Il virus è il messaggio della società automatica

La potenza comunicativa di questo virus, di certo il più mediatico della storia, va ben oltre la sua capacità di tenere in ostaggio le routine produttive dei media. Esso modifica progressivamente la percezione dello spazio-tempo, creando un effetto di sospensione in cui tutto può accadere e difatti tutto accade. Un processo in cui persino le categorie fondamentali di spazio/tempo si modificano all'avanzare dell'infezione. Da ciò deriva l’oscillazione inaudita dell’essere dinnanzi alla sua avanzata, quell’apriamo tutto o chiudiamo tutto che ha caratterizzato il punto di vista della politica e del cittadino comune, alle prese con un insostenibile e continuo riadattamento cognitivo. Questa capacità del virus di plasmare e riplasmare l'intera sostanza del sociale, lo avvicina a ciò che M. McLuhan considerava come un mezzo puro. In quel caso era la velocità della luce elettrica, che rappresenta un medium senza messaggio, informazione allo stato puro, in questo caso anche il virus si presenta come un mezzo senza messaggio.

 

Del resto il virus produce una percezione quasi relativistica del tempo, cosicché ciò che vediamo oggi – come gli effetti del lockdown – si vede almeno due settimane dopo che è accaduto. L'essere più piccolo dell'universo, al confine tra l'organico e l'inorganico, senza alcuna identità definita se non quella che passa per una funzione tanto semplice quanto potente, sfrutta il metabolismo dell'organismo che lo ospita per riprodursi illimitatamente. Un replicante che approfitta delle reti sociali, delle infrastrutture logistiche ma anche, se vogliamo, di quelle comunicative, per espandere la sua presenza e azione. Se per McLuhan «Il messaggio di un medium o di una tecnologia è nel mutamento di proporzioni, di ritmo o di schemi che introduce nei rapporti umani»”, ne consegue che questo virus è un medium di una potenza inaudita. È sotto gli occhi di tutti il cambiamento di stili di vita a cui l'umanità è indotta dalla sua avanzata sul campo, che detourna il quotidiano in modo surreale e irriconoscibile – dai supermercati saccheggiati alle piazze desertificate – in una sorta di gamification universale giocata da un dio cinico di cui noi siamo gli avatar, oppure giocata da noi tramite l’infografica delle app che monitorano gli sciami d’infezione (come un tempo si monitoravano i titoli in borsa). 

 

Come ha ben approfondito Gianfranco Marrone su doppiozero, è impressionante la capacità di questo virus di modificare le regole della prossemica. Esso riprogramma le relazioni spaziali tra gli esseri umani e ridefinisce le proporzioni e le geometrie attraverso cui si organizza la società stessa. Se il confine prima era geopolitico, ora diventa psicologico ed esistenziale. Siamo tutti recintati nel cerchio esterno della prossemica, quello dei rapporti sociali, e dobbiamo evitare ad ogni costo che qualcuno vìoli quello più interno, ovvero delle relazioni affettive/intime. Potremmo quasi rinominare la prossemica in toxemica, ovvero la scienza che studia la pericolosità delle relazioni ravvicinate (come è l’abito-installazione automatizzato Spider Dress della designer olandese A. Wipprecht che diventa più o meno aggressivo in relazione alla vicinanza dei corpi nello spazio). Ma questo non è forse qualcosa che ha intimamente a che vedere con l'essenza stessa della trasformazione capitalistica dei soggetti e dei rapporti sociali? Si scoprirà dunque che tali trasformazioni non sono aliene, ma seguono la traiettoria già tracciata da altre trasformazioni pregresse, di carattere economico, tecnologico e organizzativo. Si scoprirà inoltre che le nuove frontiere dell'automazione e dell'intelligenza artificiale sono del tutto compatibili con uno dei possibili scenari di consumo che questo virus sta attualizzando in maniera devastante. Come nel primo dei tre scenari che analizzo in un saggio in uscita per la San Diego State University Press (Cultural studies in the digital age, a cura di F. L. Aldama e A. Rafele): Isolation, che indica il modo in “cui la pervasività tecnologica trasforma le abitazioni in prigioni ovattate e iperconnesse, lo sviluppo della Internet TV e la sua integrazione con i sistemi di delivery (da Amazon Plus a Foodora) fa emergere l’ipotesi di una desertificazione degli spazi urbani e delle vie dello shopping, sostituite appunto dall’onnipresenza dei sistemi di AI, della virtualizzazione e dell’ecommerce”. 

 

Il virus inocula nuove e inattese conflittualità che riconfigurano le relazioni sociali ribaltando i ruoli in modo estremo e parossistico. Quasi come quel “limite di rottura” descritto sempre da McLuhan che, proprio in virtù dell’intensificazione e della diffusione di un medium, ribalta la struttura sociale da un opposto all’altro. Nella sua abilità tattica sta tutto il suo potere destabilizzante, come quando trasforma gli ospedali e i presidi sanitari nei principali hub d’incubazione/diffusione dell’epidemia. Nella caccia all'untore si sfoga una nuova violenza che indebolisce il Leviatano, quella di "tutti contro tutti", non più repressa dallo stato ma in qualche modo assecondata dall’opinione pubblica. Cosicché garantisti di sinistra che fino a poco prima difendevano ogni deviante dal sistema ingiusto, e che fino al giorno prima affollavano palestre o parchi, ora si trasformano in grandi inquisitori, additando i nuovi untori (dai runner ai lavoratori) tramite social media. Un revenge virus che catalizza lo scontro del sud contro il nord, del noi contro il loro (che diventano noi quando andiamo fuori), dei giovani contro i vecchi. Invasati da una sindrome revanscista contro i più anziani quasi alla Grano rosso sangue (Fritz Kiersch, 1984), i giovani si inebriano in nuovi baccanali, quasi gioiosi del fatto che la nuova catastrofe una volta tanto non li riguardi, ma colpisce i più anziani.

 

 

Una nemesi tragica nel paese dominato dalla gerontocrazia. Tutto ciò trasforma la tipologia giapponese dell’hikikomori, sempre dipinto come un profilo patologico, in uno stile di vita dominante e in un esempio di responsabilità e di civismo. Il nichilismo giovanilista è quasi istituzionalizzato dalla proposta da Boris Johnson, che mescola darwinismo sociale di base e neocomunitarismo liberista (l’immunità di gregge), ora seguito dalla Svezia ben disposta a perdere i “cari” vecchi, pur di non rinunciare allo stile di vita e al livello di benessere consolidati.  

La letalità selettiva di questo virus è forse il vero problema da affrontare. Se fosse un virus hi-tech, un'arma letale capace di distruggere intere popolazioni, dopotutto la questione sarebbe comprensibile. Questo è invece un virus lo-tech (o forse lo-fi), e per questo ad alta velocità di diffusione, come i meme o i video di YouTube, condivisi da molte persone proprio per la loro accessibilità e facilità di condivisione. Ciò che il virus colpisce non è tanto la vita umana in genere, ma quella delle persone più deboli e dunque più dipendenti dai sistemi tecnici che garantiscono il proseguimento della loro vita, ma anche da uno stile di vita che mira a rimuovere la morte oltre ogni limite.

 

Quel desiderio d’immortalità delle società opulente che per Y. N. Harari in Homo Deus. Breve storia del futuro (Bompiani, 2017), sarà realizzato una volta risolti alcuni meri problemi tecnici. In modo indiretto Covid-19 inceppa gli ingranaggi stessi della macchina. Per questo il pensiero populista e sovranista non è stato in grado di capirlo. Perché da un lato somiglia a questi orientamenti politici, mettendo in crisi le frontiere, la circolazione, la globalizzazione ecc., dall'altro invece abitua le persone comuni a pensare come le istituzioni, ovvero tramite la statistica. Quella modalità di pensiero che il populista-sovranista rifugge prediligendo l'idiografico al nomotetico. Se il pensiero quotidiano è capace di comprendere e gestire la progressione aritmetica, a esso sfugge il potere trasformativo della propagazione geometrica che è propria della vita del virus. La rarefazione sociale, un tempo temuta come crisi della socialità è oggi realizzata dall'azione del virus, come unica strategia di salvezza dalla catastrofe. Con la differenza che, se la vecchia economia presupponeva la relazione, lo scambio, la compresenza, la nuova economia delle piattaforme può tranquillamente innestarsi in questo scenario, per soddisfare ogni bisogno dei nuovi consumatori. Per questo Agamben, accusato a febbraio di negazionismo del virus, in Contagio (Quodlibet, 11 marzo 2020), pone invece una questione reale, quella dell'untore la cui vessazione diventa elemento chiave di una società atomizzata e automatizzata. Cosicché “L’altro uomo, chiunque egli sia, anche una persona cara, non dev’essere né avvicinato né toccato e occorre anzi mettere fra noi e lui una distanza che secondo alcuni è di un metro... il nostro prossimo è stato abolito… che si chiudano una buona volta le università e le scuole e si facciano lezioni solo on line, che si smetta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che ovunque è possibile le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani”. La più grande pandemia del nuovo millennio inaugura oggi una fase nuova, oppure è semplicemente l’implementazione di una serie di innovazioni teoriche, tecnologiche e organizzative che erano già in nuce nell’epoca industriale? Dall’atomizzazione delle famiglie e dei soggetti in unità minime di convivenza, all’accrescimento dell’entropia del sistema tramite uno scriteriato rapporto tra produzione e consumo. 

 

 

In La società automatica (Meltemi, 2020), Bernard Stiegler ci rivela il passaggio da una società industriale ed entropica, in cui dominava la macchina termodinamica (pp. 47-49), a una società automatica in cui invece i Big Data e gli algoritmi penetrano qualsiasi ambito della vita quotidiana e costituiscono “l’infrastruttura di una società automatica a venire” (p. 54). Il grande spartiacque di questa transizione epocale sono gli anni novanta, in cui la creazione del World Wide Web getta le basi per quella che l’autore chiama la farmacologia dei Big Data e l’industria delle tracce. Nel passaggio dal saper fare al saper essere al sapere, quest’ultimo già caratteristico delle società industriali descritte da D. Bell, si sussegue un processo di crescente proletarizzazione e di espropriazione di competenze che all’inizio dell’Antropocene erano meramente fisiche ma che oggi sono perlopiù teoriche e creative.

 

Le moderne tecnocrazie hanno difatti cambiato pelle, trasformandosi in un “nuovo tipo di governance basato sulla cibernetica” e sulla smartificazione della società (p. 58) che E. Morozow chiama “regolamentazione algoritmica”. Se la cibernetica per Heidegger ambisce a unificare il sapere attraverso l'unità pragmatica dell’informazione, l'organologia di B. Stiegler, cioè la filosofia nella fase avanzata della tecnica, vuole riunificare il sapere tramite il pensiero della differenza. L’organologia unifica tecnica, biologia e organizzazione, recuperando la metafora positivista del corpo organico, che però è qui riformulata deleuzianamente come dispersione, differenza, molteplicità ecc.: “nel momento in cui interroghiamo una dimensione dell’umanità – economica, ermeneutica, estetica, psicanalitica, ecc. – troviamo sempre, da qualche parte, la tecnica…(che) contamina le altre dimensioni dell’organologia generale”. Il passaggio dall’Antropocene al Negantropocene, ovvero alla disautomatizzazione della società tramite il digitale (p. 41), è difatti descritto nel libro come un processo interno alla società tecnocratica che è al contempo il “fattore scatenante, come pure quello risultante” (ad esempio della crisi del 2008), e che produce una spirale, che “può essere feconda e virtuosa” oppure “un circolo vizioso” (p. 77).

 

Il circolo vizioso corrisponde a una società ipertecnica, mentre quello virtuoso corrisponde a una disautomatizzazione e de-proletarizzazione della società, cioè una sorta di riappropriazione del desiderio, del pensiero e del sogno, nella nuova epoca neghentropica che reinventa se stessa attraverso una sorta d’immane “potlatch cosmico” (p. 421). Questo nuovo “concatenamento noetico” (p. 80), parte da un utilizzo più consapevole delle tracce digitali e delle architetture del Web che devono essere riprogettate in funzione di “un’ermeneutica sociale capace di accrescere il loro valore neghentropico” (p. 60) della tecnica.  

 

La crisi sanitaria, vera catastrofe del presente in cui la Società automatica mostra la sua essenza nell’automazione di ogni processo e nell’isolamento coatto di ogni soggetto, dovrebbe essere superata tramite un nuovo processo di “transindividualizzazione” che riapre l’orizzonte dell’immaginario e del sogno. Quasi come frutto di un enorme esperimento sociologico, il virus spinge all’estremo alcune contraddizioni insite nel sistema, rendendo tangibili due opposte traiettorie. La prima è l’epitome dello sviluppo industriale: una società isolata fatta da cittadini reclusi e controllati che interagiscono solo attraverso tecnologia e consumi. La seconda è una società liberata dalla produzione, dalla logistica di massa e dall’inquinamento, che lascia enormi spazi di riconquista alla natura cacciata e vituperata in ogni modo. Questo virus è forse la pietra tombale del nichilismo imposto dall’Antropocene, si pensi allo smart working e ad altri effetti ecologici come la bassa mortalità delle donne, ma è anche l'esaltazione di una nuova organicità imposta dalla tecnica.

 

Il virus che chiamiamo uno ma che è milioni, disperde la sua unità logica in ogni singolo organismo che attacca (da qui la sua funzione ologrammatica nel commento di V. Codeluppi all’idea di Baudrillard). Tuttavia il suo effetto finale è quello di ricompattare e dare senso all'unità della società, alla solidarietà, al prendersi cura (sorge) degli uni con gli altri in modo sincretico. Come i cretesi afflitti da guerre intestine che diventavano organismo per affrontare l’invasore esterno. Non so se la tragedia del virus sia in grado di inaugurare l’era del Negantropocene, e con esso il sogno di una società de-proletarizzata. Il messaggio che al momento il virus porta con sé è al momento una società stremata dall'autoreclusione sedentaria e ipermediatizzata, con l'avallo di tanti # di mezze celebrity e influencer, senza alcuna difesa immunitaria al controllo, anzi, totalmente prona a concedere non solo dati del proprio privato alle piattaforme digitali, ma enormi spazi di libertà al nuovo potere che saprà imporsi, ovvero un perfetto laboratorio per i totalitarismi del futuro. 

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