Che fatica la pigrizia!

Allora come è andata questa lunghissima quarantena e il Lockdown?

 

Così così. Ho dormito molto; ho letto poco; sono stanco per il troppo lavoro on line; e poi ho mangiato troppo, così ho preso peso.

 

Insomma sei stato un pigrone, salvo il lavoro da remoto…

 

Non proprio. Ho lavorato senza muovermi da casa e per questo mi sono affaticato più di quando andavo in ufficio in autobus, in tram o in bicicletta.

 

Lo sai che sto leggendo un libro che mi sembra perfetto per descrivere la tua situazione, che poi è stata anche la mia in questi due mesi? Si intitola La fatica di essere pigri (Cortina Editore) e lo ha scritto un professore di semiotica di Palermo, Gianfranco Marrone. Si parla di tante cose tra cui anche di uno dei tuoi eroi preferiti: Paperino.

 

Interessante. Forse non è un caso che l’abbia scritto uno di Palermo. Non per confermare un luogo comune, ma se c’è un luogo che abbino alla pigrizia è proprio la Sicilia, sotto quel sole cocente d’estate…

 

Sarà, io quando penso alla pigrizia mi si palesa davanti l’immagine di un messicano, sombrero calato sul viso, che fa la siesta. Ogni città, paese o nazione pensa che i pigri siano sempre gli altri, quelli che vivono più a Sud. Sul siciliano forse però hai ragione, anche perché la tesi di Marrone è che il pigro fa di tutto per riuscire a fare nulla, scrive proprio così. E i siciliani sono le persone più impegnate che conosco. I luoghi comuni sono proprio comuni, ma qualcosa di vero lo colgono sempre. Insomma, l’autore scrive che per essere pigri, per fare i pigri, occorre dapprima lavorare un bel po’.

 

Sai che ho sempre creduto il contrario: essere pigri vuol dire non fare proprio nulla.

 

Beh, nel libro lui distingue tra varie cose che noi tendiamo a considerare identiche, ma che non lo sono: ozio, indolenza, accidia, inerzia, apatia, infingardaggine. Per spiegarlo mette mano a una serie notevole di autori, a partire da uno che proprio pigro non era, anzi, molto attivo, Bertrand Russell.

 

Il matematico? L’insegnante di filosofia? Il pacifista?

 

Sì proprio lui. Nel 1932 ha scritto un saggio: Elogio dell’ozio, in cui si propone di insegnare ai giovani il non far nulla. Muove un considerevole attacco all’etica protestante che vede nel lavoro un dovere sociale assoluto a cui adeguarsi. Lui era un socialista, e vedeva di mal occhio i proprietari terrieri, i nobili inglesi, quelli che non fanno davvero nulla e si tengono ben stretti l’ozio. Russell si domanda come mai nella Russia sovietica si pratichi l’elogio del lavoro: l’operosità e lo spirito del sacrificio dei paesi capitalistici. Il lavoro come realizzazione di sé. Sai che il filosofo sosteneva che l’ozio è essenziale alla cultura, all’esercizio intellettuale? Non era l’unico. Prima di lui ne parlano Robert L. Stevenson, Oscar Wilde, Jerome K. Jerome; quest’ultimo, poi, non del dormire, ma del restare a letto dopo il risveglio.

 

Non male questo libro. E poi cosa dice?

 

Beh, ricostruisce le tappe del pensiero intorno alla pigrizia, e ti assicuro che scopre o riscopre autori dimenticati. Intanto l’avversario è il lavoro come condanna. Ti ricordi la scena di Dio che scaccia i nostri Progenitori, Adamo ed Eva, dal paradiso terrestre e li condanna al lavoro?

 

Il Paradiso terrestre! Che luogo meraviglioso, ma ci torneremo?

 

Non lo so. In effetti tutto sembra cominciare da quella cacciata o esilio dal luogo paradisiaco. Il lavoro è visto come un marchio d’infamia. Forse è perché il cristianesimo, quello primitivo, era la religione degli schiavi, dei veri lavoratori nel mondo antico. Anzi, si può dire che i poveri li ha inventati proprio la Chiesa. I romani avevano l’otium, che per loro era un vivere secondo natura, come scrive Seneca. Sai cosa dice Marrone? che per i Germani guadagnarsi il pane con il lavoro è indice di pigrizia. Lavorare stanca, meglio uccidere. 

 

Anche questo è interessante. La guerra come una forma d’ozio?

 

Non proprio. C’è un’altra questione: quella dell’accidia, uno dei peccati capitali, che vuol dire “senza cura”. Un tema che nel mondo cristiano, in particolare nel monachesimo medievale, è il modo con cui il demonio si presenta ai monaci e li tenta.

 

Scusami, ma anni fa avevo avuto tra le mani un libretto di Paul Lafargue, Il diritto alla pigrizia...

 

Già, proprio lui. Lo sai che aveva sposato Laura, la figlia di Karl Marx? Sosteneva il diritto alla pigrizia, più importante ancora dei diritti dell’uomo. Oggi sembra un pensatore tornato di moda, dato che il lavoro scarseggia e il tempo libero sembra superiore a quello impiegato per lavorare. Alcuni pronosticano che lavoreranno solo le macchine.

 

A dire il vero questo Lockdown ha abolito la distinzione tra tempo libero e tempo di lavoro: avevo un mare di tempo libero, ma sono più stanco di quando lavoravo. Fare le file al supermercato, pulire la casa, far da mangiare, intrattenere i figli, e molto altro ancora. Altro che pigrizia!, io mi sono stancato. Almeno prima, dopo il gran correre durante la settimana, la domenica stavo di più a letto. In queste settimane nessuna distinzione tra giorni feriali e giorni festivi; anche le chiese erano chiuse e addio domenica!

 

Non sapevo che eri religioso.

 

Non tanto, ma almeno il settimo giorno Dio si è riposato e anche noi uomini possiamo farlo. E invece siamo stati sottomessi a uno strano regime: un po’ lavoro e un po’ non lavoro. Ma cosa è accaduto?

 

Il libro è stato scritto prima della pandemia, ma alcune cose sono illuminanti. Prima di tutto ci ricorda che noi viviamo nella società della prestazione, quella sì che produce stanchezza! Pensa a quelli che per buttare giù la pancetta e avere dei pettorali scolpiti se ne vanno in palestra nella pausa pranzo, poi corrono a casa a dedicarsi alla cucina, allievi delle varie trasmissioni televisive, tipo MasterChef. L’importante, dice a un certo punto Marrone, è distinguere bene tra lavoro, ozio e pigrizia, e considerare anche il fatto che in altre civiltà rispetto alla nostra l’operosità e l’inoperosità sono considerate diversamente. Fa l’esempio di un monaco buddista e poeta giapponese, Kenko Yoshida, autore di un libro molto bello, Momenti d’ozio, considerato un classico della letteratura di quel paese, scritto nel 1330. A lui l’ozio serve come risposta alla noia.

 

Strano io ho sempre pensato che la noia e la pigrizia fossero quasi la stessa cosa. Mi annoio quando non faccio nulla di interessante, per questo divento pigro…

 

Non è proprio così. Per Kenko Yoshida, l’opposto dell’ozio non è il lavoro; la noia non è la semplice assenza di attività, bensì il contrario: deriva dalla vita quotidiana, dal rumore del mondo. Tutto il contrario di quello che pensiamo noi occidentali. Il monaco e poeta ammirava la caducità. Noi la fuggiamo.

 

Non so se ho capito bene.

 

Ascolta. “Seduto pacificamente senza far nulla/ viene la primavera/ e l’erba cresce da sola”. Sono i versi di un haiku che dice benissimo questo sentimento Zen che ha Kenko Yoshida. Per raggiungere il satori, quella che possiamo chiamare all’occidentale “illuminazione”. Sai, nel libro ci sono pagine anche su autore cinese, Lin Yutang, il cui motto si può riassumere così: il saggio vive, non fa. Noi siamo figli della cultura americana che ci ha conquistati, e questa è terrorizzata dalla pigrizia.

 

 

Sarà anche, ma i cinesi che vedo io sono attivissimi, mi sembrano più americani degli americani: lavorano sempre.

 

Già. Le cose stanno cambiando. Tutto è cominciato con Mao, con il suo marxismo, che ha modificato, nonostante la radice confuciana del suo pensiero, l’idea tradizionale dei saggi. Le civiltà si sono mescolate. Ma stai attento, lo ripete Marrone: l’individuo cinese non è figlio della visione prometeica occidentale, lui si immerge nel mondo adeguandosi alle sue tendenze. Sono più pragmatici di noi eredi del Romanticismo e del suo titanismo. Praticano un individualismo molto diverso dal nostro.

 

Nel libro c’è tutto questo? 

 

Sì, e anche molto altro. C’è per esempio un capitolo dedicato ai significati della parola pigrizia e dei suoi sinonimi nelle varie lingue, da cui emergono varie idee della pigrizia. L’autore vuol farci capire che la pigrizia non è un fatto individuale, ma una passione collettiva, una forma di vita, e che ci sono varie forme di pigrizia. Pensa a quella mentale, legata alla mancanza di volontà.

 

La pigrizia mentale non è quella dello stupido?

 

Sì, c’è pure quella. Marrone esplora i proverbi e poi l’universo delle fiabe per cercare delle risposte alla sua domanda di fondo: ma la pigrizia esige fatica? E scopre che il folklore europeo disapprova la pigrizia, e questo prima del sorgere del capitalismo industriale, nelle società contadine. Nelle fiabe russe di Afanas’ev ci sono molti esempi di questo. Così come ha toccato l’universo orientale, Giappone e Cina, parla della Russia, grande paese fornito di un grande immaginario. Il suo eroe è Oblòmov.

 

Che personaggio meraviglioso! C’è pure un film se non ricordo male. Io ho visto quello e non ho letto il romanzo. Per via della mia indolenza, sai guardare un film è meno faticoso di leggere.

 

Oblòmov è solo il primo di tutti questi. Non so se hai mai letto il libro di Georges Perec Un uomo che dorme, critica del mito attivistico. Poi c’è lo scrivano Bartleby di Melville, sottratto alla legge dell’utilitarismo americano, un uomo che nessuno può riscattare: su di lui le buone intenzioni del suo principale, avvocato di Wall Strett, non hanno alcuna presa, non funzionano.

 

E Paperino, di cui parlavi all’inizio? Cosa c’entra Paperino. Lui è sempre in movimento, lavora anche se vorrebbe riposare…

 

Vero. Marrone ha contato 110 mestieri e 31 passatempi compiuti da Paperino solo nelle storie di Carl Barks, il vero inventore del papero e di Paperopoli, autore di oltre 500 trame e disegni. Paperino sarebbe pigro, il pigro per eccellenza. È in definitiva il pigro iperattivo: per potere oziare deve fare molta fatica, poveretto.

 

Ecco perché è il mio eroe!

 

Nel libro di Marrone si paragona Paperino a Gastone, che è il pigro pigro, che non fa nulla e ottiene tutto, mentre Paperino deve faticare tantissimo: deve conquistarsi la pigrizia con il sudore della fronte. Questa è la vera condanna, non la cacciata dal Paradiso terrestre. Sai, per Paperino la pigrizia è l’esito delle sue azioni, non la causa. Il vero pigro puro è Ciccio, che è un’oca e dorme sempre sotto gli alberi nella fattoria di Nonna Papera. Lui è il pigro felice.

 

Non so se vorrei somigliare a lui.

 

Giusto. Meglio il papero maldestro e sempre perseguitato dallo zio taccagno, Paperone. Senza di lui Paperino non sarebbe un vero pigro. Cerca l’inoperosità – vuol fare il collaudatore di materassi – in contrapposizione all’operosità capitalistica dello zio. Non è inoperoso, eppure non è neppure un lavoratore indefesso. Per lui il riposo è il vero oggetto di valore, a cui vuole tornare.

 

Ma da quale Paradiso terrestre lo hanno cacciato?

 

Una buona domanda. Il lavoro gli serve per tonare in Paradiso, sul materasso, per questo vorrebbe lavorare mentre riposa, o forse riposare mentre lavora. Un bel paradosso. Direi che non è stato cacciato da nessun Paradiso. Ce l’ha sempre, ma non lo raggiunge mai. Qualcosa glielo impedisce già all’inizio della storia. Del resto se fosse un pigro pigro, non succederebbe nulla. Forse lui è il Sisifo della pigrizia: deve spingere il suo macigno in cima, e una volta fatto, quello ritorna giù, e via da capo. Paperino è tutti noi. Ma con qualcosa in più, quasi di orientale: la pigrizia è l’arte attraverso cui ci si può elevare spiritualmente.

 

Ma non ci riesce.

 

Diciamo che esprime il rovescio dell’idea dominante, per cui il lavoro nobilita l’uomo.

 

Non l’avevano scritto i nazisti sul cancello del Lager: Arbeit macht frei?

 

Quello, come ha detto Primo Levi, era una espressione sarcastica, faceva parte della crudeltà mentale dei nazisti. Per Levi l’idea di amare il proprio lavoro era fondamentale, ma parla del lavoro liberamente scelto, cosa che non succede a molti, almeno non nell’epoca in cui lui lo scriveva in La chiave a stella, gli anni Settanta del XX secolo. Diciamo che Paperino va in senso contrario: il lavoro mortifica l’uomo. Marrone cita una storia a cartoni animati, La goccia di notte. Paperino è stanchissimo, si addormenta sul sedile dell’autobus. Forse viene dal lavoro. Arriva a casa e vuole dormire, ma il rubinetto perde. C’è una goccia che cade e lo disturba. Un’ossessione che si trasforma visivamente in un incubo: un martello, due martelli, una bomba che cade. Dopo tanto brigare, lavorare, finalmente trova una soluzione, ma intanto la notte è trascorsa e lui non ha dormito. Paperino è l’avversario del mondo della prestazione, ma con un dettaglio di non poco conto, ci dice Marrone: per essere pigri bisogna lavorare molto, scontrarsi con il mondo che cambia e che chiede sempre più cose da noi. Non c’è solo lui nei fumetti. Pensa a Snoopy sdraiato sulla sua cuccia. Un eroe postmoderno, sembra dire l’autore.

 

Postmoderno? Ancora con questa espressione. Non ti pare che sia venuto il momento di farne a meno?

 

Hai ragione. Ma dato che anche io sono un pigro, un Paperino della cultura, ho deciso di finirla qui. Anche se ci sarebbe l’ultimo capitolo dedicato a Roland Barthes, ispirato a una sua bellissima intervista, che puoi leggere qui. Fai anche tu qualcosa, per favore. Io ho raccontato il libro di Marrone, non tutto ovviamente. Il meglio di tutto il volume poi è lì, alla fine. Fai uno sforzo, alzati, esci di casa e vai in libreria a comprarlo. Le librerie sono state chiuse per troppo tempo e a te un po’ di aria fresca non fa male. Ma mettiti la mascherina prima di uscire. Io vado a riposarmi. Ciao.

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