Il terremoto e la memoria degli Appennini

In questi giorni successivi al tragico terremoto del 24 agosto tutti siamo stati immersi in un eccesso di spiegazioni. Spiegazioni non sull'evento in sé – che resta imprevedibile – ma sui danni, sulle conseguenze, sui rimedi, sui costi, sui programmi, sui progetti...

E questo è accaduto specie per i canali all news che hanno nella ripetitività delle tragedie il loro lato oscuro. Nati per il mondo globalizzato della finanza in cui il minuto e il secondo hanno valore, oggi riguardano ogni settore della vita umana, anche quelli in cui l'aggiornamento "in tempo reale" non sarebbe necessario. La notizia viene amplificata, sezionata, ripetuta, replicata. Dopo le prime ore in cui gli aggiornamenti sono anche servizio sociale, la notizia non è più tale e insieme alle ripetizioni subentrano i particolari (ma può una tragedia essere aggiornata? può essere aggiornato il suo senso?), le storie minute, le notizie di contorno quando non di colore, la presenza e il protagonismo di esperti e politici; almeno nei canali all news e in quel tempo fatto di "solo presente" l'evento, la notizia, diventa una cronaca particolareggiata di spiegazioni... È un tempo ripetuto, circolare e distorto dove resta lontano ogni possibile consolazione.

 

 

Sono cose che si avvertono bene vivendo sugli Appennini, come in questi giorni, tra ile voci di poche persone, camminando tra vie strette e conosciute – solo da pochi giorni restituite al loro ritmo abituale – dove muri rabberciati e non allineati raccontano ancora dell'ultimo grave terremoto in paese, ai confini tra la provincia di Reggio Emilia e Massa Carrara, nel 1920.

È vero che gli interi Appennini sono una spina dorsale dimenticata del nostro paese ma ne sarebbero anche una memoria profonda, la memoria dove il tempo umano incontra quello della natura e vi si confronta. Ma anche questa memoria, come insegnano questi giorni, ė stata dimenticata e rimossa.

Un terremoto grave ogni generazione lungo tutti gli Appennini, nell'Appennino centrale, negli ultimi tempi addirittura uno ogni pochi anni non sono una coincidenza o un frutto del caso. Solo il bacino del Po nel passato aveva nelle sue ricorrenti alluvioni una simile misura del tempo, una stessa possibilità di confronto tra quello umano e quello implacabile della natura.

 

 

Le calamità naturali, oltre alla tragedia sono di loro una realtà che ci mette davanti come il tempo nostro, il tempo antropocentrico sia poca cosa, ci mette davanti come il tempo della natura e ancor più il tempo geologico sia altro rispetto al tempo umano misurabile con la memoria, per sua natura labile, ambigua nel ricordare e nel rimuovere.

Nell'antica società il terremoto era un evento che lasciava una memoria soprattutto locale, almeno all'interno di una generazione. Inevitabilmente portava a rimedi locali – le solette e i pavimenti in legno, la sapienza nella scelta dei terreni dove costruire non erano solo scelte di povertà –, portava a verità parziali e alle tecniche che ne erano figlie, spesso simili in tutto l'Appennino: solo una consolazione vicina al sentimento religioso era la risposta comune che dopo tutto legava.

 

Del resto, l'intera natura non è biologia e ciò che non ha vita non ha mai memoria, il suo tempo è differente, lungo o breve, imprevedibile, apparentemente casuale.

 

Ricordo bene un’espressione di mia nonna e ora di mia madre: "na giornada da terremote" era una giornata di caldo umido afoso, senza aria, dove tutto appare sospeso... un tempo avvertito come premonitore, come qualcosa appunto di sospeso davanti alla natura e al destino. Almeno nell'Appennino Tosco-Emiliano era un timore e una percezione condivisa, sorta di sesto senso collettivo, più facilmente semplice memoria di popolazioni a cui l'esperienza umana, per quanto imperfetta, aveva lasciato qualcosa. E non importa se tra "giornate ferme e afose" (come la notte tra il 23 e 24 Agosto) e terremoti non ci sia alcuna relazione scientifica conosciuta. La memoria umana è imperfetta, labile, ricorda quello che vuole ricordare ma quello che ricorda non è mai a caso, ha sempre un valore.

 

Sugli Appennini le case sono quasi tutte ancora di pietra, quasi tutte plurisecolari, le più giovani lo sono di almeno un secolo (come quella in cui vivo ora, vecchia stalla e fienile, costruita su solida roccia dopo il terremoto del 20 e a fine anni 70 ristrutturata ad abitazione): impossibile salvarle e preservarle?

Oggi la scienza moderna ha "intelligenza e memoria" globali. La scienza e la tecnologia hanno rimedi e risposte per porre in sicurezza pressoché qualunque edificio, purché gli interventi vengano programmati ed eseguiti correttamente, purché ci siano le risorse economiche per poterli avviare, purché gli iter amministrativi siano chiari e semplici. La memoria locale non è mai bastata per salvarsi dalla tragedia del terremoto, ma non può essere interamente dimenticata né tanto meno rimossa come tutta quella cultura che è stata. Quella memoria ad averla ascoltata per tempo avrebbe salvato vite, non solo quelle di quest’ultima tragedia.

 

"Un paese normale" era l'espressione con cui, in un altro contesto, un importante uomo politico indicava negli anni 90 il desiderio di rimuovere le anomalie dell'Italia. Un desiderio che molti di noi avranno condiviso di fronte al sentimento di questa ultima prevedibile tragedia: "Quando smetteremo di lasciarci sorprendere dal prevedibile?" ha scritto nei giorni scorsi Massimo Gramellini sulla Stampa.

Certamente, di fronte a tante bare bianche, nel giorno del funerale delle vittime, il desiderio di un paese normale e la sua contemporanea assordante assenza è una ferita aperta per cui non c'è alcuna consolazione.

 

 

La parola vendetta è arcaica e viscerale, visceralmente comprensibile, inaccettabile per cultura e civiltà. Ma dove la spiegazione e la consolazione sono risposte che non bastano, che almeno ci sia giustizia, almeno per tutti i crolli di edifici moderni o ristrutturai, crolli inspiegabili come i progetti e il cemento di cui erano fatti.

 

Per il peccato di aver dimenticato la memoria dell'Appennino non c'è perdono e non ci sarà giustizia, ma quel peccato sembra dare una misura tragica dell'insipienza di un'intera classe dirigente a cui il tempo, la memoria, la storia del territorio e delle popolazioni appenniniche non ha insegnato nulla. Rimossi e dimenticati, nascosti sotto il tappeto di una grossolana modernità come spazzatura di un’età e di una miseria inutile... Ma quel tappeto scrolla ad ogni tremito della terra, e periodicamente tempo, memoria, storia di un territorio e delle sue popolazioni reclamano la loro presenza. Per quanto saranno ancora ignorate?

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