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Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.

 

Walter Siti, scrittore

 

1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.

 

Il cambiamento principale si è registrato nella vita quotidiana: abbiamo capito quanto, nell’equilibrio delle masse, fosse legato all’uscire. Uscire di casa per evadere da se stessi. Tutte le chiacchiere vane, da cui non si impara niente, avevano una potente funzione rassicurante; uscire era la vera arma di distrazione di massa, molto più dell’intrattenimento o della propaganda politica. Stare muso a muso con se stessi, o con gli altri membri della famiglia, fa terribilmente paura. Fare shopping in giro aiutava i depressi molto più di quanto non li aiuti comprare le stesse cose su Amazon – che poi non sono proprio le stesse, perché in questo momento Amazon fa fatica a recapitare le cose inutili. La distinzione, riattualizzata, tra beni necessari e beni superflui butta all’aria uno dei maggiori risultati del consumismo. I Comuni e le Regioni hanno sempre avuto nei loro bilanci una somma da dedicare agli “eventi culturali”: libri al mare o in montagna, sagre del bagòss tradizionale, le contr/azioni femminili, la settimana della psiche, il cinema in grotta. Il sonno della Regione generava mostre. Sarebbe bello pensare che almeno di questo si possa d’ora in poi fare a meno, se non fosse che online se ne stanno già trovando i sostituti parodici.    

 

2. Due questioni sono emerse con evidenza da questa crisi sanitaria: la globalizzazione economica e la comunicazione planetaria; a tuo parere, anche se difficile fare previsioni, come cambieranno le cose?

 

La globalizzazione ha permesso a mezzo mondo di aumentare il proprio tenore di vita, ma consente ai virus di espandersi come mai prima d’ora era accaduto, con una velocità inedita. La velocità degli scambi ci sta mostrando il proprio lato oscuro. Ora, che siamo sotto botta, si riscoprono i patriottismi, i confini, le radici. Forse si capirà che far produrre soltanto a certi Paesi in via di sviluppo i prodotti con scarso profitto marginale, riservandosi le produzioni fighe, è una decisione stupida quando poi di quei prodotti banali si ha un urgente bisogno; la distribuzione delle produzioni diventerà forse meno dissennata, ma non credo che la globalizzazione (connessa alla concentrazione capitalista) finirà. Dopotutto, in quarantena stiamo vivendo di Google, di Huawei, di Amazon: cioè delle più gigantesche multinazionali con bilanci che fanno impallidire quelli di molti Stati nazionali. Il delirio comunicativo, con la scusa dell’informazione sanitaria, invece di diminuire sta aumentando, la virtualità e l’irrealtà non contagiano (fisicamente). 

 

3. Negli ultimi decenni si è parlato ampiamento della crisi dei temi umanistici, dell’umanesimo tradizionale, a vantaggio della tecnologia e della scienza come motori dello sviluppo e del cambiamento. A tuo parere sarà ancora così o l’elemento umanistico, coi suoi valori, torna di attualità? E di quale umanesimo si tratterà?

 

Non so, certo la reclusione forzata costringe chiunque a riflettere e svela che la tecnologia (compresa quella medica) ha i piedi d’argilla. Le utopie della Singularity University, con la vittoria sulla morte, si allontanano nella bruma. Il post human perde di fascino, di fronte al figlio che ti abbraccia e con gli occhi terrorizzati ti chiede “allora papà, è vero che dobbiamo andare tutti in cielo?” Si riscopre l’uomo attraverso la sua fragilità, la vita attraverso la presenza della morte troppo a lungo rimossa. Ma la tecnologia, astuta, ha assunto da tempo un aspetto ‘naturale’, con interfaccia a prova di idiota, ed è proprio a queste interfaccia che ci appoggiamo in questi giorni di vagabondaggio impossibile. L’umanesimo non può tornare se non mediato dalla tecnologia, e dunque su basi materiali che non dipendono dall’uomo ma dall’anonimato della finanza. L’uomo vitruviano di Leonardo era al centro dell’universo, ma la scienza ci ha ormai dimostrato quanto questa concezione sia ridicola: la tecnologia, figlia della scienza, ritrova nella madre il proprio fondamento. L’unico umanesimo possibile oggi, più che nelle fantasie sempre troppo fragili dell’arte o della morale, sta nella riscoperta della scienza come dubbio. 

 

4. Uno dei temi discussi negli ultimi anni era quello della crisi delle élites tradizionali, quelle politiche ed economiche. A tuo parere escono indebolite o rafforzate? E il sistema capitalistico, nelle sue differenti forme, dagli Stati Uniti alla Cina, come esce da questa crisi sanitaria? Rafforzato o indebolito?

 

Da un punto di vista geopolitico, è ormai opinione comune che questa pandemia porterà a un’egemonia della Cina, che soppianterà quasi in tutto il mondo quella degli Usa. Le nostre élites tradizionali sono sempre state atlantico-centriche, e si troveranno irrimediabilmente smarrite. Per non parlare delle élites culturali in senso specialistico, artistiche e letterarie, che da almeno cinquant’anni sono una provincia dell’impero americano. Per quel che riguarda invece la formazione e la consistenza delle élites, c’è da sperare almeno che l’odiosa folle corsa al populismo anti-élitario, particolarmente euforica negli ultimi anni in Italia grazie alla doppia pressione di Salvini e dei Cinque Stelle, possa segnare una battuta d’arresto. A emergenza finita, forse qualcuno si renderà conto che averla affrontata con un ceto politico improvvisato e dilettantesco non è stata una gran mossa. Ammettere la necessità delle élites, in ogni campo, sarebbe già un primo passo; ma formarle richiede strutture educative che sarà difficile costruire nel pieno di una crisi economica devastante. Sarà più facile, nella seconda emergenza, ricorrere alla consolidata trafila del nepotismo e delle raccomandazioni politiche. 

 

5. La diseguaglianza sociale che è emersa anche in questo frangente critico è destinata a perpetuarsi una volta terminata la crisi sanitaria o invece vedremo emergere dei cambiamenti sul piano economico e sulla distribuzione della ricchezza?

 

Credo, ahimè, che sia destinata a perpetuarsi, se non addirittura a rafforzarsi. La tenaglia agirà sui due lati. Da un lato, molte aziende medio-piccole saranno costrette a chiudere i battenti, mentre le sole in grado di sopportare qualche anno di perdite, mirando a un futuro monopolio, saranno le multinazionali fagocitanti. Dall’altro lato, in molte zone d’Italia, visti gli impacci disperanti della burocrazia, le sole entità capaci di erogare immediatamente liquidità per chi non ha da mangiare saranno le criminalità organizzate, mafia ‘ndràngheta e camorra. Gli istinti autoritari che l’emergenza sanitaria ha fatto affiorare condurranno, temo, a forme di crudeltà nei confronti dei più deboli; a una sorta di eugenetica morale per cui se muori di fame è perché non hai spina dorsale e liberi la società da un peso. Ci saranno sommosse represse duramente, e pochi protesteranno con energia. Ovviamente non mancheranno carità e volontariato, ma la loro stessa presenza confermerà che le disuguaglianze si saranno cronicizzate. Temo che l’azzeramento del ceto medio, già in corso prima del virus, si aggraverà e non resteranno che due ceti: i salvati e i sommersi.

 

 

Matteo Meschiari, antropologo

 

1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.

 

Vorrei concentrarmi almeno per questa domanda sui possibili effetti positivi. Siamo una specie dotata di grande capacità di adattamento, sempre in equilibrio tra analisi predittiva dell’esperienza ed elaborazione di scenari alternativi. Il Covid-19 è il primo vero grande trauma collettivo dell’Antropocene, mille volte più potente nell’aggredire l’immaginario delle persone del problema climatico. Credo quindi che il primo effetto duraturo della pandemia sarà quello di preparare l’umanità al prossimo step cognitivo, quello dell’accettazione del collasso ambientale come problema numero uno della nostra specie. Il crollo di molte strutture economiche, sociali, politiche e culturali genererà dolore, ma stimolerà anche qualcosa di diverso dalle solite reazioni rettiliane, irrazionali oscurantiste. Molta gente, privata del giocattolo del benessere, diventerà più vigile sui propri diritti fondamentali, e sarà forse più disposta ad esigerne il rispetto. Consapevolezza nel buio, insomma. E un rilancio esponenziale delle capacità immaginative come tecnica di sopravvivenza. 

 

2. Due questioni sono emerse con evidenza da questa crisi sanitaria: la globalizzazione economica e la comunicazione planetaria; a tuo parere, anche se difficile fare previsioni, come cambieranno le cose? 

 

Il neoliberismo è al cuore di questa crisi, nel senso che l’ha generata, l’ha amplificata e senza alcun pudore di fronte alla morte ne sta ritardando la soluzione. Questo perché l’erosione dei diritti elementari alla salute ha funzionato per decenni nella grande bolla illusoria del “va tutto bene”, “noi non ci fermiamo”, “la produzione a ogni costo”. Ora che i costi sono sotto gli occhi di tutti e l’evidenza dei fatti svergogna la propaganda populista, sovranista, capitalista, sarà più difficile parlare in futuro di privatizzazione e di sviluppo economico. Personalmente credo che, usciti dal guado, vedremo un’orgia di recupero nel tentativo di tamponare il vuoto lasciato dalle enormi ricchezze vaporizzate dal blocco. Ma se alcuni sciacalli politici faranno leva sulla nuova miseria per erodere i principi democratici, il malessere rafforzerà anche il dubbio in quella parte del paese che, addormentata, si è già lasciata irretire da qualche tribuno della plebe. Economia in crisi profonda e comunicazione da remoto trasformeranno in modo radicale il discorso politico. Rendendolo più complesso, più articolato, più bisognoso di reali competenze.

 

3. Negli ultimi decenni si è parlato ampiamento della crisi dei temi umanistici, dell’umanesimo tradizionale, a vantaggio della tecnologia e della scienza come motori dello sviluppo e del cambiamento. A tuo parere sarà ancora così o l’elemento umanistico, coi suoi valori, torna di attualità? E di quale umanesimo si tratterà?

 

Non ho alcun dubbio sul fatto che la cultura umanistica potrà e dovrà assumere un ruolo guida nell’attraversamento delle molte crisi che ci attendono. Faccio un esempio: il romanzo. Da circa trent’anni l’editoria e un pubblico abitudinario di lettori hanno premiato il romanzo neoliberista, quello tardo borghese, fatto di corna, malattie, montagne salvifiche, cene tra amici e salotti della nonna. Covid-19 è entrato in queste rappresentazioni e le ha svuotate. Se insomma eravamo ancora lì a elaborare il trauma degli anni di piombo, magari nella metarealtà di uno schermo televisivo, adesso nel salotto di nonna è arrivato un tremendo dinosauro nero, prelinguistico, prerazionale, sordo alla dialettica dei filosofi, non estetizzabile dai poeti. Che fare? Vogliamo davvero continuare a produrre romanzi della memoria e dell’assenza? Forse la gente non vorrà guardare negli occhi il dinosauro nero, ma avrà comunque bisogno di strumenti cognitivi per riflettere sulla nuova realtà, e non più in termini di svago ma di sopravvivenza. Se dunque l’umanesimo passerà attraverso una nuova consapevolezza del collasso forse avrà qualcosa da dire in tutte maiuscole. Altrimenti avremo perso l’ultima occasione di pensare il nostro futuro in termini antropologici e non solo produttivi.

 

4. Uno dei temi discussi negli ultimi anni era quello della crisi delle élites tradizionali, quelle politiche ed economiche. A tuo parere escono indebolite o rafforzate? E il sistema capitalistico, nelle sue differenti forme, dagli Stati Uniti alla Cina, come esce da questa crisi sanitaria? Rafforzato o indebolito?

 

In queste ore, guardando i canali di Venezia limpidi come non sono mai stati, gli animali selvatici scendere in città, le mappe delle polveri sottili passare da rosse a gialle e poi verdi, alcune voci autorevoli hanno salutato con entusiasmo il radioso cambiamento che ci attende. Un futuro che non potrà non essere anticapitalista, ambientalista, addirittura comunista. Le narrazioni dell’Età dell’oro sono sempre gemelle di quelle dell’Apocalisse, sono insomma la stessa narrazione dialettica in bilico tra utopia e distopia. La realtà sarà invece molto simile allo status quo, semplicemente esasperato, cioè più violento e più brutale. Il capitalismo, lo sappiamo, ha grandi facoltà di adattamento. E sappiamo perfettamente che esiste un’economia del disastro con gestori che contano proprio sul collasso per arricchirsi. Credo che la prossima evoluzione del capitalismo sarà all’insegna della polarizzazione di classe, con oligarchie economiche da un lato e masse di nuovi schiavi legalizzati. I sintomi erano già lì prima di Covid-19, la pandemia è una specie di enzima catalizzatore. Ma tutto si gioca adesso: riconoscere i futuri oligarchi potrebbe fare la differenza.

 

5. La diseguaglianza sociale che è emersa anche in questo frangente critico è destinata a perpetuarsi una volta terminata la crisi sanitaria o invece vedremo emergere dei cambiamenti sul piano economico e sulla distribuzione della ricchezza?

 

La caratteristica strutturale di ogni collasso è la perdita dei saperi. Nell’età del bronzo numerose città stato, ognuna delle quali aveva sviluppato un alfabeto, crollarono e rimasero in ginocchio per secoli, a volte per millenni. Dove prima c’erano biblioteche di tavolette cuneiformi crebbe l’erba e arrivarono a pascolare le capre. Oggi vediamo gli effetti della diseguaglianza sociale nelle aspettative di vita del malato. Prima lo sapevamo in teoria, oggi contiamo i morti giorno per giorno. Quello che voglio dire è che non è mai solo un problema di ricchezza ma di cultura. Ci preoccupiamo del blocco e del rilancio dell’economia, ma se i saperi crollano, e ci sono molti indizi di questo crollo, allora l’esito sarà uno e uno solo: pochissimi ricchi, moltissimi poveri. La cultura non è un surplus, un bene di lusso, è uno stato di veglia sulla realtà e sui nostri valori sociali. Se pensiamo alla ripresa del business as usual senza reinventare l’economia in termini di mutuo appoggio, se insomma il neoliberismo individualista verrà reintegrato tale e quale, lo scenario avrà un colore unico, fatto di miseria e ignoranza. E il momento per capire dove andiamo è adesso, prima della fine della quarantena.

 

Francesco Guala, economista

 

1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.

 

Credo che sia difficile fare previsioni, perché gli effetti dipenderanno dalla durata delle misure restrittive. Se effettivamente ci sarà una ripresa graduale delle attività a partire da fine Aprile o nei primi giorni di Maggio, credo che ci dimenticheremo presto di questo brutto periodo. Se invece l’emergenza dovesse durare anche oltre l’estate, temo che gli effetti saranno molto più radicali e meno prevedibili.

 

2. Due questioni sono emerse con evidenza da questa crisi sanitaria: la globalizzazione economica e la comunicazione planetaria; a tuo parere, anche se difficile fare previsioni, come cambieranno le cose?

 

La nostra vita dipende ormai in modo essenziale dai commerci globali. In termini molto semplici: se dovessimo tornare indietro, diventeremmo tutti più poveri. Partendo da una situazione di notevole benessere, molti non se ne accorgeranno. Altri invece, che non si considerano ricchi ma che davano per scontato di potere acquistare un nuovo maglione o un paio di pantaloni ogni mese spendendo trenta euro, scopriranno che non sarà più possibile. Ci sarebbe inoltre un rallentamento della crescita economica dei paesi meno ricchi, anche se alcuni (come la Cina) probabilmente riuscirebbero a continuare a crescere grazie alle loro grandi dimensioni.

 

 

3. Negli ultimi decenni si è parlato ampiamento della crisi dei temi umanistici, dell’umanesimo tradizionale, a vantaggio della tecnologia e della scienza come motori dello sviluppo e del cambiamento. A tuo parere sarà ancora così o l’elemento umanistico, coi suoi valori, torna di attualità? E di quale umanesimo si tratterà?

 

La formazione umanistica è importante nei settori dei servizi culturali e alla persona, nonché nella comunicazione. Ma soprattutto è essenziale per la tenuta democratica dei nostri sistemi politici, un bene che diamo per scontato ma che sarà minacciato dalla crisi. Nel nostro Paese soffriamo anche di una grave carenza di comprensione della scienza da parte dei cittadini e degli intellettuali umanisti, che potrebbe creare problemi in un momento nel quale ci rivolgiamo alla scienza in cerca di protezione.

 

4. Uno dei temi discussi negli ultimi anni era quello della crisi delle élites tradizionali, quelle politiche ed economiche. A tuo parere escono indebolite o rafforzate? E il sistema capitalistico, nelle sue differenti forme, dagli Stati Uniti alla Cina, come esce da questa crisi sanitaria? Rafforzato o indebolito?

 

La fine del capitalismo è stata annunciata talmente tante volte che non credo valga la pena discuterne – anche perché il capitalismo non è certamente una cosa sola. Mi sembra per esempio fantascientifico prevedere che la Cina cambi radicalmente il suo modello economico, che è un modello capitalista. L’anello debole sarà se mai la politica.

 

5. La diseguaglianza sociale che è emersa anche in questo frangente critico è destinata a perpetuarsi una volta terminata la crisi sanitaria o invece vedremo emergere dei cambiamenti sul piano economico e sulla distribuzione della ricchezza?

 

Si innescheranno diversi meccanismi in diversi paesi. In Italia quasi sicuramente ci sarà un intervento sui risparmi dei cittadini, in qualche forma da definire. Dato che il risparmio privato è concentrato nelle fasce più anziane della popolazione, che sono state protette dal grande sacrificio dei giovani, sarebbe un intervento giusto. Ma in un paese con un’età media alta degli elettori, sarà difficile prendere una decisione del genere per i partiti politici. Inoltre, il mito della famiglia fa sì che gli anziani vedano i propri risparmi come una garanzia per i propri figli – percezione sbagliata, se gli alti risparmi uniti a un alto debito pubblico generano una bassa crescita economica. Cambiare queste percezioni non sarà facile: avremo bisogno di un forte movimento di opinione a favore dei giovani e orientato verso il futuro, in grado di resistere ai populisti che già stanno scaldando i motori in vista della fine della crisi, quando esploderanno le tensioni sociali.

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