsi. Una natura femminile in un corpo maschile.

 

Tra il 1946 e il 1948 ottenne l’autorizzazione ad occuparsi del castello di Friedrichsfelde (sempre nella periferia est di Berlino), in rovina e destinato a probabile demolizione. Ne fece il proprio quartier generale e iniziò a raccogliervi la sua collezione di oggetti antichi. A restauro completato iniziarono le visite guidate, a cui Charlotte faceva da Cicerone, ma l’idillio fu di breve durata. Le autorità requisirono il castello e le concessero tre giorni di tempo per spostare altrove la sua raccolta. In quell’occasione fece ricorso per la prima volta alla strategia di donare ai visitatori orologi, vasi, reperti anche di grande valore, liquidando il museo in segno di protesta. Viveva compravendendo mobili antichi e si vestiva da donna. Realtà non scontatamente facili da realizzare nella neonata Repubblica Democratica Tedesca (1949), non certo indulgente con trasgressioni e deviazioni ritenute incompatibili con la costruzione del socialismo. La sua collaborazione con il Märkisches Museum fu interrotta bruscamente proprio per questi motivi, ma non si arrese. Fra il 1959 e il 1960, mentre la sua collezione tornava a crescere e acquisiva forma e dimensione di quello che sarebbe diventato il museo del Gründerzeit, fece partire una campagna per la conservazione di una residenza padronale nel suo quartiere natio, Mahlsdorf. In cambio degli interventi di risanamento le fu concesso l’uso dell’edificio senza affitto da pagare. A quanto racconta lo restaurò da sola lavorando alacremente giorno e notte. Il 1960 vide la luce del primo settore del Gründerzeitmuseum nell’unica ala già restaurata della magione.

 

La casa padronale di Mahlsdorf sede del Gründerzeitmuseum.


Nel 1963 il museo si arricchì di una specialissima dotazione: gli arredi di un locale malfamato ma popolarissimo nel periodo dei favolosi anni Venti berlinesi, nonché luogo di incontro di gay, lesbiche e oppositori del nazismo negli anni del terzo Reich, il Mulackritze, destinato all’abbattimento dopo la chiusura forzata del 1951. La Kneipe, situata in Mulackstraβe nell’allora equivoco quartiere, nonché ghetto ebraico, detto Scheunenviertel (oggi centralissimo e gentrificato Mitte), aveva attratto, oltre al popolo della notte, prostitute, piccoli criminali e proletari, anche figure dello spettacolo oggi illustri, dalla cantante cabarettista Claire Waldoff a una giovane Marlene Dietrich, all’attore e regista teatrale Gustaf Gründgens, nonché il più famoso gangster berlinese, Adolf Leib. L’atmosfera del locale era quella tramandata da una serie di illustrazioni di Heinrich Zille, il narratore iconografico della vita sottoproletaria dei bassifondi berlinesi, nella sua raccolta Hurengespräch (Discorsi di puttane), documentazione del Milieu del piacere con didascalie rigorosamente in dialetto berlinese.

 

Dal ciclo Hurengespräch di Heinrich Zille, 1921.


Charlotte raccattò l’intero insieme degli arredi e ricostruì il locale nei sotterranei del suo museo: bancone, tavolini e persino la stanzetta nel mezzanino dove, nonostante i divieti formali, le prostitute esercitavano ogni notte.

 

Charlotte dietro il bancone del Mulackritze ricostruito nel museo.


La stanzetta a luci rosse del Mulackritze.


Nei primi anni Settanta il museo divenne anche luogo di ritrovo della sotto cultura gay di Berlino est. Le domeniche pomeriggio gli attivisti del Homosexuellen Interessengemeinschaft (Gruppo di interesse omosessuale) di Berlino si davano convegno a Mahlsdorf, diventato centro culturale e di documentazione gay, e vi organizzavano conferenze, feste e celebrazioni. Se due giovani, ragazzi o ragazze che fossero, avevano bisogno di un posto tranquillo per fare l’amore, alcune stanze del museo erano messe a loro disposizione. I vetri erano stati appositamente dipinti di nero perché a eventuali ispezioni della STASI non tradissero la propria funzione. 

 

Una riunione del gruppo con gay con Charlotte (all’estrema destra) eccezionalmente in abiti maschili.


Nel 1972 l’edificio rientrò sotto la tutela dei beni monumentali e due anni più tardi le autorità della DDR ne disposero la statalizzazione con conseguente confisca della collezione là raccolta. La reazione di Charlotte consistette ancora una volta nel regalare i suoi reperti ai visitatori, pur di non vederli sparire nelle mani dello stato. A favore del museo si mobilitarono però un’attrice di fama, Annekathrin Bürger, un altrettanto noto e benemerito avvocato, Friedrich Karl Kaul e non si esclude che abbia giovato anche un aspetto che sarebbe stato successivamente spesso citato a carico di Charlotte, una sua connivenza con la famigerata Stasi, la polizia segreta, in qualità di IM Inofizieller Mitarbeiter (cooperatore non ufficiale), in altre parole collaborazionista “volontario” che forniva informazioni e notizie su fatti e persone.

Il Museo fu salvato e sopravvisse, ma gli incontri del gruppo furono proibiti nel 1978. Al compimento dei 60 anni, ormai pensionata, Charlotte potette varcare il confine e tornare nei settori ovest di Berlino da cui il muro l’aveva tenuta lontana. Vista la sua predilezione per uomini più anziani, non trovò in vita nessuno dei suoi ex amanti. Nel 1989 il muro crollò, la stessa sera in cui al cinema International si festeggiava l’uscita del primo film apertamente gay prodotto in Germania Orientale: Coming out. Film in cui lei recitava un cameo nei panni della barista di un locale omosessuale, per una volta truccata e parruccata come una vera regina. Quella sera il pubblico si divise tra entusiasmo e spaesamento, incredulo alla notizia del varco nel muro e partecipe per la prima del film. Intanto lei si apprestava ad affrontare e vivere un’altra pagina di storia, quella della Germania riunificata.

 

Fu proprio nel 1991 però che, in seguito a un attacco omofobo compiuto da neonazisti e che causò diversi feriti tra i partecipanti alla festa di Mahlsdorf, comunicò l’intenzione di lasciare il suo Paese. Nonostante il conferimento dell’Ordine del Merito della Repubblica Federale Tedesca nel 1992, cinque anni dopo emigrò in Svezia. Scelse la cittadina termale di Porla Brunn dove, senza particolare successo, aprì un museo analogo a quello tedesco. Nello stesso anno la città di Berlino acquistò il Gründerzeitmuseum che, ancora oggi, continua la sua attività mettendo in mostra in parecchie stanze i mobili e gli oggetti che Charlotte aveva raccolto in una vita. 

Prima di lasciare la Germania, in occasione di una conferenza tenuta il 2 marzo del 1997, Charlotte si squalificò agli occhi di molti appartenenti alla comunità LGBT berlinese per un’infelice dichiarazione che le valse la messa all’indice come icona e portavoce del movimento: “Che gay e lesbiche non possano avere figli, dopo tutto, è cosa assolutamente naturale. Anche la natura seleziona chi può riprodursi e chi no. Se così non fosse, se gay e lesbiche generassero bambini, oggi avremmo molti disoccupati in più”. In fondo era una signora d’altri tempi e, nonostante tutta la militanza, tradiva una mentalità non in sintonia con il progressismo.

Nonostante le non poche ombre che costellano la sua biografia Charlotte restò, e resta tutt’ora, figura di culto a Berlino. Nel 1992 il regista Rosa von Praunheim le dedicò un film tratto dall’autobiografia pubblicata nello stesso anno: Ich bin meine eigene Frau (Sono la moglie di me stesso), in cui la vera Charlotte dialoga e interagisce con gli attori che ne interpretano il ruolo nelle diverse fasi di vita. 

 

 

 

Nel 1995 l’autobiografia uscì in traduzione inglese, I Am My Own Wife, e attirò l’attenzione di un giovane commediografo americano, Doug Wright, che volò a Berlino per conoscere e intervistare l’autrice. Conquistato, e al contempo turbato dai molti aspetti oscuri della sua storia, Wright impiegò anni a realizzare l’omonimo testo teatrale che avrebbe portato sulle scene di mezzo mondo le vicende del peculiare travestito berlinese. Al debutto nel 2002 seguirono i trionfi di Broadway, le repliche negli Sati Uniti e in Europa (non in Italia), fino al premio Pulitzer per il teatro e a diversi Tony Awards (2004). Charlotte morì di infarto nel 2002, all’ospedale della Charité, durante una visita a Berlino. La morte l’avrebbe riportata nella sua città.

Nel 2006 Peter Süß, editore dei testi di Charlotte, realizzò un’ennesima variante della commedia, andata in scena a Lipsia con il, per così dire, senno di poi. Una giornalista intervista Berfelde e la mette alle strette con domande incalzanti relative al suo collaborazionismo e ai lati meno nobili della sua storia. Si parte dal principio, legato alla storica dichiarazione di un contemporaneo, che “non appena Charlotte apriva bocca, iniziava a mentire”. Leggende e mitologie che, come spesso succede, si sovrappongono e finiscono per sostituirsi alla storia. Difficile pensare, per altro, e questa non vuole essere una giustificazione, che per una figura come la sua potesse essere ipotizzabile un’esistenza senza contatti con la Stasi. Basti pensare all’altissima percentuale di collaborazionisti di ogni ordine e grado che l’apertura degli archivi ha portato alla luce dopo l’unificazione delle Germanie. Charlotte non ha negato. A chi la interrogava in proposito rispondeva: “Lei viene dall’ovest, vero? La Stasi non ha mai bussato alla sua porta di notte”. In nome della propria e altrui contestata sessualità, del suo prezioso museo, della sua stessa vita da outsider a trecentosessanta gradi, è possibile, anzi probabile, che la sventurata abbia risposto. 

Charlotte nella cucina del museo.

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