La Nave Argo

Sulla pagina di un manoscritto carolingio, oggi a Londra (British Library, ms. Harley 647), una nave è disegnata con parole. Piccoli cerchi punteggiano l’imbarcazione, alcuni sulla poppa ricurva, altri sul doppio timone, altri ancora accanto lungo la chiglia e sul capo di banda.

 

 

Il resto dello scafo è tracciato appunto da parole latine, alcune in inchiostro scuro, altre in rosso. È una poesia figurata, tema a cui Giovanni Pozzi nel 1981 aveva dedicato un saggio straordinario per Adelphi. Che cosa ci fa una nave così congegnata, e oltretutto senza alcun marinaio, su un codice medioevale? È la mitica nave Argo: per spiegare la sua presenza su una pergamena degli inizi del IX secolo occorre intraprendere un itinerario solo in apparenza complicato.

L’antico mito racconta che il re Pelia ordinò a Giasone di raggiungere la Colchide (la regione del Caucaso) e di riportargli il Vello d’oro, il prodigioso manto dorato di un ariete alato. Questa, a dir la verità, è solamente la rapida sintesi dell’intricata serie di vicende che precedono la partenza di Giasone, per non parlare delle peripezie che attendono l’eroe durante e dopo il lungo viaggio.

 

L’imbarcazione necessaria alla spedizione prese il nome dal costruttore, Árgos; così, con l’aiuto di Atena, venne costruita la più eccellente nave a remi che avesse mai solcato i mari (Apollonio Rodio, Argonautica, 1,111-114). Giasone non è solo, ma a bordo con lui c’è una cinquantina di altri eroi, gli Argonauti appunto; tra loro, personaggi di secondo piano (Laerte, il padre di Odisseo, ad esempio), ma anche figure di spicco: c’è Eracle, ci sono Castore e Polluce, c’è Meleagro, e partecipa addirittura il cantore Orfeo. Una sola donna, Atalanta, eccezionale nella sua prestanza fisica. Nel viaggio di ritorno sale sull’Argo un’altra figura femminile, quella Medea che coi suoi incantesimi aveva aiutato Giasone nell’impresa, e avrà poi un posto di grande rilievo nella tragedia di Euripide. 

I racconti sugli Argonauti erano antichissimi: già nell’Odissea (12, 69-70) si dice che la nave Argo era sulla bocca di tutti (“pasi melousa”). La fortuna del mito prosegue a lungo nella letteratura antica – spiccano i poemi di Apollonio Rodio in età ellenistica e di Valerio Flacco nella prima età imperiale – come nelle immagini.

 

 

Un esempio è proprio sul ventre della Cista Ficoroni, un’opera che è da sempre su tutti i manuali di storia dell’arte: è il primo manufatto artistico di cui sia certa l’esecuzione a Roma, attorno alla metà del IV sec. a. C.; lo dichiara l’iscrizione leggibile su coperchio, che riporta anche il nome della committente, una certa Dindia Macolnia. La donna volle donare l’opera alla figlia, molto probabilmente in occasione del suo matrimonio: il recipiente cilindrico in bronzo era infatti destinato a contenere gli oggetti della parure femminile. Il tema scelto – un episodio del tempestoso viaggio verso la Colchide – è quello dello sbarco presso i Bebrici, il cui re Ámykos aveva sfidato Polluce in un duello di pugilato. Argomento che a noi sembra inappropriato per un oggetto destinato allo spazio femminile, ma che testimonia di sicuro la grande fama del racconto degli Argonauti.

 

Ecco la nave Argo lungo la riva rocciosa dell’isola, ai margini della sfida (che si chiuderà con la morte dell’incauto re dei Bebrici). A sinistra si scorge l’aplustre, l’elemento ricurvo che prolungava la poppa, le cui banderuole sono mosse dal vento; si intravvede anche il timone, lungo il fianco della poppa. 

Vicino all’aplustre uno degli Argonauti si riposa stando seduto e guardando lontano; davanti a lui un compagno scende a terra lungo una scala a pioli, con un bariletto e un paniere in mano. I due – come tutti gli altri attorno – sono nudi: è la formula che da secoli gli artisti greci adottano per indicare gli eroi, il cui stato di uomini quasi divini, eccezionali per le imprese compiute, è segnalato da un corpo giovanile e atleticamente perfetto. Lì accanto, un altro del gruppo dorme con un braccio sotto la testa e la bocca aperta (il compagno che sta armeggiando al suo fianco non sembra infastidirlo più di tanto).

 

Per quale rotta la nave Argo arriva al codice carolingio da cui siamo partiti? Il profilo dello scafo è il risultato del disporsi delle parole, coerentemente col destino di una nave che era nata con l’oralità del mito, e poi continuava a vivere nei versi dei poeti: il codice contiene infatti la traduzione che Cicerone aveva fatto dei Phaenomena del poeta greco Arato di Soli (IV-III secolo a.C.); questo testo descriveva in versi le caratteristiche delle varie costellazioni. Ecco che cosa sono i piccoli tondi giallastri sui timoni e in altre zone del vascello: stelle.

Erano stati i Greci, in particolare Tolomeo, a mettere ordine nel cielo, assegnando a ogni gruppo di stelle un nome a seconda della figura che sembravano formare sulla sfera celeste. Nomi e figure di animali (Cane, Cigno, Orsa...) o di personaggi del mito (Andromeda, Cassiopea, Eracle...).

 

 

Il Medioevo e il Rinascimento accolgono nella loro cultura anche il sapere astrologico degli antichi. Uno degli esempi più straordinari è la volta della Loggia di Galatea, nella Farnesina, la villa romana di Agostino Chigi, progettata da Baldassarre Peruzzi e decorata dall’équipe di Raffaello verso il 1511. Gli affreschi della volta presentano segni zodiacali e costellazioni, ma l’intento non era né didascalico, né puramente decorativo; come aveva spiegato nel 1934 Fritz Saxl – un allievo di Aby Warburg – gli affreschi descrivevano “una configurazione astrale connessa a un evento significativo”; più precisamente, la posizione delle stelle e dei pianeti dipinti sulla volta era quella della data di nascita del padrone di casa, rappresentava cioè l’oroscopo di Agostino Chigi. 

In questo schema astrologico-biografico rientra anche la costellazione Argo, una figura femminile che regge una sorta di trireme greca: in nessuna delle navi-costellazioni dal Rinascimento in poi potremo vedere lo stesso sforzo di mantenere un carattere così schiettamente antico. Solo pochi anni dopo (1515), ad esempio, non è questa la preoccupazione di Albrecht Dürer nell’incisione che descrive le costellazioni dell’emisfero meridionale. 

 

 

Le stelle delle costellazioni sono fisse, ma niente impediva di costruire su di esse immagini varianti. Agli inizi del Seicento, ad esempio, l’atlante di Johann Bayer (Uranometria, 1603) mostra la nave Argo mentre tenta di entrare nel Ponto Eusino (il Mar Nero) attraverso le rischiose rocce Simplegadi (gli scogli “che si scontrano l’uno con l’altro”).

 

 

Alla fine dello stesso secolo, invece, il Firmamentum di Johannes Hevelius (1690) mostra una nave che penetra nello spazio tra il Canis maior e la Robur Caroli (la Quercia di Carlo), una costellazione inserita da Edmund Halley in onore del re d’Inghilterra Carlo II; sono un’innovazione gli scudi metallici sui quali sono scolpiti i volti del Sole, della Luna e altri simboli. 

 

Ma la navigazione di Argo è sempre più difficoltosa. Nel planisfero dell’abate Nicolas-Louis de Lacaille (1756), il vascello ha l’albero ormai rotto e si incunea a fatica tra costellazioni sempre più fitte, accanto alla Via Lattea. Nuove immagini, infatti, vengono proiettate ora sulle costellazioni: c’è il Camaleonte, la Bussola, l’Equuleus Pictorius (il cavalletto e la tavolozza dei pittori), e persino l’Antlia Pneumatica (la macchina pneumatica che di lì a poco sarà protagonista di un dipinto di Joseph Wright of Derby). Lo stesso Lacaille, preso atto della straordinaria grandezza della costellazione, provvide infine a scomporla in tre parti – Carena, Poppa e Vela – smontando per sempre la ormai stanca nave degli Argonauti.

 

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