Istantanee del capitalismo contemporaneo

Marx non è mai stato attuale e forse mai lo sarà. Il suo pensiero è piuttosto attraversato da una profonda inattualità, dall’impossibilità di essere ricondotto agli schemi culturali vigenti nel suo XIX secolo. Sulle orme di Nietzsche dobbiamo però intendere l’inattualità come capacità di smascherare e problematizzare i concetti portanti che strutturano un’epoca, utilizzandoli per metterne a nudo ipocrisie e incoerenze. In breve, si tratta di rovesciare contro un’epoca ciò di cui essa va fiera. Nel caso della congiuntura storica di Marx, il grande motivo di vanto della sua epoca fu evidentemente la Rivoluzione borghese, che portò con sé l’uguaglianza politica. Marx non assume tale trasformazione come una grande conquista, piuttosto ne mostra l’illusorietà: sotto l’uguaglianza politica si cela infatti una più profonda diseguaglianza sociale. Ecco il nocciolo dell’inattualità dell’insegnamento marxiano: aver assunto come un male da sradicare ciò che fino ad allora era accolto e lodato trasversalmente.

È necessario far risalire la critica di Marx al capitalismo a questa prima consapevolezza. Nel suo Karl Marx Federico Chicchi ne coglie a fondo la portata teorica, muovendo i suoi passi tra i concetti marxisti più emblematici – critica all’economia politica classica, feticismo delle merci, rapporti di produzione – non limitandosi però a lasciarli ammuffire nella torre d’avorio in cui spesso e volentieri il marxismo li ha confinati, bensì facendoli risuonare a contatto con concetti di altre discipline, dalla sociologia alla psicoanalisi. 

 

Una novità interessante e originale di questo libro risiede nel fornire al lettore numerose immagini che, se apparentemente sembrano molto distanti dal tema centrale, in realtà forniscono una griglia interpretativa funzionale a comprendere i meccanismi del capitalismo. Alla fine del percorso è come se ci ritrovassimo con un album fotografico composto da numerose istantanee, ciascuna delle quali coglie dal proprio punto di vista una sfaccettatura diversa del soggetto principale: il capitalismo contemporaneo. 

Anzitutto, il capitalismo viene immortalato nell’immagine anatomica di un movimento ventricolare. Com’è risaputo, i ventricoli del nostro cuore sono perfettamente sincronizzati per far circolare il sangue nell’organismo, seguendo un movimento ritmico incessante di apertura-chiusura, dilatazione-contrazione, e così via. Allora il capitalismo si caratterizza per la sua capacità di mantenere una continua circolazione non più del flusso sanguigno, bensì dei flussi monetari e della forza-lavoro. Come per i ventricoli, la caratteristica peculiare del capitalismo è di essere sempre in movimento, a tal punto che il suo più grande nemico, la sua morte, sta nella quiete totale. Anche il capitalismo “può assumere diversi ritmi e accelerazioni a seconda delle congiunture”: in base al periodo storico e sociale potrà ad esempio appropriarsi delle masse lavoratrici e metterle sotto contratto, oppure essere nella condizione di lasciarle libere e precarizzate, come fossero una fonte inesauribile alla quale attingere in ogni momento.

 

 

Una caratteristica fondamentale del capitalismo è la capacità di metabolizzare gli ostacoli che incontra lungo il suo cammino e trasformarsi costantemente per essere in grado di assimilarli. In tal senso è possibile parlare di una macchina assiomatica, anzitutto perché non ha bisogno di un agente esterno che funga da manutentore; piuttosto è corretto dire che essa provvede da sé a garantire il proprio funzionamento. Il suo assioma pone un limite che separa ciò che sta dentro e fuori dalla sua logica. Tuttavia, esso non è affatto rigido e più che un confine occorre pensarlo come una membrana permeabile che pone in contatto i due ambiti. Così ciò che è inizialmente estraneo e ostacola la logica capitalistica, viene metabolizzato (ossia inglobato e modificato) appena entra in contatto con la membrana assiomatica. In questo momento o la digestione di ciò che era fuori avviene senza problemi, oppure il capitalismo modificherà se stesso per rendersi compatibile con l’elemento estraneo appena introdotto al suo interno. 

 

Per approfondire quest’ultimo aspetto Chicchi fa riferimento alla locuzione latina nihil obstat quominus imprimatur (“nulla osta a che si stampi”), ovvero l’espressione che l’autorità ecclesiastica utilizzava per acconsentire la stampa dei libri. Qui è centrale l’idea di una soglia che viene stabilita arbitrariamente e a priori dalla Chiesa, fornendo una cornice entro cui dovranno muoversi gli argomenti di un libro che aspiri ad essere stampato. Il quadro di riferimento è ovviamente la dottrina cattolica che, se da una parte limita le direzioni verso cui si può muovere il testo, d’altra parte è ciò che ne rende possibile la stampa. Emerge dunque un’accezione di capitalismo inteso come creatore di nuove possibilità, le quali rientrano tuttavia in un quadro di riferimento arbitrariamente scelto, ma senza il quale alcune strade non sarebbero percorribili.

 

Il capitalismo contemporaneo funzionerebbe quindi secondo la logica dell’imprinting, alla quale dobbiamo rifarci non tanto pensando agli studi etologici, bensì a quanto accade durante il processo di sviluppo della pellicola fotografica. Lo scopo è quello di rendere visibile l’immagine latente impressa sulla pellicola sottoponendola a un’esposizione di luce controllata fino a ottenere, dopo ulteriori passaggi, un’immagine stabile. Il processo descritto è analogo a quello con cui il capitalismo produce i soggetti all’interno della sua logica di sfruttamento. Sostanzialmente il capitalismo fornisce l’immagine latente, ovvero uno spettro predefinito di possibilità che orienta la crescita delle soggettività, facendo sì che ciascuna abbia un margine di libertà e autonomia nel proprio sviluppo, ma al tempo stesso che ogni risultato sia riconducibile alla propria logica di sfruttamento. Nulla sembra sfuggire alla sua maglia, soprattutto quando essa abbraccia e invade molte sfere diverse: non più solo quella economica, ma anche quella familiare, affettiva, sessuale, in sintesi anche le sfere comunemente pensate come private.

Ma quali sono i vantaggi che il capitalismo ottiene adottando la nuova logica descritta sopra? In primo luogo, il capitale si riserva “la possibilità di approfondire il campo del vivente che viene immediatamente orientato alla valorizzazione del capitale”. Creando possibilità di sviluppo per il campo del vivente, il capitalismo si assicura nuovi e continui sviluppi senza dover intervenire direttamente, ma lasciando autonomia e libertà di manovra ai soggetti, facendo tuttavia in modo che ogni prodotto sia già dall’inizio compatibile con il proprio funzionamento.

 

Oltre a questo, le soggettività al lavoro sono rese più docili e meno conflittuali in quanto lasciate “libere” di allineare i loro desideri, interessi ed energie al fine produttivo e riproduttivo del capitale. Così il suo apparato repressivo diventerà sempre più velato e sottile, fino a scomparire del tutto ai nostri occhi. L’imperativo che costantemente riecheggia nell’aria ci incita a usufruire della nostra fittizia autonomia, ben consapevole del fatto che tutto ciò tornerà a suo vantaggio: “1. sii ciò che vuoi, agisci la tua autonomia, purché 2. la risultante della tua azione sia traducibile nell’assiomatica del capitale e nelle sue metriche convenzionali in continuo movimento”.

Nello scenario finora descritto, in cui il capitalismo produce dei soggetti funzionali alla propria riproduzione che si muovono all’interno della sua logica e coerentemente con essa, sembra impossibile pensare una prassi politica in grado di spezzare questo circolo vizioso. Eppure appare uno spiraglio di speranza quando iniziamo a pensarlo simile al nastro di Möbius, ovvero come a un’unica superficie che in alcuni punti presenta ripiegamenti, faglie, incrinature. Il capitalismo ha storicamente funzionato secondo meccanismi diversi di produzione (tanto di valore, quanto di soggettività), i quali sono stati superati da quelli nuovi eppure mantenuti e ancora funzionanti in alcuni suoi aspetti. Dobbiamo allora pensare i ripiegamenti del nastro di Möbius come quei momenti in cui diventano visibili le incrinature fra le logiche di sfruttamento adottate storicamente dal capitalismo, mettendone a nudo le contraddizioni e scardinandone l’efficacia.

 

L’ultimo appello dell’autore è forse proprio questo: ripensare le modalità con cui i soggetti del capitalismo sono stati prodotti fino ad ora. È solo da un soggetto politico nuovo che potrà partire una pratica politica nuova, che si faccia portatrice delle istanze della contemporaneità, senza però prescindere dagli insegnamenti che si sono sedimentati in centinaia di anni di prassi politica.

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