Giorni felici

martedì

 

Ieri è finita la mia quarantena. Oggi è il primo giorno di libertà. «Un altro giorno divino. (Pausa. A bassa voce) Comincia, Winnie (Pausa). Comincia la tua giornata (Pausa)». 

Rodolfo mi ha regalato Giorni felici, il nuovo fumetto di Zuzu da poco uscito per Coconino. «L’ho sfogliato e ho pensato che ti sarebbe piaciuto» ha detto. «La protagonista vuol fare l’attrice e sta preparando un provino, il monologo di Winnie da Giorni felici di Beckett». 

Claudia è un personaggio sconcertante. Nella prima sequenza, in topless e mutandine, si staglia contro un mare di trattini celesti e strane scogliere e balza spericolata di pietra in pietra. Poi le capita qualcosa. «Claudia… ma sei tutta sporca di sangue… Hai le mestruazioni. Non te ne sei accorta?», le grida Guido, il suo compagno. «Non ti pulisci?» Claudia non risponde. Sulla bocca le si disegna una specie di ghigno. È allora che vediamo due piccoli canini appuntiti. Non è una cosa straordinaria, almeno non per lei. Gli artigli, i denti aguzzi, addirittura le zanne, saranno di qui in poi segni occulti e transitori di una sua progressiva rivelazione.

 

 

Anche nel fumetto che stiamo facendo Mara e io, penso, c’è “la scena delle mestruazioni”, almeno noi la chiamiamo così. Là, però, il sangue spaventa e schifa le ragazze che ne parlano e solo per una delle protagoniste, a un certo punto, sembra una specie di medaglia, il segno di un’età adulta (ma violenta) ormai imminente. Mi torna in mente una performance di molti anni fa. Entravo in scena, la performance era in un museo, e all’improvviso iniziavo, anch’io, a sanguinare. Il sangue colava lungo le gambe, formando piccole chiazze rosse sul pavimento. Cercavo di risolvere la situazione: tiravo fuori dalla borsetta dei fazzolettini con cui provavo a pulire, ma finivo per fare peggio. Ricordo che mi premevo la pancia, come a placare una fitta improvvisa, invece quel gesto serviva a spaccare la guaina di sangue finto nascosta sotto il vestito. Quando usciva, il sangue non sembrava finto e io, tra gli sguardi incuriositi dei visitatori (solo qualcuno aveva comprato il biglietto, gli altri erano avventori casuali del museo) mi sentivo per davvero così goffa e maldestra che fuggire di scena era un sollievo. Claudia, al contrario, non fugge mai. Sorride spudorata coi suoi denti aguzzi. Sono invidiosa delle sue zanne.

 

Al provino Claudia si presenterà sconvolta (ha appena sparato con la pistola di Winnie al suo primo amore): ha le solite zanne e una zampa, le è spuntata una coda e, dietro le spalle, due ali. La sua camicia è macchiata di sangue. La commissione del provino però non si scompone e la fa immediatamente iniziare. Il fatto è che Claudia, adesso, non è più Claudia, ormai è diventata Winnie, per davvero. Alla fine del monologo Claudia corre via, senza aspettare un commento o la risposta. Di lì a poco si solleva per aria. Leggera. Che strana sensazione dev’essere, penso. «La sensazione, sempre più netta, Willie, che se non fossi trattenuta... (gesto) in questo modo, certo volerei via. (Pausa)». 

 

Kansas, ph Enrico Fedrigoli.


mercoledì

 

Sul tavolo, davanti a me, c’è un foglietto con un breve elenco di desideri. Nei prossimi giorni dobbiamo definire i progetti da inserire nel nostro piano triennale. Ci sono quelli “sicuri” e quelli col punto interrogativo. La signora trasformata in volpe ha il punto interrogativo, ma io continuo da mesi a pensarci. «David Garnett. Nuova trad. Silvia Pareschi. Adelphi». Ho annotato. E accanto: «Adesso ti piace fare la volpe, Silvia, ma io ti terrò qui dentro, e domattina ti riprenderai e mi ringrazierai di averti trattenuta». È il signor Tebrick che parla. Un giorno quel signore, passeggiando nel bosco con la donna che ama, la vede all’improvviso trasformarsi in una volpe. Il libro è la storia del tentativo dell’uomo di mantenere intatto il suo amore, mentre la parte umana della moglie scivola via, sempre di più, e quella selvatica, istintuale, e forse anche feroce, prende il sopravvento.

Continuo a immaginarmi un uomo rinchiuso in una gabbia con la volpe. La gabbia è il suo amore. La volpe è la sua donna. Penso alla famosa performance “I like America and America Likes Me”, quella in cui Beuys rimase chiuso per tre giorni col coyote. 

 

 


Elenco degli animali con cui abbiamo lavorato:

– I grilli di Ponti in core. Uscivano da un piccolo scrigno come gioielli dorati e ricoprivano i nostri corpi. I grilli, ho scoperto, mordono, con denti aguzzi che lasciano segni a forma di croce.

– Il coniglio nano di Requiem. Ogni sera con tempismo perfetto fuggiva a perdifiato per i campi di Torriana, mancando la sua scena clou. Si ripresentava alla fine dello spettacolo, per prendere gli applausi.

– La capra, sempre di Requiem. Innamorata di Mirto, piangeva quando lui si allontanava, in scena lo seguiva ovunque. 

– I sette gatti di Romeo e Giulietta. Danzavano sulle zampe anteriori, come se qualcuno li avesse ammaestrati. Guardandoli pensavo al Pifferaio magico. Ne adottai una, la più vispa e piccina, quella che faceva ogni sera da corifea dando il la alle danze. 

– La pecora di AMORE (2 atti). Marco la teneva in braccio recitando i testi di Landolfi e lei pareva gradire, come gradiva il miele del vasetto che lui teneva in mano.

 

AMORE (2 atti), locandina, ph Enrico Fedrigoli.


E poi cavallette, mosche, pipistrelli…

La volpe, effettivamente, ci manca. 

 

giovedì

 

Sono all’hub vaccinale, in fila per la terza dose. Siamo moltissimi. Tutti quelli attorno a me hanno un foglietto in mano col numero e l’etichetta gialla «Moderna» appiccicata sopra. Le due dosi precedenti per me erano «Pfizer». Dopo la puntura vado a sedermi nella sala in cui si aspettano i canonici quindici minuti. Rodolfo, che mi ha accompagnato, ma vuole tornare al più presto a lavorare, mi ha detto prima che entrassi, a metà tra il serio e lo scherzoso: «Se poi non li aspetti proprio tutti i quindici minuti fa lo stesso, sai?» Accanto a me una giovane donna parla al telefono col marito. «Ma se dicono così, credo sia meglio restare», dice. Silenzio. «Ho detto che preferisco, e poi cosa ti costa aspettare dieci minuti? (…) Ma fatti un giro al centro commerciale, no?» Silenzio. «Insomma, se sapevo venivo da sola, anzi, la prossima volta vengo da sola!» Non si è accorta che sta alzando la voce, intorno si è fatto silenzio e molti la guardano. «Adesso basta, sei proprio uno stronzo!», ora urla davvero. «Ho detto basta! Mi devi rompere le palle anche il giorno del vaccino?!» Poi interrompe la comunicazione, si è accorta d’essere osservata. Si gira verso di me e sorride. Sorrido anch’io. Per un attimo mi è sembrato di vedere i canini di Claudia. 

 

Ponti in Core, ph Cristina Piccino.


venerdì

 

Stamattina sono andata in libreria a comprare La meridiana di Shirley Jackson. L’ha tradotto così bene e di recente per Adelphi, ancora la brava Silvia Pareschi. È da un po’ che voglio leggerlo e questa settimana di fine anno, dedicata al riposo e alle letture, mi sembra perfetta. Sprofondo immediatamente nella storia. Una famiglia si chiude in una villa attendendo la fine del mondo, dopo che il fantasma del patriarca ha annunciato alla vecchia zia che l’apocalisse è vicina. Solo loro, tra tutti, sopravvivranno, purché restino chiusi là dentro. La villa è stata costruita in modo che non invitasse mai a uscire di fuori, nel mondo. Labirinti, giardini d’inverno, interni preziosi… Su tutto una meridiana e la sua epigrafe scolpita: «Che cos’è questo mondo?» Pagina dopo pagina, mentre quei personaggi rinchiusi si massacrano a vicenda in attesa della salvezza, penso quanto sia straordinario che, al di là del tempo, la Jackson racconti proprio adesso e proprio a noi questa sua storia e, a poco a poco, mi invade un gelo progressivo. Adesso ho addirittura i brividi. All’improvviso mi fa male dappertutto, perfino le unghie mi fanno male, cos’è? Dev’essere Moderna, penso. «Ma… questa sera non mangiamo? Vado a prepararti qualcosa?» chiede Rodolfo. Sono le nove passate. «Hai ragione, sì. Il giorno è già molto avanti, Willie. (Sorride) Per dirla nel vecchio stile». 

 

sabato

 

Questa mattina siamo stati sulla spiaggia. È una specie di rito del primo dell’anno per noi. La nebbia oggi avvolge ogni cosa: senti il rumore della risacca, ma se non ti avvicini non vedi nemmeno l’acqua. Tutto è nascosto in un’ovatta lattiginosa che, però, amplifica magicamente i suoni. Passeggiamo sul bagnasciuga. Una famigliola di svedesi gioca a racchettoni sulla sabbia. «Ma ce l’avranno la pallina?» mi chiede Rodolfo. Chissà, da qui non la vediamo. Ma che importa, in fondo, anche se ci fosse, nemmeno loro la vedrebbero. Ci salutano. Li oltrepassiamo.

All’improvviso sentiamo due voci, un uomo e una donna. Parlano di una carta d’identità smarrita. «Da dove vengono le voci, secondo te?» Indico un punto. «È impossibile, lì c’è mare.» Eppure… Le voci si avvicinano. A poco a poco appaiono due ombre, sembra che camminino sull’acqua. Invece pogano, in piedi su due tavole da surf. È il loro modo di passeggiare. Su tutto la sirena della nebbia, a intermittenza. Il nautofono, si chiama. Ma qui, in Romagna, lo chiamavamo “fischione”. «I suoni sono tutti così prossimi», dico, «sembra di essere in uno dei tuoi radiodrammi».

«Senti queste grida? (Pausa). No, sono di certo nella mia testa. (Pausa). È mai possibile che... (Pausa. Con decisione) No, no, la mia testa è sempre stata piena di grida. (Pausa). Grida fioche, confuse. (Pausa). Che vanno. (Pausa). Come sono venute. (Pausa). Come sul vento. (Pausa). È questo che trovo meraviglioso, Willie. (Pausa). Che cessano. (Pausa). Questo è veramente un giorno felice. (Pausa). Dopo tutto. (Pausa). Finora. (Pausa)».

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