Il chip metafisico di Franco Battiato

Nell’estate del 1973 il terzo festival della rivista del movimento hippy italiano, “Re Nudo”, organizza la sua Woodstock italiana tra i boschi di Alpe del Viceré, in provincia di Como; il sindaco socialista della cittadina alpestre è terrorizzato, alla prospettiva di ricevere l’orda di straccioni seminudi, non concede nessuna autorizzazione, non garantisce nessuno spazio, né i servizi essenziali: niente corrente elettrica, niente acqua. Gli organizzatori decidono all’ultimo di gettare la spugna e invitano i compagni a non partire. Ma ormai l’orda figlia dei fiori non intende rinunciare alla sua terza estate di free love, marijuana e musica: arrivano in migliaia; tra di loro, un giovane musicista siciliano che compone musica elettronica “cosmica” a Milano; si chiama Franco Battiato, e ha con sé un’arma letale che salverà l’happening: ha portato un generatore di corrente da campo.

È così che Franco Battiato è apparso sulla scena della musica italiana. Il suo concerto, con i materiali pubblicati nei primi album Fetus (1971) e Pollution (1972) lascia il pubblico allibito, infastidito: si aspettano il rock, magari psichedelico, ma quella roba fatta sulla tastiera del synth, cantata con quella voce strana, mite, non convince. Ritorna in studio e continua a produrre per tutti gli anni Settanta vera musica “colta”, elettronica, chiudendosi in una nicchia di eccellenza, stando ai margini del pop. Oggi chi studia composizione elettronica a quegli album seminali ritorna, perché sono capitoli fondamentali dell’elettronica italiana. Ma allora era pienamente riconosciuto dall’ambiente della musica elettronica internazionale: con il magistrale pezzo per pianoforte L’Egitto prima delle sabbie (1978) vince nel 1978 il Premio Karlheinz Stockhausen.

 


Nel 1979 firma un contratto discografico con la Emi, ed esplode il Franco Battiato che è entrato nella vita di molti di noi: L’era del cinghiale bianco è un album geniale, in cui l’enorme mente di un compositore decide di attuare la dissimulazione onesta di Torquato Accetto: volete canzoncine? Volete poesia per musica? Volete che io vi dica qualcosa? Voilà. Il progetto è unico nella storia della musica pop italiana, ed internazionale; l’elettronica del synth diventa pop, scoppietta, e comincia quello che diventerà la sua costante, un uso degli archi classici per trasferire nell’acustico il senso cosmico della sua concezione creativa. Lì dentro c’erano finte canzoncine che cantiamo ancora oggi, dove il nonsense già filtrava il fastidio per il circo del mondo, per le illusioni, la stupidità, l’ignoranza dei tanti. Battiato riesce ad affermarsi ingannando con la qualità la massa degli ascoltatori di musica “leggera”.

 

Nella prima metà degli anni Ottanta direi che si conforma il Battiato che ci ha lasciato il 18 maggio 2021, dopo tre anni di silenzio e riservatezza, pudico nella sofferenza per la malattia che ha concluso questa sua rinascita, rifugiato nella sua casa di Milo, sulle pendici dell’Etna; Patriots (1980) e La voce del Padrone (1981) addensano ormai nei testi l’inizio della lunga strada di introspezione condivisa con il suo pubblico, che da quegli anni fonde in modo davvero unico gli ascoltatori colti e quelli leggeri, allargando sempre più la sua platea di ascolto musicale e spirituale. Sono gli anni della sua pratica degli insegnamenti di Gurdjieff. Del suo aprirsi a un Medio Oriente, e a un Oriente che dovranno scostarlo progressivamente dall’animale che ancora pulsava di passioni dolorose in lui. Nel 1985 fonda la casa editrice l’Ottava, intorno a cui raduna i primi discepoli musicali, i talenti che troveranno in lui una via inedita alla canzone. Nel 1984 compone la sua prima opera, Genesi: è così che appare, alieno come al festival di “Re Nudo”, in un altro ambiente musicale ortodosso, quello dell’opera lirica. Battiato diventa il nostro Philip Glass; non musicalmente (Battiato mai è stato “minimalista”) ma come drammaturgo che ha il coraggio di riportare nel teatro musicale temi di immensa portata, come aveva fatto il compositore americano nella sua epocale trilogia: Einstein on the Beach (1976), Satyagraha (1980), Akhnaten (1983). Considerate le date: Battiato rimaneva in sincronia assoluta con gli sviluppi della grande musica “seria” mondiale.

 

 

Battiato, per diletto ma non dilettante, comincia a dipingere quadri delicati dedicati a maestri spirituali sufi, moschee, a danzatori dervisci… Quando a fine anni Ottanta, per la collana di popular music che dirigevo, decisi di fare il primo libro su di lui come compositore, scegliemmo la forma della intervista autobiografica; costruendo Tecnica mista su tappeto. Conversazioni autobiografiche (EDT 1992) ho avuto così i miei primi incontri con lui, la prima volta al Teatro Regio di Parma nel 1987, alla prima di Genesi; diceva poche parole, ma sempre affilate e assertive; era pacato ma non tralasciava nulla che spettasse al suo lavoro, alla costruzione della sua identità di artista e di pensatore. Il libro lo scrisse Franco Pulcini, e insieme sdoganammo l’autore di “cuccurucu palomaaa” nello schizzinoso mondo della musica classica contemporanea… Lo risentii di nuovo per una lunga intervista per “il giornale della musica” a fine 2011, quando Sony Classical pubblicò il Telesio (andato in scena nel maggio 2011 al Teatro Rendano di Cosenza, con libretto di Manlio Sgalambro), purtroppo telefonicamente… non ho mai avuto il privilegio di incontrarlo nel suo rifugio di Milo. Mi disse, tra l’altro:

 

«Io ascolto da sempre musica classica. Ascolto solo musica classica. Questo mi ha aiutato ad alzare il tiro della mia musica leggera. Anche dal punto di vista solamente compassionevole è bello occuparsi nelle canzoni pop dei sentimenti umani più diffusi: amore, dolore, passioni… Ma se io ho questo chip metafisico nel cervello, devo fare quello».

 

 

Poi parlò anche con il cinema: nell’aprile 2004 vinse, con PERDUToAMOR, il Nastro d’Argento come miglior regista italiano esordiente, ci tornò con Musikanten (2005, omaggio a Beethoven, interpretato da Alejandro Jodorovsky) e Händel-viaggio nel regno del ritorno (2013).

Non voglio parlare del Battiato delle grandi canzoni, quello che è dentro tutti noi: lo conosciamo. Non c’è altro da dire, non c’è che riascoltarlo. Voglio soltanto parlare della sua ultima canzone, quella che ha scritto mentre sapeva di dover presto morire. Ancora una volta, nel suo ultimo disco, del 2020, ci sono le sue parole, la sua voce e una grande orchestra classica, la Royal Philharmonic di Londra. E un video che racconta di un’anima, vestita di una tunica bianca, di tante anime, vestite di bianco, che scalano le pendici dell’Etna, con fatica, aggrappandosi alle rocce di lava. Si guardano intorno, stupite, perché sono nel sogno che segue la loro morte, il rogo del loro corpo, finché arrivano al bosco arcadico, al giardino dell’Eden forse, e tutte insieme, infine, al crepuscolo si siedono insieme davanti ai lumini accesi, al riparo di una grande roccia.

 

Oggi ero triste triste triste, perché con il corpo di Battiato muore un po’ del mio corpo, e in classe ho fatto ascoltare Torneremo ancora ai ragazzi di prima, e poi a quelli di terza; hanno detto che è «triste e gioiosa, come una preghiera». Hanno capito.

 

Un suono discende da molto lontano
assenza di tempo e di spazio
nulla si crea, tutto si trasforma

la luce sta nell'essere luminosi
irraggia il cosmo intero

cittadini del mondo
cercano una terra senza confine

 

La vita non finisce
è come il sogno
la nascita è come il risveglio

finché non saremo liberi
torneremo ancora
ancora e ancora

 

Lo sai
che il sogno è realtà
e un mondo inviolato
ci aspetta da sempre

i migranti di Ganden
in corpi di luce
su pianeti invisibili

 

Molte sono le vie
ma una sola
quella che conduce alla verità
finché non saremo liberi
torneremo ancora
ancora e ancora

 


 


Credo che il verso «i migranti di Ganden» sia un riferimento esoterico al Monastero tibetano omonimo, distrutto dal Governo cinese in Tibet, e ricostruito in India.  Si dice l’abbia fondato il Buddha in persona, profetizzando una futura rinascita. Credo che Franco Battiato ci consegni questo, la serenità di un ciclo eterno di sonni e di risvegli, di nascite e di morti. Una intuizione serena e un poco triste come i suoi decenni di cammino su tante Vie in questa sua ennesima vita.

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