Georg Simmel e l'estetica sociale

Se, come affermava Goethe, non bisogna cercare nulla dietro i fenomeni poiché sono essi stessi la dottrina, sono gli oggetti stessi a guidare il sapere e a dettarne la forma, proprio gli aspetti materiali della cultura costituiscono per Georg Simmel (1858-1918), filosofo e sociologo tedesco, occasione di pensiero. “L’ansa del vaso diventa uno dei problemi estetici più degni di meditazione” scriverà Simmel nel 1905 nel suo saggio “di estetica” dedicato a questo elemento liminale, cerniera tra l’oggetto e la mano che ne fa uso, “inglobato nel tessuto di gesti finalizzati di cui è fatta la vita”, poiché è nell’ansa che “il vaso si affaccia in forme visibili e manifeste nel mondo della realtà […]” (p. 307). Il singolare approccio di Simmel traspare già da queste brevi citazioni: l’attenzione alla materialità della cultura non si dissocia mai dall’esigenza di cogliere e descrivere “la vita dello spirito”.

 

Il volume Stile moderno. Saggi di estetica sociale (Einaudi, 2020), che raccoglie saggi già noti come testi inediti, a cura di Barbara Carnevali e Andrea Pinotti, ci propone di tornare a Simmel assumendo l’esigenza di riscoprire il suo pensiero, di coglierlo nella sua complessità e pertinenza per il nostro presente, andando oltre quel “lungo malinteso” che ne ha caratterizzato la ricezione. Pensatore fuori dagli schemi e dai ranghi accademici, Simmel è stato spesso accusato, infatti, di impressionismo filosofico, di incompiutezza teorica: György Lukács parlerà di un Monet della filosofia cui non ha fatto seguito nessun Cézanne; Theodor W. Adorno dirà che Simmel “continuava a negarci ciò con cui ci allettava”, pur riconoscendo in lui “il primo, nonostante tutto il suo idealismo psicologico, a far fare alla filosofia quel ritorno agli oggetti concreti che rimase canonico per chiunque non si sentisse a suo agio nell’acciottolio della critica della conoscenza o della storia dello spirito” (Manico, Brocca e Prima Esperienza). Un sistema e un modo di fare filosofia da outsider che però può, a buon diritto, essere considerato inaugurale di quell’attenzione materialista alla cultura e alle sue manifestazioni che ha caratterizzato la modernità, un fondamentale contributo all’analisi profonda dei fenomeni di superficie che l’hanno strutturata. 

 

“Il processo di oggettivazione dei contenuti di cultura, scriverà Simmel nella Filosofia del Denaro, si insinua fin negli aspetti intimi della vita quotidiana”. Come immaginare del resto Walter Benjamin collezionista, implacabile flâneur nei passages parigini, o Siegfried Kracauer e le “discrete manifestazioni di superficie” della modernità cui si interesserà – cinema, fotografia, riviste e romanzi polizieschi, spettacoli di varietà, la massa, l’ornamento –, senza Simmel, senza i suoi oggetti d’indagine, senza quelle forme di scrittura e di pensiero che proprio in questi intellettuali e filosofi, nomadi del pensiero come lui, si ritroveranno: il saggio breve, l’istantanea fotografica, il frammento o la citazione, la tensione dialettica come necessario incedere della riflessione filosofica.

 

 

Questo ritorno alle cose, alla materialità di oggetti ed esperienze emotive e sensoriali, di cui Simmel fu anticipatore, è allora la cifra del suo stile moderno. Il manico della brocca, ma anche altri oggetti (la porta, il ponte, la cornice), o modi della socialità (il flirt), tonalità emotive (l’imbarazzo, la discrezione), fenomeni culturali e riti sociali (esposizioni d’arte, la moda, il denaro, la metropoli, il pasto) diventano materia di studio per la sua estetica sociale, oggetto quindi di uno sguardo non solo sociologico, ma anche filosofico, estetico. La società, sostiene Simmel, tanto nelle sue strutture quanto nelle sue micro-manifestazioni, è “un’opera d’arte”, un fenomeno estetico. Ma in che senso? In questo caso, sottolineano i curatori, l’estetica è da intendersi nella sua valenza duplice: da un lato, etimologicamente, di aisthesis, di dottrina della sensibilità e delle sue forme, di riflessione sull’esperienza percettiva del mondo; dall’altro, storicamente, di filosofia dell’arte o di ulteriori fenomeni culturali quali la moda, la pubblicità e, diremmo oggi, il design o, addirittura, i social network.

 

Sebbene lo stile di Simmel non calchi il rigore delle scene filosofiche, il suo – ricordano Carnevali e Pinotti – è un sistema non sistematico, piuttosto “aperto e dinamico la cui coerenza dipende da alcune intuizioni teoriche e metodologiche fondamentali” (Introduzione, p. XIV), un’apertura che fa in fondo di Simmel un filosofo tra noi. Tra le intuizioni centrali di Simmel, rileva Carnevali, vi è quella di praticare un pensiero della relazione e non della sostanza, una filosofia che si propone di analizzare il tessuto delle interazioni e delle azioni reciproche, dell’uomo con le cose e dell’uomo con la società, a partire dai suoi elementi minimi, anche impercettibili. Di praticare dunque un’estetica della vita quotidiana, in cui il soggetto che percepisce mondo e società si percepisce in essi e attraverso essi si manifesta. Se, come osservano i curatori, “l’a-priori sensibile condiziona, costituendola, l’esperienza sociale degli esseri umani”, quella di Simmel è allora una filosofia dell’oggetto e, al contempo, una filosofia dello spirito – tratto particolarmente evidente in saggi fondamentali come La metropoli e la vita dello spirito (1903) o Filosofia della moda (1905) – due ambiti affatto separati, ma compresi a partire dal principio di Wechselwirkung, di azione reciproca appunto: “fondamento del relazionismo filosofico di Simmel e della sua estetica sociale” (p. 187), non punto debole del suo sistema quindi, ma “frutto di un’elaborazione rigorosa [che] conferisce alla sua opera una logica unitaria e coerente” (p. XIV, Introduzione).

 

L’attenzione ai fenomeni concreti rivela, scrive ancora Pinotti, “una peculiare sfaccettatura dell’estetica sociale simmeliana”, dove sociale “non va riduttivamente inteso come riferito alla relazione fra individui e fra gruppi di esseri umani, bensì più generalmente inteso come un plesso relazionale che può abbracciare anche gli oggetti, con i quali individui e gruppi intrattengono rapporti analoghi a quelli intersoggettivi […]” (p. 289). Le cinque sezioni in cui si articola il volume propongono delle traiettorie per rileggere il pensiero di Simmel, in cui oggetti e esperienze, quotidiane ma nient’affatto banali, acquistano una rinnovata dignità filosofica. Il suo Stile moderno si snoda seguendo un percorso che – tra aisthesis e forma, Visibile e invisibile, Forme della reciprocità, Oggetti teorici e infine Sensi moderni – rivela tutta l’attualità della riflessione simmeliana attorno a quella “estetica diffusa” (Carnevali) tipica del nostro tempo. Siamo di fronte a quello che i curatori chiamano dunque un Simmel ritrovato, che profeticamente dichiarava: “So che morirò senza eredi spirituali (e va bene così). La mia è come una eredità in denaro contante, che viene divisa tra molti eredi, dei quali ognuno investe la sua parte in modo conforme alla propria natura, senza interessarsi dell’origine di quella eredità.” (G. Simmel, Diario postumo, a cura di M. Cacciari, Aragno, Torino 2011, p. 3). Ebbene, andiamocene con i nostri spiccioli in tasca: afferriamo brocche, varchiamo soglie, attraversiamo ponti, vestiamoci, perdiamoci nella metropoli, nell’intensificazione nervosa e sensoriale che essa rende possibile, mascheriamoci. Interroghiamoci su quello che Simmel chiama il “carattere delle cose”, flirtiamo (p. 228) con esse: “il solo compito che abbiamo è quello di capire” (p. 417).

 

Su Georg Simmel, Stile Moderno. Saggi di Estetica Sociale, a cura di Barbara Carnevali e Andrea Pinotti, Traduzione di Francesco Peri, Einaudi, 2020.

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