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Wiligelmo e l’arca

La prima imbarcazione della tradizione ebraico-cristiana non è una nave: è l’arca di Noè. Agli inizi del XII secolo, sulla facciata del duomo di Modena, uno dei più grandi artisti del Romanico – Wiligelmo – deve fare i conti con il singolare racconto che ne fa la Genesi, il primo libro della Bibbia: scolpisce infatti una struttura che non assomiglia per niente a una nave. 

 

 

Disgustato dalla cattiveria degli uomini – racconta la Genesi – Dio ordina a Noè di costruire un’arca in cui ospitare la moglie, i figli e le rispettive mogli, e tutte le specie animali; qui potranno rifugiarsi e sfuggire al tremendo diluvio che cancellerà ogni cosa sulla Terra (Genesi, 6.14-16): “Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell’arca un tetto e, a un cubito più sopra, la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore”. Una costruzione gigantesca e a più piani, eppure il termine usato nella versione greca della Bibbia è kibotós, cioè “scrigno”, “cassa”; nel testo latino il termine usato è arca, con gli stessi significati.

Si capisce bene la difficoltà dei primi artisti che cercarono di tradurre in immagini il racconto biblico; una delle testimonianze più antiche è (sorprendentemente) la moneta di un imperatore romano, Filippo l’Arabo (244-249).

 

 

La moneta venne coniata a Apamea Kibotos, una città della Turchia occidentale il cui nome rimandava proprio al termine che la versione greca dei Settanta aveva usato per indicare l’arca. Sta di fatto che nel minuscolo spazio circolare trova posto, nella massima concentrazione, ciò che conta della storia di Noè: a destra una specie di scatola che contiene le mezze figure di Noè e della moglie, a sinistra i due che sono finalmente scesi a terra, una volta ritiratesi le acque.

Sempre in Turchia, alcuni secoli dopo, sul pavimento a mosaico di una sinagoga (o di una chiesa) a Mopsuestia, ecco di nuovo il problema di descrivere questa singolare imbarcazione-scrigno: un folto gruppo di uccelli e animali selvatici circonda una grande cassa in legno, addirittura provvista di gambe; l’artigiano, non troppo convinto che gli spettatori riuscissero a riconoscere il passo della Genesi, vi scrisse sopra in greco “arca di Noè”.

 

 

Wiligelmo, che pure commenta volentieri le proprie figure con scritte, per la sua arca non ne usa alcuna, sicuro che la scena fosse ben leggibile, inserita com’era in un fregio tutto dedicato al primo libro della Bibbia. L’arca galleggia tranquilla come una chiatta qualunque sul filo dell’acqua del diluvio; un’acqua tutt’altro che tempestosa, anzi abbellita dal motivo della ‘doppia pelta’ (una fitta sequenza di semicerchi contrapposti). Colonne e arcate ne ritmano l’esterno, proprio come quello del duomo modenese: la sua arca si allinea ben poco al testo biblico, in compenso assume il profilo di un bell’edificio all’antica. Dov’è lo spazio per tutti gli animali? Non importa, è l’immaginazione che deve fare la propria parte e integrare quello che manca. Ciò che conta è che Noè e la moglie facciano il loro dovere: affacciati alle due arcate-finestre, uno guarda da una parte, l’altro dall’altra, nella speranza che le terre e i monti riaffiorino; non servono il corvo e la colomba del testo biblico, tutto è affidato allo sguardo della coppia, come due esperti nostromi.

 

 

Lo spettatore medioevale non ha bisogno di vedere tutto, almeno non sempre. Il miniatore che ha illustrato il manoscritto di Girona (Spagna) con il commentario all’Apocalisse di Beatus da Liebana (975) ci fa vedere l’arca che scivola su un oceano che ha travolto tutto, uomini, alberi e cime dei monti; ma ci fa vedere anche il suo interno a piani, gli animali dai più grandi ai più piccoli che vanno avanti e indietro (“Degli animali puri e di quelli impuri, degli uccelli e di tutti gli esseri che strisciano sul suolo un maschio e una femmina entrarono, a due a due, nell’arca, come Dio aveva comandato a Noè”). All’ultimo piano, circondato dalla famiglia, Noè manda la colomba a verificare se il diluvio avesse avuto finalmente termine.

Siamo in ogni caso ben lontani – da tutti i punti di vista – dallo sforzo ricostruttivo di Athanasius Kircher, che dedicò al tema dell’arca un intero saggio (1675). La solita, straordinaria curiosità spinge l’erudito tedesco a disegnare una tavola in cui ci viene offerta una visione completa ed esatta dell’arca biblica: i corridoi, i magazzini con le provviste, l’appartamento per Noè e famiglia, le gabbie e gli scomparti per le varie specie animali (i serpenti strisciano in quello più basso). L’esatto opposto della rarefatta concisione degli artisti medioevali.

 

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