Intervista a Ferdinando Camon

Abbiamo incontrato oggi un “grande vecchio”, l’ottantunenne Ferdinando Camon (classe 1935) e lo abbiamo interrogato, in particolare, sul suo libro Un altare per la madre. A lui domani sera verrà assegnato il Campiello alla carriera 2016, al Gran Teatro La Fenice di Venezia durante la serata finale dell’edizione numero 54 del Premio Campiello.

 

 

Com’è nato l’Altare? Quanto tempo ha impiegato a scriverlo?

 

L’Altare è un libro sul lutto, l’elaborazione del lutto: una persona è morta nella famiglia, la famiglia non si rassegna alla morte, vuole resuscitare quella persona e farla vivere per sempre. L’eterno sogno umano. Vuole sostituire la morte con l’immortalità. La persona che muore è la madre. Mio padre e mio fratello erano venuti a trovarmi in città, a Padova, per espormi l’idea di realizzare un piccolo altare in memoria della madre. Mio padre e mio fratello spiegavano cosa volevano, come doveva essere, e io intanto pensavo a come descriverlo. Tuttavia, il mio lavoro fu molto complesso, ne feci 19 stesure, durante i tre anni che mi occorsero per arrivare alla versione finale. Il manoscritto s’intitolava Immortalità, ma Livio Garzanti e Gina Lagorio (che di lì a poco sarebbe diventata sua moglie) insistettero per un titolo diverso: Un altare per la madre. Garzanti, infatti, pensava che Immortalità fosse un titolo impopolare e che, invece, Un altare per la madre fosse fatto per la gente.

 

Gli anni della scrittura furono tormentati. Alla fine, ero giunto alla convinzione di aver scritto un romanzo mediocre e sbagliato. Avevo dovuto lottare con il mio cervello, con il mio cuore, con la mia anima, per portare a termine l’opera. La dattilografa che, all'epoca, batteva i miei testi a macchina, espresse alla fine un giudizio negativo: “Professore, in passato el gà scrito de méio”.

Non avevo scritto con una trama precisa; io non scrivo romanzi ad intreccio, io scrivo e basta. Il libro procedeva per capitoli che, molecolarmente, si fondevano, si univano, si alternavano. Arrivai alla stesura finale, dopo cancellature, spostamenti di interi pezzi di capitoli, intere pagine, tagliando con la forbice e incollando e fotocopiando (all’epoca non c’era il computer).

 

 

Io mi vergognavo di questo libro e, per consolarmi, feci un giro in auto con mia moglie per le necropoli etrusche. Nel frattempo, Livio Garzanti ne faceva in fretta e furia un’edizione fuori-commercio, rilegata in tela rossa, e ne consegnava una copia ad ogni commesso di libreria, in giro per l’Italia: affinché il mese dopo, quando sarebbe arrivata la prima edizione commerciale, i librai sapessero cos’era. Livio Garzanti gode di una brutta fama, è considerato scontroso e intrattabile. Io ne ho un’idea esattamente opposta: con me fu sempre gentile e generoso. Il titolo Un altare per la madre è colpa o merito suo. Io lo chiamo ancor oggi Immortalità. In Francia, da Gallimard, si chiama Apothéose; negli Stati Uniti, Memorial; in Brasile, Imortalidade; in Argentina, Russia, Catalogna, Lettonia, Slovenia, Ungheria, Bulgaria, Grecia, Germania si chiama Un altare per la madre. In Turchia no. In Turchia è pubblicato da un editore islamico, e l’Islam non ha altari, non sa cosa sono. Tuttavia l’editore turco mi ha chiamato a Istanbul, ho parlato alla Fiera del Libro, all’università e alla televisione, e devo dire che i lettori mi seguivano e mi capivano. Ne ho tratto l’impressione che ogni religione ha un nucleo mistico che concorda con le altre religioni.

 

Quale traduzione ricorda con più piacere? 

 

Quella lettone. La Lettonia si era liberata dal regime sovietico, da anni voleva tradurre questo libro, ma l’editore non aveva i soldi per la carta. Appena ebbe i mezzi, stampò il libro con eleganza e finezza. Qualcosa del genere succederà più tardi con la Slovenia. Amo questi editori per le difficoltà che hanno affrontato per stampare il libro. 

 

Per lei che l’ha scritto, qual è la natura di questo libro? 

 

Forse è un libro mistico, tenta di raccontare l’invenzione di un rito di salvezza. Io colloco l’invenzione di questo rito di salvezza qui, nella campagna veneta, ma ho visto poi che il libro veniva tradotto rapidamente nei paesi che avevano civiltà contadine sorelle della mia campagna, e cioè la campagne, la meseta, la pampa, la puzsta...

Quattro-cinque mesi dopo l'uscita del libro, mi arrivò dall’editore Boringhieri un piccolo saggio di Jung che trattava del simbolismo della Messa (s’intitolava proprio così). Jung dice che in tutte le civiltà, cristiana, precristiana, greco-romana, tribale, pre-colombiana, i riti di salvezza si svolgono lungo tappe che si somigliano sempre: qualcuno muore, si vuole salvarlo, si costruisce un simbolo che lo ricordi, si consacra quel simbolo, lo si offre alla comunità, lo si spartisce con tutti… Nel rito della Messa queste fasi si chiamano consecratio, oblatio, communio… Mi è parso di capire che l’Altare descriveva esattamente queste fasi, e dunque, in qualche modo, con i suoi deboli mezzi, aiutava a rielaborare il lutto, a superare il dolore, a vincere la morte. E allora ho capito perché il traduttore francese, finito il lavoro, m’aveva chiesto di poter dedicare l’edizione francese a Roland Barthes, appena morto. Perché la traduttrice romena mi fece la stessa richiesta, volendo onorare sua figlia appena morta in un incidente. Più tardi succederà che uno scrittore americano ebreo mi manderà una lettera, informandomi di aver letto tre pagine del libro, che là s’intitola Memorial, al funerale di suo padre.

 

L’editore islamico ne farà leggere tre pagine in una madrassa: le madrasse sono delle aulette sul perimetro esterno delle moschee, servono per lezioni e incontri. Mi vergognavo, e mi vergogno ancora, di questo libro, perché tentavo di dare ricordo oltre la morte, insomma immortalità, a un personaggio insignificante, che non è nessuno, non è niente, è povero-miserabile, incolto, semianalfabeta, è un “ultimo”. Non è l’immortalità foscoliana dei “grandi e forti”, è l’immortalità cristiana dei “piccoli e deboli”. Finito il libro, mi sembrava che l’operazione fosse fallita perché era impossibile. Lo penso ancora, ogni tanto. E allora mi vergogno. È un libro che non presento mai in pubblico. Mi ha stupito quando lei mi ha chiesto questa intervista. 

 

I suoi famigliari hanno amato questo libro?

 

Al contrario, si sono offesi. Son venuti in cinque, in questa casa, mio padre, mio fratello, un notaio di Bologna e due testimoni del paese, e hanno compilato l’atto di diseredamento. Si vergognavano di me, e mi espellevano dalla famiglia.

 

Ma perché, se il libro gli rende tanto onore?

 

Per orgoglio sociale. Nel libro sta scritto che lavoravano come bestie, mangiavano quando ce n’era, e questo li offendeva.

 

Lei cosa provava, ad essere diseredato?

 

Orgoglio. Noi (lei, io) abbiamo in testa l’idea che il libro sia importante, loro hanno in testa l’idea che le persone sono importanti. Un libro non è niente. Le persone sono anima, un libro è carta.

 

Quando ha scritto il libro aveva in mente un modello letterario? C’erano altri libri in quel momento che trattavano questi temi? 

 

All’epoca, leggevo molto autori sudamericani: Cortázar, per esempio, con la passione e l'interesse per il racconto di una cultura popolare magica, rivelatrice, illuminante. E poi non è un caso che Un altare per la madre sia uscito nel 1978. In quell’anno usciva nelle sale anche L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Sentivamo che c'era un vuoto da colmare: nessuno aveva mai raccontato le storie contadine e percepivamo che era il momento di raccontarle. Io, in fondo, per tutta la vita, non ho fatto altro che descrivere gli ultimi. Tutto il mio progetto di scrittura sulla civiltà contadina era questo. 

Quando si organizza un convegno di letteratura a Torino, a Milano, a Roma, c'è sempre un’ambiguità: la cultura italiana borghese fa fatica a ritenere che parlare di civiltà contadina significhi fare cultura. Il mondo colto, il mondo accademico, il mondo urbano, è a disagio, è in imbarazzo, quando si tratta di leggere e capire il sotto-mondo contadino. Lo stesso mondo contadino non vuole essere rivelato. Ritiene questa operazione una sorta di delazione, di tradimento. Cioè pensa che lo scrittore riveli al “nemico” cose che bisogna tacere, di cui ci si deve vergognare. 

Io, invece, ho tentato per tutta la vita di farne una descrizione fedele, talvolta crudele, ma veritiera, non edulcorata, e sperabilmente duratura. 

 

Ritengo, infatti, che quella cultura, che si esprimeva in dialetto, un dialetto essenziale, scabro, fosse una cultura profondamente autentica; bisogna che ne vada preservata la memoria per le future generazioni, in modo che intendano con chiarezza cos’è stata la lunga civiltà contadina, che non ha niente a che fare col ritorno alla terra, il ritorno alla campagna, che oggi è un vezzo della borghesia benestante. La vita contadina era durissima, una vita di sofferenza, di umiliazioni, di soprusi, d’ingiustizie, e di grande povertà, d’indescrivibile miseria. Ma con un altissimo senso del sacro.

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