Cosa fa il governo per la cultura

È vero come dice il sottosegretario Vacca in risposta alle critiche sulla legge di bilancio (AG Cult 9 novembre) che la cultura è un investimento “e continueremo a puntarci”? Se guardo alle scelte di allocazione delle risorse compiute ho reazioni contrastanti.

 

La prima cosa che intuisco è che il Ministero ha a cuore il built heritage e che su questo dimostra di agire in continuità con il governo precedente.

 

Il Ministero ha dichiarato di aver varato un piano di investimenti per la sicurezza sui luoghi della cultura di 109 milioni a valere su 314 siti. Si tratta di un’operazione decisamente necessaria, stanti i cambiamenti climatici in atto e le condizioni idrogeologiche del nostro paese, e operata in continuità con il governo precedente. A febbraio 2018 infatti, l’allora Ministro Franceschini aveva firmato un piano sicurezza da 600 milioni ed è giunto il momento di “sbloccarne” una tranche. 

 

In più, la legge di bilancio 2019 prevede 500 assunzioni nel 2020 e altre 500 nel 2021 per il MIBAC, che si aggiungono alle 1000 realizzate fra il 2016 e il 2018. Non è poca cosa. In un Ministero in drammatica crisi d’organico nel quale l’età media è di 54 anni, è evidente che si tratta di una misura indispensabile, che vale 18,6 milioni nel 2020 e 37,2 milioni nel 2021. Certo, inizialmente il Ministro Bonisoli aveva dichiarato di voler assumere 6000 persone, e poi 4000, il che la dice lunga sulla dimensione del fabbisogno. Credo sia meglio così: mi sembra politica ben più saggia un piano di inserimento di 500 persone l’anno per tanti anni invece di un investimento massiccio in un colpo solo. 6000 assunzioni in un colpo avrebbero scombussolato non poco non solo il Ministero, ma il fragilissimo mercato del lavoro in ambito culturale. Mi auguro che questo trend di assunzioni continui e che sia l’occasione di un allargamento nel mix delle competenze richieste a introdurre anche figure amministrative e gestionali, soprattutto nei musei autonomi e nei poli e che le cenerentole delle cenerentole (gli archivi e le biblioteche) ricevano un po’ di ossigeno.

 

Faccio invece un po’ fatica a comprendere il senso delle altre manovre, che peraltro complessivamente valgono 25,6 milioni. È innanzitutto nella piccolezza delle cifre in gioco che percepisco la marginalità della cultura nella riflessione del governo e l’inappropriatezza dell’affermazione che “la cultura è un investimento”; quello che vedo è purtroppo una logica di “raschiamento di barile”, peraltro di pochissimo impatto per il bilancio dello Stato. 25,6 milioni di tagli sono tanti per il fragile mondo della cultura, non sono nulla per il bilancio dello Stato. Di che cosa stiamo parlando?  

 

Se guardiamo poi a dove sono stati ipotizzati i tagli, ci sono due categorie penalizzate: i diciottenni e i commercianti, librerie e esercenti cinematografici. L’effetto combinato dei due tagli penalizza di fatto le industrie culturali più delle istituzioni. Il primo taglio, il più corposo (20 milioni) mi dispiace, il secondo mi indispettisce. 

 

20 milioni su una dotazione di 290 sono un taglio del 7% al bonus cultura. Non abbastanza per essere una allocazione efficiente di risorse pubbliche, sufficiente per dare un segnale di sfiducia politica ai diciottenni. Un’occasione mancata. Con la disoccupazione giovanile che abbiamo e la crescita del numero dei NEET credo sia importante che il governo dia un segnale di attenzione. Avrei apprezzato la manovra se il governo avesse fatto questo ragionamento: taglieremo i 20 milioni perché i ragazzi non stanno usando il bonus e perché ci sono tanti furbetti. Li useremo per introdurre lo scontrino parlante, per rendere pubblici i dati e per vedere in quali parti d’Italia il bonus cultura è più utilizzato. Quello che avanza sarà redistribuito in quei territori, perché sarà il segno di una attenzione collettiva alla cultura: da parte di famiglie, insegnanti, operatori culturali. Meritano di essere resi visibili, meritano di essere premiati. Se il governo si comportasse così farebbe molto meglio alla cultura di quel che immagina. 

 

6 milioni scarsi di tagli al credito d’imposta sono invece un dispetto e basta. Penso che il governo non si renda conto che l’energia spesa per decidere il taglio è di molto superiore al beneficio che è stato ottenuto, un vero spreco e una inutile sciocchezza. I crediti d’imposta a librai ed esercenti cinematografici erano stati introdotti nel 2016 e nel 2017, ragionevolmente dopo un certo iter e tempo speso. Per chi ne ha goduto, una beffa oltre che un danno. Per i cittadini, non certo un incentivo ad apprezzare il risparmio. 

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