Gli africani siamo noi

Ci sono studiosi, e non sono molti, che hanno la rara capacità di riuscire a comunicare teorie, dati, modelli importantissimi e fondamentali, senza perdersi negli alambicchi dell’accademismo, usando un linguaggio chiaro, colto ed efficace. Se poi in più riescono ad aggiungere qui e là un tocco di ironia, allora siamo di fronte a un lavoro che deve davvero essere letto. È il caso dell’ultimo libro di Guido Barbujani, noto genetista dell’Università di Ferrara, che da tempo dedica gran parte del suo lavoro a decostruire ogni teoria razziale. Ne Gli africani siamo noi (Laterza 2016) Barbujani ci dimostra e ci racconta come noi, al secolo Homo Sapiens, proveniamo tutti dall’Africa e di lì ci siamo sparsi per tutto il pianeta e lo fa con dodici pennellate, dodici brevi capitoli, che a volte sembrano quasi racconti, e che ci conducono di volta in volta in uno dei molti terreni su cui si è giocata la campagna razziale e poi razzista, durata quasi tre secoli e non ancora terminata del tutto.

 

Pennellate che talvolta appaiono slegate, ma che poco a poco vanno a ricomporsi in un mosaico che ci mostra con chiarezza non solo come è composta la specie umana, ma anche e soprattutto quanto sia stata ossessiva la spinta a classificarla in gruppi, tipologie quasi a voler impedire il consolidarsi dell’idea di appartenere a un' umanità unica. 

Che la nostra origine si celi nelle savane dell’Africa orientale non è certo una novità, ma ci sono modi diversi per raccontarla e Barbujani ci introduce prima nel pensiero di quegli scienziati del XVIII e XIX secolo che credevano sinceramente nell’esistenza delle razze umane. Se da un lato il libro ci accompagna passo per passo, attraverso i meccanismi di trasmissione del DNA a svelare il vuoto di fondamenta delle diverse teorie, dall’altro denuncia anche il fatto che non pochi scienziati si sono piegati e hanno piegato la loro disciplina al volere della politica. È il caso del "Manifesto della razza" redatto dagli intellettuali italiani nel 1938. Al di là dell’aberrante punto 7 dove si legge: “È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”, affermazione dalla valenza scientifica pari a zero, anche gli altri punti non scherzano e si contraddicono uno con gli altri.

 

Ph Steve McCurry.

 

Al punto 4 si dice che gli italiani sono di razza ariana, al punto 6 però si afferma che esiste una pura razza italiana, all’8 quegli stessi italiani diventano mediterranei dell’Europa occidentale, mentre al 10 siamo diventati europei.

Lo stesso fatto che i vari teorici abbiano ipotizzato ciascuno un numero diverso di razze umane, dimostra quanto poco fondate fossero le loro teorie. La ragione di tutto questo sta nel fatto che, come sostiene André Leroi-Gourhan, la storia dell’umanità è fondata sui piedi. La nostra è una specie migrante, i nostri antenati si sono sempre spostati, incontrati e scontrati, scambiandosi idee e geni, così come ogni cultura è il prodotto di lunghi e continui scambi anche il nostro patrimonio genetico è la risultante di un prolungato meticciato.

Sebbene la moderna genetica abbia totalmente decostruito ogni possibile classificazione razziale, ciò non significa che la battaglia sia vinta. Purtroppo il razzismo è duro a morire e può fare a meno del supporto della scienza. Vive e si alimenta di emozioni, paure, pregiudizi, ignoranza. Quello di “razza” è un concetto diventato con il tempo una sorta di lente con cui guardare gli altri. Un concetto “buono da pensare” direbbe Lévi-Strauss, utile a farci sentire migliori.

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