Evgenij Evtušenko

Poeti si nasce, e lui lo nacque. Tribuni del popolo si diventa, e lui lo diventò. Suo è uno dei versi più veritieri della storia culturale russa, “un poeta in Russia è più che un poeta”, poi banalmente inflazionato dalla troppa fama, proprio un po’ come colui che lo aveva scritto. L’impegno sociale e civile che non poteva escludere quello politico portò Evtušenko a diventare, al fianco di alcuni colleghi, la rock star che l’Unione Sovietica degli anni Sessanta ancora non aveva conosciuto. È stato indiscutibilmente stato un personaggio, oltre che un poeta, e parlare di lui significa restituire quell’atmosfera e quel partecipato entusiasmo per la poesia che, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, aveva infiammato i ragazzi sovietici, fatto rinascere speranze e dato il nome a una generazione, šestidesjatniki (quelli degli anni Sessanta), epoca che, proprio con la morte di Evtušenko, va considerata chiusa per sempre.

Erano gli anni del cosiddetto disgelo chruščëviano, successivi alla denuncia dei crimini di Stalin pronunciata al XX Congresso del Partito Comunista nel fatidico 1956.

 

Anni in cui gli anziani si ritrovavano spaesati per un ennesimo cambio di direzione nella gestione del partito e si indignavano per le accuse rivolte dal nuovo leader al loro idolo defunto, ma in cui i giovani scalpitavano nell’attesa di un minimo segnale che concedesse loro spazio nuovo, aria pura, distanza dal passato. E il segnale venne sì dalla pur incerta e altalenante politica di Chruščëv, ma soprattutto dal ruolo che la poesia si trovò ad assumere in quelle circostanze, con atteggiamenti e pratiche che le recenti manifestazioni nella Russia putiniana hanno riportato alla memoria. Sono stati di nuovo i giovani a scendere in piazza e ad essere arrestati nelle scorse domeniche, esattamente come avevano fatto i loro coetanei una sessantina di anni fa. Il monumento a Puškin, poeta dei poeti, assieme a quello innalzato a Mosca a Majakovskij proprio nel luglio 1958, videro radunarsi ai propri piedi giovani che “protestavano” leggendo e ascoltando poesie. Dal giorno dell’inaugurazione in poi, poeti ufficialmente riconosciuti e poeti non allineati si alternarono in serate entusiasmanti e coinvolgenti in cui l’aura di libertà che soffiava nel paese trovava riscontri concreti.

 

 

Tutto ciò non piacque ovviamente al potere sovietico per il quale ogni riunione non autorizzata era passibile di trasformarsi in adunata sediziosa, e le repressioni non tardarono a farsi sentire. Ma quanti versi ebbero il tempo di risuonare prima di venire brutalmente messi a tacere: assieme a quelli dei poeti “non raccomandati”, Cvetaeva, Mandel’štam, Achmatova, Pasternak, lo stesso Majakovskij a cui si toglieva l’aura di pomposa e ingessata formalità che gli era stata appiccicata da Stalin, si leggevano ad alta voce poeti contemporanei ancora sconosciuti, non legittimati dal potere. Majak in russo significa faro, e gli appuntamenti al “faro majakovskiano” divennero consuetudine per i giovani che, in mancanza di Beatles e Rolling Stones, riconoscevano nei poeti i loro idoli. I testi di quelli poesie circolavano copiati a mano su foglietti che venivano poi riprodotti e distribuiti in quelle che sarebbero diventate, in inverno, le riunioni nelle mitologiche cucine sovietiche. Era nato il samizdat, la pubblicazione non autorizzata e realizzata in proprio con mezzi di fortuna. Il 1961, anno palindromo e per questo cabalisticamente considerato uno dei punti chiave della storia culturale di quegli anni, avrebbe visto concessioni e repressioni alternarsi freneticamente. Non ultima la fine delle serate di letture poetiche al monumento di Majakovskij, con arresti e condanne pesanti. Ma la giovane poesia non si arrese del tutto. Una sera di novembre del 1962, allo stadio Lužniki di Mosca, 14.000 persone si radunarono per un “concerto” dei loro favoriti: Evtušenko, Voznesenskij, Achmadulina, Roždestvenskij, Okudžava.

 


Poeti giovani e meno giovani e un cantautore si alternarono per ore. Gli stessi che animarono le indimenticabili serate al Museo Politecnico, testimoniate nello straordinario film del 1964 di Marlen Chuciev, Zastava Il’iča (Il quartiere di Il’ič), che anche per quella scena di magico pathos poetico fu incriminato e dovette tagliare molte parti e cambiare titolo, Mne dvadcat’ let (Ho vent’anni), per poter circolare.

 

 

 

 

Innumerevoli serate poetiche si tenevano in ogni possibile sede. Evtušenko ne contò duecentocinquanta nel solo 1961. 

In quello stesso anno compose uno dei poemi più potenti della sua produzione, Babij Jar, la denuncia di uno dei massacri più efferati della storia della Shoah; nel 1941 decine di migliaia tra ebrei ucraini, rom, comunisti, anziani e bambini vennero trucidati dai nazisti, sostenuti dai collaborazionisti locali, in un fossato nei dintorni di Kiev. Sterminio passato sotto silenzio dalle autorità sovietiche che il poema di Evtušenko, diventato l’anno successivo la 13° sinfonia di Šostakovič, obbligarono il potere a riconoscere e affrontare.

 

E tuoni, tuoni l’Internazionale

quando sarà sepolto

l’ultimo antisemita della terra!

Non ho sangue d’ebreo nelle mie vene: ma con la loro

inveterata, cieca

rabbia, me come ebreo

odiano gli antisemiti.

Per questo io sono

un vero russo.

 

Nell’ottobre del 1962 uscì sul quotidiano “Pravda” una delle sue poesie più influenti, ispirata dalla rimozione del corpo di Stalin dal Mausoleo di Lenin, Gli eredi di Stalin. Rimozione, secondo il poeta, solo formale in quanto al potere erano rimasti troppi “eredi” del dittatore per poterlo considerare sconfitto.

 

Egli di nuovo macchina qualcosa,

attenti, in quella bara

soltanto a riposar s’è accovacciato;

e io prego il governo,

prego di raddoppiare, triplicare

la guardia a quella tomba,

perché Stalin non s’alzi e insieme a Stalin

non s’alzi anche il passato,

non il passato valoroso e intatto,

dov’è Turksib e Magnitka,

il vessillo a Berlino, ma il passato

dov’è il popolo affranto,

dov’è calunnia e innocente arrestato,

abbiamo seminato

e i metalli saldato onestamente,

e stretti in lunghe file,

onestamente noi abbiamo marciato.

 

Il 1963 vide la pubblicazione sul settimanale francese “L’express” della sua Autobiografia precoce, fatto che gli causò non pochi guai con il patrio regime e che, successivamente, fu abiurata come una sventatezza.

La centrale idroelettrica di Bratsk è invece un poema del 1965 che segna l’inizio di una fase che porterà il poeta verso l’adeguamento ai dettami dell’ufficialità, motivato dalla volontà di recuperare il rapporto con il partito e rientrare nei ranghi dopo tante operazioni contro corrente per non essere privato di quei privilegi che spettavano ai poeti laureati: viaggi all’estero, premi, riconoscimenti. I versi sono di circostanza, risentono della commissione venuta dall’alto, dei compromessi a cui il vate aveva ceduto, del conformismo che strideva pesantemente con quanto era uscito dalla sua penna in precedenza. Successivamente al reinserimento nei ranghi si rese anche responsabile di dichiarazioni che sono ben difficili da perdonare: dal liquidare il samizdat come prodotto di autori scadenti e marginali al giudizio tranciante su Iosif Brodskij e il suo caso politico-legale, “un poeta minore di cui il mondo si dimenticherà ben presto”. Nel 1963, proprio l’anno in cui Brodksij fu denunciato per parassitismo, si parlò di Evtušenko come possibile premio Nobel per la letteratura, ma la faccenda non andò oltre. Invidia e gelosia per il giovane collega leningradese futuro e ipotetico concorrente? Nel 1968 prese ancora una volta posizione coraggiosa e aperta contro l’invasione di Praga da parte dei carri armati sovietici. 

 

«Che scrivano sulla mia tomba
secondo realtà, senza pianti:
“Scrittore russo. Schiacciato
dai carri russi lì a Praga”»

 

Successivamente, sempre più istrionico e gigionesco, esibizionista guascone, produsse gran quantità di pagine, di prosa, di poesia, sceneggiature cinematografiche. Girò il mondo, tradotto in infinite lingue. Molte le poesie d’amore e le donne che amò. Cavalcò tante tigri. Ritentò la fortuna delle serate poetiche. Viaggiò per la natia Siberia. Entrò in politica, ma senza successo. Vestì abiti sgargianti.

 

Presenzialista nato, non fece mancare i propri versi, scontati e retorici ma pubblicati anche all’estero, per gli eventi più eclatanti che scossero nel bene e nel male la storia russa: dal volo di Gagarin alla rivoluzione cubana ai più recenti funerali di Sacharov, al putch del 1991, all’incidente al sottomarino Kursk, alla tragedia alla scuola di Beslan ecc. Nel 1991, deluso dalla politica di Eltsin in cui aveva creduto e a sostegno dell’idealità della cultura, si trasferì negli Stati Uniti, dove insegnò Storia della letteratura e del teatro russo all’Università di Tulsa in Oklahoma fino a che una malattia non gli impedì di farlo. Là è deceduto, lontano dalla sua Russia. Per chi è stato giovane negli anni del disgelo ha rappresentato una figura di fondamentale riconoscimento, come poeta ma anche come uomo pubblico, come modello comportamentale, come vero intelligent che rappresentava la gente e mediava il rapporto con il potere. Per questo merita considerazione, anche se non sempre è stato coerente, per il rispetto dovuto a quelle generazioni che in lui si erano rispecchiate, per quelli con cui, dicendolo con parole sue, “abbiamo seminato e i metalli saldato onestamente, e stretti in lunghe file, onestamente noi abbiamo marciato”.

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