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Il Pittore che divora le Donne

Essere, avere un corpo sembra a volte tutto ciò che sappiamo di noi e della vita; forse addirittura l'unica cosa che possiamo esibire come prova inoppugnabile della nostra esistenza. Questo dato incontrovertibile ce lo trasciniamo dalla nascita alla morte nei ruoli interscambiabili di protagonista, personaggio secondario o comparsa trascurabile; ma per quanto risulti l’unico oggetto certo del nostro mondo, ci pare talvolta comunque di non capirlo, o di immaginarlo soltanto. Abitarlo non evita l’urgenza di decifrarlo, interrogarlo, tradurne idee e parole che diano significato al fatto stesso della carne. Nella medesima forma gli altri ci oppongono la sicurezza tangibile della loro presenza, che pur nell’evidenza ci sfugge come il senso stesso del nostro corpo.  Conoscere un corpo, il proprio e quello altrui, diviene un atto di costante ricerca chirurgica dal successo altalenante.

 

 

Un uomo cammina, di notte, dentro le sale di un museo parigino. È uno scrittore algerino, Kamel Daoud, ed osserva le opere di Pablo Picasso, in particolare i ritratti di una sua amante francese, Marie Therese Walter, 17 anni lei e 45 lui all’epoca del loro primo incontro. Marie Therese ha un corpo sensuale, pieno, immediatamente carnale; il pittore le dedica immagini di forme talvolta piene (Il Sogno), talvolta disarticolate sotto il peso dei dettagli; la ferma nel momento del riposo, pienamente esposta allo sguardo dell’artista. Nei suoi quadri si avverte la fame del corpo della donna, bisogno sfogato nel ripetitivo ritorno a quel corpo da scandagliare, manipolare, possedere. Daoud ne trae una riflessione stratificata sul rapporto col corpo in Occidente rispetto al mondo arabo che ha il sapore di un delirio razionale: il peso dei pensieri in contrasto fra due diversi sistemi culturali lo costringe ad immaginare Abdellah, il protagonista del proprio libro, Il Pittore che divora le Donne (traduzione di Cettina Calìo, edito da La Nave di Teseo 2022), jihadista kamikaze che cammina anch’esso di notte lungo i corridoi del Museo Picasso di Parigi, dedicando occhi e idee alle opere scandalose che ha intenzione di distruggere. 

 

 

Il libro di Kamel Daoud è necessariamente attraversato da questa costante dicotomia di significati riassumibile nel binomio corpo visibile/immaterialità di Dio. Lo scrittore racconta che nell’Islam Dio non è visibile, e fare immagine della sua essenza è blasfemia; ciò che è materiale in vita non ha il medesimo valore che avrà dopo la morte. In particolare qui emerge il rapporto conflittuale del mondo arabo con il concetto di museo, luogo che raccoglie segni del tempo, in contrasto col concetto di un’eternità intangibile. Emergono due diverse concezioni del corpo rispetto alla morte: in Occidente è un oggetto goduto, sofferto, conquistato in vita, mentre nell’Islam è solo dopo la morte che l’individuo può finalmente trarne piacere. Se l’estetica jihadista, così ritratta da Daoud, è un’estetica della distruzione del tempo attraverso la distruzione dei templi, l’arte come fenomeno umano risulta qui e universalmente un atto dissidente. Come è accettabile sopportare poi una religione avversaria dove il corpo stesso, nella crocifissione, è al centro del legame con Dio?

 

Ma l’esserci di un corpo non ne garantisce il possesso: l’attrazione vorace del pittore verso la sua modella diviene una riflessione più ampia sull’erotismo come caccia, conquista e consumo della preda. Picasso intrappola Marie Therese nella bidimensionalità della tela, nella forma del suo corpo, ne divora la carne e dunque la vitale giovinezza. Ne spreme e allunga le curve, ingigantisce arti e seni per meglio poterli toccare. L’erotismo si tramuta in un atto di cannibalismo dove si morde l’altro per nutrirsene e dunque risorgere, divenire ancora un corpo (l’altrui come il proprio). L’eresia dell'evento scuote Abdellah, che vuol distruggere sé stesso e tutti i corpi del museo: un definitivo sacrificio del tempo, una dedica all’eternità di Dio. Parallelamente Daoud ripensa a Robinson Crusoe, e al primo gesto di salvezza e civilizzazione verso il buon selvaggio Venerdì, liberato mentre era in procinto di essere vittima dei cannibali. Fermare questo desiderio famelico del corpo che è parte stessa dell’immaginario culturale occidentale significa attuare una guerra contro l’immagine. L’inedito Robinson Crusoe jihadista immaginato dallo scrittore si aggira tra le tele pronto a una civilizzazione reinterpretata in chiave di pura negazione del corpo, come se il suo stesso esserci fosse insostenibilmente eversivo. 

 

 

Ma è possibile, si chiede Daoud, immaginare un altro finale? Una scelta dunque che veda l’accettazione e non la distruzione del corpo, riconosciuto come luogo dove trovare la pace dell’esistere, il piacere di riscoprirsi nella scoperta dell’altro, nutrirsi di pelle e fiato a vicenda.

Questa possibilità è avvertita come talmente necessaria che Il Pittore che divora le donne è un libro doverosamente visivo, che insegue le immagini e richiede l’atto dovuto di vedere in contemporanea con la lettura i quadri citati, le fotografie, ricercare tutte le opere dedicate alla modella di Picasso. Marie Therese, così desiderata, ricercata, le forme placidamente esplose di grida di colore, rimane tuttavia muta, dormiente, calma, ignara della passione suscitata.

 

Mai sposata, abbandonata per Dora Maar, morta suicida quattro anni dopo la morte di Picasso, Marie sembra destinata a essere solo l’oggetto dello sguardo scosso dell’artista, di Daoud, di Abdellah e tutti noi: preda, corpo, sesso da possedere. Posare significa però riprodurre un istante paralizzato nel tempo, è un atto consapevole che coinvolge il modello e lo rende responsabile sia dell’immagine che delle idee che offrirà al pittore. La coerenza interna della pittura di Picasso, che alberga anche le forme e le linee più esasperate, finisce per definirle perciò in un racconto coeso: la storia di una donna che ha saputo suggerire come modella significati inediti al gesto pittorico dell’artista spagnolo. Soggetto attivo, non puro strumento di piacere, Marie Therese emerge dal libro di Daoud come l’immagine salvifica, sintesi sinuosa di un'ipotesi di gioia dello stare al mondo dove il corpo si muove, cerca, trova, celebrando il tempo e così la vita stessa.

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