Frank Horvat: un gigante della fotografia

La notte del 21 ottobre è morto, a 92 anni, nella sua bella casa della campagna francese, Frank Horvat.

In quell'eroico quotidiano on line di portfolio sulla fotografia internazionale che è L'Oeil de la photographie, Jacques Naudet ha dato come titolo alla notizia che era morto l'ultimo gigante della fotografia francese. 

Per la verità le biografie che si trovano su Internet lo danno come fotografo italiano. È nato infatti ad Abbazia, nel 1928, da Karl e Adele Edelstein, entrambi medici, entrambi ebrei. Allora Abbazia era in Italia, ora si chiama Opatija, ed è in Croazia. Lui ha mostrato nel suo sito una carta di identità di grazioso e febbrile studente italiano del corso di pittura di Brera, a Milano, dove visse tra il 1947 e il 1950, dopo un breve periodo in Svizzera. 

In quegli anni la storia faceva spesso cambiare nome e nazionalità a molte città. 

È sufficiente essere nato in una certa città, in un certo paese, o morire in un'altro, per definirti italiano, o francese? 

 

Horvat ha vissuto e lavorato in molti luoghi, Italia, Inghilterra, Svizzera, Stati Uniti, Francia, dove è stato più a lungo e dove ha deciso di concludere la sua vita. Di ciascuno di questi luoghi parlava perfettamente la lingua. Anche io, a dire il vero, lo penso come un fotografo francese. A modo suo francese. 

Semmai, questo cosmopolitismo che non era un cosmopolitismo definisce bene anche la speciale, poliedrica, vicenda di Horvat fotografo. Parlava molte lingue della fotografia Frank Horvat, e le parlava tutte perfettamente.

A parte gli sciovinismi e l'antropologia giornalistica di nani e di giganti, non mi pare dubbio che Horvat sia stato uno dei più geniali, affascinanti, poliedrici fino alla contraddizione, protagonisti della fotografia del ventesimo secolo.

Tanto per buttarla, come al solito, sul personale, oltre al cordoglio per una notizia che mi ha molto addolorato, per la morte di un amico e un fotografo molto ammirato, è sopravvenuto una specie di complesso di colpa nello scoprire che tra i miei tanti esercizi di ammirazione, a parte qualche breve omaggio, mai avevo dedicato a Frank uno scritto che desse conto di questa ammirazione. È certamente per questo che ho sentito la necessità di ricordarlo, almeno in questa triste occasione, sormontando la mia senile pigrizia e forse anche la difficoltà di raccontare un fotografo e un personaggio così complesso e per tanti versi centrale nella vicenda culturale della fotografia.

 

F. Horvat, Gres, Parigi, 1984.


Forse, per cercare di avvicinarsi a decifrarne l'opera e il pensiero, vale la pena incominciare da un suo libro straordinario. È un libro del 1990, pubblicato da Nathan, Entre Vues, ed è un libro di interviste, piuttosto di incontri, dialoghi, con un certo numero di grandi fotografi che facevano parte del suo pantheon personale: Édouard Boubat, Helmut Newton, Sarah Moon, Josef Koudelka, Mario Giacomelli, Eva Rubinstein, Marc Riboud, Don McCullin, Robert Doisneau, Hiroshi Hamaya, Takeji Iwamiya, Javier Vallhonrat. 

Mancava Henri Cartier Bresson, un amico che per sua ripetuta ammissione è stato determinante per la sua vocazione di fotografo e, per lunghi anni, delle sue scelte professionali. 

Ma Cartier Bresson, è noto, non amava le interviste.

 

Un fotografo che scrive di altri fotografi in un certo senso parla soprattutto di se stesso. Tanto di più in questi dialoghi con personaggi così diversi, che Frank ha costruito come specchi della sua inquieta personalità di irrefrenabile esploratore di generi e linguaggi.

Dialoghi rivelatori, in effetti, e scintillanti di intelligenza. Per questo penso che siano, queste interviste, una perfetta introduzione all'uomo e al fotografo. 

Mi torna il rammarico che, a parte qualche intervista sparsa, non sia stata fatta un'edizione italiana di questo libro, che pure avevamo più volte progettato.

 

F. Horvat, Parigi 1992, foto di F. Scianna.


Ci sono pittori, scrittori, anche grandi, che raramente brillano per la loro intelligenza. Non parliamo dei fotografi. Qualche volta viene da pensare, lo diciamo spesso scherzando, ma non troppo, con Elliott Erwitt, che l'intelligenza, come il senso dell'umorismo, siano quasi un handicap per un fotografo. Tanti ce ne sono, e di buoni, che dimostrano di potere perfettamente farne a meno. Magari l'intelligenza troppo viva può compromettere l'abbandono all'istante di certe pratiche fotografiche.

Ma a me piacciono gli artisti, gli scrittori, i fotografi intelligenti.

 

Frank Horvat è stato uno dei fotografi, degli uomini più intelligenti che io abbia conosciuto. Le sue fotografie, le sue mutabili riflessioni erano sempre intelligenti, anche quando succedeva di non condividerle. Le conversazioni con lui rimangono indimenticabili.

Horvat ha incominciato da fotogiornalista, da fotoreporter, spinto da Cartier Bresson, che lo convinse ad abbandonare la Rolleicord e il formato quadrato a favore della Leica, con la quale per anni ha girato il mondo pubblicando le sue immagini in alcune delle più prestigiose riviste del tempo. È persino stato, per un certo periodo, associato a Magnum, anche se non è mai diventato membro effettivo. Forse perché non è mai stato, non si è mai sentito, un fotogiornalista. Nonostante l'eccellenza dei risultati, molti dei quali memorabili. 

 

F. Horvat, Incontro sterile, Tokyo, 1963.


In una delle sue ultime interviste ha dichiarato addirittura che la pratica del fotoreportage, persino la parola, gli facevano orrore. Non credeva più, forse non ha mai creduto, al ruolo sociale e documentario della fotografia. Di una fotografia, ha detto, mi interessa il miracolo, il fatto che esprime la verità personale e spirituale del fotografo.

Il soggetto, il racconto; tutto il resto mi lascia indifferente. 

Non voleva più committenti, voleva essere il committente di se stesso. E lo diventò. Ma cambiò anche radicalmente gli orizzonti della sua ricerca. Produce diversi libri. A lui particolarmente caro era Trees, un'indagine quasi zen sugli alberi, sulla natura. E altri: New York up and down, a colori, Goethe's journey in Sicily. Eccetera

Nel 1999 realizza un libro molto ambizioso, Daily report, oltre trecentocinquanta fotografie scattate quotidianamente durante un intero anno in giro per il mondo. Una specie di diario a futura memoria sullo stato della vita nel mondo alla vigilia del nuovo millennio.

 

Nel 1957 incomincia una nuova avventura professionale. Per Jardin de Mode e altre riviste internazionali leader del settore si confronta con la fotografia di moda. Lo fa in maniera assolutamente rivoluzionaria e con grande successo. Come mai nessuno prima di lui, fotografa la moda con la Leica e tira fuori le modelle dagli studi asettici per portarle a contatto con la vita di strada e i suoi azzardi. Negli ippodromi, sui tram, nei caffè, "in visita" ad attori, registi, scrittori. La forma, i tagli sorprendenti, le luci palpitanti di queste immagini sono radicalmente nuove e mai visti prima. Sconvolgenti allora, classici adesso. È stata l'esperienza che più ha contribuito a dargli rinomanza e fama. Persino facendo mettere in secondo piano molte altre sue memorabili immagini.

È attraverso queste fotografie che l'ho conosciuto.

Quando ho cominciato a fare anche io per caso delle fotografie di moda, nella seconda metà degli anni ottanta, alcuni commentarono queste foto definendole moda reportage. Scoprii che identica definizione era stata usata per le foto che Horvat aveva fatto ben trent'anni prima.

 

Non le conoscevo, e ne rimasi abbagliato. Proprio come Frank quando cominciò a farle, non sapevo nulla di fotografia di moda. Tentavo istintivamente di praticare la foto di moda sovrapponendogli le forme, lo spirito documentario e narrativo del mio mestiere di reporter. Inoltre, di quelle fotografie di Frank non si parlava più da un pezzo. Un poco perché nella moda, le mode, appunto, sono effimere. Molto, credo, perché a Frank non importava più nulla di quella esperienza. Si era conclusa e basta. 

Io avevo scoperto un antesignano e un ignoto maestro. Da allora non ho mai smesso di manifestargli pubblicamente primogenitura e magistero.

Ci incontrammo, e ci siamo molto piaciuti. 

Parecchi anni dopo ad Atene abbiamo vissuto insieme un'esperienza lusinghiera e sorprendente. Nella sola grande mostra internazionale, che io sappia, dedicata a settant'anni di fotografia di moda, entrambi, e solo noi due, siamo stati invitati a proporre delle piccole mostre personali di foto di moda in quanto "innovatori" nel linguaggio di quel genere di fotografia.

 

F. Horvat, Londra autoritratto al Brick Lane Market, 1955.


Abbiamo avuto appassionanti confronti sui nostri approcci, così diversi per quanto apparentemente vicini, e sul nostro comune sostanziale disinteresse per la fotografia di moda. Per entrambi noiosa e ripetitiva e, paradossalmente, tra le meno creative. 

Poco tempo dopo smisi di farne anche io.

Oltre che intelligente era anche curiosissimo, Frank.

Nasceva la grande stagione del digitale, della fotografia digitale. Frank ne fu affascinato e si buttò a capofitto a sperimentarla. Cominciò a produrre illustrazioni mettendo insieme con Photoshop vari frammenti di immagini per produrne di nuove con le quali realizzò sorprendenti illustrazioni, alcune di favole famose. 

Non lo seguivo più. In fondo, obiettavo, si tratta di collages, ma non mi sembra che i tuoi risultati siano più persuasivi delle illustrazioni di Dorè o dei collages di Max Ernst per Une semaine de bonté. In ogni caso, non mi sembrava che avessero niente a che fare con la fotografia. Lui era invece completamente imballato e ribatteva che si trattava di una forma di fotografia-pittura con mezzi tecnici e espressivi del tutto nuovi.

 

Poi si provò, sempre con gli stessi strumenti, a realizzare immagini che evocavano in tutto quadri famosi o immaginari. A proposito di questa serie c'è uno scambio molto interessante nel dialogo con Helmut Newton. Si conoscevano bene, per un certo periodo avevano persino condiviso uno studio a Parigi. Newton gli chiese perché dedicasse tanta energia a realizzare dei falsi dipinti. Frank rispose, con imbarazzo mi parve, che era una questione di controllo, che lui voleva essere totalmente responsabile del risultato finale dell'immagine. 

Bizzarro, rispose Newton, a me come fotografo quello che interessa è l'azzardo, l'imponderabile. 

È curioso che, anni dopo, a un intervistatore che gli chiedeva perché avesse abbandonato, senza peraltro rinnegarle, quelle ricerche, lui rispose che si era reso conto che non avevano nulla a che fare con la fotografia.

A proposito di questa ossessione del controllo, ricordo che ad Atene mi disse che secondo lui la differenza più grande tra le nostre foto di moda era che io cercavo l'azzardo, appunto, mentre a lui interessava sopratutto il controllo dell'immagine.

 


F. Horvat, Polesine, 1950.


Forse era soprattutto questo che l'aveva fatto allontanare dal reportage; da reporter aveva spesso la sensazione che le foto che faceva dipendessero eccessivamente dal misterioso incontro tra caso e necessità.

Oltre che intelligente e curioso, Horvat era un uomo coltissimo. I suoi libri sugli scultori, soprattutto Degas sculpteur, sono dei veri propri luminosi saggi critici sull'opera degli artisti. 

Nel 2008 si cimenta persino con la fotografia pornografica e pubblica De bocche, culi tette, cazzi e mone, una saporosa illustrazione dei poemi di Zorzi Baffo.

Negli ultimi anni si è dedicato soprattutto a scegliere le fotografie che definiscono la sua opera privilegiando soltanto quelle dove lui riconosceva "il miracolo", senza relazione particolare con il soggetto. 

Solo quelle considero che siano fotografie di Frank Horvat.

A una domanda su che cosa lo spingesse a fare una fotografia, molto di recente, lui ha risposto: ieri è venuta a trovarmi una signora. L'ho vista in fondo alle scale con una bellissima luce che la colpiva. Ho tirato fuori la macchina e ho fatto una fotografia.

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F. Horvat, Atene 2005, foto di F. Scianna.

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