Contro le radici

«Eravamo disposti ad ammettere qualsiasi cosa, ma non di essere cominciati dai piedi». Sono parole del grande paleontologo André Leroi-Gourhan, uno dei maggiori specialisti dell’evoluzione umana, che continua affermando che la storia del nostro genere è fatta con i piedi, perché gran parte del nostro essere umani dipende dalla posizione eretta, per conquistare la quale i piedi sono fondamentali. Senza i piedi saremmo ancora tutti in una torrida depressione della Dancalia dove è nato l’Homo Sapiens.

Nonostante questo, mai come negli ultimi decenni nelle retoriche politiche di certi movimenti localistici, identitari e spesso xenofobi si è sentita evocare così spesso la parola “radici”. I dibattiti politico-mediatici ne sono ormai intrisi, e le “radici” sono una sorta di fondamento per rivendicare una identità forte, altro elemento divenuto la cifra politica di alcuni partiti xenofobi a partire dalla Lega in Italia, fino al Fronte Nationale dei Le Pen padre e figlia in Francia, al movimento di Geert Wilders in Olanda, al Perussuomolaisset (i veri finlandesi) in Finlandia e a gruppi politici affini in Ungheria, Austria, Danimarca che hanno fatto dell’etnicità la loro chiave retorica principale, dimostrano come il concetto di stato-nazione democratico e pluralista non sia più necessariamente la cifra caratteristica dell’Europa contemporanea.

 

L’idea portante di questi movimenti, assai diffusa nella mentalità attuale, è che la cultura di un gruppo sia totalmente e assolutamente una creazione e una proprietà di quel gruppo e che ciascuna di queste culture affondi le sue radici esclusivamente nella tradizione e quindi nel passato. 

Quella delle radici è evidentemente una metafora, ma tale metafora sembra sconfiggere la realtà e lo fa grazie al fatto che, come sostiene Maurizio Bettini nel suo intenso e puntuale Contro le radici, nessuno ha mai visto la propria tradizione, né la propria identità o la propria cultura, ma tutti abbiamo visto delle radici. A tale proposito Bettini cita Cicerone, il quale sosteneva che ogni metafora «agisce direttamente sui sensi e soprattutto su quello della vista, che è il più acuto (...) le metafore che si riferiscono alla vista sono molto più efficaci perché pongono al cospetto dell’animo ciò che non potremmo né distinguere né vedere». La metafora, se particolarmente forte, finisce per trasformarsi in un dispositivo di autorità e diventare una sorta di dogma a cui tutti fanno fede.

 

In particolare la metafora delle radici evoca una serie di elementi, che finiscono per costituire la base di ideologie esclusiviste. Primo perché, se presa letteralmente, ci dice che noi non potremmo essere altrimenti da ciò che siamo, che la nostra cultura e la nostra identità sono segnate fin dalla nascita. Dalle radici di una quercia non può che nascere una quercia, non verrà mai fuori un castagno. La nostra identità verrebbe quindi, tramite le radici, dalla terra, quella terra: di qui il tragico binomio Blut und Bloden (terra e sangue) su cui si è fondata l’ideologia nazista. Inoltre, paragonata alla radice, qualsiasi tradizione diventa fondamentale, anche dal punto di vista biologico, rispetto agli individui, non se ne può fare a meno, pena la morte.

 

La metafora delle radici, fa notare con una certa ironia Bettini, viene però allegramente ribaltata proprio dai suoi sostenitori, nel momento in cui la si applica: infatti quella presunta tradizione viene dal passato, dai nostri antenati e noi “discendiamo” dai nostri antenati. Di metafora in metafora, quindi se noi discendiamo, gli antenati stanno in alto, mentre le radici, al contrario, stanno in basso e, generalmente, ciò che è più importante sta in alto. 

Altro punto debole dell’immagine delle radici è che la tradizione viene appresa, non ereditata geneticamente, né trasmessa attraverso la linfa o il sangue e come ogni cosa appresa, necessita di essere tenuta viva di generazione in generazione, subendo anche delle modifiche. Modifiche dovute ai cambiamenti storici e sociali e alle scelte che gli individui possono fare. 

A tale proposito Bettini riporta un gustoso episodio dell’antichità. Un giorno gli ateniesi inviarono a Delfi degli ambasciatori per chiedere al famoso oracolo quali riti scari avrebbero dovuto essere conservati e quali no. L’oracolo rispose: «quelli conformi ai costumi degli antenati». Gli ateniesi se ne andarono, ma non soddisfatti, ritornarono dall’oracolo dicendogli che i costumi erano mutati più volte nel tempo: a quali avrebbero dovuto attenersi? Il vecchio saggio rispose: «al migliore». Una risposta che ci fa comprendere come non esista una vera e assoluta tradizione e che il rifarsi al passato comporta invece una scelta tra le molte cose che esso mette a disposizione.

 

Nel celebre libro, intitolato significativamente L’invenzione della tradizione (1983), Eric Hobsbawm e Terence Ranger indicano una distinzione tra la tradizione e la consuetudine. Lo scopo delle tradizioni è l’immutabilità e il passato a cui fanno riferimento (vero o falso che sia) impone pratiche fisse e ripetizione. La consuetudine, invece, funge da motore nelle società tradizionali, ma è suscettibile di essere cambiata. Allo stesso modo occorre distinguere le tradizioni dalla routine, che non è dotata di alcuna funzione rituale o simbolica. La tradizione sarebbe quindi un insieme di pratiche, solitamente regolate da norme apertamente o tacitamente accettate e dotate di una natura rituale e simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità con il passato. Il problema sta proprio qui, in quella continuità che, come ci spiegano gli autori, è spesso discutibile: il passato viene appositamente selezionato, manipolato, filtrato, se non inventato del tutto, per renderlo consono agli scopi del presente. 

 

Quello che può apparire un falso o una costruzione all’occhio dello storico, viene però spesso considerato assolutamente veritiero, quasi sacro dalla comunità che lo ha adottato come sua “tradizione”, per rispondere a delle esigenze del suo presente. Perché non tutto del nostro passato diventa tradizione, ma solo ciò che può servire oggi. Si tratta di quel processo chiamato “filiazione inversa”, secondo cui non sono i padri a generare i figli, ma i figli che generano i propri padri. Non è il passato a produrre il presente, ma il presente che modella il suo passato. La tradizione è un processo di riconoscimento di paternità. Sono delle retro-proiezioni camuffate, che valgono molto di più per le società moderne che per quelle cosiddette tradizionali. Queste, infatti, non sono società che si disfano del loro passato, esse lo manipolano in funzione dei loro bisogni presenti.

 

Ciò che spesso viene chiamato tradizione è in realtà “tradizionalismo”, cioè la rappresentazione cosciente di un’eredità culturale più o meno autentica. Questo tradizionalismo però, a dispetto delle sue aspirazioni, si rivela non tanto come la teoria di un modo di vita in perfetta armonia con quello dei nostri padri, ma come uno strumento utile a influenzare le decisioni politiche concernenti l’avvenire.

Il libro di Bettini ci mette in guardia dal fatto che le retoriche, che spesso legano la cultura alla tradizione, se non addirittura la fanno coincidere, sono un tipico esempio di manipolazione del passato, il quale viene sfrondato di tutto ciò viene da fuori, di tutto ciò che nasce dall’incontro con l’altro, per restituirne un’immagine linda, pulita, in cui ogni cosa è frutto della nostra tradizione. In questo modo si può anche giungere a ipotizzare un popolo, senza che nella lingua, nella cultura o addirittura nella discendenza, nel “sangue” degli uomini, sia cambiato qualcosa. Soltanto una cosa è cambiata: la storia o, più precisamente, l’immagine che gli uomini si costruiscono della loro storia.

 

La metafora delle radici diventa così ingannevole, perché presuppone tipicità, stanzialità e mancanza di scambio. L’idea delle radici rimanda a quella di purezza e di autoctonia, su cui si finisce per fondare una concezione della società che non può che essere discriminatoria: “hai dei diritti solo se sei nato qui”, una aberrazione giuridica che si basa su ciò che si è e non su ciò che si fa.

La storia ci insegna, invece, che il nostro è un passato di movimenti e di scambi di tutti i tipi (culturali, genetici, tecnologici, ecc.) e che la ricerca del punto zero della nostra, o di qualunque cultura (o razza come si pensava fino a qualche decennio fa), è cosa vana e spesso dannosa. Meglio rassegnarsi a una realtà molto più complessa e mescolata, come sembrano aver capito i due personaggi di Gabriel Garcia Marquez in questo malinconico dialogo tratto da Dell'amore e di altri demoni: «Alla mia età, e con tanto di quel sangue mescolato, non so più con sicurezza di dove sono» disse Delaura, «Né chi sono».

 

«Nessuno lo sa in questi regni» disse Abrenuncio, «E credo che ci vorranno secoli per saperlo». 

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