Diario di un’autrice radiofonica in quarantena

La sveglia è sempre alla stessa ora, sei del mattino. Quindici minuti di esercizi sul tappetino viola, colazione, bagno, vestiti, giacca e poi fuori. Le bambine salutano e mi augurano buon lavoro, io chiudo la porta, sfilo le scarpe e in punta di piedi salgo in soffitta, nascondiglio perfetto per lavorare qualche ora in santa pace. Lo studio approntato non è male – portatile, cuffia, casse, microfono, registratore – tradiscono solo la tuta, i capelli spettinati e lo stendino accanto al tavolo. Alle 7,30 arriva puntuale il messaggio di Nicola Lagioia, in conduzione a Pagina3, la rassegna stampa culturale di Radio Rai Tre di cui curo la redazione. Qualche giorno fa hanno montato nel suo salone un apparecchio che consente di registrare con una qualità superiore a quella di un collegamento telefonico, alle nove Nicola lo accende e inizia a parlare dal suo salotto, mentre un tecnico e un regista lo seguono dagli studi di via Asiago in guanti e mascherina, rigorosamente a un metro di distanza l’uno dall’altro; dall’altra parte della città poi ci sono io, che lo ascolto dal mio studio-piccionaia. Concludo il mio lavoro per la Rai, carico una lavatrice, chiudo il cestello, pigio il bottone e torno alla mia postazione. Alle 11,30 ho una riunione su una piattaforma per viideoconferenze con un’altra redazione, sono in collegamento con i colleghi dell’emittente locale piemontese Radio Beckwith. La piattaforma prevede una funzione di registrazione: la testiamo, valutiamo che la qualità dell’audio sia buona, decidiamo che le prossime interviste per il nostro programma radiofonico le faremo così.  

Sono passate due settimane dall’inizio dell’emergenza nazionale e velocemente il lavoro si è riorganizzato; parlo al telefono con i miei amici impiegati nel cinema o nella tv, stanno vedendo l’una dopo l’altra le produzioni chiudere le porte, la radio invece non ha mai smesso di parlare, informare, intrattenere, in alcuni contesti ha anche allargato i suoi tentacoli, mettendo a rete materiali d’archivio, podcast da ascoltare in qualsiasi momento della giornata, vecchie puntate riordinate per tematiche o per ordine alfabetico. 

 

I primi giorni di quarantena ho sognato più di una volta il vecchio Wakaba, un amico del Kenya. Era il 2007 ed ero a Nairobi, mi trascinavo dietro una valigia di regali che un caro amico di Roma mi aveva chiesto di recapitare a una famiglia che viveva in campagna, mi ero promessa di farlo alla fine della settimana di lavoro. Dopo un viaggio di sei ore su un pulmino scalcagnato raggiunsi un minuscolo villaggio di fango e paglia, il vecchio Wakaba e la sua famiglia mi aspettavano alla fermata, era calato un buio fitto, camminammo una mezzora lungo un vialetto di terra prima di raggiungere la loro casa, lì consegnai loro il pacco. Wakaba aprì una delle scatole con scarabocchiato sopra il suo nome, dentro c’era un piccolo apparecchio con la ricarica a manovella, iniziò a girare e da una cassa la radio prese a gracchiare mentre una torcia al lato si accendeva. Quella notte io e Wakaba attraversammo una collina per andare al villaggio a incontrare alcuni amici, l’erba ci arrivava sino ai fianchi e il silenzio totale era rotto dalla radio di Wakaba e dal ronzio della manovella, la girava in continuazione, e più girava e più la luce si faceva intensa, e più girava e più le interferenze diventavano voci e musica. Quando sono andata via, diversi giorni dopo, Wakaba mi salutava con gli occhi mentre le mani erano ancora impegnate con la sua manovella. 

 

Nei giorni precedenti a quell’incontro indimenticabile ero stata a Nairobi, per realizzare una serie di corrispondenze dal Forum Sociale Mondiale, ero alle mie prime esperienze radiofoniche, a fianco di Francesco Diasio, mio maestro, amico e collega. Francesco aveva già alle spalle una lunga esperienza di supporto alle reti radiofoniche in ogni angolo del mondo e ancora oggi viaggia in lungo e in largo per il pianeta per affiancare progetti di costruzione di stazioni radio e studi di registrazione in territori dove guerre, disastri ambientali, povertà, conflitti hanno fortemente limitato la libertà di informazione e di espressione. Ricordo quando è stato ad Haiti, subito dopo il terribile terremoto del 2010. Al telefono mi raccontava che passava le giornate distribuendo in strada kit di sopravvivenza radiofonica: una piccola radio a pile e qualche informazione essenziale per affrontare il disastro. Oggi Francesco vive in Belgio, qualche giorno dopo l’inizio della mia quarantena è iniziata anche la sua, ci sentiamo spesso e ogni tanto gli chiedo di raccontarmi alcune delle sue storie, anche se le ho già sentite tante volte. In un attimo mi proietta in Congo in mezzo alla foresta, a bordo di una jeep saltellante, dove di ritorno da una lunga missione, l’ultima di una serie di interventi durati quattro intensi e faticosi anni, Francesco muove la manopola dell’autoradio sino a incontrare, come per magia, la roca voce di Paolo Conte. “Via, via, vieni via con me…”. E poi volo in Tunisia, dove Francesco e la sua squadra hanno lavorato negli anni della dittatura di Ben Alì, poco prima della cosiddetta primavera araba. Erano tempi in cui la censura era quasi totale, per le radio locali era praticamente impossibile acquistare un trasmettitore e per molte l’unica alternativa era il silenzio, così Francesco decise di portarne uno dall’Italia, dentro un enorme trolley nero. Dopo un rocambolesco episodio alla dogana, riesce finalmente a raggiungere una cittadina a nord di Tunisi dove la redazione di una radio lo aspettava trepidante.

 

Dopo avere installato il trasmettitore Francesco è partito alla volta della capitale e in macchina, lungo l’autostrada, quando stava quasi per entrare in città, ha provato a cercare la frequenza e … voilà, la radio si sentiva a perfezione! Poco dopo parte una dedica: “A Francesco Diasio, questa bellissima canzone di Laura Pausini”. Ogni volta che racconta questa storia Francesco si emoziona, e io dietro a lui. La possibilità di aiutare a dare voce è una delle esperienze più inebrianti che io abbia mai provato. Ho perso per pochi mesi il passaggio dall’analogico al digitale, quando ho iniziato scotch e bobine ormai erano materiale d’archivio dentro gli armadi e si iniziava a montare con rudimentali programmi monotraccia. Non è passato molto tempo prima che arrivassero software multitraccia, che ci permettevano di cucire insieme interviste, musica e suoni.

 

 

Nel 2009 andai in Burkina Faso a trovare un’amica, in tasca avevo un indirizzario di radio locali metropolitane e contadine; a bordo della sua fedele due ruote andammo a fare visita alle redazioni e quando mi accorsi che molte ancora non usavano il multitraccia mi munii di un piccolissimo hard disk contenente un semplice software che usavo quotidianamente in Italia, fu emozionante tirarlo fuori dalla tasca per installare il programma sui computer delle redazioni e provare con i colleghi burkinabè a realizzare piccoli montaggi. Ricordo poi il mercato di un villaggio, in filodiffusione andava una radio: un dj, tra un brano musicale e l’altro, informava su merci, sconti e novità tra i banchi. In Italia mi capitò solo una volta di incappare in una esperienza analoga, un geniale addetto al banco del pesce di un piccolo supermercato di Roma al microfono cantava in salsa rap le offerte del giorno. 

 

Da quando è iniziato lo stato d’emergenza ho ricevuto nell’ordine: un messaggio che invitava a visitare il sito di Radio Garden (un enorme globo cosparso di centinaia di pallini, che corrispondono ad altrettante radio locali, basta cliccare e sentire in diretta le trasmissioni in ogni lingua del pianeta), la notizia di una maestra che ha attivato grazie a whatsapp un gioco vocale sul Decameron per i suoi studenti, due podcast sulla Milano deserta, una serie di contenuti audio d’archivio sulle epidemie nella storia, un invito nella chat di scuola a fare ascoltare audio libri alle mie figlie. In queste serate di casalinghitudine mi affaccio alla finestra sul cortile deserto, il quartiere ha un altro suono, ci sono gli uccelli, il vociare di un bambino e un filo di musica da qualche finestra, la radio gracchia in cucina mentre ricevo l’ennesimo messaggio di un amico che lavora nel cinema e che si è ritrovato improvvisamente a piedi. Il mio pensiero vola ancora a Wakaba e alla sua radio a manovella, mi chiedo perché il mezzo radiofonico riesca così bene lì dove il contesto costringe a ripensare le priorità. Penso a Radio Mosca, da cui Palmiro Togliatti pronunciava i suoi discorsi sotto lo pseudonimo di Mario Correnti, penso a Marcello Giannini, storico giornalista della Rai di Firenze che il 4 novembre del 1966, in piena alluvione, durante una diretta smise di parlare, aprì la finestra e mise il microfono vicino all’acqua con un gesto che è entrato nella storia. Penso alle voci di Radio Gap a Genova nel 2001, interrotte bruscamente da una retata della polizia.

 

Di sera ne parlo con Francesco, per lui non è difficile da capire perché la radio sia così fondamentale, decisiva e presente nei contesti difficili, la risposta è semplice, la radio è l’unico strumento di comunicazione che per entrare nelle case non ha bisogno di elettricità e connessione internet, è agile, può continuare a trasmettere anche con pochissimi sostegni tecnici. Lo vedo nel quadrato della web-cam mentre sforna un vassoio di muffin al cioccolato: “pensa a quei posti dove il tasso di analfabetismo è alto. Lì la tradizione orale, il parlare, ricoprono un’enorme importanza. Ieri c’erano i cantori, oggi esistono i podcast e i whatsapp vocali, intorno c’è la radio”.  L’agilità delle nuove tecnologie mostra però in questi giorni il suo lato più oscuro: chi di voi non ha ricevuto audio con informazioni contrastanti, frammentate, imprecise sull’epidemia? Cliccare sul tasto microfono, registrare e inviare è questione di pochi minuti, il tam-tam è rapidissimo e nel giro di mezza giornata milioni di cittadini si trovano a bere un bicchiere d’acqua calda convinti di sconfiggere il virus. “Dove i tassi di analfabetismo sono molto alti il problema delle fake news diventa una vera tragedia, in Senegal il consiglio di stato ha dovuto addirittura prendere provvedimenti in tal senso” mi ha detto l’altra mattina Francesco. Più controllato o controllabile invece è il lavoro delle redazioni delle radio in FM, che in queste settimane rivestono un ruolo cruciale, soprattutto quelle locali, che sono vicine con il corpo e con la mente alle persone a cui parlano. “Proprio questa mattina un collega del Bangladesh mi ha informato che nel suo Paese stanno iniziando un programma a livello nazionale per coordinare le radio locali e dare direttive comuni per informare correttamente”.

 

C’era un tempo in cui ascoltavamo la radio in maniera lineare, esisteva un palinsesto che andava avanti da mattina a sera e se si perdeva un programma, era andata. Ci voleva costanza e una buona dose di pazienza, arte che io ho maturato sin da piccina, quando passavo le giornate accanto alla radio di bordo della barca a vela dei miei genitori, in attesa di captare qualche messaggio sfizioso. Ci si affezionava alle voci che accompagnavano un certo momento della nostra giornata, io ad esempio vivevo le prime ore del mattino con Massimo Bordin e la sua rassegna stampa; Bordin e i suoi colpi di tosse erano con me e con i gabbiani in volo, lungo la pista ciclabile del Tevere. Quando è morto, ha lasciato un grande vuoto incolmabile, perché la radio è un’esperienza totale, che pervade ogni senso del nostro essere, che si infila sotto la cappa, tra i fornelli, in camera da letto, sotto la doccia o lungo il percorso per andare al lavoro. Nell’ultimo decennio siamo passati rapidamente a un modo diverso di ascoltare, quando si ha tempo, si clicca sul podcast del programma desiderato e lo si ascolta, è un’evoluzione intelligente, plasmata sui nostri ritmi e sulle nostre necessità, in questo nuovo tempo però molti hanno ripreso le abitudini di una volta, accendono la radio a colazione e seguono l’evolversi del palinsesto, che puntella momenti e fasi di queste stralunate giornate casalinghe. E in qualche modo, per chissà quale bizzarro motivo, lo trovo estremamente rassicurante. 

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