Coronavirus, guerra alle metafore di guerra

Dalla sua esplosione, il coronavirus è sia un pericolo per la salute di noi tutti che una metafora di molte cose: dai fallimenti della globalizzazione, alla minaccia che viene dagli stranieri. Da un certo punto in poi, però, il dibattito pubblico si è conformato all’utilizzo della metafora bellica, già molto usata nelle passate situazioni di epidemie e pandemie. Guerra, battaglia, combattere, attacco, difesa sono le espressioni ricorrenti – che non sono confinate al discorso politico: Domenico Arcuri, supercommissario all’emergenza, asserisce che mascherine e ventilatori siano “le munizioni che ci servono per combattere questa guerra”; Massimo Galli direttore dell’ospedale Sacco di Milano considera gli ospedali “la retrovia di questa guerra, perché è di una guerra che si tratta” e medici e infermieri parlano di una “guerra difficile da combattere perché non si conosce il nemico” in cui “l’unica arma è stare a casa e rispettare le regole”. 

L'utilizzo di metafore di guerra nel discorso politico non è certo nuovo, così come non lo è nella scienza e nella medicina. Già nel 1934, il British Medical Journal scrisse della "Guerra contro il cancro", un’espressione che poi è diventata di uso comune. Oggi, il linguaggio militaristico appare in quasi tutti i settori scientifici: in biologia della conservazione si parla di "specie invasive" e di "biosicurezza", in biomedicina di "cellule killer" e di "colpire più bersagli", così come si dichiara "guerra totale al riscaldamento globale". 

 

L'attrazione per il linguaggio marziale è comprensibile, poiché colpisce l'attenzione. Senonché le metafore creano senso, sono strumenti per la creazione di significati da quando gli umani fanno uso della parola per comunicare. Essenziali per lo sviluppo del linguaggio, della cognizione e della cultura, le metafore svolgono un ruolo importante nel modo in cui pensiamo e parliamo di salute, malattia e medicina, modellando il nostro modo di agire, individualmente e collettivamente. 

L'impatto delle metafore in particolare, e delle rappresentazioni sociali in generale, sul pensare, parlare e agire nel contesto delle malattie infettive è stato studiato sistematicamente dagli scienziati sociali e dagli studiosi di comunicazione a partire dai saggi di Susan Sontag sul cancro e la tubercolosi (nel 1978) e l'AIDS (1989). Lei stessa malata di cancro quando scriveva Malattia come Metafora, Sontag suggerisce che le metafore e i miti che circondano determinate malattie, in particolare il cancro, aumentino notevolmente la sofferenza dei pazienti spesso inibendoli nella ricerca di un trattamento adeguato; la tesi è che le metafore di guerra in medicina possano essere fuorvianti e che dunque sia necessario, tanto più da parte degli scienziati e dei medici, mantenere una  consapevolezza vigile riguardo ai possibili effetti dell’utilizzo di queste. 

 

Può essere pericoloso affrontare una crisi invocando un’analogia con la guerra. La guerra è il caos. La guerra è morte e distruzione senza limiti. Per definizione, essa comprende eventi incontrollabili e casuali che si verificano quando si sprofonda in un vacuum legislativo e sociale perché le leggi e le convenzioni che vincolano le persone e le società in tempo di pace non si applicano più.

La guerra è per sua natura divisiva. E il linguaggio della guerra divide le comunità. Abbiamo visto svuotare i supermercati da chi preso dal panico perseguiva il tentativo – particolarmente insensato – di avvantaggiarsi rispetto agli altri prevenendo il razionamento "in tempo di guerra"; e negli Stati Uniti le fila davanti ai negozi di armi di persone che forse pensano che la miglior difesa contro un’epidemia da Covid-19 sia di armarsi di un fucile semiautomatico Beretta. In Lombardia, c’è stata la fuga dei lavoratori e degli studenti del sud d’Italia incuranti della possibilità di essere portatori essi stessi di contagio e nella Francia rurale, i cartelli avvertono i fuggitivi parigini di andare altrove – un'eco inquietante degli eventi accaduti durante l'occupazione nazista. 

 

I compromessi a discapito della democrazia, spesso ingiustificati, che accompagnano le vere guerre sono già evidenti nella lotta contro Covid-19. Sospensione delle riforme in Italia e in Francia e misure restrittive per la libertà della persona: norme emergenziali per il nostro bene, sia ben chiaro, ma che allo stesso tempo neutralizzano ogni dubbio o domanda su come si scelga la strategia d’azione, o come sia stia gestendo la crisi – a livello macro e micro – oltre a sul come si sia arrivati a questo punto.

C'è anche qualcos'altro che si insinua, vale a dire una politica di "resa", per cui il Primo Ministro del Regno Unito suggerisce ai concittadini di abituarsi all’idea di perdere alcuni cari o anche il fatto che in Italia medici e infermieri vengano raramente testati al corona virus, perché altrimenti, se risultassero positivi, ciò vorrebbe dire dover sottrarre personale necessario. 

 

 

Le divisioni generate (o palesate) dal Covid-19 sono ovunque: nel chiudere i confini agli "stranieri"; nelle accuse di Trump alla Cina, o nelle tesi di una guerra commerciale all’Italia in atto urlata da Salvini, nel mercato nero delle mascherine, nell’incapacità di portare avanti un piano sanitario condiviso tra diversi stati, nemmeno all’interno dell’Unione Europea. 

Vincere il virus è importante. Ma per alcuni, vincere la competizione geopolitica potrebbe esserlo di più. In un mondo dove la divisione è un riflesso della risposta in stile bellico al Covid-19, quelli che praticano solidarietà possono farsi una reputazione: la Cina non ha esitato a mobilitarsi per aiutare l'Italia impegnata nell'emergenza, e così anche Putin che ha sfruttato la divisione della UE e la lentezza degli Usa. Aiuti internazionali che hanno spesso una natura doppia: umanitaria e di soft power, conferiscono uno status internazionale e costruiscono o cementano alleanze, è la «diplomazia aggressiva della generosità», così come definita da Josep Borrell, rappresentante per la politica estera della Ue. 

A prima vista, si potrebbe pensare che dichiarare guerra a problemi incombenti e minacciosi sia una buona cosa. Dichiarare guerra è affermare che comprendiamo il problema e siamo pronti a fare ciò che serve per sradicarlo o risolverlo. La metafora guerresca non solo aiuta i cittadini a comprendere la crisi, ma viene anche utilizzata per persuadere il pubblico in una direzione o nell'altra, l’effetto ricercato nell’utilizzo della metafora è dunque motivazionale e descrittivo. E, però, può divenire persino prescrittivo: a un certo punto, le immagini prese a prestito dalla retorica bellica, iniziano a modellare la politica, e non più il contrario. 

 

La dichiarazione di guerra (metaforica) necessariamente semplifica al fine di focalizzare il nemico e attaccare. Semplificare eccessivamente il problema, tuttavia, può rappresentare un impedimento alla definizione efficace del problema e dunque nel processo decisionale che dovrebbe portare soluzioni alla gravissima emergenza tenendo conto della complessità anche sociale, economica e culturale del mondo contemporaneo, così come della logica organizzativa sottostanti a una qualsiasi strategia. 

Quando la politica affronta un problema molto complesso e suggerisce di averlo compreso e di sapere come sradicarlo dichiarandogli guerra, il processo di studio, decisione e considerazione delle alternative è già sostanzialmente terminato. Ma pure nell’urgenza dell’azione non si può dimenticare la necessità di un corretto processo decisionale. 

 

Ciò non riguarda solo la dimensione politica. Alcuni scienziati temono che l'uso delle metafore di guerra abbia effetti negativi sulla scienza e sugli scienziati che le adottano. Come ha osservato il linguista George Lakoff (Non pensare all'elefante!: Come riprendersi il discorso politico, 2019): "Questo non è linguaggio, questo è il modo in cui la gente pensa". Una delle caratteristiche della scienza dovrebbe essere quella di essere obiettivi ma le metafore di guerra sono esattamente l'opposto; per cui gli scienziati che strutturano i problemi in modo militaristico probabilmente hanno anche una percezione drasticamente limitata del problema e come affrontarlo. Studi hanno osservato che in microbiologia, ad esempio, gli scienziati spesso inquadrano virus e batteri come nemici, e così facendo si focalizzano sulla loro distruzione e però perdono di vista le alternative, l’opportunità di valutare il problema considerando più fattori in gioco e non solo in termini di attacco e difesa. Infatti, alcuni sostengono che il nostro uso militaristico di agenti antimicrobici, introducendo nuove pressioni selettive, abbia senz’altro salvato molte vite ma a volte rafforzato i patogeni, perché la considerazione di altri fattori come il comportamento dell'ospite e l'ambiente sociale e fisico – non è state adeguatamente approfondita. 

Tuttavia, è probabile che gli scienziati non superino presto la metafora dello scontro bellico. Combattere contro le metafore guerresche forse è una battaglia persa, perché sono appiccicose, è facile prendere l’abitudine a usarle (come dimostra la frase poco sopra), anche perché sono cliché, frasi fatte, come dire “tutto d’un pezzo”, “zona di comfort” o “fare un salto quantico” (espressione di gran voga al momento, come se fossimo tutti esperti di fisica…). 

 

Quindi si usa dire che le persone debbano combattere la depressione (ma se è una battaglia, chi è il nemico? Molte persone depresse potrebbero trovare beneficio nell’avere compassione per se stesse, piuttosto che seguire i suggerimenti di combattere la propria testa); poi c'è la battaglia contro il peso (piuttosto che lavorare su di esso, o imparare a farlo, o trovare come farlo) e combattiamo il traffico, combattiamo le abitudini, combattiamo la noia ecc. 

E, ovviamente, si combatte in campagna elettorale, trascurando il fatto che la politica riguarda in gran parte il modo di vivere insieme, il come costruire benessere e come condividerlo o come bilanciare libertà e responsabilità individuali. Riguarda le idee, la comunicazione, la persuasione, niente a che fare con la guerra. La maggior parte delle persone che vivono la propria quotidianità, al lavoro, in famiglia, nella comunità, lo sanno istintivamente. Le metafore belliche in politica possono essere profondamente irrilevanti e scoraggianti e forse anche una delle ragioni del diffuso senso di sfiducia per i politici e la politica. Anziché immagini di conflitti e battaglie, la maggior parte dei cittadini preferirebbe senz’altro essere messi nelle condizioni di coltivare la sensazione che i politici possano governare in modo armonioso, risolvendo i problemi, valutando le priorità, gestendo il bene pubblico. 

 

L’utilizzo delle metafore belliche fa anche emergere la questione di genere: forse il linguaggio della guerra è uno dei motivi per cui ci è più difficile immaginare la leadership femminile o accettare che ci siano molti modi differenti di interpretare la leadership? In Italia, al momento, quante sono le donne che vediamo avere un ruolo – politico o scientifico – di rilievo nella lotta al corona virus? 

E allora che fare per uscire dalla trappola delle metafore belliche? Facciamo tutti un esercizio, la prossima volta che leggiamo o un ascoltiamo una metafora di guerra prendiamo un appunto e poi cerchiamo di immaginare quale potrebbe essere un uso alternativo e più appropriato delle parole. Davvero può aiutare a trasformare la comprensione di ciò che sta realmente accadendo.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO