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Il vino, il mare e le navi

Una nave nel vino? E che nave, visto che è guidata da Dioniso in persona. Sto parlando di una coppa in ceramica oggi conservata a Monaco. Oggetto tutt’altro che ovvio per il nostro sguardo moderno, abituato a pensare che le opere d’arte siano nate solo per essere contemplate a una giusta distanza, in spazi dedicati. Questa invece andava maneggiata, portata alle labbra (era una sorta di calice), magari usata anche per giocare.

 

 

Nella Grecia antica verso il 530 a. C., coppe come questa non venivano usate nei pasti quotidiani, ma unicamente nel simposio. Questa parola, symposion, viene spesso tradotta in modo improprio con “banchetto” (anche un film di Marco Ferreri si intitolava Il banchetto di Platone); il fatto è che non abbiamo nella nostra cultura una pratica (e un termine) corrispondenti. Potremmo chiamarla una “bevuta in comune”. Ma anche in questo modo qualcosa non è chiaro, perché subito ci viene in mente un gruppo di amici che bevono allegramente in un posto qualsiasi, e qualcuno si ubriaca anche. Il vino nel simposio greco c’era eccome, ma il contesto in cui entrava era più complesso. L’ha raccontato benissimo Maria Luisa Catoni, pochi anni fa, in Bere vino puro, pubblicato da Feltrinelli.

Alcuni amici, aristocratici, si trovano a casa uno dell’altro, dopo aver cenato; si riuniscono in una stanza non particolarmente grande, ma riservata a loro, l’andrón, la “stanza degli uomini”. Sì, perché il simposio è un affare da uomini, nobili che riunendosi periodicamente rinsaldano i propri legami di classe. Le donne non partecipano, o meglio, possono farlo eventualmente le etére, le “compagne” (anche qui un termine difficilmente traducibile). Inizia una serata contrappuntata da una serie ben regolata di momenti, che la fanno assomigliare a una pratica rituale (tanto che si comincia con una preghiera agli dèi). 

Poi c’è posto per tante cose diverse: si beve vino, naturalmente (ma ubriacarsi durante il simposio è disdicevole); si chiacchiera, si canta e si suona, si recitano poesie, e si discute, si discute, si discute: non per niente hanno proprio questo titolo – Simposio – due dialoghi filosofici, uno di Senofonte e un altro di Platone. E’ a quest’ultimo dialogo che si ispira il film di Ferreri (1988); più di un secolo prima, nel 1869, Anselm Feuerbach lo aveva ricostruito in forma grandiosa in un quadro oggi a Karlsruhe. 

 

 

Certo non dobbiamo immaginarci così i simposi nella Grecia arcaica e classica: niente fastosi saloni, scranni decorati, pavimenti in marmo e dipinti alle pareti, ma ambienti piccoli e disadorni, pochi letti su cui sdraiarsi, qualche cuscino (e nessun tavolo). 

Nel simposio greco c’è posto anche per i corteggiamenti, sotto voce o davanti a tutti: tutto un filone poetico ha questo sfondo – il canto, gli amori e la bellezza dei ragazzi – e nasce dalle performance dei convitati, impegnati in improvvisazioni in versi annodate per tema l’una all’altra, a catena.

 

 

E si può anche gareggiare, giocando al kóttabos: si prova a colpire, lanciando uno schizzo di vino, un certo oggetto preso come bersaglio; si usava appunto una coppa come quella di cui stiamo per parlare, impugnata in modo ben diverso dal solito. Poi, appena prima di salutarsi e andare a dormire, si chiude tutto con un ballo che assomiglia più a una baldoria che a una danza. 

Le coppe per il vino erano quindi oggetti raffinati in un ambiente modesto e spoglio, e così tutti gli altri vasi da simposio: forme studiate in rapporto alla funzione dei diversi recipienti (mescolare, versare, bere…), ornamentazioni elaborate e – soprattutto – immagini capaci di saldarsi agli argomenti e al clima della serata. Non stupisce che oggetti come questi fossero spesso firmati dai vasai e dai pittori che li eseguivano ad Atene e nella regione circostante, l’Attica.

 

 

Sul bordo del piede, la nostra coppa porta appunto la firma di Exekias, un artista la cui bottega era specializzata sia nella produzione, che nella decorazione dei vasi. Più in alto, cominciano le immagini. Accanto alle due anse, un gruppo di guerrieri cerca di recuperare il corpo di un caduto, ma altri cercano di impedirlo. Immaginate di prendere il vaso per queste anse, con entrambe le mani; quello che vedreste davanti a voi – compreso tra le due battaglie – è un volto: un piccolo naso, due sopracciglia e, soprattutto, due enormi occhi. Chi è che ci guarda nel momento in cui solleviamo la coppa? Nell’incrocio di sguardi durante il simposio, alcuni magari tra innamorati, si intromette una figura misteriosa: è il dio raffigurato all’interno del vaso? È il vaso stesso a cui l’artista ha dato anima?

Sul fondo della coppa, ecco dunque la nave guidata da Dioniso in persona: il dio è sul ponte della nave, sdraiato (come sono sdraiati i partecipanti al simposio), la corona d’edera, una veste ricamata, il corno per bere in mano. Sopra di lui la vela è gonfia di vento, tanto che i cavi sono ben tirati, compreso quello che è trattenuto dalla mano stessa del dio. Un altissimo albero di vite si alza verso il cielo accanto all’albero della nave; i pampini sono piccoli, ma i grappoli enormi. L’allusione al vino e al simposio è fin troppo chiara.

Intanto sette delfini girano attorno alla nave (due invece sono dipinti sullo scafo). La scena è stata letta come allusione al mito dell’infanzia di Dioniso narrato in uno degli inni omerici. I pirati Tirreni lo rapiscono ma, una volta sulla nave, il dio si manifesta: prima i prodigi (grappoli d’uva si inerpicano sulla vela), poi la terribile trasformazione della divinità in leone ruggente, infine i pirati mutati in delfini. Tutto accade perché Dioniso-Bacco è ben altro che “il dio del vino” – come abbiamo imparato alle elementari – un bonaccione un po’ barcollante, ma simpatico (è vero che a scuola bisogna semplificare, ma basterebbe chiamarlo “dio del teatro”, per avvicinarci alla sua vera dimensione). Dioniso infatti è il dio che governa gli stati mentali, quando – ad esempio – consente agli attori di assumere provvisoriamente la personalità, la voce, il gesto di altri; ma è sempre lui che distribuisce entusiasmo, eccitazione, furore e delirio; è lui che presiede al travestimento e alle metamorfosi, mirabili o spaventose.

Nella coppa di Exekias il versante minaccioso del dio si mescola al piacere del vino in compagnia, ma la morte si è annidata intanto sotto le anse del vaso, e all’esterno si fissa l’insondabile sguardo di un volto indefinito. La nave procede tranquilla, ma non è un’imbarcazione qualsiasi: è una nave da guerra. Lo rivelano prima di tutto la prua appuntita, a forma di muso di animale, e l’alto parapetto che la sormonta; l’aplustre, la decorazione della parte superiore della poppa, ha i tratti di un altro animale (un cigno?). Anche qui, dunque, occhi e forme vitali (gli antichi sembrano spaventati dall’opaca immobilità degli oggetti).

Scherzare, cantare, bere: la coppa pian piano si svuota, e ci sarà un momento in cui la nave di Dioniso sembrerà galleggiare nel mare-vino. Appassionato studioso dei colori, Goethe si era accorto di certe singolari differenze tra le descrizioni cromatiche degli antichi e dei moderni. Uno di questi casi è proprio l’epiteto formulare che in Omero descrive il mare: “color del vino” (o più letteralmente “che ha l’aspetto del vino”), óinops. L’aggettivo diventa più comprensibile se teniamo conto che viene usato solo per qualificare il pontos (in greco per definire il mare ci sono altri tre termini), cioè l’alto mare, il mare solcato dalle navi.

 

 

Nel simposio greco, come ha spiegato lo studioso francese François Lissarrague, si mescolano di continuo il piacere del vino, il divertimento, e questo gusto per i richiami letterari. Verso la fine del VI secolo a. C., alcune botteghe attiche risposero a questa richiesta con prodotti adeguati. Un dinos dell’Ermitage, un vaso per mischiare acqua e vino (così infatti si beveva nei simposi), mostra sull’orlo interno alcune navi da guerra (questa volta si vedono timoniere e rematori): quando il recipiente è pieno, le navi sembreranno scorrere sullo scuro mare di vino.

Anche nel museo archeologico di Thera-Santorini, un cratere (altro tipo di vaso per mescolare acqua e vino) presenta navi che veleggiano all’interno del labbro: questa – così simile a quella di Dioniso – fila ancora più veloce, visto come il timoniere incita i rematori col braccio alzato. 

 

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