C’era una volta la scuola serale

Da dieci anni il mio lavoro ufficiale inizia alle 17.30 e termina alle 22.25. Durante la giornata perlopiù leggo e scrivo, di sera e di notte insegno italiano. Ho due bambini piccoli che sempre più perplessi mi chiedono perché io esca di casa quando molti papà vi fanno rientro. Cerco di dargli delle spiegazioni ma sono sicuro che non capiscano, le loro smorfie tra il divertito e l’annoiato sono lì a dimostrarmelo.

 

Al serale sono approdato per scelta. Quando arrivò il momento dell’immissione in ruolo, dopo molti anni di “apprendistato” trascorsi in mezzo a studenti inselvatichiti, mi dissi che probabilmente quella era la soluzione meno opprimente per uno come me, che chiedeva al proprio lavoro di insegnante soprattutto la possibilità di dedicarsi anche ad altro senza eccessive azioni di disturbo. Non avevo nessuna “vocazione” al recupero di chi voleva rientrare nella scuola per ottenere il titolo di studio. Neanche l’ombra di una seppur fievole volontà missionaria. Volevo solo stare tranquillo, facendo il mio dovere. Così iniziò l’avventura in una delle più grandi scuole (per numero di iscritti) della Lombardia e probabilmente d’Italia, l’Istituto tecnico statale per ragionieri e geometri “Romagnosi” di Erba, la cittadina in provincia di Como divenuta poi una delle “capitali del crimine” nel primo decennio del nuovo secolo.

 

Sorprendentemente la situazione mi sembrò da subito ideale. Nonostante l’evidente rovesciamento degli abituali ritmi di vita e la rinuncia alla gran parte delle occasioni che ti offre anche la sonnacchiosa provincia nelle ore serali, devo ammettere che tutto da subito filò come avevo previsto. Trovai studenti silenziosi e, come si dice tra insegnanti, “motivati” e soprattutto scoprii un ambiente sereno, che cominciò a piacermi perché per la prima volta mi faceva intravedere un nuovo modo di stare a scuola. Devo dire che il primo a sbalordirmi fui io stesso. Per me la scuola – da studente e da insegnante al debutto – era stata davvero una “fabbrica di nozioni” che, volente o nolente, dovevo assimilare o imporre. Per mia sfortuna, non avevo mai incontrato un ambiente dove si potesse pensare a qualcosa di diverso. Mi dominava una logica decisamente speculativa, molto economicistica, che mi spingeva a pensare come, in definitiva, a contare fosse soprattutto la valutazione, trasformatasi col tempo da trofeo da esibire (all’epoca dei miei studi) in uno strumento vagamente persecutorio (nei miei anni da docente).

 

Anche se personalmente avevo sempre intrattenuto cauti rapporti amichevoli con gli studenti, anche se avevo fatto della lealtà uno dei miei valori, non riuscivo a concepire la mia attività se non come un travaso di informazioni e “visioni” del mondo da imporre ai più refrattari suscitando vaghi timori di bocciatura . Sotto traccia ero però decisamente infastidito da questo “modus operandi”. Da studente avevo ostentato indifferenza verso la “scuoletta” che ti impasta quattro nozioni e via andare. Da lettore ammiravo tutti quegli scrittori che facevano a pezzi la scuola dall’interno, da Mastronardi a Manganelli, a cui avevo sottratto una frase che mi sembrava esprimere in pieno l’essenza della vita tra i banchi, ovvero che a scuola si insegnano senza gioia materie gioiose.

 

Ammetto che solo al serale, al “Sirio”, come lo avevano battezzato i burocrati del ministero (ma sapevano che Sirio è la costellazione del cane? ), iniziai a capire che forse esisteva un modo alternativo di stare in classe. Che si poteva insegnare imparando, che i programmi non devono essere la tua ossessione, che bisogna leggere e rileggere i libri insieme agli studenti, che devi dire loro che quella frase non la capisci nemmeno tu. Ma soprattutto al serale ho cominciato ad intuire quanto sia importante interessarsi davvero alle persone che ti trovi di fronte, trattandole come tali. Individui con delle storie, uniche anche nella loro banalità. Niente di speciale, è ovvio. Ma forse la situazione, il contesto, il numero stesso di allievi più ridotto rispetto a quello dei corsi diurni, mi hanno messo nella condizione di poter cambiare. Ho cominciato così a considerare un ragazzo insufficiente come una persona che ha fallito una prova e non come un soggetto lombrosianamente diverso. Ho cominciato a capire che lo studio non può essere un’attività meccanica da imporre asetticamente; ma soprattutto mi è apparso evidente che se non ero io a creare un interesse nessuno studio sarebbe mai arrivato da nessuna parte. Gli studenti annoiati erano la dimostrazione della mia incapacità di arrivare fino a loro. Così mi sono buttato e ho azzardato delle mosse che nelle schematicissime lezioni delle mie origini non avrei mai proposto.

 

Ero molto titubante, lo ammetto, a proporre a signore di mezze età e a ragazzi con tre bocciature alle spalle, a padri di famiglia stanchissimi e a ragazze uscite dalla fabbrica, la lettura integrale di Il Porto Sepolto o di Diario d’Algeria, di Bartleby lo scrivano o di Se questo è un uomo. Eppure l’ho fatto e, anche se può risultare incredibile, quei volti che non reagivano quando tentavo senza convinzione di accumulare concetti di pseudo narratologia, improvvisamente rivelavano attenzione, fosse solo per il fatto che non capivano. Ho intuito che forse il confronto con ciò che non si capisce è la molla più affascinante per rimboccarsi le maniche e partire. Io e gli studenti. Noi e il libro. A farlo parlare, a tirargli fuori i sensi possibili ed impossibili. A scoprire di poter azzardare un’opinione, di poter lasciar crescere una sensazione che diventa via via più limpida. “Ho avuto anch’io quest’idea”, mi disse un ragazzo “rottamato” dal diurno come un caso senza speranza, “però non ero mai riuscito ad esprimerla”. Stavamo leggendo La casa in collina, quando il protagonista descrive la sua impossibilità di essere uomo con gli altri uomini, la sua irredimibile alterità. L’osservazione mi colpì e mi convinse ad andare avanti.

 

Ora, lo ripeto, non c’è stato nulla di eccezionale in tutto questo. La necessità di cambiare strada rispetto a quella che avevo seguito fino ad allora è nata dalla banalissima esigenza di dover seguire un’impostazione programmaticamente diversa. Il “fare meno” del serale però è riuscito a trasformarsi in un “fare meglio”. Così, nonostante insuccessi, pentimenti e dietro-front dolorosi, nel bene e nel male qualcosa è successo. Studenti che non avevano mai avuto nessuna voglia di fare il loro “mestiere” si sono riscoperti e hanno trovato il gusto di mettersi sui libri. Studenti demoliti da insegnanti aguzzini che stabilivano gerarchie inviolabili in settembre e decidevano di modificare la vita di una persona perché la sua media finale era di 5,65 hanno scoperto che esistono anche prospettive diverse, rapporti fondati sulla franchezza e sull’assunzione reciproca di responsabilità. Uomini e donne adulti che non avevano trovato nella giovinezza la situazione giusta per poter studiare lo hanno fatto e hanno avuto anche il coraggio (e l’entusiasmo) di iscriversi poi all’Università. Ma tutto questo non sarebbe mai avvenuto se non si fosse creata una condizione assolutamente fondamentale, che proprio perché è la più importante nomino soltanto adesso. Se io ho imparato qualcosa da questa esperienza è perché il “Sirio” di Erba ha – assolutamente per caso – radunato una serie di insegnanti che si sono scoperti, nella loro inevitabile diversità di vedute, profondamente affini nel modo di vivere la scuola. Con stupore (abituato com’ero al solipsismo dell’insegnante che fugge da scuola dopo l’ultima ora di lezione) ho sperimentato quanto importante sia il gruppo, lo scambio continuo di idee, il dialogo, la serenità, l’ironia. Sì, l’ironia che ti porta a sdrammatizzare, che ti porta a vivere un consiglio di classe non come il luogo del pettegolezzo deteriore e del calcolo dei voti, ma come il momento in cui, con il giusto sovrapporsi di attenzione e understatement, riesci veramente a capire cosa stai facendo.

 

Al “Sirio” si viveva bene, senza nevrosi, senza assilli illogici. Chi l’ha detto che l’efficienza si misura in quantità di interrogazioni? In balzi oltre la porta dell’aula sullo squillo della campana? In serioso mutismo tra colleghi che fuori dall’istituto non si salutano neppure? In dichiarazioni politicamente corrette pronunciate in “scolastichese” stretto? In magniloquenti e vacui sfoggi di “riunioni di dipartimento”, “obiettivi trasversali”, “corsi idei”? Si può stare a scuola da esseri umani e con “leggerezza”, educando e “fornendo un servizio” alla comunità (non voglio usare l’odiosissima parola “territorio”): ecco la minima lezione del serale.

 

Una lezione che ora potrebbe essere al termine, però. Forze minacciose e convergenti, esigenze di bilancio e scelte politiche, volontà umorali e raziocinanti si vanno accumulando sulla più flebile delle realtà scolastiche. La vita dei corsi Sirio - nell’ambito della riforma - volge al termine, il futuro si popola di sigle (CPIA, Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) dalla configurazione per ora evanescente . Se la scuola pubblica interessa a pochi, il serale suscita ancora meno attenzione. Una scuola per studenti ripetenti, stranieri dalla fisionomia levantina e sporadici adulti che vogliono riciclarsi non possiede nessun appeal. Ai disinformati sembra un disordinato porto di mare, un luogo dove “non si fa niente”, un posto sicuro per insegnanti indolenti, che, in aggiunta, rappresenta una spesa senza giustificazioni, e che, come qualunque ramo secco, va reciso. Quelle aule semivuote non sono un insulto al contribuente? Così, qui come altrove (o forse qui più che altrove), non si fa nulla per proseguire e in un ispido silenzio si affida il corso ad una buona morte, ad una melanconica e quieta estinzione.

 

Sapevamo, noi del “Sirio” di Erba , di non poter proseguire in eterno nella nostra vita notturna. Sapevamo che la fortunata contingenza – a parer di qualcuno intollerabile – di poter lavorare sorridendo aveva una data di scadenza. È quella che si definisce la logica delle cose. Ma ci ha colto di sorpresa la rapidità dello smottamento, la sua apparentemente naturale inevitabilità. Pur tra sussulti e reazioni, avvertiamo la sensazione che il cerchio si stia chiudendo, anche perché nessun segnale controtendenza giunge da chi potrebbe ancora mettere una pezza alla falla. “Non c’è niente da fare, è finita”, ci si ripete nei momenti di scoramento, come di fronte agli estremi palpiti di un’esausta biologia senza eredità.

 

Un’ultima riflessione mi pare però necessaria. Se ci sono cento studenti che ora frequentano la mia scuola è solo perché non sanno dove passare la sera? Quando finalmente le luci delle aule saranno spente potranno tornare ai loro divani, alla loro televisione e al loro bar? Siamo stati - io e miei compagni di avventura - soltanto un insopportabile problema nelle piovose lande della Pampa-Brianza?

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