Il Rinascimento di Gaudenzio Ferrari

Nonostante sia pressochè sconosciuto al grande pubblico, e a volte, persino agli esperti d'arte, Gaudenzio Ferrari (1475/80 - 1546) appartiene di diritto al gotha dei maestri del nostro Cinquecento, insieme a Leonardo, a Michelangelo, a Raffaello e a Tiziano. Fu attivo in terra lombarda ed in quella che, ora piemontese, un tempo faceva ancora parte del Ducato di Milano. Ma è stata proprio la Regione Piemonte, sostenuta da altri sponsor, a finanziare la recente mostra dal titolo eloquente: Il Rinascimento di Gaudenzio Ferrari

Curata da Giovanni Agosti e da Jacopo Stoppa, con la supervisione di Gianni Romano, il massimo esperto vivente dell'artista di Valduggia, la rassegna era scandita in tre atti, corrispondenti alle stagioni della vita creativa di Gaudenzio, e si articolava su tre sedi: 1) Varallo. La meglio gioventù. 2) Vercelli. Quella che chiamano maturità. 3) Novara. Rimettersi in gioco. 

Accanto alle opere inamovibili, perché contenute nelle chiese sotto forma di affreschi, o di monumentali pale d'altare e nelle cappelle del Sacro Monte, quali sculture e pitture murali, sempre visitabili in situ, vi erano esposte centoventi opere, sia di Gaudenzio, che dei suoi seguaci e dei suoi contemporanei, molte provenienti dai musei di tutto il mondo. 

Questa mostra è stata la prima dedicata all'artista valsesiano, dopo quella dei cartoni cinquecenteschi dell’Accademia Albertina di Torino del 1982, a cura di Gianni Romano, ma soprattutto dopo quella memorabile del 1956, tenutasi a Vercelli, al Museo Borgogna. Mi riferisco alla mostra gaudenziana per antonomasia, quella curata da Anna Maria Brizio e da un esordiente Giovanni Testori, allora trentenne, allievo di Roberto Longhi, il vero “padre critico” di Gaudenzio Ferrari, colui che attribuzionisticamente e “liricamente" lo ha riscattato dal lunghissimo oblio in cui era caduta la sua figura, fino a quel momento nota solamente negli ambienti del collezionismo colto. 

Nella coraggiosa disfida temporale con quella mitica mostra, questa di Agosti, rinunciando ad ogni lirismo, è stata soprattutto connotata da un rigoroso taglio scientifico, concettuale, mirante a restituire a Gaudenzio Ferrari il posto di primo piano che gli spetta nelle pagine della Storia dell'Arte. Ma ha mirato anche a fargli riacquistare quella popolarità che egli ebbe ai tempi suoi fra le genti comuni, quel ruolo di pittore colto, insomma, che seppe farsi mediatore del linguaggio alto con gli umili e coi semplici rendendo visibili, grazie alla sua grande abilità di artista-artigiano, contenuti religiosi e filosofici complessi, o, più semplicemente, impiegandola per trasmettere emozioni che pervengono inalterate persino a noi.

«Lo scopo del progetto è fare capire al maggior numero di persone la grandezza di Gaudenzio Ferrari», hanno dichiarato i curatori. E a questo lavoro di diffusione della lezione gaudenziana contribuisce il ponderoso catalogo che ha accompagnato la mostra, concepito come un vero e proprio regesto, composto da più di 300 voci con schedatura approfondita delle opere, che gli autori invitano a reputare uno work in progress al quale si augurano possano presto aggiungersi nuovi contributi per il prosiego degli studi gaudenziani, tutt'ora ricchi di incognite.

 

Terminata la mostra, chi volesse comunque andare ad ammirare dal vero le opere di questo eccelso artista, potrà continuare a farlo seguendo un itinerario che tocca proprio i luoghi in cui egli ha lavorato lasciandovi traccia del suo magistrale talento, affrontando ancora una volta un percorso che da Varallo condurrà a Vercelli, quindi a Novara e a Cannobio e poi a Torino, per proseguire, volendo, verso la Lombardia, in direzione di Saronno (dove egli “ha dato forma all'aria" dentro cui galleggiano i suoi magnifici angeli musicanti) e poi ancora verso Arona, Busto Arsizio, Como, Bergamo, Morbegno, Traona, ma soprattutto a Milano.

 

Chi è Gaudenzio Ferrari

 

«Pittore, plasticatore, architetto, ottico, filosofo naturale e poeta, sonator di lira e di liuto», lo definì, nel suo trattato L’idea del tempio della pittura (1590), il pittore storiografo milanese Giovanni Paolo Lomazzo, il suo primo biografo, che fu a sua volta allievo di Giovan Battista della Cerva, uno dei più fidi collaboratori di Gaudenzio e che si può quindi dire lo abbia conosciuto direttamente.

 

Nato a Valduggia, della sua formazione si hanno scarse notizie. Crebbe culturalmente a Milano dove ebbe modo di apprendere la lezione di Leonardo e quelle del Bramante e di Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino, di cui sono permeati i suoi lavori. Ma risentì indubbiamente anche del luminismo di Vincenzo Foppa e dell'influenza di Bernardo Zenale e pure di quelle del Perugino e di Filippo Lippi. O, almeno questo ci svelano le sue opere. Il Lomazzo lo vuole allievo di Stefano Scotto, attivo alla Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano. Fece con buona probabilità un viaggio a Roma e nel centro italia (o forse due). Fonti tarde, prive di verifica, hanno messo in circolo la leggenda che il nostro sia stato presente addirittura come aiuto di Raffaello alle Logge Vaticane. Ma una cosa è certa ed è che egli ha saputo fondere in modo personalissimo e magistrale l'umanesimo centro italico con il naturalismo e al luminismo lombardi. 

 

Spazialismo gaudenziano

 

Al contempo nella costruzione degli spazi Gaudenzio unì magistralmente l’impiego della prospettiva - con il suo sfondamento verso l’al di qua e l'aldilà della superficie dipinta - alla sovrapposizione in verticale dei piani che era stata propria della stagione del gotico internazionale, dando vita ad una spazialità affatto particolare e sua precipua, di intenso pathos che potremmo definire rivoluzionaria, se non addirittura moderna. 

 

Drammaturgia gaudenziana

 

L’artista esordì come scultore, proprio al Sacro Monte di Varallo per dedicarsi in seguito esclusivamente alla pittura, nella quale divenne un maestro eccelso, dotato di una prorompente vis narrativa che seppe dispiegare con una mise en scène di empatica teatralità.

Prima di Giovanni Testori, che ne è stato il moderno aedo, fu il Lomazzo a cogliere appieno la grandezza di Gaudenzio, se persino nelle sue Rime (1587), oltre che nel già menzionato trattato, ne descrisse la poetica e il “mirabile pennello”, lodandone soprattutto la capacità di rappresentare con grazia (quella calma che sarà poi elogiata anche dal Testori) gli stati d'animo dei suoi personaggi e il loro agire sulla scena dipinta.

«Alla mente di Gaudenzio s’afferra; / Si la mostra pingendo in gratia estrema; / O che lieto gioisca, O egro gema; / S’alcun s’adira o se crudel si sferra; / Se grave siede, o se pensoso egli erra; / Ha di rapresentar singolar dono; / E questi e quanti sono moti et affetti; / Oltre il bel panneggiar, celesti e humani; / Di lavorar di terra ha certo tono; / Il qual s’inalza al Ciel fra gli altri eletti; / O felici eccellenti mente e mani.»

E ancora nel trattato: 

«perché ivi si vede come si possano rappresentare vivamente gli affetti, vedendosi nelle faccie e negli angioli che piangono il dolore e la passione e nei fanciulli ridenti la festa e il giubili, che la natura più vivamente non gli dimostra. E si vede anco l’eccellenza della architettura attica e la varietà sfoggiata dei fogliami e de fregi delle colonne, nella quale egli è stato unico al mondo». 

Ma spetta a Giovanni Testori l’averne colto l’anima teatrale in quello che, riferito al Sacro Monte, con una definizione divenuta antonomastica egli disse essere un “Gran teatro montano”.

 

Cromatismo gaudenziano 

 

A proposito della straordinaria palette di colori di Gaudenzio Ferrari, così ancora il Lomazzo:

«Gaudenzio ha servito all’ornamenti, e come in tutte le cose universalmente sia stato ornatissimo coloritore, tutto ciò per special dono della natura è stato meraviglioso nel esprimere tutte le sorti di panni con grazia, così di velluto, di ormesino (pregevole tessuto di seta leggero, dal nome della città persiana di Ormuz - ndr) e d’altri drappi di seta come di tela e di lana, con tanto disegno e furia, che niun altro è per poter mai agguagliarlo. E nei diversi cangianti, ne i panni reali e spezialmente nelle falde ed invogli, ha imitato così felicemente il naturale et il vero, sfoggiando e capricciando in mille modi, che chi non vede, difficilmente è per crederlo […] ha di più […] avuto grandissima grazia nel far i cavalli, i cameli e gli altri animali, talmente che pare che fosse nato propriamente a questo e nei capelli è stato leggiadrissimo.»

 

Itinerari gaudenziani. Prima tappa: Varallo

 

Nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, sul tramezzo che separa l'aula dei fedeli dal presbiterio, Gaudenzio, allora trentenne, ha affrescato quello che è universalmente ritenuto un suo capolavoro. Terminando nel 1513, si tratta di un grandioso ciclo di affreschi, con 21 quadri (distribuiti su una superficie di 80 metri quadrati) che raccontano la Vita e passione di Cristo, dall'Annunciazione alla Resurrezione.

Quella di dipingere con scene del Nuovo Testamento una parete alle spalle del predicatore era un costume proprio dei Francescani Osservanti, piuttosto diffuso tra Lombardia e Piemonte, che permetteva all'officiante, durante le omelie, di illustrare vidivamente ai fedeli i passi del Vangelo, così come avveniva nelle Biblia Pauperum medievali.

Fino al 16 settembre sarà ancora possibile ammirare la parete dipinta ad altezza di sguardo dal ponteggio in quota, a sei metri da terra, appositamente costruito in occasione della mostra.

 

 

Gaudenzio Ferrari, Storie della vita di Gesù, 1513. Varallo, Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Sotto: dettagli della Crocifissione.


Da lì, a piedi o in funivia, si può poi salire super parietem, a visitare le cappelle del Sacro Monte. In proprosito si legga qui.

Quelle a cui lavorò Gaudenzio sono nove, con affreschi e sculture, ripulite o restaurate in occasione della mostra, fra cui la straordinaria Crocifissione

Il Gran teatro montano di Gaudenzio e degli altri artisti (tra cui Antonio D’Enrico, detto Tanzio da Varallo e Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone) è visitabile tutto l’anno.

Già nell’ottocento, Samuel Butler, (una lapide apposta nel loggiato del Palazzo di Pilato al Sacro Monte ne ricorda l'appassionato soggiorno a Varallo, sul cui Sacro Monte, del 1888, scrisse anche il volume Ex voto), aveva sottolineato l’efficace intento didattico delle cappelle:

«Lo scopo è quello di mettere nel modo più vivace la scena sotto gli occhi della gente che non è capace di immaginarsela da sé, gente che non ha viaggiato e non ha coltivato le facoltà immaginative. Un contadino italiano, come potrebbe figurarsi l’Annunciazione meglio che guardando questa cappella? Il senso comune avverte che o non bisogna dir nulla dell’Annunciazione a un contadino, oppure bisogna facilitargli con ogni mezzo la possibilità di concepire quell’idea con qualche chiarezza.» (Samul Butler, Alps and Sanctuaries of Piedmont and the Canton Ticino, 1881)

 

Sacro Monte di Varallo, Cappella della Ciconcisione, statue in terracotta policroma e pitture murali di Gaudenzio Ferrari, 1512, 1513 circa.


Itinerari gaudenziani. Seconda tappa: Vercelli

 

A Vercelli Gaudenzio risiedette dal 1529 al 1534, per attendere dapprima al Polittico di Sant’Anna destinato all'omonima chiesa, quindi agli affreschi nella locale chiesa di San Cristoforo. In questo lasso di tempo si appoggiò alla bottega del pittore locale Eusebio Ferrari, suo omonimo ma non suo parente, che aveva probabilmente conosciuto a Roma nel suo famoso viaggio, condotto in compagnia del Bramantino.

Il polittico si compone di sei riquadri, due dei quali (L'incontro di Gioachino e Sant'Anna alla porta Aurea - registro inferiore - con l'Eterno - registro superiore - sono oggi conservati alla National Gallery di Londra, che li ha prestati in occasione della mostra.

 

Vercelli, Chiesa di San Cristoforo. Gaudenzio Ferrari, Madonna degli Aranci, pala d’altare, 1529; Storie della Maddalena, Assunzione della Maddalena, 1530-1534.


La chiesa di san Cristoforo sorge in pieno centro storico, qui Gaudenzio, fra il 1530 e il 1534, dipinse un altro suo capolavoro composito, costituito da una pala d’altare, detta Madonna degli aranci, e da due cicli d’affreschi sulle pareti del transetto. Il committente, inginocchiato sulla destra in basso nella pala d'altare, è Andrea Corradi di Lignana, dell’omonima potentissima famiglia, sodale di Carlo V, che ha largamente finanziato i lavori artistici nella chiesa sulla cui parete destra Gaudenzio ha affrescato le Storie della Maddalena, mentre su quella sinistra le Storie della Vergine

Nonostante la differenza tematica delle Storie, l’unitarietà dell’insieme risiede, oltre che nella potenza espressiva con cui esse sono rese e nella loro vitalità cromatica e compositiva, nel motivo ornamentale che le collega: una grande fascia monocroma che corre sulla parte alta di tutti gli affreschi, a testimonianza che l’autore le concepì con un progetto unitario.

Erano questi gli anni in cui la fiorentissima bottega del grande artista valsesiano era sommersa dalle commesse (Vercelli, Casale, Vigevano, Saronno), tuttavia egli scelse di attendere personalmente al ciclo pittorico di san Cristoforo dando così vita ad “uno dei più grandi esiti non che di Gaudenzio, dell’intero Cinquecento italiano”, come ebbe a sostenere in proposito Giovanni Testori.

 

Gaudenzio Ferrari. Storie della Vergine, Crocifissione, dettagli, affresco, 1530,1534,Vercelli, Chiesa di San Cristoforo.


Carichi di pathos, questi affreschi coinvolgono emotivamente lo spettatore tanto per la loro teatralità, quanto per le accese policromie e i cangiantismi dai palpitanti bagliori che li connotano. Le Storie, inoltre, narrate con uno stile magniloquente, dimostrano l’attenzione manifestata dal Ferrari per le ricerche artistiche a lui contemporanee, che dal Rinascimento erano già in procinto di transitare verso il Manierismo.

 

Itinerari gaudenziani. Terza tappa: Novara 

 

Nella Basilica di san Gaudenzio a Novara, coperta dalla svettante cupola di Alessandro Antonelli (lo stesso della Mole Antonelliana), si trova poi il grande polittico a due piani che Gaudenzio Ferrari realizzò nel 1516. Originariamente era ospitato nella chiesa omonima che fu in seguito demolita per far posto a questa nuova, realizzata su probabile disegno di Pellegrino Tibaldi.

L'opera è strutturata in tre parti: in quella superiore sono raffigurati, da sinistra a destra, l'arcangelo Gabriele, la Natività e la Vergine Annunciata. In quella inferiore troviamo San Pietro e San Giovanni Battista, la Madonna con il Bambino tra i Santi Ambrogio e Gaudenzio, San Paolo e Sant'Eusebio o Sant'Agabio. 

Proseguendo in direzione del Duomo, vi si può ancora ammirare la superba pala raffigurante il Matrimonio mistico di santa Caterina (1530-34), soffusa di dolcezza, come ebbe a scrivere Giovanni Testori, elogiandoin proposito «la qualità umana della materia di Gaudenzio […], quel suo incarnar le figure piano, piano, come al tepore d’una continua carezza».

L'opera aveva nella predella quattro superbe tavolette con Angioletti danzanti e suonatori, oggi conservate all’Accademia Carrara.

 

Gaudenzio Ferrari forever

 

Dopo Novara, Gaudenzio Ferrari realizzerà i suoi capolavori soprattutto a Milano. Ad incoraggiarne la conoscenza da parte di coloro che ancora li ignorano, c'è persino la testimonianza di Giorgio Vasari, che scrisse di lui avendone fin da subito compresa la grandezza:

«Fu coetaneo di costui Gaudenzio Milanese pittore eccellentissimo, pratico et espedito, che a fresco fece per Milano molte opere, e particularmente à frati della Passione un Cenacolo bellissimo, che per la morte sua rimase imperfetto. Lavorò ancora ad olio eccellentemente, e di suo sono assai opere a Vercelli e a Verallo molto stimate da chi le possiede.»

 

Il "pittore eccellentissimo" morì a Milano il 31 gennaio 1546, dopo avervi trascorso un decennio, durante il quale ebbe modo di dipingervi altri straordinari capolavori.

Ma questa è un’altra storia.

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