Il gabinetto delle meraviglie del dottor K.

In fondo, l'avevamo sempre saputo. Il 2 luglio 1913, Kafka annota sul proprio diario «la passione e l'entusiasmo con cui ho recitato una scena di film comico alle mie sorelle nella stanza da bagno». Possibile? Kafka spettatore di film comici? Di più: Kafka – l'austero Kafka, il minaccioso, enigmatico Kafka – che mima una gag da slapstick comedy per la gioia delle sorelle... nel bagno di casa? Riesco quasi a immaginarlo piroettare da una parte all'altra della stanza, mulinando l'aria con le braccia, mentre con le smorfie del volto dà vita a tutti i personaggi; e alla fine, terminata la pantomima, capitombola giù per terra, esausto, fra le risate e gli applausi delle sorelle entusiaste. 

 

«Perché non sono mai capace di far questo davanti agli estranei?», si rammarica qualche riga più sotto. La verità è che ci riusciva fin troppo bene. «Sono noto per le mie grandi risate», scrive Kafka a Felice Bauer, in una lettera dello stesso periodo, «persino durante un incontro solenne con il nostro presidente – sono trascorsi ormai due anni, ma nell'Istituto la leggenda mi sopravviverà». La situazione è da comica finale. Gli ingredienti ci sono tutti: l'Autorità in tutta la sua tronfia sicumera («Un impiegato si figura costui non già sulla terra, ma sopra le nuvole», scrive Kafka), la solennità della cerimonia, il servilismo dei subalterni. Il Presidente è il bersaglio perfetto. «Quando cominciò a parlare, e tenne ancora una volta il solito sermone, conosciuto ormai da tempo, di imperiale schematismo, costellato di toni enfatici e profondi», confessa Kafka, «non riuscii più a trattenermi». Dopo alcune esitazioni, malamente travestite da colpi di tosse, prorompe finalmente in una poderosa risata, «tanto forte e irriguardosa come forse è possibile, con tale schiettezza, soltanto ai bambini delle elementari nei loro banchi di scuola».

 

Non è facile spiegare quanto Kafka possa essere comico («Di sicuro Kafka non rideva scrivendo», dichiarò una volta Primo Levi). Lo sapeva bene David Foster Wallace; e prima di lui – l'ha ricordato Francesco Cataluccio su Doppiozero –  lo sapevano Milan Kundera e Bruno Schulz. Figuriamoci, dunque, dover dimostrare quanto Kafka possa essere slapstick.

 

Ci aveva provato, anni fa, Robert Benayoun, affiancando la K. di Kafka alla K. di Keaton e spingendosi a ipotizzare persino un'influenza più o meno diretta: «Non è impossibile che Kafka, un assiduo frequentatore di cinema, abbia incontrato l'immagine di Buster, i cui film senza eccezione erano distribuiti con successo a Praga». Alla fine, tuttavia, anche lui era costretto ad ammettere che «la gloria postuma vuole che ogni allusione a un Kafka comico indigni i suoi incensatori, e che al contrario un comico defunto si veda sempre circondato da un'aria di serietà, o addirittura di nevrastenia». 

 

Reiner Stach. 

 

A risarcire almeno in parte il critico francese ci ha pensato Reiner Stach con Questo è Kafka? (Adelphi, 2016; traduzione di Silvia Dimarco e Roberto Cazzola). Stach non è un principiante: all'autore praghese ha dedicato una biografia-monstre in tre volumi, inedita in italiano. Perciò, se ha deciso di intitolare “Slapstick” la sezione centrale del libro, senza aggiungere ulteriori specificazioni, intuiamo che deve avere ottimi motivi per farlo. Fra gli episodi in essa contenuti, troviamo non solo il già ricordato scoppio di risa davanti al Presidente (invero più chapliniano, forse, che keatoniano), ma anche un frammento tratto dal Processo, dove «un vecchio funzionario, un brav'uomo pacioso», colto da raptus improvviso, si mette a scaraventare giù dalle scale chiunque si avvicini alla porta del suo ufficio. Dello stesso tenore, ma questa volta è Kafka a viverlo in prima persona, un fatto raccontato in una lettera inviata a Milena Jesenska da Merano, ove lo scrittore trascorse alcuni mesi nel 1920. Durante le passeggiate sul Lungo Passirio, senza apparente motivo, tre piccole ospiti della pensione in cui Kafka aveva preso alloggio, gli si gettavano addosso per spingerlo nel fiume. «Ogni occasione era buona per gettarmi in acqua», scrive Kafka: «Quando una piccolina così, di quattro anni, che sembra fatta solo per i baci e per gli abbracci […] ti si lancia addosso e le due sorelle le danno manforte […] allora sei prossimo alla fine». Per un momento, sembra che le bimbette scalmanate che angariavano Josef K. durante la sua visita al pittore Titorelli abbiano preso vita e si siano date a tormentare il proprio autore.

 

Come si vede, si tratta spesso di materiali tutt'altro che inediti, anzi, ampiamente noti a lettori e studiosi. A illuminarli di una luce nuova è proprio la cornice in cui ci vengono presentati, volutamente lontana dal consueto. «È difficile argomentare contro le immagini», spiega Stach: «è tuttavia possibile scuoterne il preteso monopolio grazie a immagini di segno opposto […] Questi reperti ci allontanano impercettibilmente dagli stereotipi e ci fanno intuire che sarebbe forse vantaggioso sperimentare altri approcci a Kafka». In questa stimolante rivisitazione, la sensibilità umoristica dello scrittore praghese costituisce una sicura chiave d'accesso. La comicità di Kafka, scrive Stach, «non disdegna le gag, prova un gusto particolare per i giochi di parole e le battute, per il ricorso disinvolto a motivi letterari, cambi di prospettiva e colpi di scena». L'ampiezza dei registri comici presenti nel libro è in effetti notevole: si va dalla pochade di “Kafka bara all'esame di maturità” al garbo ironico di “Un flirt”, dai toni infantili del “Monologo dello zio Franz” (dedicato alla nipotina Gerti) al tiro burlone di “Kafka e il pesce d'aprile” (in cui lo scrittore, con amara autoironia, fa credere alla famiglia che uno scienziato tedesco abbia trovato una miracolosa cura per la tubercolosi). 

 

In ogni caso, è comunque la comicità visiva a predominare. «Sono un uomo dell'occhio», aveva detto Kafka a Gustav Janouch, e lo dimostra pienamente in prose come “La lotta fra le mani” (splendido canovaccio per un'azione mimica) o “Un incidente d'auto a Parigi”, che ci porta ancora alle farse indiavolate di Mack Sennett e Larry Semon. Non solo: la titolazione stessa di molti fra questi 99 reperti “Kafka fa ginnastica con metodo”, “Kafka prende la metropolitana”, “Kafka fa un giro in giostra” – sembra richiamare quello di una qualsiasi comica americana, sulla falsariga di Charlot rientra tardi o Ridolini e la collana della suocera.

 

A questo punto, forse è giusto sgomberare il campo dagli equivoci. Il libro di Stach non è la solita sfiziosa raccolta di aneddoti (che poi è un modo più rispettabile di chiamare ciò che in altro contesto chiameremmo gossip). Stach non solo rifiuta la scorciatoia del pettegolezzo, sia pure d'alto livello, ma smentisce leggende entrate ormai nel consueto: davvero Kafka, leggendo in pubblico  Nella colonia penale, riuscì a provocare il fuggi-fuggi degli spettatori e almeno quattro svenimenti? Un po' troppo “kafkiano” per essere vero, osserva Stach; e infatti si tratta di un resoconto, volutamente esagerato, dello scrittore Max Pulver, conoscente e ammiratore di Kafka.  

 

Allo stesso modo, il libro non è un reliquiario, più o meno laico. Siamo lontani dall'immagine di Kafka “santo”, dall'agiografia letteraria (alla Citati, per intenderci). Kafka non fu un santo né un'asceta, ma “solo” uno degli scrittori novecenteschi per i quali il mestiere di scrivere e quello di vivere hanno finito per intrecciarsi, qualche volta, in modo curiosamente indissolubile. Fra i materiali presentati da Stach troviamo quindi anche un Kafka incline a giudizi (anzi, ai pregiudizi) piuttosto affilati, o dedito all'amore mercenario nei bordelli di Praga e Parigi, o persino antivaccinista avant la lettre

 

Kafka visto da Robert Crumb. 

 

Probabilmente, per definire in modo adeguato l'operazione compiuta da Stach, conviene rispolverare il concetto di Wunderkammer: un'esibizione, cioè, a metà strada fra il padiglione delle meraviglie e il gabinetto scientifico, di oggetti preziosi o semplicemente bizzarri.  Nel recensire Questo è Kafka? Gianluigi Ricuperati ha parlato giustamente di «libro-mostra», evocando Duchamp («Ogni mostra dovrebbe essere una piccola reinvenzione dell'idea di mostra»). E di duchampiano il libro di Stach ha di sicuro la forma: quella di una Boîte en valise cartacea, un po' valigetta da commesso viaggiatore e un po' teatro in miniatura – magari una versione in scala del Teatro Naturale di Oklahoma. D'altra parte, una porzione non secondaria dell'opera di Kafka (“uomo dell'occhio”, fortemente visivo) ha qualcosa del side show, dell'esibizione di stranezze: l'uomo-insetto, la scimmia sapiente, il topo cantante, il cane filosofo, il cavallo-avvocato, il misterioso Odradek, il “singolare apparecchio” della colonia penale, l'artista del digiuno. Una galleria di freaks nella quale, talvolta, si sarebbe tentati di includere anche lui, Kafka, lo Schreibkünstler, ovvero “l'artista della scrittura”, come l'ha definito Ermanno Cavazzoni in un bellissimo saggio di alcuni anni fa. Nelle lettere, nei quaderni, nei diari, osserva lo scrittore reggiano, Kafka parla spesso di questa sua inclinazione, «un po' lamentandosi, un po' gloriandosi e un po' anche facendosi la caricatura»: per esempio, immaginandosi rinchiuso in una gabbia o in una cantina, dedito unicamente alla scrittura come il digiunatore al proprio digiuno. È come se ogni volta, conclude Cavazzoni, egli volesse ribadire: «Non so fare altro che scrivere, sono anch'io un artista da circo, sono un fenomeno da esposizione».  

 

Dunque, questo è Kafka? Il maniaco, il fenomeno da baraccone, l'assicuratore irresistibilmente vocato alla scrittura? La domanda che campeggia in copertina, per la verità, può avere anche un significato opposto. Il tentativo di individuare la figura di Kafka (uomo dall'apparenza comune, molto più di quanto egli stesso amasse descriversi) nel banale quotidiano. C'è un reperto, il numero 76, che porta lo stesso titolo del libro e che consiste in una fotografia scattata nel settembre 1909 a Montichiari, vicino a Brescia, durante una manifestazione aviatoria alla quale avevano assistito i fratelli Brod insieme allo stesso Kafka, tutt'e tre appassionati di velivoli. È una veduta leggermente in plongée su un mare di teste, nuche, cappelli di paglia e velette, tutte intente a seguire con lo sguardo le evoluzioni dell'asso Louis Blériot. Ed è proprio in questa folla indistinta che Stach (altro che Kafka: è lui il vero maniaco del libro), cerca di rintracciare il profilo inconfondibile dello scrittore, «gli orecchi sporgenti, il corpo magro e la statura superiore alla media». E una volta trovato qualcosa di riconoscibile (un abito chiaro, la paglietta), si domanda, appunto: «Ma questo è Kafka?». Può darsi.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO