Ignoranti istruiti e dilettanti per professione

L’altro giorno un collega, alla fine di una riunione di dipartimento, mi chiedeva informazioni su chi in ateneo si occupasse delle attività culturali. All’inizio l’ho presa per una battuta. Poi l’espressione bovina del mio interlocutore, conforme e persistente, mi ha convinto del contrario. Si trattava di una seriorissima domanda, la cui risposta, anche perché possibile, non ha qui e ora alcuna importanza. Interessa invece ciò che quell’interrogativo inconsapevolmente presupponeva. La domanda lasciava palesemente intendere che l’università, di solito, non si occupa di cultura ma d’altro. Come la bocciofila di quartiere o il circolo dei civili, l’università appare insomma all’opinione comune come una specie di polveroso dopolavoro dove, fra le altre, possono forse svolgersi “attività culturali”: concerti sinfonici d’antan o balletti similrussi, pièces di filodrammatici o conferenze sulla numismatica antica.

 

E tutto il resto? Cosa sarebbe quest’altro rispetto alla cultura che l’imponente, imbolsito esercito imbolsito di professori, tecnici-amministrativi e studenti deve quotidianamente esercitare? Tutto il resto – avrebbe detto Ortega y Gasset – è il regno spietato degli ignoranti istruiti. E lì l’opinione sarà comune ma non banale: l’università, rappresentante metonimico della società, è senz’ombra di dubbio il regno degli specialisti fini a se stessi, dei cervelloni – o presunti tali – caparbiamente autoreferenziali: banda di superesperti chissà in quale infinitesimo campo del sapere o minuscola branca della scienza, tanto convinti d’essere fondamentali per lo sviluppo dell’umanità quanto inadatti a far valere la loro competenza in ogni possibile, adeguato contesto. Chi è infatti l’ignorante istruito? A seguire il recente pamphlet di Giuliano Da Empoli (Contro gli specialisti. La rivincita dell’umanesimo, Marsilio, pp. 158, € 12), si tratterebbe del principale responsabile dell’attuale crisi economica e finanziaria (e sociale, e politica, e culturale), le cui mire espansionistiche nessun capo di governo o manager d’azienda, negli ultimi trenta o quarant’anni, è più riuscito a frenare. Un tempo governava il politico, più o meno illuminato, che s’avvaleva volta per volta dei consigli dell’esperto di settore. Oggi è il contrario: è l’esperto che comanda, coi suoi piani miopi e micidiali, e il politico non può che seguirlo scodinzolando. Si prenda la Comunità Europea: da istituzione benevola nata per confederare un certo numero di stati a scopi antibellici s’è trasformata in una gozzoviglia di tecnocrati che fanno miniaccordi ad hoc senza alcuna visione d’insieme entro cui motivarne ragioni e finalità. ‘Ce lo chiede l’Europa’ è il ritornello che ci sentiamo ripetere a ogni momento, quando indossiamo il casco in motocicletta, mangiamo la ricotta senza sapore, cambiamo il contatore elettrico di casa. L’ignorante istruito è insomma il burocrate cuorcontento che, travalicando i confini natii della scienza triste, ha invaso le nostre coscienze più intime. Al punto che – ma su questo Da Empoli tace – lo siamo diventati un po’ tutti: silenziosamente, inconsapevolmente, maledettamente. Tutti quanti facciamo qualcosa in nome del misero orticello che affannosamente coltiviamo, senza più chiedercene il perché e il percome, come tanti ridicoli tecnocrati di noi stessi.

 

L’antidoto previsto dal libro in questione è ammirevole, e va discusso: un recupero sostanzioso dell’umanesimo quattro e cinquecentesco, dove le arti e le scienze si coltivavano tutte insieme, senza gli steccati dei settori scientifico-disciplinari che articolano odiosamente il nostro sapere accademico, e sempre in vista di una ragione al tempo stesso pragmatica e sapienziale, quella della felicità individuale e collettiva. Del resto, osserva Da Empoli, appaiono oggi molteplici segnali di un lento riemergere di quel genere di umanesimo: in campi apparentemente eterogenei come il design, le neuroscienze, la network society, lo storytelling delle serie tv, il cinema d’animazione, l’architettura biomimetica, la cucina molecolare. Alla faccia dei sedicenti specialisti in doppiopetto – tutti Impresa/Internet/Inglese – che continuano ciclicamente a dichiarare che con la cultura non si mangia, c’è oggi un grosso movimento intellettuale e scientifico che lavora per travalicare i confini istituzionali fra discipline (strumenti di potere, si ricorderà, per Foucault), riuscendo a costruire, sempre più spesso, reale innovazione. Nonostante il dominio tuttora incontrastato dei funzionalisti duri e puri, che però adorano le technicalities come fine e non come mezzo, sta prendendo piede una ‘giocosa indisciplina’ che attraversa di sbieco le pratiche intellettuali, artistiche, scientifiche, filosofiche contemporanee. E che sarebbe una via da perseguire attivamente – che fare? – per provare a fuoriuscire dalla crisi di cui sopra.

 

Due perplessità, per rilanciare. La prima la dissipa invero lo stesso autore: il ritorno all’umanesimo non va inteso come la rivincita di quella cultura idealista neo-neo-crociana che, soprattutto nel nostro Paese, fa perennemente capolino nei peana nostalgici di tanti languorosi professoroni di filologia o di letteratura, del resto ormai – leggiamo con un certo compiacimento – “in coma irreversibile”. La seconda è più complessa, e riguarda la questione del che cosa opporre, nei fatti, allo specialismo degli ignoranti istruiti. Il superamento delle barriere disciplinari, infatti, corre perennemente un doppio rischio: o tracima nel generalismo – fatemelo dire – giornalistico, che fa surf sui problemi senza mai entrarci dentro, oppure finisce per essere una rete di altrettanti minimi specialismi che fanno un’enorme fatica a parlarsi fra loro, a ricostituirsi come soggetti collettivi, a fare rete, appunto. Molti degli esempi addotti dal nostro autore sembrano andare in questa seconda direzione. Si prenda il caso del cinema d’animazione: bravissimo nel mescolare tecnologia avanzata e capacità narrativa, ma perché non arruola grafici un po’ meno banali? Per non parlare delle neuroscienze, capacissime nel far interagire i sofisticati macchinari per la risonanza magnetica con le ricerche di punta della filosofia cognitiva: ma, anche qui, perché non assoldare un sociologo, un antropologo o uno studioso di poesia che spieghi loro un po’ più seriamente che cosa sono quei sentimenti umani che esse cercano disperatamente di localizzare con maniacale esattezza nella materia grigia?

 

A opporsi all’ignorante istruito non può che essere allora un’altra figura che faccia della propria apparente incongruità una forza impattante. Per questo indicherei il personaggio del dilettante, un dilettante consapevole, cocciuto, euforico, curioso: insomma, un dilettante per professione. Quali dovrebbero o potrebbero essere le sue caratteristiche? Più che rintracciarle per differenza rispetto all’antagonista e ai suoi eventuali avatar – gioco facile ma sterile –, potremmo dire che il compito del dilettante professionista sarà più che altro quello del traduttore o, per usare un termine di Deleuze, dell’intercessore. Piuttosto che navigare sull’onda dei vari linguaggi e dei differenti discorsi, senza mai veramente entrarvi in profondità, costui si preoccuperà di renderli vicendevolmente comparabili, e perciò comprensibili. Per farlo, li aprirà, li smonterà, ricomponendoli in altro modo, trasformando la fragile rigidezza delle loro regole in qualcosa di nuovo e al tempo stesso di passeggero. Sacrificando, come tutti i traduttori, un po’ di specificità del singolo linguaggio al dialogo tra vari idiomi, dovrà per forza di cose conoscerli tutti, maneggiarli con cura, ma anche forzarli, far loro parziale violenza, passarvi sopra con rigorosa leggerezza. Il dilettante per professione, ammettiamolo, non riuscirà mai a vincere un progetto europeo, e forse nemmeno un concorso universitario, perché non scriverà necessariamente in inglese, non sarà presente nelle bibliografie accreditate da chissà quali espertoni, non pubblicherà necessariamente nelle riviste di fascia A, non si sottoporrà ai falsi giudizi anonimi di referee accigliati e vendicativi. In compenso salterà felicemente da un campo disciplinare all’altro, col rischio di farsi sentire un intruso, uno straniero, un sans papier, ma con l’euforia di chi, alla fine, ha spesso qualcosa di diverso da dire. Parliamone. Magari ci ritroveremo in parecchi, al dopolavoro accademico.

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