Il teatro di poesia di Fabrizio Sinisi

Come un’apocalisse. “Le cose tremano come se tutto / fosse instabile e irrequieto. Il tuono /ha sconvolto la quiete dell’aria”. Bruto. Il tirannicidio, l’assassinio di Cesare. Un mondo che crolla o uno che sotto funesti presagi (ri)comincia. Bruno scarmigliato, e Cassio, e Casca, i congiurati febbrili spuntano dal suolo da botole davanti al corpo inerte dell’uomo che voleva farsi imperatore e che giace trafitto dai colpi di pugnale. Un uomo in grigio con una pala, a scatti, butta terra nera sul cadavere. Monologhi, sotto i suoni stridenti, scoppi e sibili battenti, di G. U. P. Alcaro. Il tirannicidio raccontato da Shakespeare diventa convulsa azione ricostruita per grumi di parole che forano i tempi avvolgendosi nella forza ambigua dell’atto – l’assassinio politico, la liberazione da chi pure aveva sedotto il consenso della maggioranza popolare. E sentiamo depositarsi schegge di frasi del linguaggio politico di tempi nostri o di quelli da noi da poco attraversati – in un impossibile tentativo di definire il campo della libertà come orizzonte di identità, e quello, speculare, del potere. Uno vale uno – colpirne uno per educarne molti – sono stato io, con l’ambiguità della rivendicazione dell’atto e dell’affermazione del principio di democrazia totale.

Bruto e i congiurati lanciano parole contro Cesare morto, contro i suoi propositi liberticidi, mentre Antonio, l’uomo in grigio, scosso dal dolore o forse solo dall’ira, scaglia terra furibondo sul corpo esanime, per poi conquistare il consenso del popolo con i suoi discorsi che non possiamo dire altro che populisti, di astuta politica, di perfetta retorica intrisa di ragionamento, capacità di commozione, corruzione (Cesare ha lasciato tutti i suoi beni al popolo). E tutto si schianterà a Filippi, in Macedonia, in una guerra civile storica che sgretola, ancora, il muro dei secoli, diventando battaglia totale, mitraglia, bomba atomica, gas chimici, massacri, le città forate, svuotate, ridotte a rovina, scheletrite.

 

Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Andrea Sorrentino in “Giulio Cesare”, ph. Valentina De Felice.


“C’è un solo modi di / abbattere un Tiranno: / non uccidere lui, / ma uccidere noi stessi”. È il finale di Bruto, prima di consegnarsi all’ombra della sconfitta totale. Ancora versi, ancora quell’enjambement che rimanda, riapre il discorso, spalanca la misura del metro in pensiero e orrore. “Nessuno di noi sa / che forma avrà la vita, / che forma avremo noi / quando riemergeremo / al mondo da quest’incubo. /Un tempo nuovo inizia”. È il finale ultimo, sono le parole del vincitore, Antonio.

È un allestimento battente, forse perfino compiaciuto di colpire i nervi dello spettatore per bombardamento, per ritmo convulso d’azione, per confusione interiore, per implacabili marce verso il disastro. Giulio Cesare. Uccidere il tiranno va in scena con la regia di Andrea De Rosa, composta, con sapienza, sul testo in versi di Fabrizio Sinisi (pubblicato da Nardini editore, 2017). È stato presentato al Napoli Teatro Festival del 2017 in un progetto del Teatro Bellini, Glob(e)al Shakespeare, composto di sei riscritture di drammaturghi italiani contemporanei di altrettante opere di Shakespeare. L’abbiamo visto all’Arena del Sole di Bologna preceduto da Tito, dal giovanile Tito Andronico del Bardo, una tragedia senechiana grondante tradimenti, vendette, orrori, affidata al ripensamento letterario di Michele Santeramo e alla regia dark e splatter, a volte smagatamente metateatrale, di Daniele Russo, con Fabrizio Ferracane nella parte del protagonista.

Ma in questa riflessione il centro di gravità diventa il testo, in particolare quello di Sinisi, in un momento in cui di nuovo nel teatro italiano si punta sull’autore, da mettere in dialettica con la visione del regista, ma in cerca, con necessità, di nuove scritture teatrali, in dibattito col mondo.

 

Sandro Lombardi in “La grande passeggiata”, ph. Marcello Norberth.


Fabrizo Sinisi, nato a Barletta nel 1987, ormai milanese di residenza, autore di alcune raccolte poetiche, sfida qui e in altre sue opere la nostra scena sempre più innamorata – in questa reviviscenza di scritture drammatiche – di realtà quotidiana, di lingue masticabili, tanto mischiate con umori bassi o di cucina mediatica da risultare banali. Sfida lo smorto nuovo panorama, accreditato ormai da varie produzioni anche di importanti istituzioni della scena, con un suo teatro di poesia, pasoliniano, una composizione in versi ora aggrumati, ora cristallini, acuminati come lama, aggrovigliati, oscuri come l’esistenza, poeticamente evocativi, civili e lirici, smarriti nel mistero della cronaca e capaci di illuminazioni, alla dubbiosa ricerca di sé, tra identità incerte e fondamentalismi, limiti della politica e squarci della poesia, contro i facili poeticismi. 

I suoi versi, forgiati per essere scommessa alla pronuncia, al realismo, all’apparenza, alla prosaicità, sono spesso liberi o irregolari, ma appaiono scanditi nella misura di settenari e endecasillabi in La grande passeggiata, del 2012 – il suo debutto, alla grande, come scrittore di teatro, in scena con la regia di Federico Tiezzi e l’interpretazione di Sandro Lombardi, una cronaca del caso di Dominique Strauss-Kahn, ex potente direttore  del Fondo monetario internazionale, accusato da una cameriera d’albergo di New York di stupro. Il testo trascende i fatti, i dati, per aprire squarci sui personaggi, nei personaggi, i carcerieri, la moglie, l’avvocato amico e concorrente politico, il potente, in uno smarrimento che somiglia a quello del nostro mondo di banche, di crimini, di privati affetti, di pubblici e personali misfatti.

 

Andrea Di Casa e Federica Rosellini in “Guerra santa”, ph. Umberto Fravetto.


Ha definito bene la sua opera Franco Perrelli nell’introduzione al volume Tre drammi di poesia (Edizioni di Pagina, Bari, 2017), quando rileva che il punto centrale per entrare nella drammaturgia di Sinisi è “l’identità soggettiva come riflessione su che cosa significhi consistere come persona e se – al di là del gioco delle apparenze sociali – si possa concepire un’autenticità dell’essere”. E continua: “Diremo subito che, nei drammi di Sinisi, l’influsso di Pirandello è presente e quasi dichiarato, ma – almeno in questo dramma – la tecnica del nostro autore appare differente: manca il rovello, labirintico o talora circolare, dell’interrogazione delle convenzioni borghesi. In Sinisi, il problema implode semmai liricamente dentro i personaggi a confronto con situazioni della vita in cui restano invischiati e che dischiudono per loro l’aggrovigliato aut-aut del rifugiarsi nella solidità dell’apparenza o dello scoprirsi nell’ardua avventura dell’essere”. Come, trasponendo il tutto sul piano della politica, per Bruto e Cassio.

Nella Postfazione dello stesso volume, puntualizza l’importanza di questo giovane autore Federico Tiezzi, che lo ha messo in scena e lo ha voluto come drammaturgo in varie imprese, tra le quali il Freud o l’interpretazione dei sogni del Piccolo Teatro di Milano, dal testo letterario di Stefano Massini: “Ciò che permette tutto questo è un lavoro di scatenamento linguistico e tematico che a volte travolge lo scopo prettamente ‘teatrale’ – ed è proprio ciò che rende questi testi così interessanti. Il programma di Sinisi, finora coerente e quasi ossessivamente sistematico, è ambizioso. Far convergere sulla scena la poesia, la narrativa, il saggio critico, la dissertazione, l’oratoria, la sequenza musicale, l’ekfrasis, il poema, il ritaglio di giornale, l’happening, il gesto performativo – insegue insomma quel sogno, delirante, di teatro della totalità linguistica che era il miraggio dei tentativi neosperimentali degli anni Settanta e Ottanta”. E sottolinea, citando Thomas Bernhard, come sempre, o quasi, i suoi personaggi siano attori: che indossano come una veste cerimoniale – aggiungiamo noi – la lingua e i riti del teatro, per scavare nelle cose e fulminarle da una visione di altro.

Lo sguardo di questo autore – alla politica, alla ricerca di libertà dell’atto nel Giulio Cesare, dove l’assassinio politico diventa esso stesso, senza salvezza, condanna a svelarsi nello specchio della tirannide e delle sue seduzioni – si moltiplica in altre opere ugualmente implicate nella trasfigurazione di temi forti dei tempi. Così è in Guerra santa, dramma che ha vinto nel 2018 il premio Giovanni Testori ed è stato pubblicato da Schena editore nel 2019, rappresentato presso il Centro teatrale bresciano, dove Sinisi è drammaturgo residente nel triennio 2018-2020. È un dialogo teso tra un prete e una ragazza cresciuta in un orfanatrofio gestito da religiosi e passata per intransigenza morale al fondamentalismo dell’Isis nella speranza dell’atto totale che nel sacrificio e nel martirio salvi dalla banalità della vita, carnefice e vittima pronta a esplodersi. È confronto serrato tra padri e figli in una sequenza di monologhi di poesia che porta nel profondo la scrittura teatrale, avvolgente, densa, trascinante. 

 

Alessandro Averone e Federica Sandrini in “Natura morta con attori”.


Non siamo davanti al pullulare della “realtà”, variamente evocata nel teatro d’oggi, variamente più o meno furbescamente ridotta a materia di consumo spettacolare. Conduce dentro il “reale” lacaniano, quei grumi di coscienza inconscio pulsioni azioni materie rimozioni linguaggio che ci circondano oltre la consapevolezza, oltre la manifestazione, noi, gli archetipi, la storia che ci formano, lo sciocchezzaio e le altezze che ci trascinano. 

Gli altri testi raccolti nel volume curato da Perrelli ancora guardano il presente e la storia attraverso lenti apparentemente opache, nebbiose, in un abbraccio rivelatore. In Natura morta con attori, rappresentato nel 2016 al Festival Tramedautore, ci ritroviamo di fronte  a un misterioso Lui che inizia così: “Sono stanco di recitare la mia parte. / Sono stanco di dover essere qualcosa” e a una Lei, incontrata su Internet, un’ex attrice che rivela: “Da quando faccio la prostituta – / ho rivalutato la natura dell’uomo / e il concetto stesso della menzogna. / Sapere cos’è la menzogna mi ha tolto / qualsiasi tipo di scrupolo morale”. Si incontrano in un fitto dialogo di ricerca di sé e dell’altro, in una città dove si assassinano i poeti all’Idroscalo.

 

Paolo Graziosi in “Agamennone”.


Nel fosco Agamennone del 2016, rappresentato al teatro romano di Falerone (Fermo) nel 2016, i personaggi dell’antica tragedia, il re di Argo vittorioso a Troia, l’assassino della figlia Ifigenia, sua moglie Clitemnestra tenuta viva per dieci anni dall’odio e dal desiderio di vendetta, la profetessa Cassandra, schiava strappata alla sua terra e alla condizione di principessa vanno al macello come vittime predestinate, stanche di una vita di lotte e massacri: “Era questa la vittoria? Questo / il guadagno, la vita, la gloria? / Questo ho comprato ammazzando / mia figlia, sacrificandola al dio? / Facciamo le guerre, ci strofiniamo / nei letti, mettiamo su case / e le distruggiamo. Facciamo / di tutto. Ma senza vedere”, dice Agamennone.

Sempre Sinisi nelle sue opere sfida l’attore e il regista con una lingua e un fraseggio che diventano musica, torbida elettrizzante musica che cattura e sprofonda, ristabilendo distanze, ponendo enigmi, per abbracciare e destare, per far viaggiare la capacità dello spettatore di forgiare immagini di altre ardue, necessarie possibilità.

 

Tito e Giulio Cesare si possono vedere al teatro Argentina di Roma dal 7 al 12 maggio.

L'11 maggio andrà in scena al Teatro Fabbricone di Prato il Faust di Goethe con la regia di Federico Tiezzi, nella traduzione di Fabrizio Sinisi

 

Nell’ultima fotografia, di Valentina De Felice, Daniele Russo in Giulio Cesare.

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