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Controcanto per la città in attesa

Scrivo dalla città di Lorenzo Da Ponte, la mia, Vittorio Veneto. 

Anche qui è ammutolente, biblica e fulminea questa transizione dalla febbre del nomadismo urbano a quella statuaria del coronavirus, e il paventato nesso causale tra inquinamento dell’aria e diffusione della pandemia mi inquieta.

Siamo tutti bloccati sulla soglia di casa, o alla finestra sulla città. Negli occhi le immagini che da bambini fissavamo per ore sopra lo schienale del treno, quando ancora la fantasia superava la realtà e quegli scatti puliti di luoghi svuotati (non vuoti) sembravano figli della sola estetica fotografica. Quello era per noi un viaggio nel viaggio, sovrapposti com’eravamo tra la città di partenza, le tante “città del treno”, la città in transito fuori dal finestrino e la città di arrivo. 

 

In questi giorni è facile giocare con la macchina del tempo, tornare a quelle immagini e interrogarsi se sia il nostro stesso modello urbano a colpire; se sia sufficiente condannare i decenni passati (non noi …) per aver prodotto città troppo fordiste e poco ambientaliste, troppo grigie e poco verdi, troppo ciniche e poco civiche. Il dubbio è legittimo, le battaglie ambientaliste e le icone green possono in effetti apparire il vaccino per uscire dall’emergenza, e infatti da decenni assembrano i fan di Celentano lungo il ritornello della Via Gluck o di recente con il naso all’insù davanti al Bosco Verticale di Milano. Ma – premesso che chi scrive parteggia da sempre per la contro-canzone “La risposta al ragazzo della via Gluck” scritta da Giorgio Gaber nello stesso anno – siamo certi che possano anche produrre la cultura preventiva di base con la quale affrontare la “città degli umani” su cui hanno dialogato in questi giorni il critico d’architettura Luca Molinari e la scrittrice Michela Murgia? nella quale tornare a sperimentare il piacere della prossimità e della relazione? No, temo di no, toccare la pelle della città non significa toccarne il corpo, così come curare il nostro ambiente non significa necessariamente produrre paesaggio. Perché se è vero che la stagione ambientalista ha il merito di aver denunciato le carenze di visione politica, e, in alcuni casi anche le sue volute omertà, è altrettanto necessario aggiungere alla tutela ambientale degli elementi cosmogonici (acqua, aria, terra, fuoco) anche il software che dà loro forma e significato spaziali. E che hanno un nome: paesaggio.

 

È bene infatti ricordare che il Paesaggio non nasce per leggi di natura, ma per dare un palco alla comunità abitante, per offrire una chiave culturale al modo in cui trasformiamo con consapevolezza i luoghi che abitiamo – tutti i luoghi: belli e brutti, minerali e naturali –, nasce per costruire equilibri di futuro e governare le relazioni fisiche tra le persone. E non ce ne voglia la nostra amata tradizione pittorica, e nemmeno l’articolo 9 della Costituzione, ma è così: la dimensione della relazione in un luogo scatena un paesaggio pronto all’uso; non la sua fissità, ma il suo dinamismo. Questo ci insegnano Francesco Petrarca quando ascende al Mont Ventoux con il fratello Gherardo nel 1336, il barone Alexander von Humboldt quando conquista la cima del Vulcano Teide con il botanico Aime Bonpland nel 1799, il geografo Franco Farinelli quando attualizza l’importanza di von Humboldt stesso, o Franco Zagari quando generosamente dà voce a una giovane stagione corsara sui temi del paesaggio contemporaneo in Italia. 

Invero si sono generate grandi e troppe contraddizioni a riguardo, e non vorrei che questa disgraziata prova di vita ci portasse solo a mettere in scena il Mito di Ciparisso, che decide di trasformarsi in cipresso per aver involontariamente ucciso in un boschetto il suo amato, un cervo. Altrimenti detto, desideriamo un futuro in cui piantare alberi come simbolo del lutto o dare radici a una nuova consapevolezza culturale? La domanda puzza di retorica, sono consapevole, ma non di disonestà.

 

 

Sono anni che in Italia dardeggiano su fronti contrapposti assolutori e delatori della città. 

I primi ingrassano le file delle rappresentanze produttive e gli abituati all’equazione crescita=sviluppo; è questa certo una visione più industrialista e il tema occupazionale prevale su ogni ragionamento di equilibrio. 

I secondi vedono un grande arco di partecipazione, dai comitati locali agli intellettuali e ai progettisti organici, fino alle fronde sparse di decisori politici in cerca di facili soluzioni; tutti in coro ad invocare l’avvio di una grande stagione green nella sua declinazione più semplice e risolutiva – piantare alberi o alla peggio siepi mimetiche – quasi fosse questo oggi il solo modo di fare comunità. Ma non appena cambiamo elemento naturale e parliamo di acqua, di fiumi, più precisamente di fiumi urbani … beh ecco comparire il vuoto di pensiero. La città, i suoi cittadini, la politica, tutti hanno perso il rapporto con il fiume. A Roma il Tevere score profondo, escluso, e poco resta della straordinaria esperienza urbana offerta dall’opera recente di Kentridge “Triumph & Laments”. A Vicenza non bastano gli affacci di Palladio per dare un ruolo al suo fiume – il Bacchiglione – che continua a tagliare la città nella indifferenza cloaca dei suoi abitanti. Il fiume è un retro, non un fronte. 

 

E potrei continuare. Ma, per tornare a noi, entrambe le parti nel fingere di parlarsi perdono il valore necessario della reciproca conoscenza, in ciò facilitati dall’avere persino un avversario comune – la macchina amministrativa del Paese – che a sua volta più o meno volontariamente alimenta i fronti contrapposti. 

Che dire, in tempi da Armageddon collettivo ci voleva una curva della Storia come il coronavirus per tentare di affinare lo sguardo sulla città.

 

Condivido allora l’idea che Gianluigi Ricuperati ha proposto a caldo su Facebook: promuovere subito una “Dichiarazione di Interdipendenza” che tracci la strada per tornare a relazionarci col prossimo a fine emergenza. Banalizzando il suo ragionamento mi chiedo: come torneremo a calpestare lo spazio pubblico? con quale coraggio? con quale interesse? e soprattutto a quale distanza? La città-corpo dovrà pur consegnare alla Storia la città-macchina, l’infrastruttura pesante delle auto potrà pur trovare un nuovo equilibrio con l’infrastruttura dolce dello spazio pubblico pedonale e lento. A riguardo c’è un bellissimo saggio in cui Aymeric Zublena, grande progettista di ospedali, in cui egli immagina la “fine” dei viadotti autostradali e il loro consegnarsi alla storia come oggetto simbolico. Per inciso, Zublena è autore di tre opere recenti anche in Italia che combattono in prima linea l’emergenza Covid19 (l’ospedale di Schiavonia in Veneto, l’ospedale di Bergamo in Lombardia, l’ospedale di Alba-Bra in Piemonte) e a lui si deve la prima hospital street al mondo, realizzata dentro l’Ospedale George Pompidou a Parigi; chissà se ne vede oggi un analogo e prematuro abbandono di senso.

Altri ricercatori vedono affacciarsi in queste ore l’occasione per transitare a una “città isotropa planetaria, nella quale la solitudine dell’uno dipende dalla moltitudine dei molti”, uno scenario questo che richiama l’esplorazione del cosmo della nave stellare Enterprise in Star Trek. Di questo ringrazio, tutta la nostra generazione ha sognato di essere il capitano Kirk o l’ufficiale Spock, ma è un’altra storia. 

 

Piuttosto io vedo aprirsi un buon tempo per fare pulizia di alcuni linguaggi che ci hanno guidato e degradato, sia quelli mutuati da un recente passato sia quelli proiettati verso un futuro che non ci possiamo permettere, e per indagare più seriamente ancora la definizione di limite cui tutti attenerci. Il macro-limite, ad esempio tra ambientalisti integralisti e ciechi sciupatori; ma anche il micro-limite della prossimità. A tal proposito che fine faranno i palchetti dei teatri all’italiana nei quali ci si stringe a guardare il boccascena, saranno messi al bando? E il “tutti in coda al museo” o la sindrome di Stoccolma davanti a La Gioconda… saranno tutti proibiti? Spero di no, ma da un mese a oggi l’unica proroga alla visita dei monatti pare essere la frase di un artista cresciuto tra l’assembramento più virale delle performance noise e l’autoisolamento in una bara: “In dark times we must dream with open eyes” (Nico Vascellari). Forse dovremmo tracciarla a terra in ogni piazza e fotografarla come un mirino dalla navicella di Star Trek.

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