Entrare nella mente di un terrorista

Il dialogo a più voci di cui qui si riportano alcuni dei passaggi salienti è avvenuto il 15 novembre scorso, alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Trento, in occasione della giornata intitolata “Nella mente di un terrorista. Per un approccio multidisciplinare al fanatismo”, con la partecipazione di numerosi esperti di differenti settori.

Nata per sviluppare, su diversi fronti d’indagine intellettuale, gli spunti del saggio Nella mente di un terrorista (Giulio Einaudi Editore, 2017), l’incontro riacquisisce in questi giorni, a fronte di quanto accaduto ai mercatini di Natale di Strasburgo, una tragica vitalità. Benché non si possa affermare con certezza che le parole spese in quella sede descrivano in maniera puntuale le caratteristiche e i moventi di quest’ultimo attacco, i cui contorni sono ancora oggetto di accertamento, possono forse aiutarci a comprenderne il contesto. Un contesto in cui l’eco di un’aggressione, in Europa, riporta subito alla mente il terrorismo islamista. Di quelle parole riportiamo qui qualche accenno.  

Alla conferenza hanno partecipato: Armando Sanguini, ex ambasciatore d’Italia in Arabia Saudita; Paolo Liguori, direttore di Tgcom24; Marco Rosi, Comandante del Reparto Antiterrorismo dell’Arma dei Carabinieri; Ruben Razzante, titolare della cattedra di diritto dell'informazione all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; e Antonio Karim Lanfranchi, psicoanalista italo-egiziano.

 

Bellicini. In avvio di discussione, credo sia importante rispondere a un doppio interrogativo: perché una conferenza sul terrorismo e perché realizzarla qui. Il primo dubbio è facile da chiarire: il terrorismo internazionale resta fatalmente una delle questioni più attuali del nostro tempo, pronta a riconquistare la ribalta al primo fatto di sangue. Quanto alla sede, sono convinto che non si potesse cominciare che da un’università: luogo deputato alla formazione di anticorpi contro la propaganda di ogni segno, compresa quella delle organizzazioni radicali. E non è un caso, naturalmente, che l'università prescelta sia stata quella di una città come Trento, che ha avuto un ruolo non secondario nella storia del terrorismo italiano: è una decisione dal forte valore simbolico. 

Sanguini, vorrei cominciare da Lei. Il terrorismo islamista viene spesso raccontato nella sua dimensione di vicenda criminale. A ben guardare, però, esiste anche una dimensione politica del terrorismo, nella forma di una competizione tra Stati (penso in particolare all'Arabia Saudita, al Qatar, all'Iran, alla Turchia) accusati di foraggiare sigle radicali per difendere i propri interessi regionali e globali. Può aiutarci a comporre il quadro di questa complessa contesa? 

 

Sanguini. È vero: le potenze strumentalizzano le spinte radicali per servire i propri interessi. In questo ambito, è centrale la contrapposizione tra Arabia Saudita e Iran. Teheran, infatti, ha ambizioni di potenza opposte a quelle di Riyad, che si è autodefinita "custode" dei luoghi santi dell'Islam, quando in realtà si limita a ospitarli nei propri confini geografici: nessun altro, infatti, le ha affidato questo compito. Quanto alla Turchia, non è mai riuscita, nonostante gli sforzi e la sua storia egemonica, ad assumere un ruolo di “primus inter pares” in Medio Oriente. E per un motivo molto preciso: sono turchi, non arabi.

 

Bellicini. Una dinamica che fatica a emergere a livello di informazione di massa. L'accusa che si muove ai giornalisti, peraltro, è quella di preferire il sensazionalismo e la banalizzazione a un racconto equilibrato. Prima di approfondire ulteriormente la discussione, vorrei sapere se Liguori, da giornalista e direttore di un'importante testata, accoglie o respinge questa accusa.

 

Liguori. Accetto la critica che i mezzi d'informazione siano talvolta superficiali, ma certe volte devono esserlo. Come giornalisti, non vi possiamo dire ciò che non sappiamo. Il nostro compito è dare informazioni verificate, verificabili e utili. Sostenuti dall’opinione degli esperti. Non è sempre facile. Si pensi alla cronaca: purtroppo, è più semplice consegnare all'opinione pubblica dei capri espiatori che lavorare per raccontare e smantellare un’intera organizzazione criminale. Per quanto riguarda il terrorismo islamista, il discorso non è poi tanto diverso. 

 

Bellicini. Allora, proviamo a scendere noi in profondità. Lanfranchi, il radicale può essere considerato un terrorista potenziale. Nell'ottica di uno psicoanalista, cosa conduce un individuo verso il radicalismo? Qual è l’elemento di seduzione di quest'ultimo rispetto alla moderazione e alla tolleranza? Cosa favorisce, infine, il salto di qualità definitivo dal fanatismo del pensiero al fanatismo dell'azione, ovvero al terrorismo? 

 

 

Lanfranchi. Ci sono tre aspetti da tenere in considerazione. Il primo, ed è il caso dei cosiddetti “cani sciolti”, che non sono affiliati a nessuna sigla terroristica, riguarda il profondo isolamento dell'individuo. Ci sono poi i “convertiti”, che avvertono la realtà come un luogo lontano e aderiscono all'estremismo per un bisogno di identificazione. Infine, c'è chi è mosso dal narcisismo e dal desiderio di compiere qualcosa di grandioso; categorie, queste, che fanno particolare presa sui giovani. Aggiungerei, inoltre, il grande tema del concetto di comunità. In Occidente esso ha coinciso, dopo una lunga evoluzione fatta anche di crimini e tragedie, con l'idea di Stato-Nazione. In Oriente, il modello è radicalmente diverso: il tortuoso processo non ha portato alla formazione di questo principio. C'è invece, almeno in ambito islamico, il senso dell’“umma”, ovvero della comunità di fede.

 

Bellicini. Sono elementi di grande interesse. Certo, in un contesto così variegato, mi chiedo come facciano a orientarsi le forze di polizia. Mi rivolgo, qui, al colonnello Rosi.

 

Rosi. Non è cosa da poco. Anche perché il compito degli apparati di sicurezza è intervenire un minuto prima che il coltello venga tirato fuori per uccidere. Per farlo, ci sono diversi strumenti: le intercettazioni preventive - giuste o sbagliate, se ne può discutere - sono fondamentali, ci permettono di monitorare le attività dei singoli e concentrarci laddove crediamo si annidi il pericolo. Altro strumento sono le espulsioni: anche se non sempre ci riescono bene, esistono e sono un mezzo molto utile. Una difesa particolarmente efficace, in Italia, è il C.A.S.A. (Comitato Analisi Strategica Antiterrorismo), un tavolo a quale siedono forze di polizia, servizi segreti e organismi come il D.A.P. (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), il cui ruolo è decisivo nel contrasto a un fenomeno emergente come la radicalizzazione in carcere. È necessario sottolineare, poi, che l'esperienza acquisita negli anni del terrorismo politico, nei decenni Settanta e Ottanta, è stata molto importante.

 

Bellicini. L'azione delle forze di polizia, come è ovvio, è imprescindibile. Tuttavia, è altrettanto importante prosciugare i pozzi cui attinge il terrorismo. In questo campo, la responsabilità dei media nel maneggiare certi temi emerge con forza. È opportuno non gettare benzina sul fuoco dell'intolleranza, svelenire il clima. Mi domando, perciò, se non sia necessario ripensare gli strumenti deontologici cui fanno riferimento i professionisti dell'informazione. Chiedo al professor Razzante di esprimersi sul punto. 

 

Razzante. Il problema esiste. Spesso, le competenze sugli esteri da parte della stampa sono inversamente proporzionali alla complessità della situazione. Da anni si avverte la necessità di un'attenzione maggiore, che riduca i margini del pressapochismo. Credo molto nell'implementazione di una formazione specifica. Dirò di più: ritengo opportuna l'adozione di una carta, di un glossario che rappresenti il libretto di istruzioni del giornalista di esteri. 

 

Bellicini. Tornando nell'alveo dell'analisi del terrorismo, una questione di grande rilevanza (anche perché ferisce il nostro eurocentrismo) è la teoria secondo cui gli attentati che colpiscono il Vecchio Continente, e più ampiamente l'Occidente, non dipendano dalla volontà di bersagliare i cosiddetti "crociati", bensì da un'ulteriore forma di competizione, in questo caso tra gruppi terroristici che strumentalizzano il successo delle azioni più eclatanti per fare proselitismo, a danno delle organizzazioni concorrenti. Qui, il confronto più acceso sembra essere, negli ultimi anni, quello tra l'Isis e al-Qaeda. Sanguini, può dirci qualcosa in merito?

 

Sanguini. La teoria non è priva di fondamento. Ricordiamoci, innanzitutto, che l'Isis nasce da al-Qaeda, benché il mondo occidentale sia la sua seconda madre. Lo Stato Islamico ha inizialmente imitato al-Qaeda, prendendo poi una strada diversa. La contrapposizione era dunque inevitabile. 

 

Bellicini. Nei colloqui intercorsi con il dottor Zoja, per la scrittura del saggio Nella mente di un terrorista, uno degli aspetti più stimolanti è stato lo studio sull'impatto delle nuove tecnologie. Tra i molti elementi di riflessione, mi ha particolarmente colpito l’idea dei social network come inibitore dell'integrazione e, dunque, come fattore indiretto di diffusione delle idee radicali. Per essere più chiari: prima dell'avvento di internet, la propensione del migrante ad aprire canali di dialogo con la società di approdo era più forte; oggi, pur vivendo in un Paese diverso dal proprio, è possibile mantenere contatti continuativi e finanche prevalenti con la propria realtà di origine, senza avvertire la necessità di inserirsi davvero nel "nuovo mondo". Lanfranchi, ci dobbiamo preoccupare?

 

Lanfranchi. Forse. Ma ciò che mi preoccupa è la diffusione della propaganda, non solo attraverso la Rete. Vede, io non credo nella definizione di Islam moderato. Per avere un'idea della molteplicità di volti di cui è composto l’Islam, bisogna parlare piuttosto di pluralismo. E in un contesto così frastagliato, la propaganda trova sempre uno spazio in cui inserirsi. La retorica dei fanatici orientali non è poi così diversa da quella dei populisti dei Paesi occidentali: si servono delle medesime categorie. Sono quelle a dover essere contrastate in ogni sede. 

 

Bellicini. Dopo questa lunga cavalcata, vorrei concludere con quella che può essere considerata la “domanda delle domande”: Rosi, quanto è alto il rischio per l'Italia?

 

Rosi. Questo è difficile da stabilire. Occorre però chiarire un principio: il terrorismo cambia forma, nel tempo e nello spazio, ma fa parte della storia dell'uomo. Noi siamo pronti a fronteggiare il presente e ci stiamo preparando per affrontare il futuro. Ma rassegniamoci: il terrorismo non finirà mai.

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